Impronte sull’acqua (II)

(La prima parte qui)

Impronte sull’acqua
(inedito, 2006)

2.

una piuma, un’ala, una
figura sospesa tra
origine e bagliore, è quanto
resta per fare visita al
la notte, la sua natura di
smanie sepolte, preghiere
tirate al cielo come pietre, un
dolce rimasuglio d’aria
il fiato di un in
visibile
ritorno a questa pace che
lontana dai tuoi fianchi, a
questo vuoto di radura, questa
piaga che profonda
in un grido, rallenta il
respiro dei fogli
che piangono cera nel
bianco,   fedeltà
che è rara e talvolta
lascia fuggire un appiglio, una
nube, un prodigio
slabbrato dietro il giorno
che migra trascinando la
voce oltre gli anni, la
impiglia tra i fili di un gioco
una storia, una luna nel
l’immediato riverbero
di un corpo, di un
lampo, di un’eco
placata

4.

ha alfabeti di valli e
di aurore anche l’aria, nel
punto esatto
in cui il corpo
resuscita al richiamo del
la mano e la lingua
feroce
mente
annuncia un
nulla di salvezza, cede, si
disperde, libera il seno
animale al grido che
lo sfiora, al
l’acqua che al vibrare di
una foglia esplode in
desideri e
voluttà di sabbie,   s’incendia
e il lampo è regno
soglia, sentiero di
viandante

6.

forse un sogno
che abolisce l’ordine e
separa forme
che il volo del
sole trascina, quando
declinante, scosceso
al silenzio s’avvolge
sul fondo marino, al
l’occhio che vigila
febbri di spina
nel corallo svuotato
di seme, nel ventre
calcareo che ieri
era voce,   la conchiglia
recisa è un’
ampolla, clessidra del
l’onda, e sgomenta
rovescia la vetta
il monte, quel
l’ombra la vedi
indora le mani, le
rose di sabbia
fiorite su palpebre
cieche

7.

niente che aspetti un fiume alla foce
il suo quieto
cristallo, le vene
gemmate di alghe
parlano il vivo dei venti
subìti quando il cielo
cercava di chiudere dio
all’orizzonte, goccia su
goccia, sospeso
schiumante tra
gli astri, il suo occhio
mutevole, invaso di lampi,   il dolore
mi dice continua
la corsa, riempi le mani
imbratta di sillabe, impara dal
l’acqua e poi
beviti a sorsi, travasa
la pelle dal labbro alle ossa in
giunture di linfa, non hai
scampo, non
sfuggi alla sera, sarai
luna crescente
in un coro placato
sommerso

8.

agli angoli è lingua di artefice
è il caso che fissa
l’attesa, il compianto, il sentiero
incupito che mastica
fiori, la forma dei passi, la
ruggine che serve al mistero
per essere immagine, un
giro di sangue che
gli occhi
avvicina all’evento, l’assenza
che strema
pulsioni di voce,   ma
sembra riflesso anche il
pianto e la sera
rincorre la bocca, ti schioda in
un grido
svuota il letargo del
l’ultima serpe e
incantata
trascorre nell’uso che l’alba
dispone alla morte

9.

attraversa un rimedio, una
zolla leggera
un carico d’occhi
al confine, e sul tavolo
a corrompersi in biade
stagioni, ornamenti, gesti
complici di anni negati al
la sete, li ricordi
che il male
qui
tenta la gola e le notti
assomiglia a un tormento
una piaga in
chiodata
in fondo al respiro, un
abisso il verde lontano di
memorie e
paludi,   e già l’ala
rinuncia la soglia, la
osserva rapita dal
fango che cola

12.

sempre al termine
l’inganno dello sguardo
punito, trovare in se stessi
il rame che modella la festa
il gran gioco del
l’umile
sottratto al bisbiglio
del nome, al
la firma muta
degli astri, al sesso che
cova minuscole
accensioni di mondo,   e
l’inguine grida, profuma di
mosto, quando l’anima
salpa e sfavilla, si trascina
al largo il tuo ultimo
parto, pensieri
che sembrano neve

15.

sa di inverno la
bava di luce
che finge l’alba ai
tuoi vetri, un
prima di latrati che
gravano l’aria
col peso di un occhio
risanato,   che
oggi anche l’anima
invecchia, dilaga nel
folto, comincia il suo
giorno tra labbra e
lenzuola e agli occhi
regala un singhiozzo, al
la mano
che corre in aiuto una
colata di calce

19.

l’offertorio è un sentiero
tra il letto e un
morso d’insonnia
per vedere l’occhio superstite
perdersi nel sangue e
pallidire l’ultima
immagine che scalpita sul
la retina,   anche
il calice si screpola e
ingiallisce di muffa
e perdòno, ma
la quiete non sbarra
le porte e
gli anni replicano il singolare
fumo del loro
sciamare
svanire
dissolti

21.

la forma che
brancola nel buio del
la mente
sente la pupilla
divaricarsi al passo e
nel respiro
superare il furore di ogni
distanza,   ho eletto
a mia dimora la
materia in
differente
di un’
ombra
che resta
ombra anche in pieno
giorno

23.

dal gioco
dispiega un cammino, un
vuoto di
alberi, acrobati
di luce tra
casupole di paglia e
macchie di
polvere sospese sul
la carta a un
crocevia di
piogge,   alla fine
basta l’eco di un passo
a strapiombo e
la soglia sul
lavacro del risveglio è il tuo
corpo disteso nel
la fuga, il lessico
strozzato da un male
leggibile anche
senza
occhi

26.

forse è un pianto, un
parto, dove
si affolla la ferita
per emergere al
la luce, ma il crepuscolo
preme, impolvera
gli orli, la
pelle slabbrata
le finestre dischiuse
accese per il volo,   noi
ci legammo al
respiro degli alberi
intravisti all’ultima sosta
come ombre che
imitano il sentiero
carnale, la strada
in mezzo a
gli occhi, una
forbice
che recide le ore al
la radice

28.

a volte anche il maggio pietoso
collide nei sogni col
fuoco di un grido
animale, di un volo, e
agli specchi regala ombre
più lunghe, le lune
azzurrate a
mezz’aria,   avrei potuto
essere te, il tuo
seno, quando la mia mano
ti frugava nel sonno
vampando
tra i capelli e
le cosce, avrei
potuto arderti dentro
per sempre, ardermi in
lente sostanze
la spoglia, il respiro
chiamare la morte a
scoprirsi, levarsi la veste
emergere al suono di giorni
contati, dissolversi
ai piedi del letto, nel
vapore ormai senza
più peso di un
ricordo

33.

lassù, nel taglio
verticale delle rupi
anche l’acqua si
veste di suoni e le
rive, smussate dal
la fuga di rena e
radici, sono grida di sassi
levigati, un
silenzio di ore
riemerse dall’onda al
la morte in chiarità
del giorno,   per questo
la mano del sonno
toglie a ogni parola
la calce, il
pesante tra
scorrere della voce
di figura in
figura, poi s’adagia, s’
apre in sottile
vertigine, è una
vampa allarmata, e
una reliquia di sguardi
già nuota a ritroso
lungo le mura del corpo, nel
la corrente che spiuma
anni alla fronte

34.

scrivere sull’acqua dei pozzi
ignorando la luna
che la dimora e la
consuma di febbre, come
se la luce in
comunione di distanze
si disponesse al tramonto
proprio sul limite che
coniuga le labbra al
la sete, o forse
sogna di chiudersi
in un punto in
attingibile, un dove
di riverberi e di cerchi
che alleva piogge
in equilibrio di crepe
e incide sui marmi
venature per la rosa, uno
scambio di riflessi
per il gioco paziente
della goccia,   io
mi tendo sui bordi, da
sempre visito il lume
che al mio corpo accende
la stretta, abitua la pupilla
a riscoprirsi fossile, un
rudere a stella, una
memoria di creta sul
la mappa in
penombra dei fondali

35.

sapere quale occhio colmato
rende leggibili i segni
e in simmetrie di fuga
si guarda guardare
nel mattino che li svela, quale
intangibile ghiaccio
alleva la sostanza
che sarà rosa, acqua
visibile, respiro, se
traduco il mio corpo
in ogni sillaba, e in ogni
pagina echi di pelle, sangue
midollo, cellule che
si fissano, bruciano, volano
in cenere a ogni cambio
di stagione,   noi si dona
soltanto, da cieli di
necessità, appena una
parola, un moto in
controllato, una domanda
arsa prima di farsi fiato, una
spina aperta ai venti
per sopravvivere, un
roveto in volo di duna
in duna, senza la carità del
la fiamma, senza seme

37.

giorno di calma sui sensi, in
aspettata quiete a
dismisura, col suo carico
vivente di memorie, con
la sua terra distesa sul viso
nuda, in attesa del
l’acqua odorosa dei sogni
della sorgente infetta di
gioie lontane sotto
traccia, di migrazioni
piaghe, giunture e intagli
profondi come un rifugio, un
sonno raccolto tra i capelli
pettinati d’ombre,   poteva
essere sguardo che controlla
transiti e tormenti, poteva
sentirsi grido ingigantito dal
le linee della mano, farsi
corpo di neve a
disperazione del lievito
d’aprile, di tutto il vento
trattenere appena un arco
di cielo immobile, fissarlo
quaggiù sulle sue gambe
dargli aria goccia a goccia
dalle labbra del cuore, poteva
resistere al pensiero e
stare col padre a raccontarsi
favole di nebbia, ricostruire
il nome, franato, che
precipitando al suolo, rese in
curabile la distanza

38.

è la mente che
numera il silenzio
dei morti, e la conta
è un dolore che vive e
ramifica in chiazze di
nuvole sulla pelle, a volte
è sabbia, un tramonto
un fiore di neve
a distendersi fino al
le pupille,   a
riempire la bocca
con la sua lingua colma
di ricordi, con i resti
vaganti di un
incendio, con la sua
veste di orme, di voci
di capelli, con la
rappresa, impura
verità del gelo

43.

tardano agli occhi, simili
a stormi confusi che
hanno smarrito il passo e
al cielo guardano come a
un ignoto regno, le sere
ovattate di luna
che annaspano nei
liquidi dell’ago, nel fumo
artificiale che altera le strade
e accende voglie di luci
infette in ogni ombra, fiammelle
crepuscolari di ore incerte e
voci falsate sopra bende
di speranza, un
tanto di affetti e di scorie che
vortica nell’aria e precipita
nell’acqua salata di una
brocca, l’oceano di fiele
su cui fissi il sorriso
nel dolore,   il luogo esatto
è un gesto, la distanza
tra la mano e il buio in cui
transita l’ala al tuo cospetto
e chiede lumi, in grida
spalancate di domanda, sul
nulla di rotta che l’aspetta, quasi
dovesse vivere l’inganno
l’incanto di un’ora che
si leva, redenta, oltre il
labirinto

44.

gli specchi hanno memoria
residui di certezza
assorbiti in estasi di vetro
sono scrigni dove il pensiero
fruga e, cieco, s’inventa
il profilo dei frammenti
che stringe tra le dita, ne
indovina lo sguardo, cerca di
ricomporre un suono, l’
ipotesi di un volto, di
una voce, con quella forza
vana che lo assomiglia
al passo dell’ubriaco, al
la bocca di chi vede trascorrere
il passato in forme liquide
e nel moto scomposto
crede ogni cosa possa
ricomporsi in essere, dal fango
dal fumo che respira, da
un coro sommerso di
stagioni,   mi guardo e
dico sono nel giusto, io che
mi nego a ogni pozza d’acqua
e, sordo al richiamo del
le fonti, i sogni spingo
al fondo delle arterie
consumati ad arte dal
la risacca del sangue, dal
l’abitudine molesta di
sentirmi cosa viva, un
bambino che stringe in mano
una pagina colma di
storie, ma senza segni
priva di parole

*

13 pensieri riguardo “Impronte sull’acqua (II)”

  1. Grazie per queste perle! Francesco ti ho scritto per domenica: ti sono giunte le email? Confermato l’incontro vero? Tu ci sei?

    Un caro saluto

  2. Sempre notevoli perle. Francesco ti ho scritto per domenica: ti sono giunte le mie email? Confermato vero? Tu ci sei vero?

    Un caro saluto

  3. ah l’ “abitudine molesta di / sentirmi cosa viva” …. un po’ di tregua, deponiamo tutto, anche questa insostenibile abitudine/condanna.

    Belle, Francesco, come sempre e di più.

    liliana

  4. Grazie, Francesco. Vivissime, e inesauribili, queste “Impronte sull’acqua”, per quanto le legga e rilegga. Di volta in volta l’attenzione e i significati si spostano, come l’acqua, appunto, mobili.

  5. dissolversi
    ai piedi del letto, nel
    vapore ormai senza
    più peso di un
    ricordo

    anche io leggo e rileggo e trovo frammenti di significato mutevoli in questi testi, a frasi, a momenti, un poco come mi accade sempre con la tua scrittura. da un lato mi è riconoscibile, dall’altro quasi sfuggente e per questo affascinante. è questo, Giorgio, che intendi con significati mobili?
    francesco, sei una miniera che si scava da sè.

    francesco t.

  6. E’ proprio quello che succede anche a me, Francesco. E in questo senso queste parole sono proprio “impronte sull’acqua”.

  7. il contrasto tra una natura ora dolce ora splendente e una mente che non si placa e cova, serpente, il dolore di un tempo corroso e del disfacimento: un polemos continuo, eppure Francesco, stranamente nell’acqua sfuggente e nel roveto, c’è sempre nella tua poesia una tensione d’aria e uno sguardo che corre classicamente, direi, alla “bellezza” o comunque alla vita anche e soprattutto quando la ratio la nega..un abbraccio, Viola

  8. Incredibile, non mi pare verso di scovare un vero poeta in web: non parlo di sentimenti ma di immagini, di forza delle immagini, di trame sonore.
    Una poetessa contemporanea molto nota e poco talentuosa disse che in poesia i sentimenti non contano: era una provocazione, può essere sentita addirittura come una blasfemia, ma in parte credo possa avere un suo perchè questa affermazione.
    I sentimenti sono appannaggio di tante persone, la percezione del suono e del senso recondito delle parole non sono di tutti.
    Roberto Cacciapaglia, noto compositore, dice che il suono nasce dal silenzio, da un silenzio primitivo, originario germinativo.
    E’ proprio così.
    complimenti.
    Natalia

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.