Altri 25 aprile – di Andrea ZANZOTTO

Altri 25 aprile – di Andrea Zanzotto

Tristissimi 25 aprile
morti in piedi, sull’attenti
al cimitero
qualche osso perso per la strada
nel sole sfacciato freddo
– o è lo stesso, tutto raggi gamma
noi sordi al 70%
sentiamo gente che parla
come da un altro mondo.
5 pianeti occorrono alla fame dei terrestri
                                               terroristi in favore della
                                                      pletora
ma il re degli scemi governa
ma il re degl’ipocriti
da cent’anni siede avvitato al seggio degli idiotitani
                                     SULLA STRADA DEL MURO

La stoltezza che circola si palpa
come un vento
i vecchi partigiani
si perdono coi loro alzaimer
i vecchi ex-internati
nei loro post-ictus
tutto è perso o
sotto malocchio
            al gatto Uttino hanno
               spezzato la coda

Nulla so del filmato
sulle ceneri già lontane
del ragazzo Turra/ massacrato in Colombia
Non parlatemi più di niente che non sia niente
Ma nelle immondizie
                troverò tracce del sublime
                   buone per tutte le rime

25 aprile 2006

(da “Eterna riabilitazione da un trauma di cui s’ignora la natura”, Nottetempo 2007)

Annunci

12 pensieri riguardo “Altri 25 aprile – di Andrea ZANZOTTO”

  1. W sempre la Resistenza!!! Bellissima poesia che non conoscevo.
    Speriamo solo che il 25 aprile non diventi la festa del Dio Po.

    Grazie Francesco!

    Un caro saluto

  2. ‘Corpi irrisi, larve umane
    nella desolazione più totale.
    Volti deturpati dall’indigenza,
    guance scavate, una dignità intatta.’
    Così ho scritto per ricordare..

    -morti in piedi, sull’attenti
    al cimitero-
    Questi versi mi lacerano dentro.

    Un grazie per il ‘dovuto’ ricordo.
    Cari saluti
    Rina

  3. Qui sotto un pezzo che sotto il post 25 aprile di NI è stato tagliato. Reb, cosa fa un compagno?
    – lo taglia qui
    – lo lascia qui
    – lo posta su NI

    Dopo l’8 settembre ‘43 Mario Dal Pra, trentenne prof di filosofia al Pigafetta di Vicenza (lo ricorda un suo allievo in Fiori italiani), si dà alla macchia (non prima di avere ricevuto dalla mani di Trentin morente un voluminoso manoscritto sul federalismo). Lo ritroviamo a Milano in dicembre, dove prende contatto con Valiani e Lombardi. Da allora fino al 25 aprile ‘45 cura la stampa clandestina del PdA, col nome di battaglia “Procopio” (nei ritagli di tempo invero, cura le Sententiae di Abelardo). Tornata la pace, prof al Carducci e libero docente di filosofia medievale alla Statale, crea dal nulla un archivio della Resistenza a Sesto S. Giovanni, e nell’estate ’47 comincia a scrivere una storia della guerra partigiana. A dicembre ha la malaugurata idea di consegnare la prima tranche al gen. Cadorna, (capo del CVL, braccioarmato del CLN), che cassa il progetto. Qui sotto l’incipit

    Le forze antifasciste italiane uscirono da una posizione di attesa ostile nei confronti del regime fascista per entrare nell’organizzazione di una resistenza attiva nei primi mesi del ‘43. La posizione di attesa ostile aveva le sue ragioni nell’apparente solidità del regime mussoliniano e nell’isolamento in cui le forze antifasciste erano state costrette dalle misure di polizia; gli antifascisti più noti erano stati costretti a rifugiarsi all’estero o erano rinchiusi nelle carceri e controllati nei luoghi di confino; in tal modo mancava loro la possibilità di conservare e approfondire una rete organizzativa, di costituire un punto di richiamo e di propulsione per più ampie zone dell’opinione popolare.

    A favorire il passaggio alla resistenza attiva furono gli stessi avvenimenti bellici e gli scacchi subiti dall’Asse nella guerra contro gli Alleati. Mentre fino a quel momento l’opinione pubblica italiana aveva senza entusiasmo e senza convinzione seguito passivamente la guida fascista del Paese, i rovesci militari cominciarono a seminare un senso di disagio fra le varie categorie della popolazione. L’istanza delle persone di cultura per una libertà da sostituire al regime dittatoriale, già annegata nell’atmosfera conformistica durante la bonaccia, risorgeva ora più vivace di fronte allo schieramento imponente di forze nella nuova guerra mondiale e di fronte all’ingrandirsi del pericolo totalitario tedesco per tutta l’Europa. Anche nel popolo minuto delle città e delle campagne s’introdusse, oltre alla sfiducia nella vittoria fascista, il senso del pericolo connesso a una sconfitta, prospettata sul piano mondiale. La minaccia intanto si faceva vicina: il pericolo si profilava abbastanza imminente. Non si poteva più disinteressarsi delle vicende del Paese, non si poteva più stare a guardare. Ed ecco il serpeggiare di un disagio che in alcuni rimase allo stato di desiderio, mentre in altri si formulò ben presto come spirito di opposizione.

    Fu appunto il costituirsi di tale opposizione nel fondo dello stato d’animo del Paese che consentì all’antifascismo latente e ridotto alla difensiva di passare all’offensiva. Si riannodarono le fila da lungo interrotte, si stabilirono contatti fra vecchi militanti e nuovi antifascisti; nelle città di provincia s’incontrarono e formarono piccoli gruppi; poi i gruppi di città vicine entrarono in collegamento; gli antifascisti andarono a cercarsi gli uni con gli altri; cominciò una prima circolazione d’idee, da cui derivò una configurazione iniziale di raggruppamenti politici. Nonostante i pregiudiziali dissensi fra coloro che pensavano necessario passare subito a un’azione concertata e coloro che ritenevano che il regime fascista si sarebbe dovuto lasciar rovesciare dalla forza stessa della storia, si ebbero le prime iniziative. Esse andarono dalla stampa e diffusione di fogli clandestini alla costituzione e ricostituzione di partiti e movimenti, dal consolidamento di collegamenti tra città e città e tra regione e regione alla discussione sul modo di procedere alla resistenza attiva contro il regime fascista. Militanti del Partito Comunista e del Partito Socialista ripresero i contatti con i vecchi compagni; forze nuove costituite da intellettuali e da elementi progressisti di varia formazione diedero vita al Partito d’Azione; con intendimenti di rinnovamento rispetto alla tradizione del PSI sorse il Movimento di Unità Proletaria; circolò la stampa clandestina: il primo numero de “L’Italia libera” venne distribuito nel gennaio ‘43; nel giugno dello stesso anno venne diffuso nel Veneto il foglio clandestino “Giustizia e Libertà”.

    Nelle città industriali del nord il PCI e il PSI ripresero a lavorare fra le masse operaie, iniziando il chiarimento dei loro compiti nel grave momento che si attraversava; le persone di cultura si raccolsero nel Pd’A al quale si avvicinarono molti persuasi della necessità di costruire la nuova democrazia italiana sulla base del socialismo liberale propugnato da Rosselli; anche gli esponenti del vecchio Partito Popolare, protetti dalle associazioni dell’Azione Cattolica, ripresero i loro collegamenti e la loro organizzazione.

    Nel seno di questo generale movimento clandestino antifascista si ebbero i primi dissensi: chi riteneva necessario sabotare la guerra fascista per togliere il popolo dalla soggezione alla Germania e dalla conclusione ultima della sconfitta; chi pensava per contro che si dovesse proseguire la guerra in cui, si diceva, era impegnata l’Italia, riservandosi di rovesciare il fascismo a guerra vittoriosamente conclusa. Non ci si nascondeva che la vittoria fascista avrebbe significato consolidamento del fascismo; d’altra parte la vittoria cominciava a sfumare inesorabilmente. Qualcuno pensava che l’esercito, o almeno una sua parte, avrebbe potuto realizzare al momento opportuno un grande capovolgimento nella vita politica del Paese, prendendo in mano la situazione e togliendo il potere a Mussolini e ai fascisti; non mancava chi poneva grande fiducia nella monarchia e nelle forze militari a essa collegate. Il contare sulle forze popolari era un atteggiamento condiviso da pochi, per la difficoltà che un simile disegno sembrava implicare: com’era possibile che un popolo rimasto inerte per anni e anni trovasse il coraggio di ribellarsi, di prendere le armi, d’imprimere un volto alla situazione in conformità ai suoi interessi? Per questo appunto alcuni pensavano che soltanto dall’esterno sarebbe venuta una liberazione.

    È facile comprendere la difficoltà per tutte le forze antifasciste di trovare un terreno comune costruttivo in una così grande varietà di valutazioni e atteggiamenti. Il terreno comune si venne lentamente enucleando in quanto le forze antifasciste, perplesse e trattenute da una sfiducia fondamentale nella possibilità di una vicina liberazione attiva e popolare, si vennero insensibilmente ponendo in attesa; le altre forze più fiduciose e attivistiche si trovarono affiancate le une alle altre nello sforzo comune. L’obiettivo che, in tal modo, si venne chiarendo fu il seguente: provocare la disfatta del fascismo e della guerra che esso combatteva, accelerare il moto di sfasciamento della compagine statale dittatoriale, tentare di inserirsi poi nella situazione che ne sarebbe risultata allo scopo di promuovere una condizione democraticamente attiva, che avesse per soggetto il popolo. Ma era difficile, nei mesi del ‘43 precedenti il 25 luglio, credere a un facile rovesciamento della dittatura fascista; per cui all’opera di coordinamento si affiancava sì un intenso lavorio di sistemazione ideologica e di obiettivi politici, ma senza possibilità di tentare sul terreno pratico una loro realizzazione concreta. Si preparava una situazione potenzialmente ricca di sviluppi, ma ancora chiusa in se stessa; le coraggiose espressioni di tale stato di tensione interna sono date dagli scioperi del marzo ‘43 nelle città industriali del nord, dalle manifestazioni dell’intolleranza studentesca di fronte all’albagia dei gerarchi fascisti; manca ancora tuttavia il piano dell’azione; si tratta di atti staccati, quasi di prove in cui si cimenta il coraggio e la capacità effettiva sul terreno rivoluzionario. Tuttavia da queste prove viene nuovo incitamento all’azione, anche se le schiere degli antifascisti sfiduciati e prudenti giudicano quelle azioni come inutili provocazioni a un colosso potente e massiccio.

  4. Caro Dottor Denko, lasci pure qui il suo pezzo: è al sicuro.

    Solo un bel gruzzolo di problemi (che non interessano nessuno), tenendomi lontano per parecchi giorni dal P(ersonal) C(omputer) (da quell’altro, del resto, ero già stato allontanato a sedici anni, dopo una settimana di permanenza “forzata” in sede), mi hanno impedito di pubblicare questo scritto il 25 aprile.

    Se le può far piacere, penso di pubblicarlo per il primo maggio (problemi d.c.s. permettendo). Che ne direbbe, quindi, di scrivere una nota di presentazione? Se vuole, neh…

    x Reb Stein
    suo fm

    p.s.

    Mi consenta (!?!): perché non cerca di convincere “chi” lei sa a passarci qualche traduzione? Sa, qui ci sono lettori oltremodo esigenti e “lui” – sia detto senza offesa per tutti gli altri – non teme confronti nel suo campo.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...