Cartoline dai morti (I) – di Franco ARMINIO

arnold boecklin
(Arnold Boecklin, L’isola dei morti, terza versione, 1880)

Cartoline dai morti di Franco Arminio
(Testi tratti da Il Primo amore)

Io avevo cinquantasei anni. Vivevo da solo, ero tornato al paese dopo vent’anni di Svizzera. La mattina uscivo in piazza, passeggiavo o stavo seduto sulle panchine. Il pomeriggio non uscivo e la sera nemmeno. Mi mettevo nel letto e aspettavo il sonno senza pensare a niente. Mi sono sentito male una notte che il sonno proprio non voleva venire. Saranno state le due. Non sono riuscito neppure ad alzarmi dal letto. All’improvviso non vedevo più niente. L’ultima cosa che ho sentito è stata la mano allungata per cercare di accendere la luce sul comodino.

*

Alla morte non ci pensavo mai. Pensavo ogni tanto a quando ero bambino. A mia madre che si era buttata nel pozzo e a mio padre morto di crepacuore due anni dopo. Sono cresciuto con la testa nel cimitero. La sera in cui sono morto avevo appena finito di vedere la televisione. Mi sentivo debole. Mi sono disteso sul divano e ho sentito come una mano gigantesca che mi premeva il cuore. Ho pensato a mia madre e a mio padre, ho pensato che stavo morendo e non avevo comprato il loculo. Sicuramente mi avrebbero messo sotto terra e questo era l’ultimo fallimento della mia vita.

*

Sono morto in Canada. Avevo una brutta diarrea, avevo una brutta faccia. Mi sono ricoverato in ospedale e dopo un paio di giorni di analisi mi hanno detto che avevo pochi mesi di vita. Non ho più mangiato, non mi sono più alzato dal letto. Sono rimasto così per una ventina di giorni. Ho perso tutta la pancia. Sono morto la mattina presto. Ho visto che mia moglie si era addormentata. Fuori stava uscendo il sole. Sono morto con le lacrime agli occhi.

*

Dopo che mi ero laureato cominciai a bere. Insegnavo lettere in un liceo. Mi sposai, ma mi accorsi che non potevo avere figli. Allora mi misi a bere ancora di più. Una mattina mentre scrivevo alla lavagna mi sono sentito male. Ricordo che mi hanno portato in ospedale, ricordo che sono rimasto per molti giorni senza sentire niente. Il cuore batteva in mezzo al niente, non avevo più mani, non avevo più occhi, non avevo più gambe.

*

Stavo bene anche se avevo ottantadue anni. Poi sono caduto, mi sono rotto il femore. Ho smesso di uscire, non sono più andato al centro anziani a giocare a carte. Quando la gamba è guarita hanno scoperto che avevo un brutto male nella pancia. Sono stato solo un paio di volte in ospedale e per pochi giorni. Sono morto il giorno di Natale. Mia moglie mi aveva appena tolto la maglia di lana perché ero sudato.

*

Mi hanno trovato sul pavimento. Mi sono avvelenato. Ci pensavo ogni tanto di farla finita, ci pensavo appena sveglio, poi mi mettevo a fare qualcosa e l’idea mi passava. Una mattina non ho pensato a niente. Ho preso tutte le medicine che avevo nel tiretto. Ho bevuto gli sciroppi e tutte le gocce, tutte le compresse. Mentre lo facevo speravo che arrivasse qualcuno e mi fermasse. L’ultima cosa che sono riuscito a fare è stato accendere la radio. Volevo sentire almeno una bella canzone.

*

Mi hanno scoperto il cancro che avevo ventisei anni. Sono morta sette anni dopo. Prima di ammalarmi pesavo sessanta chili. Quando sono morta nemmeno trenta. Ho visto tanti medici e tanti altri malati. Gente che è morta prima di me, gente che deve ancora morire. Anche mia madre è ancora viva, anche se dopo di me è morto mio padre e anche mio fratello.

*

Ho preso la corrente, sono morto fulminato. Stavamo lavorando nel cinema, il lavoro era quasi finito. Ero appena tornato dalla Svizzera. Ero contento.

*

Avevo cinquantasette anni e mi è venuto il cancro ai polmoni. La malattia è durata pochi mesi. Ho sofferto molto, ma non è stato un periodo peggiore degli altri. Io avevo sempre campato con l’idea che la vita prima o poi ti frega e non mi ero mai goduto niente. Ho passato tutto il mio tempo a bestemmiare. Chi mi sentiva pensava che scherzassi, io bestemmiavo veramente, ero veramente arrabbiato.

*

Era tutto così prevedibile, le porte che si aprono e si chiudono, il sole e le nuvole, alzarsi, parlare, andare a dormire. Pensavo che almeno la morte mi potesse fare una sorpresa e invece non mi sono accorto di niente e non potrò mai più accorgermi di niente.

*

Uscendo dal bar ho sbagliato strada. Il vento era forte e nevicava. Il cuore si è gelato sotto il cappotto. Prima di arrivare a casa ero già morto.

*

Io adesso non me le ricordo le facce di tutte le donne che non mi hanno mai voluto. Non mi ricordo neppure i nomi. Niente donne, niente sonno. Allora ho cominciato a prendere medicine per farmi venire la nebbia in testa, per vedere poco. Poi mi sono buttato con la macchina in un burrone per non vedere più niente.

*

Compravo caramelle, giornali. Parlavo di quello che si parla in giro. A un certo punto ho pensato che potevo diventare un uomo importante. Sentivo che la morte mi dava tempo. Infilai la testa nel mondo come un bambino infila le mani nella calza della befana. Poi è arrivato il mio giorno. Svegliati, disse mia moglie, devi partire. Svegliati, continuava a ripetere.

*

Mio marito lavava i piatti, la figlia grande faceva la cucina, ma io sono morta a stomaco vuoto.

*

Siccome era festa mi ero ben vestito. Mi ero quasi abituato alla malattia. Guardavo senza pena mia moglie che girava stanca per la cucina. Sono morto con un colpo di tosse mentre provavo a mangiarmi un mandarino.

*

Sapevo che quasi mai le donne muoiono all’improvviso. Infatti sono morta un po’ alla volta. Ho tenuto per molti anni il cuore tra le mani, l’ho guardato, l’ho riscaldato col respiro. Avevo il cuore e i vermi sulle mani. Da quando persi mio figlio fu la morte il resto della mia vita.

*

12 pensieri riguardo “Cartoline dai morti (I) – di Franco ARMINIO”

  1. E’ fonte di salute e di creatività la famigliarità con la morte (i nostri vecchi ce la insegnavano con naturalezza).
    Grazie anche per la bella immagine di Boecklin, amato da De Chirico e precursore della sua pittura metafisica.

  2. Come non ricordarsi dell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters?
    Delle epigrafi in prosa, forse più… attuali , ma la morte è la compagna più fedele.Non serve nascondersi o fingere.Un bravo all’autore.

  3. un testo che smuove la terra che credevamo coltivata, la rigira e mette sotto sopra, in luce il verme che ci logora, anche dentro la morte.Eppure ci sono morti vivi e noi ce li coviamo, ce li mngiamo un po’ alla volta, in una specie di antropofagia che non nutre e mortifica anche noi. Ringrazio per questa raccolta, che terrò cara e andrò a leggere per esteso.ferni

  4. Concordo sulla bravura dell’autore, però trovo queste “cartoline” raggelanti. Non c’è un filo di speranza.
    E certamente non si può fingere o nascondersi, sono così vicine a noi (Avevo il cuore e i vermi sulle mani. Da quando persi…..)
    Forse troppo vicine.
    Covare la morte impedisce di vivere.

    liliana

  5. Belle le cartoline. Viene in mente Spoon River. Ma qui il momento della morte prevale rispetto alla sintesi della vita.

    Il quadro di Boecklin era amatissimo anche da Hitler. A me pare che il motivo possa essere quella cupa e silenziosa immobilità. La morte concretizzata come fossa e cimitero. Ossario da guerra.

    È pieno di cose interessanti questo tuo blog.

    Maria

  6. C’è una frequentazione con la morte che nega la vita, come purtroppo avveniva in certi riti della mistica del terzo reich, e come purtroppo avviene anche oggi in certi fanatismi. C’è quella dell’esperienza comune, che la vede nella sua semplice evidenza e necessità, come parte della vita e strettamente legata ad essa. Quella dell’arte che ne deriva, è un andare verso, per tornare con un nuovo respiro.

  7. Grazie per i commenti.

    Ci sarebbe da dire davvero molto su questi testi, a partire dal contrasto, nettissimo, tra la “vita” (che si intravede soltanto nelle parole dei morti) e la “morte”, cucita addosso ai vivi che, ignari, fanno da controcanto muto a queste “sacre rappresentazioni”.

    E’ solo uno spunto, tra i tanti possibili, che emerge dalle parole di questo autentico “fotografo” del nostro mondo al declino e della sua afasia etica, prima ancora che verbale e comunicativa.

    Ritratti impietosi, senza consolazione e senza misericordia (nella nostra realtà, sarebbero nient’altro che l’estrema, oscena finzione), ad opera di uno dei pochi grandi scrittori italiani di oggi.

    fm

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