La generazione cancellata (II) – Ivano FERMINI


(Jackson Pollock, Galaxy, 1947)

[Ringrazio Sebastiano Aglieco, Giampiero Marano e Andrea Raos, coautori di questo post. Un ringraziamento speciale a chiunque vorrà fornire notizie sull’opera di questo grandissimo poeta dimenticato.]

Da: Ivano Fermini, Bianco allontanato, Milano, Corpo 10, 1985

poi la neve la cifra verde
nella parola fino al gomitolo
nessuno tufferà i mirtilli in linea
alta stesura

*

pollice del grano
bianco
sconvolto il cibo di radici arcuate
risponde
la non perduta nell’atomo di paglia

e nello spicchio
nasce il gemello
percorrendo direzioni smorte
ritorna al soffio
velocissimo
nell’angolo in segno

*

innocenza che il giovane legno smuove alla fessura
i pesanti appoggiati alle mani
sotto lo scatto
pezzo del fango nel volo

*

e ultimi sono occhi
e tutti i colori sono sandali
all’arrivo
stella vuota come tutto bianco ancora
mentre io scelgo pietra tra
due piume una si staccherà

*

pomeriggio – palla e osso –
la noce più piccola nella
testa dovce digrigna la filigrana
si accende
in uomo dalle mani d’erba: uomo e mille

*

la rotazione di una parola che non è che polvere
cade davanti
forse si disfano le ciglia forse si ampliano le foglie
si toccano camminano duramente

***

Da: Ivano Fermini, Nati Incendio, Milano, Polena, 1990

1.
stella polare

a mia sorella Adriana

l’infanzia le farfalle mi uccisero gli occhi
forse come le pezze che piangono nel mezzo
perdendo l’accogliente ciclone
perché anche la poltiglia è semplice

la donna perfettamente tesa come per polvere
di un ragno spaventato dalla bocca
la fronte si è abbassata
fino all’assalto delle tenaglie
sono venuto qua
dico vado e vado a colpire quei pali
e nulla il tempo

2.
lilli

gli uomini escono dalle gambe per incontrare le pietre
pensò la fanciulla
il sorriso e le cerca
ma poiché lo squilibrio muove sole di barca da muro a muro
le restò il cortile
io ero già in chiasso di chiusura
i passi o il suo fischio tremendo nell’azzeramento
oltrepassarla con un po’ di sabbia
e bello il cuore la gonfiata d’acqua
non dà sorgente di sorta

allora
piano il libro che viene
nacquero in tasca
i vecchi parlano

prima
ma cosa vai nello stile
non è un occhio di bastone né la musica
esultando

finestre infine
o quando aria per descrivere al mignolo
se per lui il poeta sono sfebbrate
la mente in cui la pioggia per sempre per la strada
avanzerà in un gatto in un bel male

*

3.
castani riprendono

forte in poco
le stelle che in tenuta le per le stelle

soprassalto un indumento pasticcio
quelli appostati la voce possono fare
restando
u n a p a n n o c c h i a
d i v e r o p i e d e
quando lei si scosta innumerevoli volte
raccogliendosi
a medusa

come luce e piombo fluttuante
non ricordarti mai

“si preme”

*

4.

c’è una bocca che apre passando
tu che li hai visti
arrestano un attimo la danza
li ha colpiti gelando
donne che la pietra dal fumo
erano incantate

*

5.
carnevale

all’orizzonte nemmeno
ero muto ma tenevi le perle
e si raccolgono intorno con un tuono
l’aquila piccola trasporterà gli stracci
mare
non ho sommato le onde
solo fuoco con gli occhi le lapidi
passando fra gli uomini
le lacrime con un gran saliscendi

6.

io non sento che macinate
aria e fragole
dentro il mio occhio
la confusione dei solchi
zeppi di ferro
al cono che li appende
nemmeno noi calpestavamo
il sorriso
che al pendolo
ritiravo nella mia pancia
una terra di morti
attentamente comincia ed è fuoco
più di – ebbe le mani staccate dal corpo –
non so le nuvole

*

7.
il grande libro

molti sono di neve ma prudenti
tutto ciò che è stroncato è perfetto
parole si è detto dicono
formandosi nell’acqua dentro di loro
si posano sul marmo
è la nuvola il reato il muro dei cinque capelli
non si è con la luce la bolla fa
non puoi più riassumere l’inverno tomba

*

8.
il cammino

arrivata fin qui
era la mosca che dorme con sé
tu del tuo volto facevi un pilastro
muovendo le mani
il fiore che risale la pace
l’eredità della notizia è forte
è immenso il fermarsi a dipingere
le cose che non verranno possono dirlo

*

9.
con l’amore

quando la neve giunge
come le palafitte degli occhi del nero degli occhi
le parole qualcosa volevano dire
la prima cosa intera
e la cenere in mille modi
raggiunge la tartaruga
la lascia coi fiori
nel tempo
nessuno nemmeno nulla ha visto

*

frammento grande

è cielo molto tempo fa ne aveva avuto
chi può dare alla schiena
ora se guardo il fiume che il sonno
ha detto non saper bastonare
di una lacrima improvvisa

*

signori di notte sicura

l’airone grande
più piano e ancora più piano
può darsi me e la sola acqua si orienta
signori date la gioia senza manifestare mosche
le nuvole che sono di grandezza parola assente
lasciate questo insieme
la ressa di un bastoncino
non voglio voltarmi se è la luce secca

*

c’è una bocca che apre passando
tu che li hai visti
arrestano un attimo la danza
li ha colpiti gelando
donne che la pietra dal fumo
erano incantate

*

io non sento che macinate
aria e fragole
dentro il mio occhio
la confusione dei solchi
zeppi di ferro
al cono che li appende
nemmeno noi calpestavamo
il sorriso
che al pendolo
ritiravo nella mia pancia
una terra di morti
attentamente comincia ed è fuoco
più di – ebbe le mani staccate dal corpo –
non so le nuvole

*

la barricata dei punti

il chiodo svanito in noi
e nell’acqua
come ad avere il sole
i capelli come topolini gialli
resurrezioni per niente di fatto in fila
e tegole di cioccolato
il compito dei colori
rompiamo i più pallidi
che voltano le pietre
viste le ombre
può darsi del cuore

***

IL COSMO INTERROTTO DI IVANO FERMINI
di Giampiero Marano
(Tratto da Dissidenze del 14 dicembre 2004)

     L’urgenza pura, devastante, di una liberazione dal dolore che non consista nel banale rifugiarsi in una soffitta, tra immaginette sacre e verbi latini, segna lo strazio e la gioia della poesia di Ivano Fermini, tutta giostrata da un “trickster” capace di inventarsi, a colpi di istantaneità, un universo demente in perpetua mutazione, giocato ai dadi, ma con necessità. “Necessità” come “destino”, secondo un’identità già stabilita dai Greci; “destino”, a sua volta, come rappresentazione plastica di una physis compiuta in ogni istante, ma nascosta a interiorità distratte, prive di consapevolezza: sono queste le certezze più profondamente acquisite dalla poesia di Fermini.

     Il poeta non può essere ciò che è per scelta o per volontà, allo stesso modo che, in una società tradizionale, l’individuo non può desiderare sorte diversa da quella prefigurata nel comando della stirpe: “l’incamminarmi è deciso in un pulviscolo atroce” (1). E la vocazione che si detta al poeta, porta con sé le terribili difficoltà della “vita pericolosa”, dedicata al compimento dell”‘impresa”: “pura vittoria che non spartisce il bottino: ‘lo getteremo ai gatti ed essi fuggiranno'” (2), così scrive De Angelis, animatore del gruppo di «Niebo», al quale, sul finire degli anni Settanta, Fermini aderisce. La calma semplice di una gioia che accetta se stessa e l’impresa, conduce all’agnizione suprema: l’universo è riconosciuto nella sua spontanea qualità di dono, perfetto in tutte le manifestazioni, cosicché “un mucchietto allora può tornare una meraviglia di pioggia” (3); l’allusione è sapienzale, e rimanda al buddhismo Zen o allo Zarathustra nietzscheano: “Se il mondo è come una oscura sei va brulicante di animali e un giardino di delizie per tutti i cacciatori selvaggi, esso sembra a me ancor più e piuttosto un ricco mare abissale” (4).

     Sulla falsariga dello stesso Nietzsche, è possibile comprendere la gratuità e quasi la dissipazione immaginifica che contraddistinguono i versi di Fermini: non il precipitato di un’ipertrofica secrezione cerebrale, ma l’esito puntiglioso, disciplinato fino all’estremo, di un sentire distanziato, che va colto nella prospettiva sovramorale della “virtù che dona” (Schenkende Tugend). In questa accezione, il termine “virtù” compare nel senso a esso conferito d’agli autori classici e, per citare un riferimento saldo nella formazione di Fermini, da Krishnamurti (5): virtù come “efficienza”, “capacità di riuscire” in un ambito specifico e in generale. Nel caso particolare del poeta, essa consisterà nella pratica costante del distacco da sé, dell’impersonalità, e nella resa adeguata, speculare, di queste esperienze psichiche: “salivo non per controllare le rondini / ma per sentire un trillo / trapassarmi” (6); e ancora: “per la poesia non c’è altro / che una pietra / si sveglia ed è noce / si allunga ed è neve” (7). Il “buon” poeta risulta essere, pertanto, “tinto e tutto” (8). Una madre non vista, l’eternità, rappresenta le cose nella loro scabra radicalità primigenia, “cose che pensieri corti scatenano” (9): in questo spazio mentale, scrivere secondo natura equivale a dire il tramonto e l’autosuperamento dell’ essere. La poesia cambia pelle di continuo, spezzandosi: “tutto ciò che è stroncato è perfetto” (10); essa pubblica, in ‘realtà, il silenzio, quello stato nel quale “la mente non ha assolutamente esperienze di alcun genere”, e si realizza una forma di consapevolezza e visione “che non viene dall’intelletto”, bensì “da profondità che non sono vostre né mie” (Krishnamurti) (11).

     Tutto si manifesta così come il poeta, in quanto uomo della conoscenza, è: docile, soltanto, verso una nominazione caotica, in nessun modo ultimativa. Privo di identità sostanziale, ogni oggetto può acquisire un volto al di sopra del linguaggio, troppo goffo perché, della finitezza, narra solamente la barbarie: “con le parole noi siamo sempre fermi lì / oblunghi” (12). Questo genere di conoscenza si attua nella dimensione iniziatica dell’immediatezza, “quando le parole da scrivere diventano poche” (13): allora le forme ;perdono gradualmente coloratura e contorni e, spogliate della loro aretè fenomenica, si dissolvono nel fumo primitivo che si pone come unica ed effettiva realtà, fondante, dalla quale ciascuna cosa non può più “rilanciare” (14). L’intuizione totale da cui scaturisce l’esperienza più autentica del poeta, cancella, dapprima, ciò che vi è di falso nelle apparenze, rivelandole maschere di un ineffabile (il “bianco”, che ossessivamente ritorna nella poesia di Fermini), di una luce azzerante, ed essa stessa “zero”, analoga all’ Ain-Soph Aur dei cabalisti o all’Uno plotiniano; poi, sul piano espressivo, accomuna fra loro le apparenze medesime in un’ orgia paradossale: “si conficcano i nomi / divelti nella pianura bianca” (15).

     Abbattuta ogni convenzionalità discorsiva e didascalica, il linguaggio corre verso il suo opposto, disumanizzandosi; la poesia si erge a custode di un caos di parentele e di rimandi cosmici, registra la “selvatichezza”, condizione di bàkchoi, posseduti: “sentire che le forze hanno scelto ciecamente nel luogo dell’amore (…), Questa è la selvatichezza” (De Angelis) (16). La conoscenza, in Fermini, si manifesta in modo brusco e lacerante, dionisiaco: come interruzione del divenire, riassorbimento della creazione; leggiamo, a esempio: “ascolto come si celebra un passaggio e non / lo produco rimasto” (17). Come il sole, simbolo dell’ energia universale (la “maya” degli indiani) eternamente rigenerantesi per la sapienza egiziana e per Eraclito, è “ogni giorno giovane” (18), così una poesia che aspiri a realizzare la propria virtù (cioè l’impersonalità, l’essere tinta e tutta) non può fungere da mediatrice, ma fiorire come pura irruzione di presente. La sua natura è quella di una “arrampicata nell’aria” (19), di un naufragio (lieto) lontano dalle coste del soggetto e del passato, che apre varchi sulla voragine di non senso in cui precipitano confondendosi elementi, oggetti, colori: solamente qui, avviene che “il bianco è rosso” (20), che una “costellazione” scivola dalla “spalla” (21), e “tutti i colori sono sandali / all’arrivo / stella vuota come tutto bianco ancora” (22); solamente qui, infine (ma gli esempi da riportare non si contano…), esiste “una pannocchia / di vero piede” (23).

     L’arte si delinea così, in se stessa, forma di conoscenza, riflesso di un’interiorità prima e senza nome, del “bianco” che si “allontana” nell’ attimo in cui esprime il mondo; a esso si può attingere in uno stato di completa identificazione: “io stesso entrato nella violenza circolare / poeta!” (24). Nell’esultanza del poetare, si afferma, solo e necessario soggetto-oggetto, “il rotondo cerchio d’ oro” (25) (Nietzsche) della verità e del tempo, che la scrittura riporta alla realtà umana, sia pure in forma supremamente rarefatta, secondo il principio dell’imitazione (mìmesis) attraverso l’autologia, In un cerchio-Oceano, che “vive da sé” (26), ontologicamente differente dalla contingenza, ma ciononostante (e: perciò stesso) sempre presente, viene a stabilirsi la dimora assoluta dell’ arte, vissuta e realizzata nella valenza analogica, a partire dalla sua stessa forma; la musa di Fermini, franta, monca, testimonia dell’allontanamento e dell’incendio che stanno all’ origine: è questa, forse, “la verità della nuvola stracciata” (27). Per meglio illustrare una simile intuizione, possiamo rifarci a un verso di Bianco allontanato: “i ragni sono lanciati per la mamma è domenica” (28). Il dettato consta di tre interruzioni grafiche che corrispondono ad altrettanti momenti di “selvatichezza”, di assoluta attualità, senza contare poi la forte caratterizzazione iniziatica e catartica conferita dal primo troncone (“i ragni…mamma”), che già di per sé esprime un’interruzione interna al senso discorsivo. Sacrificando in questo modo se stesso nel rogo della linearità, del significato “umano”, Fermini ripercorre la sequenza genetica dell’ universo, nato da una dissipazione che è insieme dono e sacrificio: un atto arcaico, rituale, impregna in senso unitario la sua poesia di una coerenza intimamente inalterata negli anni (la pubblicazione dei primi testi risale al 1978, mentre l’ultima raccolta, Nati incendio, è del 1990), contraddistinta dalla “violenza circolare” che scardina tutte le comode armature dell’ovvietà.

Agalma», 5, 1991]

Note:

1) I. Fermini, Nati incendio, Polena, Milano 1990, p. 46.
2) M. De Angelis, Poesia e destino, CappelIi, Bologna 1982, p. 91.
3) I. Fermini, Nati incendio, cit., p. 76.
4) F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Rizzoli, Milano 1985, p. 266.
5) Ad esempio in Domande e risposte, (trad. it. Astrolabio, Roma 1983) Krishnamurti afferma: “La parola ‘buono’ significa ‘che va bene’; significa assenza di ogni conflitto, di ogni contrasto psicologico; significa che non c’è attrito, come in una porta che funziona bene o in un buon motore. ‘Buono’ significa anche intero, e non qualcosa che è a pezzi, in frantumi”, p. 26.
6) I. Fermini, Bianco allontanato, corpo 10, Milano 1985, p. 61.
7) I. Fermini, Nati incendio, cit., p. 72.
8 – Ivi, p. 78.
9) Ivi, p. 53.
10) Ivi, p. 29.
11) J. Krishnamurti, cit., p. 73.
12) I. Fermini, Nati incendio, cit., p. 12.
13) Ivi, p. 76.
14) I. Fermini, Bianco allontanato, cit., p. 52: “ogni cosa si attesta nel fumo e poi non rilancia”.
15) Ivi, p. 32.
16) Niebo, n. 1 (giugno 1977), p. 90.
17) Niebo, n. 5 (maggio 1978), p. 24.
18 – Eraclito, fr. 6 D. K: “o elios neos ef emere estin”.
19) I. Fermini, Bianco allontanato, cit., p. 59.
20) Niebo, n. 5 (maggio 1978), p. 22.
21) Ibidem.
22) I. Fermini, Bianco allontanato, cit., p. 34.
23) I. Fermini, Nati incendio, cit., p. 11.
24) I. Fermini, Bianco allontanato, cit., p. 51.
25) F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, cit., p. 308: “Come? Non è diventato proprio ora perfetto il mondo? Rotondo e maturo? Oh, il rotondo cerchio d’oro – dove vola mai? lo gli corro dietro! Presto!”.
26) I. Fermini, Nati incendio, cit., p. 8: “In quanta acqua vive da sé / vivo io”.
27) Niebo, n. 5 (maggio 1978), p. 23.
28 – I. Fermini, Bianco allontanato, cit., p. 39.

*

20 pensieri riguardo “La generazione cancellata (II) – Ivano FERMINI”

  1. Grazie, Francesco, per avere riproposto questo autore, davvero grandissimo (forse il migliore della sua generazione) e troppo dimenticato.
    Un saluto anche a Sebastiano, tra i pochi a non dimenticare questo poeta.
    corrado benigni

  2. Ho degli aneddoti più che altro, venuti fuori chiacchierando con Milo De Angelis e Michelangelo Coviello; l’urgenza intima di questa scrittura – ma sono privati e devono rimanere nel privato. Piuttosto credo che sarebbe molto interessante un libro che rievochi quegli anni di poesia: i salotti, le intese e le contese, le parole non dette. Credo che qualcuno lo potrebbe, lo dovrebbe fare. Un testimone oculare, s’intende.
    Sebastiano

  3. Trovo che queste poesie di Ivano Fermini siano straordinariamente belle e affascinanti. Di fatti, le ho appena tradotte in inglese (prima bozza). Vorrei chiedere a chi potrei chiedere il permesso di pubblicare la traduzione in una rivista letteraria inglese, ad esempio Shearsman magazine.
    Vorrei anche sapere come potrei ottenere i due libri di Fermini: ‘Bianco allontanato’ e ‘Nati incendio’. Non trovo da nessuna parte sull’internet (vivo in Inghilterra).
    C’e’ qualcuno che potrebbe darmi un consiglio?
    Grazie.
    Ian Seed

  4. Caro Ian, da anni non si hanno (almeno, io non ho) più notizie del Fermini poeta. I suoi due libri sono praticamente introvabili.

    Per la traduzione, invece, credo non ci siano problemi: basta far riferimento alle opere da cui i testi sono tratti, opere che trovi ampiamente citate nel post. Se vuoi, poi, puoi anche mettere il link del blog da cui li hai tratti.

    Buon lavoro, dunque, verrò a leggere le versioni nel tuo sito, quando le avrai pubblicate.

    Un cordiale saluto.

    fm

  5. Caro Francesco,

    Ti ringrazio molto per le informazioni. Veramente gentile. Sicuramente, una volta che la traduzione sia pubblicata (ci vuole sempre del tempo per la pubblicazione – si tratta dunque probabilmente dell’anno prossimo) faro’ riferimento a questo website/blog. Potrei mandarti poi una copia della rivista in cui (spero) ci sara’ la traduzione.

    Se riesco poi a trovare altre poesie di Fermini, faro’ ancora delle traduzioni (ti faro’ sapere se trovo). E’ veramente un poeta eccezionale.

    Un cordiale saluto

    Ian

  6. Grazie a te, Ian.

    Appena riesco a recuperare un po’ di tempo, provo a postare degli altri testi. Intanto ho messo un link al tuo sito nel blogroll.

    Buone cose.

    fm

  7. Grazie ancora una volta, Francesco.
    Mettero’ un link al tuo sito sotto ‘Shadowtrain favourites’.
    Se riesci a mettere ancora qualche testo, mi farai un gran piacere. Li tradurro’ in inglese con lo scopo di pubblicare in qualche rivista inglese. Ti faro’ sapere come andra’.
    Se vuoi, puoi anche contattarmi direttamente via email.

    Ian

  8. Gent. Sig. Marotta,

    mi chiamo Stefano Bianchi e sono il nipote di Ivano Fermini.
    Anzitutto la ringrazio per l’interesse mostrato nel blog per le poesie di Ivano.
    Leggendo quanto sopra e per rispondere agli interrogativi che vi siete posti, anche in relazione all’assenza dalla scenza poetica di Ivano, le chiedo se mi puo lasciare un suo recapito (e-mail), per poterla contattare.
    Nell’attesa di di un suo gentile riscontro, la saluto cordiamente e le invio i migliori auguri di buone feste.
    Stefano Bianchi

  9. Francesco, Emi Rabuffetti mi dice oggi che Fermini non è più fra noi… ma non so da quando…
    Appena riesco a procurarmi i suoi due libri (forse me li manda Emi) ne parlerò su fb e anche qui da te, se credi…

    elio

  10. Benissimo, Elio, aspettiamo il tuo contributo: qui puoi fare e proporre quello che vuoi, quando vuoi.

    Anche a me, purtroppo, era giunta eco della notizia che hai dato sopra.
    Sarebbe bello, se esistono testi inediti di Fermini, avere la possibilità di farli conoscere – il modo migliore di ricordarlo.

    fm

  11. urca, che Poesia!
    che sorpresa!

    non conoscevo quest’autore che ho letto fra i commenti essere scomparso.
    devo ritornarci, anche per leggere la critica.

    per ora, ad una prima lettura, che mi ha molto colpita, mi investono le ultime due de “il bianco allontanato” e “il grande libro” e “il cammino”

    Grazie, anche ad Ian (ahimè il mio inglese very bad, perlomeno per leggere poesia, lascia poche speranze…)

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