Le origini della guerra partigiana – di Mario DAL PRA

Partigiani in marcia

[Dopo l’8 settembre ‘43 Mario Dal Pra, trentenne prof. di filosofia al Pigafetta di Vicenza (lo ricorda un suo allievo in Fiori italiani), si dà alla macchia (non prima di avere ricevuto dalla mani di Trentin morente un voluminoso manoscritto sul federalismo). Lo ritroviamo a Milano in dicembre, dove prende contatto con Valiani e Lombardi. Da allora fino al 25 aprile ‘45 cura la stampa clandestina del PdA, col nome di battaglia “Procopio” (nei ritagli di tempo invero, cura le Sententiae di Abelardo). Tornata la pace, prof al Carducci e libero docente di filosofia medievale alla Statale, crea dal nulla un archivio della Resistenza a Sesto S. Giovanni (il futuro Islmi), e nell’estate ’47 comincia a scrivere una storia della guerra partigiana. A dicembre ha la malaugurata idea di consegnare la prima tranche (fino al giugno ’44) al gen. Raffaele Cadorna, (capo del Corpo Volontari Libertà, il braccioarmato del CLN), che cassa il progetto. Qui sotto l’incipit.]

               I. LE ORIGINI DELLA GUERRA PARTIGIANA

1. II movimento antifascista in Italia nei primi mesi del 1943.

     Le forze antifasciste italiane uscirono da una posizione di attesa ostile nei confronti del regime fascista per entrare nell’organizzazione di una resistenza attiva nei primi mesi del ‘43. La posizione di attesa ostile aveva le sue ragioni nell’apparente solidità del regime mussoliniano e nell’isolamento in cui le forze antifasciste erano state costrette dalle misure di polizia; gli antifascisti più noti erano stati costretti a rifugiarsi all’estero o erano rinchiusi nelle carceri e controllati nei luoghi di confino; in tal modo mancava loro la possibilità di conservare e approfondire una rete organizzativa, di costituire un punto di richiamo e di propulsione per più ampie zone dell’opinione popolare.

     A favorire il passaggio alla resistenza attiva furono gli stessi avvenimenti bellici e gli scacchi subiti dall’Asse nella guerra contro gli Alleati. Mentre fino a quel momento l’opinione pubblica italiana aveva senza entusiasmo e senza convinzione seguito passivamente la guida fascista del Paese, i rovesci militari cominciarono a seminare un senso di disagio fra le varie categorie della popolazione. L’istanza delle persone di cultura per una libertà da sostituire al regime dittatoriale, già annegata nell’atmosfera conformistica durante la bonaccia, risorgeva ora più vivace di fronte allo schieramento imponente di forze nella nuova guerra mondiale e di fronte all’ingrandirsi del pericolo totalitario tedesco per tutta l’Europa. Anche nel popolo minuto delle città e delle campagne s’introdusse, oltre alla sfiducia nella vittoria fascista, il senso del pericolo connesso a una sconfitta, prospettata sul piano mondiale. La minaccia intanto si faceva vicina: il pericolo si profilava abbastanza imminente. Non si poteva più disinteressarsi delle vicende del Paese, non si poteva più stare a guardare. Ed ecco il serpeggiare di un disagio che in alcuni rimase allo stato di desiderio, mentre in altri si formulò ben presto come spirito d’opposizione.

     Fu appunto il costituirsi di tale opposizione nel fondo dello stato d’animo del Paese che consentì all’antifascismo latente e ridotto alla difensiva di passare all’offensiva. Si riannodarono le fila da lungo interrotte, si stabilirono contatti fra vecchi militanti e nuovi antifascisti; nelle città di provincia s’incontrarono e formarono dei piccoli gruppi; poi i gruppi di città vicine entrarono in collegamento; gli antifascisti andarono a cercarsi gli uni cogli altri; incominciò una prima circolazione d’idee, da cui derivò una configurazione iniziale di raggruppamenti politici. Nonostante i pregiudiziali dissensi fra coloro che pensavano necessario passare subito a un’azione concertata e coloro che ritenevano che il regime fascista si sarebbe dovuto lasciar rovesciare dalla forza stessa della storia, si ebbero le prime iniziative. Esse andarono dalla stampa e diffusione di fogli clandestini alla costituzione e ricostituzione di partiti e movimenti, dal consolidamento di collegamenti tra città e città e tra regione e regione alla discussione sul modo di procedere alla resistenza attiva contro il regime fascista. Militanti del Partito Comunista e del Partito Socialista ripresero i contatti coi vecchi compagni; forze nuove costituite da intellettuali e da elementi progressisti di varia formazione diedero vita al Partito d’Azione; con intendimenti di rinnovamento rispetto alla tradizione del P.S.I. sorse il Movimento di Unità Proletaria; circolò la stampa clandestina: il primo numero de “L’Italia libera” venne distribuito nel gennaio ‘43; nel giugno dello stesso anno venne diffuso nel Veneto il foglio clandestino “Giustizia e Libertà”.

     Nelle città industriali del nord il P.C.I. e il P.S.I. ripresero a lavorare fra le masse operaie, iniziando il chiarimento dei loro compiti nel grave momento che si attraversava; le persone di cultura si raccolsero nel P.d’A. al quale si avvicinarono molti persuasi della necessità di costruire la nuova democrazia italiana sulla base del socialismo liberale propugnato da Rosselli; anche gli esponenti del vecchio Partito Popolare, protetti dalle associazioni dell’Azione Cattolica, ripresero i loro collegamenti e la loro organizzazione.

     Nel seno di questo generale movimento clandestino antifascista si ebbero i primi dissensi: chi riteneva necessario sabotare la guerra fascista per togliere il popolo dalla soggezione alla Germania e dalla conclusione ultima della sconfitta; chi pensava per contro che si dovesse proseguire la guerra in cui, si diceva, era impegnata l’Italia, riservandosi di rovesciare il fascismo a guerra vittoriosamente conclusa. Non ci si nascondeva che la vittoria fascista avrebbe significato consolidamento del fascismo; d’altra parte la vittoria cominciava a sfumare inesorabilmente. Qualcuno pensava che l’esercito, o almeno una sua parte, avrebbe potuto realizzare al momento opportuno un grande capovolgimento nella vita politica del Paese, prendendo in mano la situazione e togliendo il potere a Mussolini e ai fascisti; non mancava chi poneva grande fiducia nella monarchia e nelle forze militari ad essa collegate. Il contare sulle forze popolari era un atteggiamento condiviso da pochi, per la difficoltà che un simile disegno sembrava implicare: com’era possibile che un popolo rimasto inerte per anni e anni trovasse il coraggio di ribellarsi, di prendere le armi, d’imprimere un volto alla situazione in conformità ai suoi interessi? Per questo appunto alcuni pensavano che soltanto dall’esterno sarebbe venuta una liberazione.

     È facile comprendere la difficoltà per tutte le forze antifasciste di trovare un terreno comune costruttivo in una così grande varietà di valutazioni e di atteggiamenti. Il terreno comune si venne lentamente enucleando in quanto le forze antifasciste, perplesse e trattenute da una sfiducia fondamentale nella possibilità di una vicina liberazione attiva e popolare, si vennero insensibilmente ponendo in attesa; le altre forze più fiduciose e attivistiche si trovarono affiancate le une alle altre nello sforzo comune. L’obiettivo che, in tal modo, si venne chiarendo fu il seguente: provocare la disfatta del fascismo e della guerra che esso combatteva, accelerare il moto di sfasciamento della compagine statale dittatoriale, tentare di inserirsi poi nella situazione che ne sarebbe risultata allo scopo di promuovere una condizione democraticamente attiva, che avesse per soggetto il popolo. Ma era difficile, nei mesi del ‘43 precedenti il 25 Luglio, credere a un facile rovesciamento della dittatura fascista; per cui al lavoro di coordinamento si affiancava sì un intenso lavorio di sistemazione ideologica e di obiettivi politici, ma senza possibilità di tentare sul terreno pratico una loro realizzazione concreta. Si preparava una situazione potenzialmente ricca di sviluppi, ma ancora chiusa in se stessa; le coraggiose espressioni di tale stato di tensione interna sono date dagli scioperi del marzo ‘43 nelle città industriali del nord, dalle manifestazioni dell’intolleranza studentesca di fronte all’albagia dei gerarchi fascisti; manca ancora tuttavia il piano dell’azione; si tratta di atti staccati, quasi di prove in cui si cimenta il coraggio e la capacità effettiva sul terreno rivoluzionario. Tuttavia da queste prove viene nuovo incitamento all’azione, anche se le schiere degli antifascisti sfiduciati e prudenti giudicano quelle azioni come inutili provocazioni a un colosso potente e massiccio.

     Lo sciopero di oltre 50.000 lavoratori a Milano e di altre migliaia nell’Italia settentrionale costrinse Mussolini a rivolgersi riservatamente ai gerarchi del direttorio nazionale del Partito Fascista raccolti in riunione segreta con le seguenti parole: “Voglio esporvi la situazione come si presenta nella sua dura e vera realtà. A Milano, a Torino e a Genova e in altre città dell’Italia settentrionale si sciopera, e il numero degli scioperanti a volte raggiunge cifre non pensabili. Gli operai di queste città hanno rifiutato di lavorare adducendo il pretesto che vogliono pane e non carte annonarie. Bisogna che io vi dica però che dietro lo sciopero economico c’è la speculazione politica: ma io sono risoluto a troncare qualsiasi speculazione anche se dovrò ricorrere a mezzi estremi, che in definitiva sono i più efficaci: far fuoco sulla massa degli scioperanti. Quel che è peggio poi è che non si è saputo porre un freno a quella caotica situazione, anzi devo far rilevare che perfino la Milizia, cioè la guardia armata, presidio della rivoluzione, si unì agli scioperanti. La Pubblica Sicurezza intervenne titubante. Si fecero circolare volantini invitanti gli operai a riprendere il lavoro; ma nessuno ebbe il coraggio di assumersi la responsabilità del momento e porre sui volantini la propria firma. Il Prefetto, il Podestà e il Questore di Milano avevano paura che lo sciopero si trasformasse in rivoluzione di massa, e intervennero lentamente e pavidamente. C’è dunque qualcosa di congestionato e d’incagliato nella macchina del fascismo, che dovrebbe invece funzionare come un campanello d’allarme”.

     Naturalmente “la notizia dello sciopero fu tenuta segreta e nascosta fuori Milano: tutti i mezzi furono adoperati ed escogitati perché non si propagasse, per evitare che l’esempio fosse contagioso. Già nella stessa Milano, all’infuori degli interessati che partecipavano allo sciopero, non era possibile ad altri sapere qualcosa, perché oltre agli arresti in massa fra i più agitati, la paura di parlare era perfino terrore: tutti sapevano benissimo di essere continuamente spiati e controllati da una massa infinita di agenti di polizia e di delatori, pronti a carpire in aria una frase per procedere al fermo e all’arresto di chiunque” (1).

     Gli scioperi del marzo ‘43 segnarono tuttavia l’inizio di quella lotta fra popolo e regime che doveva concludersi col rovesciamento di quest’ultimo.

Note

(1) M. Vaina, Il crollo di un regime nefasto, Milano, vol. I, p. 19.

*

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12 pensieri riguardo “Le origini della guerra partigiana – di Mario DAL PRA”

  1. Buon primo maggio a tutti. Io lo festeggio andando a vedere le celebrazioni per l’anniversario di Guareschi. Ce ne fossero oggi di Don Camilli e Pepponi…

    Interessante questo brano; non ho capito però se è edito o inedito? Dove si può leggere il seguito?

    Grazie e un caro saluto

  2. Buon primo maggio anche a te,Francesco con stima sempre crescente anche se mi faccio viva ogni tanto.
    Mio padre non si perdeva mai una manifestazione del primo maggio.
    Tornava a casa con gli occhi lucidi,ma erano altri tempi,altre persone.
    Un forte abbraccio a te e agli amici di questo blog.
    jolanda

  3. Grazie e buon primo maggio a voi.

    Luca, si tratta del primo paragrafo del primo capitolo di un’opera ancora inedita: una vera anticipazione. Se i curatori me lo concederanno, pubblicherò di tanto in tanto altre parti.

    Sono in attesa del passaggio del dottor Denko da queste parti: lui saprà dirci molto di più in proposito. Io ho letto i primi due capitoli, un centinaio di pagine, che abbracciano praticamente tutto l’anno 1943: una grande ricostruzione.

    Un caro saluto.

    fm

  4. Buon primo maggio, con un augurio di Roberto Roversi:

    Un fischio sopra la pianura

    La verità è che
    ormai ci credono
    mummie d’Egitto
    pesce fritto e salato
    da mangiare col pane
    ombre strane che vanno
    in vecchi cimiteri
    a lamentarsi coi cani.
    Ma sono cattivi pensieri.

    E appena ieri
    insieme tutti noi
    facevamo paura
    come il leone ai buoi
    in giro per il mondo.
    Ecco, oggi ci vedono
    senza la pelle e le ossa
    eppure fratelli e compagni
    anche se è pronta la fossa
    possiamo e dobbiamo contarci
    per non lasciarci morire
    come vorrebbero loro
    e per non lasciarli gioire.

    Con la nostra pazienza
    grande tesoro di ieri
    insieme tutti noi
    torniamo leoni fra i buoi
    per non lasciarci annegare.

    Se tanti dicono addio
    al povero vecchio operaio
    e lo soffiano via come polvere
    da un vecchio armadio in solaio
    noi invece diciamo che è pronto
    a stringersi mano con mano
    e per la grande pianura
    riprendere ancora a fischiare.

  5. caro Reb, non vorrei passare alla storia come l’ultima vittima: se sanno che Mariolino è finito qui, mi fanno stecchito. perciò, meglio morire alla grande: scegli tu qualche altro pezzo, se vuoi, in futuro.
    su NI stanotte hanno sbagliato morto: annegato nella Senna sì, ma Celan, la notte tra il 30 aprile e 1° maggio 1970. Sia onore dunque, almeno qui, al compagno PC.
    avrai notato che NI è allo stadio terminale: unica, disperata terapia d’urgenza, sarebbe un post alla settimana a fm per la poesia, e un post alla settimana a db per la filosofia. almeno sarebbe una bella morte.
    buon 1° maggio

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