Andrea PONSO nella lettura di Stefano GUGLIELMIN


(Maria Antonietta Michelone, Finitudine)

[I testi di Andrea Ponso e il saggio di Stefano Guglielmin sono tratti da AA.VV., Leggere variazioni di rotta. Venti poeti dal blog LiberInVersi, Sasso Marconi, Le Voci della Luna, 2008, pg. 127 – 133]

LO SCARTO DEBORDANTE DELLA POESIA DI ANDREA PONSO
(Pubblicato su LiberInVersi del 26 gennaio 2006)

     Scrive l’autore, al commento 23, dopo aver citato l’esemplarità del Galateo in bosco zanzottiano: «La realtà è un immenso cantiere, come il nostro stesso corpo: un corpo infinitamente coperto di protesi (culturali, sociali, fisiche, mediche, biopolitiche…), privo di un nucleo, privo di un’anima, completamente materico, dis-organizzato». Poco prima, egli aveva precisato che «l’unico movimento ‘reale’», l’unico atto che sia sostanza, sia pur continuamente cangiante, nel reale, «è quello della nascita, anzi, del NASCERE (senza coniugazione)». In questa duplice prospettiva, la poesia ponsiana assume la forza eventuale del gesto, che espone nel mondo uno scorcio finito, ma colto nel suo darsi in re e in fieri, contemporaneamente, entro il teatro del mondo, che Andrea esplicitamente richiama, quando dice: «Qualcuno ha scritto che la mia scrittura ha una visione ‘strabica’ (e voleva essere una sorta di rimprovero): per me è uno dei complimenti più belli che mi siano stati fatti; è strabica nel senso vero del termine: un occhio guarda alla rappresentazione (sempre sociale) della realtà e un altro ai suoi cantieri, alle carrucole, alle quinte e soprattutto al ‘fuori’ scena». In questo senso, la poesia svolge funzione di levatrice (porta alla luce, rilkianamente, «il bicchiere», «il tavolo», «la mano», «l’ossido dei recinti») ma anche di attrice, di colei che mette in scena un dettato che le viene suggerito da un ‘nascosto’ la cui natura pulsionale, volitiva, archetipica (come la chiama Francesco Marotta nel comm. 18) tiene massimamente mobile il dettato stesso, quel visibile, sempre colto allo stato nascente (e incandescente), che lega il lettore al suo gorgo.

     L’effetto, come bene sottolinea Martino Baldi (comm. 10) è, insieme, di «stupore» e di «interrogazione», quello stato di abbandono, in definitiva, che appartiene alla prassi mistica, e che lo stesso Ponso riconosce, precisando tuttavia: «Se volete, la mia poesia può anche essere considerata ‘mistica’, ma nel senso di una totale accettazione della materialità senza scampo, della creaturalità incompiuta (da/per sempre)». Il termine mistico sostanzia, qui, la co-appartenenza espropriante di poesia e materia, il loro darsi alla percezione ma anche, immediatamente, quella condizione tracimante del finito che il filosofo Alfonso Cariolato così definisce: «Il senso del finito è l’eccedenza della presenza: in quanto finita, essa si apre su un al di là di essa che non è un’altra presenza, né finita, né infinita, ma che è un nulla di senso in cui si dispiega tuttavia un nulla come senso, ma come senso inappropriabile». (1)

     Nelle poesie che qui presentiamo questa vibrazione senza proprietà, deleuzianamente nomadica, si coglie nel resto continuo che i versi ci lasciano in eredità, in quello squilibrio zoppicante, erotico (l’Eros del Simposio platonico, figlio dell’ingegno e della mancanza), tenuto tuttavia a bada metricamente, ingabbiato ma non troppo da una fitta rete di assonanze, consonanze, rime interne, da quelle strategie della lingua, insomma, inventate dagli uomini per dare parvenza unitaria a quello scarto plurale, unitariamente irrapresentabile, che è il mondo, come già aveva ben compreso Kant nella Critica della ragion pura. Proprio in questo scarto debordante si mostra la bellezza come la intende Andrea, ossia quale incontro di Artemide e Medusa, alle quali, da poeta e per rispetto delle verità in cui s’è disseminato e dissolto il Dio-tutto, egli fa dolce resistenza, lottando per la nascita del verso, che è, appunto, torsione, distorsione, malattia e salute della lingua d’uso e del mondo che quest’ultima ideologicamente rappresenta.
(Stefano Guglielmin)

Nota

(1) ALFONSO CARIOLATO, Il luogo del finito. Ventitre studi, Il Poligrafico, 2003, p.11

***

da L’ira del chiaro, ed. Grafiche Fioroni, 2003

*

Vorrei aspettare il mattino, rinviare l’oscuro sentiero
che piano germoglia di spine lenzuola piegate
spiare l’ordine fresco la rondine che si fa grandine
cogliere senza alcuna ironia il tuo grido che cresce
e felice trapassa le ossa, fino all’acqua
rovesciata di corsa, la rosa sepolta per troppa
bellezza: e dirti lo strazio di adesso,

la camicia del suicida appena tolta.

*

Componi il chiaro cordone al mattino la linea
vera che scopre le vene contorte alla mano
mentre pesa in un palmo ciò che dopo l’assedio
saremo: solo sudore, segnatura di sale.
E’ che non voglio morire tra queste pagine inferme,
arso come oscuro incisore, per amore
del proprio strumento finale: qui soffoco
al chiaro di un pomeriggio agostano
vissuto tra righe d’inverno profondo, lingua
che scotta tra l’inguine e il niente infuocato
del giorno.

*

Del roseto conservo quel poco d’acqua dolce
la sua vena luminosa, il veleno, e curvo
un poco la mano a un’armonia prodiga di risvegli;

qualche bacio alla carne che ha gioito o pianto
e che tra poco asciugherà; sarai forse

meno crudele del sale che aggredisce illuminato
dal sole i velari del riposo e disorienta
la mente al dormiente
d’ardore accecante.

***

da Macchie, inedito 2005

*

C’è ancora una ghiacciaia, coperta di pietre oltre
la porta. Negli intestini dell’agnello coronarie
di timo, nella pelle il morso, e la trachea in fiamme:
conservarle per l’inverno – come il campo a
maggese, l’arnia ghiacciata nel bronzo dei favi,
l’odore d’acquavite nei soprabiti e nelle giacche.
Contare l’ecchimosi, la marginatura nei polpastrelli
quando passa la lingua calda della folgore. Poi
piegare con ordine fragile la farina dura delle pagine.

*

Sanno che il chiostro è aperto, come di domenica,
e ha un ventre di ghiaia. Scostano la vena
dalla piena, intravedono l’azzurro, la vigna,
il verderame. Dimenticano il coito buio, sul selciato,
da cani. Riposano nella calce, animali rapaci.

*

Tra le coperte della rimessa, con l’istrice giovane, i gattini
scampati all’annegamento. I telai, di legno, i vetri
fracassati dalla corrente – minuscoli ex voto, nel grembo
di tufo. Scarpe grosse, da fiera, e i calzini pesanti,
di lana invernale. Aveva rotto lo specchio d’acqua ghiacciata:
c’era stato il morso, il freddo, la faina. Qualcosa della carne,
non il grappolo seccato e duro della stagione.

*

I chiodi di garofano sbriciolati nel fazzoletto per chi chiede
riposo, dimenticanze, il brusio musicale dei favi. Ti sei alzato
e hai vomitato vicino alla siepe: una macchia, grumi di vino
e cereali. Hai custodito tutto questo tra le costole,
come una faina l’inguine elastico della selvatichezza, una fionda
nel corpo: l’aratura ruvida del ventre.

*

Tra la serra e l’ossido dei recinti, come a due passi
lo strappo soffice della selvaggina: così, ad ogni fronte
piegata nella luce dovrà accostarsi un retro idiomatico,
lo sporco dei dialetti. Accudire la cuccia dolce
di una lingua da concime – le terga insanguinate
della morte, il ventre folto delle nascite,
il selciato dei fossi.

*

(capitello affrescato)

L’aria è limpida e secca: stesura, testa e rappresentazione
per l’arnese che segue ignaro la dorsale dura dell’astrazione.
Così come fosse neve il ventre s’inarca a un guanciale dolce,
soffice di rose, a lato dell’angelo grigio dove sonnecchia
il cane. Non importa se la pianta è sporca. Quando il cuore
sarà diamante, oro – sarà la morte.

***

inedite, dicembre 2005

*

Non conta il fresco dell’aria che smuove le tende:
ciò che si arrende ci appartiene, è nostro
nelle vene. La rosa che abbiamo sepolto rimane
alle sue oscure fioriture, al gesto del sangue
compreso e sparso nel profondo. Dicono si possa
morire in acque limpidissime e calme, quando
all’emorragia non si risponde.

*

Se almeno nel dorso ti tieni amico delle ombre e raccogli
nel palmo l’acqua scura dell’angelo – tieni le dita
chiuse a custodia del sangue – sai
che da secoli le costole di Francesco furono rifugio
ai favi, al ronzio sordo e dolcissimo delle vespe: e così
infittirsi a forza di piccoli morsi: sciogliersi, persi.

*

Non conosci, non tiene la tua selvatichezza: le chiazze
sul viso, la pazienza di essere tutto, calpestati e freschi
come foglie sulle giogaie, granelli di sasso, salici,
secche bruciate di fiume, articolazioni solide nelle mani,
i ramoscelli odorosi di timo sui portoni dei macelli.

*

Ci si ricorda di ogni minima pacca sui vetri,
dell’acqua ghiacciata nella tazza del cane,
della polvere sui roveti spenti. La cucina è ferma
in un qualche bene arretrato, le foglie si mescolano
ai libri, agli alibi, ai correttivi imperfetti. Dal fondo
della tana immagina la marmotta cieca e sorda
per grazia naturale, soffice, raggomitolata:
concentrata sulla carne, affaticata a non tradirla.

*

I lombi ancora caldi, appoggiati al portone, la siepe divelta
da una furia naturale. Ti scosti, rientriamo: la luce è spenta
ma la corteccia brucia ancora. Le impronte stanno ferme
per dire la ferocia di una furia passata. Le mani ormai sono altro,
appartengono a una limpidezza senza risorse, ad un nodo
allentato, alla calma del mai finito.

*

Come mangiassi la buccia dei cedri, le bruciature
nelle scorze d’arancio. Nello stomaco l’anima
molle e involontaria e santa della digestione: dietro
ai veli, coricati su un fianco dopo la comunione,
i certosini in estasi trattenevano il seme.

***

Nota biobibliografica

Andrea Ponso è nato a Noventa Vicentina nel 1975, dove risiede. Si é laureato in lettere moderne a Padova. Ha esordito come poeta nel ’93 e suoi testi sono apparsi su varie riviste, tra cui Origini, Tratti, Poesia, Atelier e altre. È inoltre presente nelle antologie: L’opera Comune, curata da Giuliano Ladolfi (Edizioni Atelier 1999) e nell’antologia I poeti di 20 anni curata da Mario Santagostini e Maurizio Cucchi (Edizioni Stampa Varese 2000).
È redattore della rivista Atelier, trimestrale di poesia critica letteratura, e collabora con Movimento, rivista del dipartimento di italianistica dell’università di Swansea, Galles. È uscita una sua traduzione di Georges Bataille (I surrealisti francesi – Poesia e delirio, Stampa Alternativa, 2004). Nella collana diretta da Maurizio Cucchi e con prefazione dello stesso, ha pubblicato il suo primo libro di poesia, La casa (Stampa, 2003). Una plaquette titolata L’ira del chiaro è invece apparsa presso le edizioni d’arte Grafiche Fioroni, curata da Eugenio De Signoribus.
Suoi testi sono stati inseriti nel volume Nuovissima poesia italiana, Mondadori 2004, a cura di Maurizio Cucchi e Antonio Riccardi. Recentemente ha pubblicato una plaquette intitolata Suite Marocchina per le edizioni de La Spina di Venezia. Attualmente è dottorando di ricerca in lingue e letterature comparate presso le Università di Macerata e Lille (Francia).

*

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7 pensieri riguardo “Andrea PONSO nella lettura di Stefano GUGLIELMIN”

  1. Ciao, Stefano.

    Un bellissimo incontro, con una serie di interventi tutti di grande spessore e pubblico numeroso.

    Spero che qualcuno abbia registrato: sarebbe interessante riascoltare.

    Bellissime persone. Tutte. A iniziare dagli indimenticabili padroni di casa.

    fm

  2. Ciao Francesco,

    sto iniziando ad acclimatarmi a queste pagine belle e interessanti. E’ stato un piacere conoscerti, davvero. Hai ragione, il gruppo di Casazza è impareggiabile. Bella esperienza, ogni anno migliora.
    A breve ti scrivo.

    a presto

    M.P.

  3. prima che lei signor Andrea nascesse, nel 1973 trascorsi 36 giorni in coma per un incidente stradale e a tutt’oggi, pur essendo vivo credo di non riuscire ancora a capire pienamente tante vicende, spesso mi ritrovo trasportato durante il sonno in quel meraviglioso mondo che visitai durante il coma

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