Il linguaggio del tempo – Matteo POLETTI


(Emilio Merlina, Sailing in to the time, 1996)

Testi tratti dalla raccolta inedita Quarta dimensione

Qualcuno la chiama quarta dimensione,
ma non è altro che un percorso
a senso unico, il susseguirsi di minuti,
giorni e ore non si piega alle parole,
prende forma nei pensieri e si dilata nel ricordo,
a volte appare limitato ad un’idea
trasparente come il ghiaccio che ricopre,
uniforma ma conserva e spesso dà la morte –
non cercare la misura del perimetro
quando ciò che conta è il centro intorno
al quale ruota tutto ciò che abbiamo
e in pochi attimi scompare e non ritorna.

Tracciare la linea

*

I libri chiusi nella borsa, le matite
ricomposte sopra i fogli o nel bicchiere,
i sussurri di Nick Drake
e la camicia di due giorni
con la macchia di caffè. Il biglietto
ripiegato nel cassetto è fatto di riso,
ne ricordi le parole? giocavano col tempo
e non capivi – Questo camminare
su un’idea che non ha peso
è un’immagine già vista
e la luce della stanza ha il colore
della cenere, il contrasto imprevedibile
del ghiaccio che ci attende sull’asfalto.

*

Annina, fu nel parco che scoprimmo
il codice nascosto in un vociare di bambini,
il copione da seguire a poco a poco,
le parole congelate nell’istante del confronto.
Annodavi a un filo d’erba
il nostro stare immersi nelle cose,
quel pomeriggio la tua voce
suggeriva agli occhi dei passanti
il segreto del tuo nome.

*

Con non altri che te
è il colloquio.

V. Sereni

Mi hai parlato
di memorie smarrite e fantasmi,
delle orme sul fiume a dicembre,
quando gli occhi ancora chiedevano
il senso nascosto di un attimo,
le presenze che in fondo cerchiamo –
Hai parlato come parlano i giorni d’estate:
nello spazio di un’alba fissano il tempo
e ci lasciano immobili e muti
alle ombre che tagliano il mare.

*

Ci incontrammo nel mese più freddo
ed era il bianco dei cigni a metterci in posa,
l’accento che appiana la sabbia composta
del bagnasciuga nelle sere a Spinone.
Seduta su un sasso gettavi i tuoi silenzi nel lago,
non sapevi che l’acqua ritorna ogni mossa,
ridispone le sillabe scordandone il suono
e il senso non cambia, nemmeno per noi,
per chi non capisce il linguaggio del tempo.

 

Traiettorie

*

Si allunga dietro la fiamma il collo sottile
della bottiglia e sembra mirare alla luce
il silenzio che nel vetro riflette l’inizio
di un’alba veloce, di un giorno
difficile da decifrare.
Ho aperto il libro a pagina venti
ma ci ho letto parole troppo complesse
e un profumo d’erba bagnata,
quei colori un po’ troppo vivaci
che la memoria fatica a inghiottire.
Nemmeno la musica oggi è la stessa
e la stanza è una scatola opaca, una lente
che non riesco a guardare:
non ho ancora imparato
che il tempo colpisce solo alle spalle.

*

Hai chiesto al tramonto una corda sottile,
un chiaro discrimine da superare
contando i passi come i bambini
quando segnano i giorni col dito
affidando il futuro a una scatola rossa
nera di ruggine o mangiata dal tempo.
Stampato tra i fili senza più forma
il ragno paziente attende da un anno,
la croce sul dorso è un fossile strano
che stona e distorce lo sguardo
come il sole quando rotola in mare,
quel mare in cui il verde è un invito
a calare ogni carta segreta
alternando il lancio alla presa,
il silenzio a parole che pesano troppo.

*

Lo sai, non sono mai stato capace
di leggere dietro i cristalli e le foglie,
mi manca l’appiglio di chi non conosce
il peso del tempo che cambia, la risposta
sbagliata, la parola mancante.

*

Ho sbagliato misura e dosaggio, ora mi è chiaro
che è facile avvolgere il tempo nelle parole,
sciogliere il nodo che lega pensiero ed immagine
senza perdere il sonno e il senso del vero.
È questa la corda che vibra dietro le facce tirate
di chi apre le gambe e non riesce a vedere,
di chi vive nascosto e non lo capisce.

*

Non dar retta agli occhi che stanno in silenzio
annodando pensieri e discorsi senza una trama,
senza che il lampo possa colpire
il secondo prestabilito, il battito unisono
di un’immagine e dell’ombra che la rincorre.
Una domanda sbagliata, è questo che resta
a chi cerca dove sa di trovare la tomba
di ciò che nato da poco veloce gli sfugge –
lo si nota sui volti che passano senza fermarsi,
perché una sosta significa perdersi
e non servono i fili tirati nel buio, ogni cosa
ritorna e ci passa davanti, prima o poi tutto
si ferma e si specchia nei riflessi tracciati
di fretta, senza troppo badare ai particolari.

 

Quarta dimensione

*

Arriverà l’ora, il giorno, lo sguardo,
torneranno parole sepolte e la terra
plasmata per noi a coprire di nuovo
ogni domanda lasciata sfiorire
nel dubbio – ci sarà dato uno spazio,
un tempo da seminare, magari
un’immagine cara da ricordare
in silenzio come quelle dei morti
o di qualcuno che vive lontano
e nei sogni ci parla, ci invita
a seguire una voce, un saluto
appeso a un biglietto ormai senza colore.

Sarà solo un istante: il batticuore,
la meraviglia e lo stupore, il senso
ripiegato nell’attesa, la scoperta
della lettera mancante,
il sentiero ritrovato.

*

Strada Nuova è la Mecca di chi il tempo lo ricama,
di chi vive negli specchi e se ne vanta.
Le ragazze in tinta unita, con la faccia preimpostata
stanno appese alle vetrine mendicando
qualche sguardo da bagnare in un Negroni,
nell’invidia che s’insinua fra le gonne,
fra le occhiate a testa bassa di chi passa
e per paura non si ferma.
Negli specchi io ci sto stretto, non ci trovo
gli argomenti e le conversazioni, il suono delle cose
si fa stridulo e discorde come il tempo che ho ingoiato
e tintinna nelle tasche, batte i piedi e fa rumore
un rumore che ricorda, segna a dito ed ammonisce.

*

Ci sono giorni che hanno il suono stanco di parole
lette su due lati, vanno e vengono e le sillabe
hanno accenti definiti dal susseguirsi degli eventi,
sono rime che noi stessi nascondiamo con l’inganno,
il respiro regolare di giornate che temiamo di cambiare.
Fosse il ritmo la chiave di lettura di una vita,
troppo spesso ricadremmo nella conta dei ricordi,
così netti e cadenzati da scadere in ritornelli
che rimbalzano in un vuoto che spaventa, l’imprevisto
da evitare ed inseguire senza sosta, come un salto
a fine verso in cui non torna la chiusura del concetto.

*

Ho fatto un sogno l’altra notte, ma non riesco
a ricordare quale fosse il punto di riferimento
dello sguardo che saltava in dissolvenza
dall’erba del giardino alle colonne di Pavia –
un’immagine mi è chiara più di tutte, uno schermo
o forse un foglio bianco che si allarga e si consuma
come un giorno che si vive per dovere,
un’altra tacca sul fucile, dieci passi e poi ti volti
ritrovandoti di fronte ciò eri e non sarai.

*

Non un battere improvviso di ricordi
ma il lento rifluire delle immagini sottratte
alla conta del già visto ti accompagna,
e se il nome o meglio il suono e la parola
viene torna e se ne va, resta un punto
a far da centro a tutto quanto: a pensarci
sembra quasi che non serva misurare
i propri passi per lasciare meno impronte.

***

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8 pensieri riguardo “Il linguaggio del tempo – Matteo POLETTI”

  1. Bello leggerti nell’accogliente dimora del tempo sospeso, Matteo.
    E comunque bello leggere le tue poesie, lievi nel linguaggio, profonde nel significato.
    Per una disamina critica aspettiamo Francesco, che la sa lunga :)
    ciao
    liliana

  2. E’ proprio vero, Matteo. Le tue poesie sono belle, piane ed austere. Le pubblicherei volentieri.
    Un abbraccio a te e uno a Francesco

  3. Ciao Francesco, ho visto solo ora la tua mail. Oggi sono un po’ di corsa, domani vedrò di partecipare attivamente. Nel frattempo, grazie mille

    M.P.

  4. Ho già avuto modo di conoscere le poesie di Matteo che ammiro molto! Dove posso contattarti in privato? Devo chiederti delle cose.
    Francesco potresti fare da tramite?

    Complimenti e un caro saluto

  5. Mi scuso con tutti se sono arrivato solo oggi, ma tra contrattempi vari e una fastidiosa influenza ho avuto poco tempo per collegarmi. Prima di tutto permettetemi di ringraziare Francesco, persona stupenda e di rara cordialità, per avermi ospitato in queste pagine.
    Gianfranco, grazie del complimento! “Piane e austere” mi pare sia una definizione centrata e sono felice che i testi suggeriscano questa impressione perché quando scrivo è più o meno così che mi immagino il “prodotto finito”. Questi sono testi tratti da una silloge che è il primo tentativo di riunione del materiale in un progetto organico; il fatto che stia ottenendo riscontri positivi è per me una grande soddisfazione.
    Luca, ti ho scritto io così hai il mio indirizzo.

  6. Grazie a tutti voi, a Matteo per la presenza con la sua interessantissima opera. Purtroppo ho avuto difficoltà a seguire, ma ci ritornerò appena possibile. E’ un lavoro che vale davvero molto.

    fm

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