Davide RACCA nella lettura di Massimo ORGIAZZI

Van Gogh, Autoritratto con cappello

[I testi di Davide Racca e il saggio di Massimo Orgiazzi sono tratti da AA.VV., Leggere variazioni di rotta. Venti poeti dal blog LiberInVersi, Sasso Marconi, Le Voci della Luna, 2008, pg. 134 – 142]

LA METRICA DEL COLORE DI DAVIDE RACCA
(Pubblicato su LiberInVersi del 3 settembre 2006)

     Il colore, elevato a categoria di organizzazione del mondo, diviene nella scrittura di Davide Racca codice di lettura dell’ordine dell’universo. In un’epoca in cui anche le scienze esatte, via via più addentro ad una complessità crescente con l’allargamento e l’approfondimento della loro visione, si affidano sempre maggiormente alle convenzioni cromatiche, affidando ad esse un valore e una funzione sempre più costruttiva (dalla geometria frattale fino alla classificazione delle particelle elementari), il tentativo di integrare le percezioni sensoriali in una sintesi artistica fa del dettato di Racca (e della sua opera artistica in generale) un autentico confronto con la novità e l’attualità del sapere e dell’arte. Considerando che per Racca «il colore è suono e rumore allo stesso tempo: cioè contenitore di note e di lettere allo stato potenziale» (1), possiamo inquadrare il lavoro di questo scrittore-artista figurativo nel filone che va da Pitagora a Raimondo Lullo, da Leibniz alle ispirazioni novecentesche dell’Hesse de Il giuoco delle perle di vetro, in cui la sintesi del tutto tende ad una universitas literarum ben lontana dal percorso accumulativo e macchinalmente ripetitivo a volte fallacemente inquadrato come post-moderno.

     I testi qui raccolti appartengono ad un poema dal titolo Vincent, cui l’autore attribuisce una valenza ossimorica, essendo il nome di battesimo del pittore Van Gogh e contemporaneamente un nome che esprime la vittoria, il trionfo: così la vita di un artista si dispiega come è noto dalla biografia, in quasi esatto contrario del significato del nome che la identifica e viene riscritta nei versi di Racca sulla base del fitto epistolario intrattenuto con il fratello Theo, per altro unica fonte biografica a disposizione. Il poema di Racca è una misura di quanto la realtà sia stata fatale all’artista olandese e di quanto potenzialmente lo possa essere all’artista in genere. Alla base della stesura però c’è anche una reazione dell’autore alla superficialità con quale la «fabbrica dell’immagine» ha trattato in questi anni le opere di Van Gogh: le stesse che attraverso il poema di Racca ci sembrano evocare la forza oscura, perversa e tenace che si nasconde nella realtà, una realtà letale per chi voglia abbracciarla apertamente.

     In questa missione accordata alla parola c’è però un’intermediazione primaria affidata, come è abbastanza ovvio, all’immagine. Far sì che l’immagine dica prima e più della parola, parlando, in quanto immagine, anche la lingua dei suoni, sembra sia la priorità di Racca, ponendosi realmente in un contesto di sintesi sensoriale che confluisce nella parola evocativa; in senso opposto, il «far sì che la parola dica prima e più dell’immagine, aprendosi agli alfabeti di un universo erratico tutto immaginale» (2) è l’espressione della simmetria che l’autore intende esprimere come unico possibile segno d’orientamento in un magma verbale che cerca la penetrazione negli «universi oscuri», necessari contraltari alla luce dell’opera vanghoghiana.

     E la ricerca di Racca è davvero uno sprofondare «attraverso mura di luce/ dai sette colori» (3), per dirla con Nelly Sachs, in una vertigine comunicativa dove l’autore cerca di (e riesce a) imprimere nella mente del lettore il fatto che la parola non sia solo poesia e il colore non sia solo pittura, in una costante pretesa di sostituzione del mezzo sensoriale mediato dalla parola: come ha affermato lo stesso autore, il prelievo dalla poesia della sua parte migliore, ovvero il multiforme, trasformato in una sorta di «sonda del profondo» è cifra di base della scrittura qui raccolta.

     Multiforme che non potrebbe essere preso in considerazione senza contare l’influenza su Racca di un poeta del ‘900, tanto grande ed ampio nella sua ricerca, quanto dimenticato ed escluso dal canone, Emilio Villa, non a caso artista figurativo del verbevoir. Così la scrittura di Davide Racca è come animata da una forza tellurica, primigenia e da un universo di anticipazioni che confluiscono, inconsciamente, nella definizione di un itinerario particolarissimo, inquadrabile in un’ottica che lo stesso Villa avrebbe definito da opera totale e, diciamo noi, sintetica ed integrata: ma totale non in quanto sistema di segni definiti una volta per sempre, ma in quanto ricerca continua del momento fondante, per seguirne la costituzione che, pur tendendo naturalmente alla forma finita, non rinuncia ad una basilare traccia di alterità, a quel «substrato d’ordine» che ogni magma caotico reca in sé come orizzonte, come tensione e, infine, come permanenza (4).

     Nella scansione irregolare del poema, fatto di stanze lunghe e corte, queste ultime anche di un solo verso, non c’è traccia di meta-poesia e il formalismo (pur presente ed imprescindibile dati i presupposti enunciati sopra) è nascosto, mimetizzato nella narrazione che avviene senza soluzioni di continuità, scambiandosi tra riflessione interiore e dialogo dell’io poetante con il tu dell’artista estinto, raccontando la vita e i deliri di un protagonista spesso lacerato, non solo in senso psicologico, ma anche in senso rappresentativo. La linea descrittiva si spezza, parte e si ferma per poi ripartire, dandoci del narrato una percezione accomunabile alla visione e al sogno.

     Da un complesso di segni, simboli ed immagini dai quali si ricava che «niente» è «calibrato, centrato, perfetto» ci troviamo dove «l’orecchio tagliato non separa più i suoni/ nell’indistinto assoluto» e «l’architettura ideale/ ha un’acustica impossibile se non strappa/ dalla sua carne un lobo di realtà». In questo contesto multipercettivo di suoni sghembi, immagini distorte, colori surreali e visioni di «notti/ con dodici candele più una sulla testa/ col torcicollo, il freddo nelle ossa», troviamo però il nucleo di una ricerca ancora presente e cioè i tentati studi figurativi dell’artista che ormai, ben lungi dal cercare ordine, costituiscono il modo d’essere, la spontaneità alla quale ci si adagia e ci si lascia andare e dopo la quale emerge la creazione artistica che possiamo ricordare, richiamare alla mente: «Ti avvicini allo specchio e fissi gli occhi/ negli occhi dell’altro, leggermente spostato.// Il tuo doppio si gira nel semiprofilo del naso,/ con lo stesso movimento e dalla parte opposta.// comincia il ritratto, un panorama di presagi/ dal grano del mento, al golgota della calotta».

     Davide Racca riesce così ad integrare in un flusso unico una sintesi, una vera e propria metrica sensoriale, una poesia (non sia detto banalmente) realmente visiva e smaterializzata, che libera i piani di appartenenza di ogni cosa, della scrittura, della figura e del rumore per sistemarli in un nuovo ordine dinamico, variabile e contemporaneamente stabile come le «maree, che vanno e vengono,/ cambiano colore, ma restano sempre/ la stessa cosa e della stessa idea».
(Massimo Orgiazzi)

Note

(1) In La metrica del colore, di Davide Racca, citato in LiberInVersi del 3 settembre 2006, commento #9.
(2) Francesco Marotta, in LiberInVersi del 3 settembre 2006, commento #16.
(3) Nelly Sachs, Poesie, Einaudi, Torino 2006,
(4) Vedere a queto proposito Francesco Marotta, in LiberInVersi del 3 settembre 2006, commento #16.

***

Da Vincent, Poema su Van Gogh

2

Girotondi di nuvole e raffiche di vento
dal promontorio. Falci taglienti al di là
dell’orzo recidono l’azzurro secco
del destino. Con una lingua solitaria
il cuore selvatico tira su clavicole
di pioppi… insegue vortici di grano…

17

Nel passaggio tempestivo al meridione
schiariva il mare delle visioni. Accendeva
il sole – dopo aver parlato a lungo con la
luna. – Macinava campi sotto le suole
del pomeriggio…

Il peggio che poteva capitare era incontrare
se stessi sul ciglio della depressione. Molte
volte il letto ospitava lunghe discussioni
d’arte… se contrario alle sue convinzioni
si offendeva e si rialzava…

Tornava alle maree, che vanno e vengono,
cambiano colore, ma restano sempre
la stessa cosa e della stessa idea.

21

Come un sole infantile non hai paura di vivere…

22

Aver in mente esattamente questo… questo
esatto sentiero. Ti siedi al Caffè notturno,
ordini alle occhiaie tese dello sguardo
(a tratti concentrato al millimetro, a tratti
astratto) di perforare i respiri.

Chiedi il tempo, di uno sviluppo, il minimo,
per un altro tempo… insensata-mente.

23

La gioia di vivere è un attimo,
il pagamento della pigione pure.
L’eternità è un’altra cosa. Oggi,
domani, se qualcosa va storto
dopodomani, avremo finito
di fare conti, spedire lettere.

Vale la pena di strappare qualcosa
a un fratello o a una Banca

E quando il danaro dovesse cessare
sarà ben pagato il rischio di una gioia?

24

Lo zigomo è sbilenco come il tetto, l’iris,
la luna… Niente di calibrato, centrato,
perfetto. Le setole del pennello si imbevono
nelle afasie del cervello (e di una cosa
si perdono le tracce). Così, un luogo
con indirizzo o recapito postale –
non ha targhe, numeri civici a cui recapitare
le nostre lettere morte.

28

Nelle notti di deliri mescolavi Rembrant con le giapponeserie.

29

In ogni angolo della terra si annusano colori.
… Il mistral comincia un impasto per finire
una tela. Tra le mura storte delle ossessioni
si dipinge altro dal dolore…

30

Le scarpe, rovine di un altro tempo,
monumenti poggiati sul marmo freddo.
La sedia dipinta col giallo del grano
chiama la falce che accumula il lavoro
dei campi… Per la camera graffiata
si sentono colori d’orzo frusciare.

38

Abbatti un muro. Dietro il muro – un altro
muro, di ferro. Non serve la lima senza
la pazienza. Inutile scavalcarlo, se è
lo stesso muro che innalza la tua pena.

42

Dal volto insanguinato, dal sangue rosso
degli occhi… Dal cappello di spaventapasseri
nello spazio crivellato di chiodi, guardi fuori
della bestemmia con un’aria di flagellazione.

Nell’assenza che strappa l’orecchio destro
da quello sinistro, la passione dona a una donna
un amore banale – e l’abbraccio di una croce
senza nome.

43

L’orecchio tagliato non separa più i suoni
nell’indistinto assoluto. L’architettura ideale
ha un’acustica impossibile se non strappa
dalla sua carne un lobo di realtà.

44

I gialli si fanno più pungenti nella notte ecc.

Le luci nel mare sono aguzze lame. Ti spogli
per andargli incontro levigato come un osso.

Alla parola “getsemani” entri nell’acqua
con un lobo in mano. Da autolesionista
ti immergi con volontà.

Sparisci nel lavacro.

46

Ti avvicini allo specchio e fissi gli occhi
negli occhi dell’altro, leggermente spostato.

Il tuo doppio si gira nel semiprofilo del naso,
con lo stesso movimento e dalla parte opposta.

Comincia il ritratto, un panorama di presagi
dal grano del mento, al golgota della calotta.

52

Notte obliqua sulla schiena. Notte
con dodici candele più una sulla testa,
col torcicollo, il freddo nelle ossa.
Candida e terribile, desolante notte…
Neanche questa è una terra promessa,
un luogo d’amore… ma qualcosa di acuto.

Il rumore è quello di sempre – di cicale,
frusci d’erba e di stelle. Nelle orecchie
sentisti vociare il cielo dei poveri.

55

Appena notte. Fuori il cielo con le stelle
appese sul lungofiume ha una forza elettrica.
Niente di naturale o rassicurante. Troppo
blu di Prussia, troppo sintetico… da rifare!

È mezzanotte, le lampadine ancora tutte
accese. Due passanti si dirigono timorosi
nell’oscurità del fondo… Si accendono
a pochi passi dal cosmo.

63

Le nuvole in alto sono fumetti senza parole.

64

Dalla terra raccogli i movimenti dell’onda
e coi bicchieri innaffi il deserto dei giorni.
Se entri nel paesaggio ti scopri nomade.
Se bevi, sei due volte nello stesso fiume.

65

La vita scritta nelle lettere
non è quella taciuta vivendola.
Non scrivi lettere per esperienza
o ragione. Scrivi perché sei
in una stanza angusta – perché
le visioni squallide hanno bisogno
di parole chiare – per chiedere
dei soldi, e perché è più facile
pulirsi l’anima scrivendola.

Scrivi per non restare solo,
pericolosamente solo,
con la tua figura – in piedi
davanti al tuo letto.

***

Qui altri testi tratti da Vincent.
Qui altri testi di Davide Racca.

*

Nota biobibliografica

Davide Racca, nato a Napoli nel 1979, laureato in filosofia, si occupa d’arte e ha realizzato la sua prima personale a Marsiglia presso la Galleria du Tableau nel settembre 2004. Nel marzo 2006 ha esposto la sua seconda personale dal titolo CONATUS al Real Museo di Mineralogia dell’Università degli studi Federico II di Napoli; successivamente ha presentato l’ultima, dal titolo LA TERRA DEL RIMORSO nella galleria Nuvole arte contemporanea a Montesarchio (BN). Ha collaborato presso la galleria Faggionato Fine Art di Londra, Bernier-Eliades di Atene, e la Fondazione Querini Stampalia di Venezia. Si occupa di poesia e pubblica per riviste come Nazioneindiana, Sud, Dialogica, Zibaldoni e altre Meraviglie. L’opera Vincent, poema su Vincent Van Gogh, di cui cui qui si pubblica una selezione, ha ricevuto un attestato di merito dal premio Lorenzo Montano 2006. Nel 2007 ha pubblicato in e-book Oltremarescuro (Milano, Biagio Cepollaro Edizioni).

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10 pensieri riguardo “Davide RACCA nella lettura di Massimo ORGIAZZI”

  1. Questi tentativi di far parlare i colori di Vincent nella poesia, attraversando brevi cenni della sua vita (corrispondenza con il fratello Teo), mi sembrano apprezzabili nell’intento, ma destinati a rimanere balbettii, di fronte all’impatto con la sua opera pittorica. Forse non solo quelle di Vincent, ma in genere tutte le opere figurative, è meglio lasciarle parlare e ascoltarle nel linguaggio a loro proprio.

  2. Paola, credo che l’opera (e questi testi ne sono una chiara testimonianza, unitamente ai tanti elementi che emergono dall’analisi di Orgiazzi) nasconda anche (ben) altre motivazioni di poetica e di scrittura. Il post è pieno di link, se hai tempo e voglia ti consiglio di visitarne qualcuno: e questo, nel pieno rispetto delle tue impressioni e del giudizio.

    Un caro saluto.

    fm

  3. Ho letto un po’ di più. Si sente e si condivide la ricerca di capire un’esperienza, in cui l’arte è necessaria come l’aria che si respira.
    Forse in questo sta la sua piena legittimità, oltre all’intensità dell’ammirazione per Vincent. Riguardo al colore (suono-musica-parole)siamo nel campo delle sperimentazioni, dove si è provato e si prova di tutto, in molti casi con competenze che certo i più non hanno. Ma per quello che riguarda la genesi delle opere, secondo me è meglio non azzardare troppo, perchè il territorio è in gran parte un mistero che sta nell’artista e nella sua grandezza. Riguardo alla lettura e comprensione delle opere ogni arte ha le sue coordinate proprie e si parte da quelle, detto semplicemente e misurando la propria più o meno grande ignoranza, un artista lo sa.

  4. Poesie che apprezzai molto e lo voglio ribadire anche qui. Ottima riproposta. Complimenti!
    A quando una pubblicazione cartacea Davide?

    Un caro saluto

    Luca Ariano

  5. Paola, il mio invito non era assolutamente finalizzato a farti cambiare idea, solo ad arricchire il ventaglio di ipotesi (e di opzioni) possibili.

    L’interazione tra le diverse espressioni artistiche, se supportata da una riflessione in atto sulla scrittura e sulla possibilità di spostare oltre gli orizzonti del senso, può rivelarsi un antidoto necessario per combattere l’asfissia cronica di cui soffre la poesia italiana. In fondo, era quello che predicava un certo emilio Villa già una cinquantina di anni fa…

    Un saluto e un grazie a te e a Luca.

    fm

  6. Grazie Francesco per la risposta e l’invito ad approfondire (Villa).
    Complimenti per il “Disarmiamo la Repubblica”, che insieme al post di giorgio Morale sul libro di Fabrizio Centofanti è bellissimo. Ciao

  7. Gentile Paola Renzetti, le sue osservazioni colgono parti del discorso che non mi interessava mettere in mostra col Vincent. Concordo con lei, comunque, che questo scrivere è stato un tentativo (del cui esito non posso dire niente e niente mi interessa dire). La genesi dell’opera dell’artsita (vista dal suo punto di vista) non mi è mai interessata. Sovrapporre versi alla sua prassi pittorica men che meno. Non reputo necessario qualsiasi tentativo di spiegare, o addirittura di speculare sullo “speculato”. Dialogare, questo sì, con lui, far entrare nelle gabbie estetizzanti – in cui è messa la sua opera – aria e respiro vitali, partecipando, per liberare l’asfiassiato e vorrei dire lo “sfiancato” dalla cultura dell’immagine. Demitizzare, portare alla portata umana ciò che è stato tenacemente umano. Lui, Vincent, aveva lavorato per noi, per dirla con Char, e in qualche modo ho tentato di aprire nuovi orizzonti con la scrittura e nuove strade, senza premeditazioni, senza infingimenti – cercando anche quella personalissima depersonalizzazione che la sua opera constantemente ha cercato.

    A Luca, purtroppo nessuna versione cartacea del Vincent. Penso che in fondo non sia neanche necessaria. Ti saluto e un saluto anche a Francesco.

  8. Credo che sia impossibile rinchiudere l’opera di Vincent in gabbie. La sua potenza espessiva è tale che nessun tentativo può riuscire. Nelle sue poesie si sente questo respiro vitale personale (da lasciar fluire senza limitazioni) che forse deve molto anche all’incontro con l’opera di Vincent.
    Le sue osservazioni su ciò che è stato sfiancato dalla cultura dell’immagine, mi fanno venire in mente le tante immagini di Vincent, nei più diversi contesti, anche pubblicitari. Anche da quelle icone, lui continua a parlare indisturbato, nonostante. Riguardo alla demitizzazione, forse non è necessaria, perchè chiunque conosca un po’ la sua vita capisce quanto abbia arrancato, pur nella sua grande genialità espressiva.
    Credo che le sue osservazioni, contribuiscano a dare un’ulteriore “luce “alle sue poesie (la stessa ricerca della luce che forse perseguva anche Vincent).
    Vorrei dirle di non porre limiti alla sua creazione e lasci andare la sua opera dove deve andare.
    Un caro saluto

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