Cartoline dai morti (II) – Franco ARMINIO


(Immagine fotografica di Sandro Baliani)

Cartoline dai morti di Franco Arminio
(Testi tratti da Il Primo Amore)

[La prima parte qui.]

Mangiavo molta carne arrostita e adesso mia moglie è convinta che per questo è venuta la malattia nell’intestino. Io ero stato malato molte volte, ma un po’ per finta. Poi quando la malattia arriva veramente non va più via. Smisi di mangiare la carne. Mia moglie mi dava il filetto di trota della Nipiol, ma non ci fu niente da fare.

*

Io mi ero appena alzato e avevo anche fatto colazione, due dita di latte, un biscotto. Mi sentivo debole, poi mi sono sentito debolissimo. Ho chiamato mia moglie e appena l’ho vista ho chiuso gli occhi.

*

Erano le sei di sera. Faceva freddo. Ho sentito come una martellata al centro del petto. Con me c’era Tonino il bidello. Ho fatto solo in tempo a sentire che mi chiedeva come ti senti, come ti senti? Io avevo la gola ghiacciata e non potevo rispondergli.

*

Me lo aspettavo, se lo aspettavano tutti, ma quando uno aspetta la morte in effetti non so cosa sta aspettando e quando arriva ti sorprende sempre. Io mi stavo togliendo il pigiama, pensavo di vestirmi e affrontare un’altra giornata. Invece sono riuscito solo a mettermi la camicia.

*

Io camminavo per strada. Sono stato investito da una macchina. Mi sono trovato con la faccia a terra. Ho fatto solo in tempo a capire che il sangue per terra era mio. Ho pensato a mia madre poi non ho pensato più niente: il sangue, l’asfalto, la mia testa, tutto mi è sembrato dolcemente inutile, quello che è stato e quello che sarà, la mia vita e quella degli altri.

*

Negli ultimi giorni veniva il prete, poi veniva il medico. Davanti a me c’era sempre qualcuno. Non mangiavo da dieci giorni. Ogni tanto guardavo il crocifisso e pensavo che la vita è tutta un imbroglio.

*

Fuori era una bella giornata. Ricordo che ho pensato di non voler morire con tutto quel sole fuori. Ho sempre sognato di morire di notte, nell’ora in cui abbaiano i cani. E invece sono morto a mezzogiorno, mentre alla televisione cominciava un programma di cucina.

*

Io mi sono impiccato. È stata una decisione che avevo preso da tempo. Vivevo insieme a mia sorella. Lei era triste e cattiva. Non mi voleva bene. A noi, credetemi, non ci vuole bene nessuno e non vogliamo bene a nessuno. Quelle che facciamo sono solo prove, prove di amore e prove di odio, ma non ci riescono né queste né quelle.

*

Quando si è morti non succede più niente al nostro essere, ma solo al nostro avere. E allora avevo le scarpe e sono marcite, avevo gli occhi e li ho perduti. Il nostro essere non va da nessuna parte per il semplice fatto che non gli succede più niente. Come si fa ad andare all’inferno o in paradiso?

*

Ero scapolo, sono morto di polmonite in una notte di gennaio. Ero solo. Mi hanno trovato il giorno dopo. Tutta la casa era già piena del mio odore da morto. Una vicina di casa ogni tanto mi metteva una mano sulla fronte. Pure lei aveva uno strano odore di mele marce.

*

Avevo appena detto che mi sentivo bene. Mia madre stava cucinando. Mio padre era uscito a prendere un poco d’aria. Io stavo pensando di farmi un solitario con le carte, erano anni e anni che non lo facevo.

*

Io ero giovane. Avevo fatto l’amore la sera prima. Mia moglie aveva goduto moltissimo e mi aveva detto di amarmi all’infinito. Lei si è alzata presto per andare a lavorare. Mi ha dato un bacio mentre dormivo. Io sono rimasto nel letto fino alle dieci. Quando ho provato ad alzarmi ho sentito un chiodo che mi entrava nel cuore.

*

Mangiavo molta carne e camminavo poco. Già due volte mi era venuto un giramento di testa. Sono caduto a terra, in cucina. Mi hanno portato all’ospedale. Mi hanno operato. Era un giorno di marzo. In quel giorno era uscito il sole, erano usciti i giornali, c’erano macchine per strada e gente al bar che parlava. Io ero stato messo bruscamente da parte. Era il mio momento, non so come spiegarvi.

*

Erano almeno una decina d’anni che mi sentivo male. Ogni giorno sempre peggio, peggioravo in continuazione. Stamattina ho visto che la malattia era finita. Mi è venuta voglia di alzarmi dal letto e andare coi miei piedi al cimitero. Invece sono rimasto sotto le coperte, con la faccia livida e il respiro che non si muoveva di un millimetro. Ho pensato alla mia vigna, a certe giornate quando andavamo a mietere. Ho pensato a mia moglie che mentre moriva mi guardava come se volesse imprigionarmi nei suoi occhi.

*

Si dice che l’ora più frequente per morire è prima dell’alba. Io per anni mi sono svegliato alle quattro del mattino e ho aspettato in piedi che passasse l’ora funesta. Mi mettevo a scrivere o guardavo la televisione. Qualche volta uscivo in strada. Sono morto alle sette di sera e non è stata una cosa così speciale. Quel vago fastidio che era sempre stato il mondo, quel vago fastidio di essere al mondo si è come diluito all’improvviso. Non c’era più nessuna traccia di me e del mondo.

*

Io sono caduto dall’impalcatura. Avevo sonno la mattina. Mi era finito il caffè. Faranno processi, assolveranno o incolperanno, io sono convinto che se il barattolo del caffè fosse stato pieno, oggi sarei ancora vivo.

*

Stavo togliendo di mezzo le maglie dell’inverno. Piegarle una ad una e trovare un posto dove nasconderle mi ha stancato. Nella mia casa c’erano troppe cose. Troppe maglie, troppe scarpe, troppi cappotti, troppe sciarpe. Io non buttavo niente, la mia vita era trovare un posto alle cose che compravo. Alla fine nella mia casa c’era posto per tutto tranne che per me. Sono caduto a terra stringendomi a un maglione. Era un maglione verde, uno che non mi ero messo mai. Stava in casa solo per essere spostato due volte l’anno nella transumanza da un cassetto all’altro.

*

Qui la fine della primavera e la fine dell’inverno sono più o meno la stessa cosa. Il segnale sono le prime rose. Ne ho vista una mentre mi portavano nell’ambulanza. Ho chiuso gli occhi pensando a questa rosa mentre davanti l’autista e l’infermiera parlavano di un ristorante nuovo dove ti fanno abbuffare e si spende pochissimo.

*

Stavo in fila da più di un’ora. Un’ora per passare dalla periferia della paese alla periferia della città. Ero in macchina come tutti gli altri. Se la gente passasse davanti a un libro lo stesso tempo cha passa nelle macchine sarebbe un’altra storia. Stavo facendo questo pensiero quando ho sentito che davanti a me non c’erano più macchine e palazzi. Davanti a me, dentro di me non c’era più niente. Ero finito dove prima o poi finiscono tutti. Qualche secondo dopo è morto anche il motore della macchina.

*

Avevo novantanove anni. I miei figli venivano alla casa di riposo solo per parlami della festa dei cento anni. Io ero contenta di sentirli contenta di aspettare questa festa. A me la cosa non mi faceva nessun effetto. Io ero viva solo per sentire la mia stanchezza. E volevo morire per non sentire più neanche quella. È accaduto sotto gli occhi della prima figlia. È accaduto mentre mi dava uno spicchio di mela e mi parlava della torta col numero cento. L’uno deve essere lungo quanto un bastone e gli zero quanto le ruote di una bicicletta, stava dicendo.

*

Mio marito si era suicidato quando io ero giovane. Ho vissuto senza di lui ancora trent’anni. Poi ho fatto la stessa cosa. Mi sono sentita come un serpente che scivola indifferente davanti alla sua vecchia pelle.

*

Stavo facendo la barba a un vecchio. Io avevo quarantanove anni e lui novanta. Sono morto con il rasoio in mano. Sono caduto all’indietro, come se fossi a cavallo.

*

Mio marito mi ha gettata nel pozzo. Gli è venuta una furia, una forza che non gli avevo mai visto. Ho gridato mentre mi trascinava, ma nel podere c’era solo il vecchio trattore e le rondini che facevano avanti e indietro per farsi il nido sotto la nostra casa.

*

Mi dispiace per te, ho detto a mia moglie che mi stringeva le mani. Nessuno quando stiamo bene ci stringe le mani in questo modo, nessuno.

*

Io ero un autista in pensione. Non potevo più guidare il pullman e allora guidavo la mia macchina. Volevo che la gente mi ammirasse, che mi dicesse che ero ancora un bravo autista. Certe volte scendevo in macchina solo per fare le manovre di parcheggio più difficili. Parcheggiavo da una parte e dopo pochi minuti parcheggiavo da un’altra parte. Sono morto mentre cercavo di mettere la mia centoventisette in uno spazio piccolissimo, buono al massimo per metterci una bicicletta.

*

Tenevo stretto il bastone tra le mani. Era un giorno d’autunno e in piazza non c’era nessuno. Il vento veniva da ogni parte. Mi ha sollevato in cielo assieme alla panchina.

*

Sangue dalla bocca. Dentro si è rotto tutto. Fuori l’orologio andava avanti, il geranio continuava ad assorbire piano piano l’acqua che gli avevo messo un minuto prima.

*

Avevo sempre voglia di fare l’amore con qualche donna sconosciuta, ero l’unica cosa che volevo veramente dalla vita. E questa cosa è successa il giorno che ho compiuto sessant’anni. Il giorno in cui sono morto tra le braccia della sconosciuta.

*

Una mosca che non conoscevo si è posata sulla mia faccia sudata. Io stavo morendo e lei si godeva il mio cattivo odore.

*

Ho chiuso la mia bocca come si chiude un sipario. Ora lo spettacolo continua senza spettatori e senza che io debba recitare più niente. Mia madre mi chiamava, mi chiedeva di parlare. Qualunque parola andava bene.

*

Io amavo una donna. L’ho amata da quando avevo sedici anni fino a cinquanta. Ogni volta che la vedevo lei mi rifiutava. Sono morto per colpa sua. L’ultimo giorno le avevo appena fatto una telefonata. E lei mi aveva appena detto che non la dovevo più chiamare.

*

Che giorno è oggi lì da voi, di che mese, di che anno? Io sono morto di venerdì, a febbraio. Nevicava e stavo in mezzo alla strada e non potevo immaginare che davanti a me sarebbe arrivata una macchina con un uomo dentro che stava pensando a chissà cosa.

*

9 pensieri riguardo “Cartoline dai morti (II) – Franco ARMINIO”

  1. oggi è il 3 giugno del duemila e otto, qui è tutto come sempre, la mattina sorge il sole e la sera tramonta, solo che ora c’è l’euro e io ho i capelli bianchi, si dice che presto verrà la fine del mondo. noi aspettiamo. a presto. ciao

  2. Ad un’ipotetica Spoon River, Arminio sottrae anche il racconto, cristallizzandolo in un raggelante flash di limpidezza e “velocità” calviniane.
    Dopo la lettura mi resta un senso di desolazione. La morte non ha poesia, ma cinismo, è maleodorante, ripugnante, c’è poco di eroico. E’ un segno meno. Perciò si è tanto attaccati a queste voci che provengono dall’aldilà. A me sembra rivoluzionaria, più che altro, la forza smitizzante di questi brevi componimenti: forse Arminio non vuole dirci neanche questo, ma solo che “tutto è dolcemente inutile” (la vita, forse, quanto la morte). Ci sono alcuni passi più deboli di altri, ma l’insieme è potente.

  3. Si parla della morte per parlare della vita. Alcuni di questi frammenti sono verosimili e sembra di verli accadere…”mio marito mi ha gettato nel pozzo…”. Dalla morte guardata da vicino e sempre “immaginata” (la propria), si cerca di afferrare la vita e quello che sfugge…”Io amavo una donna…lei mi rifiutava…”. Dire della morte per gridare il sogno della vita, mai raggiunta pienamente, se non per brevi attimi.
    “Che giorno è li da voi?…” A volte si è vivi, ma in un’altra dimensione, di distacco, di allontanamento voluto ma anche sopportato, che conduce a una strana consapevolezza delle cose.

  4. Un saluto e un grazie a tutti.
    Per me, ribadisco quanto ho già avuto modo di scrivere nei commenti ad altri post di Franco.

    Vi invito, inoltre, a visitare il suo sito (“comunità provvisoria”: lo trovate linkato di fianco) e a sostenere la lotta per la salvaguardia del parco naturale dell’Irpinia orientale: sotto assedio da parte della monnezza, a iniziare da quella politica.

    fm

  5. Neppure un secondo sprecato in questa lettura che spero di portare dentro per molto tempo ancora. Inutile dire che cercherò di comprare questo libro.
    “Nessuno quando stiamo bene ci stringe le mani in questo modo, nessuno.” (questo passaggio per me è … E’)
    Complimenti a Franco Arminio e grazie a te, Francesco.
    c.

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