Cuore e anima – di Antonio SCAVONE

Gianluigi Catelli, Isola

Antonio Scavone

Cuore e anima

     Eccomi qua, seduto ad una scrivania sulla quale non devo scrivere niente, in questa biblioteca che non ha né librerie né libri, in un appartamento che non è il mio e che mi è stato dato come alloggio momentaneo, occasionale, prima che mi venga assegnata una casa come si deve, dove sistemarmi alla meglio, o almeno come vorrei essere sistemato.
Sono stato trasferito qui al Nord per un periodo di aggiornamento che durerà, verosimilmente, un paio d’anni: loro dicono diciotto mesi ma io ho già capito che dovrò dar fondo a tutte le mie risorse per evitare che i diciotto o i ventiquattro mesi non si trasformino in un tempo ancora più lungo, che in pratica mi lascino qui per sempre…
Devo dire che niente e nessuno mi tratteneva a Napoli: la fidanzata che avrei dovuto sposare, dopo anni di snervanti attese, ha preferito sposare un altro, molto più affidabile di me; i miei genitori se ne sono andati insieme, come anime gemelle, nel giro di poche settimane, quasi per evitarmi il problema di curare e assistere chi fra i due sarebbe sopravvissuto; mia sorella s’è trasferita in Grecia per seguire il marito veterinario e non ho avuto più sue notizie; amici e colleghi di ufficio li ho persi strada facendo perché, con invidiabile furbizia e buone opportunità, hanno fatto più strada di me nella carriera o comunque nei traguardi dell’esistenza per cui eccomi qua… ma questo già l’ho detto. Non ho detto dove mi trovo, però: sono stato mandato in Lombardia, a Rho, il paese che si scrive con l’acca in mezzo, come Who in inglese, che significa “Chi”. Ma non so cosa significhi ‘Rho’ in italiano.
Mi hanno detto che verranno a prendermi per il pranzo e che, nel pomeriggio, dopo il riposino, mi porteranno nel mio nuovo ufficio, per farmi prendere confidenza con i nuovi colleghi e il lavoro che mi aspetta. Ho risposto che ero d’accordo su tutto, che mi stava bene tutto ma poi, quando sono rimasto solo in questo appartamento, non ho potuto fare a meno di notare che mancava il letto sul quale schiacciare il pisolino. Ho telefonato per averne conferma e mi hanno assicurato, scusandosi del contrattempo, che avrebbero provveduto al più presto, rammaricandosi che quel famoso pisolino avrei dovuto rimandarlo, per un deprecabile malinteso.
Il telefono, come ho detto, funziona: c’è una rubrica, accanto all’apparecchio, con tutti i numeri che possono essermi utili ma il primo, fra tutti, è quello della Curia, cioè del mio datore di lavoro. Vorrei subito precisare che sono un laico e non uno dei soliti galoppini che si intrufolano negli enti religiosi per sistemarsi alla bell’e meglio. Sono anche credente, se è per questo, ma non praticante, se non di rado, e sempre comunque per dovere d’ufficio, per rappresentanza. Loro, però, questo non lo sanno, a Napoli cioè non se ne occupavano più di tanto e lasciavano che assolvessi agli obblighi religiosi con una mia personale discrezionalità: qui, a Rho, saranno forse più esigenti, suppongo.
Lo deduco dalla severità di quest’appartamento, dall’aria di chiuso che vi si è impregnata, dalla luce esterna che filtra opaca e tenue, dalla sensazione di austerità che trasuda dalle pareti, dagli infissi di legno scuro, dal parquet che rende sospeso persino il calpestìo che fanno i miei passi. E anche dal panorama che s’intravede dal balcone ho potuto ricavare un’impressione di immobilità, di fissità, che pur non stringendomi il cuore, come si dice, mi ha soffocato tuttavia il respiro in gola, come quando temiamo una minaccia incombente e prossima a realizzarsi.
D’altra parte, queste sono impressioni abbastanza ovvie e prevedibili per chi si ritrova, come me, in un posto e in un appartamento di cui ignorava l’esistenza fino a due giorni fa. Voglio dire che l’impressione di estraneità, stimolata da questa nuova circostanza della mia vita, è tutto sommato plausibile e compatibile con quello che mi circonda in questo momento.
Prima o poi passerà, come sono passate tante altre situazioni, tanti altri avvenimenti, di quelli che ti lasciano un segno pressoché indelebile, come un marchio, ma anche di quelli che, all’apparenza così casuali, più che lasciarti il segno, ti segnano senza che tu te ne accorga… il che è deleterio, più che indelebile.
Visto che sono qui, seduto ad una scrivania, potrei scrivere qualche lettera o qualche cartolina. Ne dovrei avere due o tre in tasca: le ho comprate alla stazione quando sono arrivato, rispettando una vecchia abitudine di mia madre che comunicava a tutti, parenti e amici, le mete dei suoi viaggi. Farò così anch’io, solo che non saprei a chi mandarle, non saprei chi potrebbe aspettarsi una cartolina da me. In fondo, è una questione di abitudine: la mia povera mamma era una donna molto ordinata e molto ripetitiva ma non lo faceva pesare, come si comportano di solito le persone così dette “quadrate”.
No, mamma non era quadrata, anzi era spontanea, impulsiva, estroversa e anche mio padre aveva lo stesso carattere, solare e arioso: del resto, l’ho già detto: erano due anime gemelle. E un’altra anima gemella è mia sorella Chiara, quella che se n’è andata in Grecia. Chiara lo porta addirittura nel nome il tratto peculiare della sua personalità: è aperta, disponibile… in una parola: è viva. Certo, non è solo abitudine, ci vuole anche un po’ di… non so come dire, un po’ di… be’, non mi viene.
Sarei anche uscito per fare quattro passi, vedere un po’ di gente e un po’ di Rho ma, dovendo aspettare la consegna del letto e dovendo pranzare, non è opportuno muovermi, né vorrei suscitare pregiudizi o facili commenti sul mio comportamento e sulla mia persona. So come cominciano e come vanno a finire queste cose: una mancanza, un’inadempienza, una semplice dimenticanza bastano per giustificare qualsiasi arbitrio e se poi vi si aggiunge il fatto che sono meridionale, vengo da Napoli e quel che ne consegue… è facile immaginare il resto. Io, poi, che lavoro in un ambiente come quello religioso, so benissimo che certi peccati veniali non te li tollerano e te li fanno pagare a caro prezzo. Altrimenti, perché starei qui a Rho?! Quando mai si è visto e sentito che un impiegato della Curia di Napoli sia mandato in missione di aggiornamento in un’altra Curia, lontana migliaia di chilometri? E senza lo straccio di una motivazione purchessia!
Ecco, queste sono quelle cose che mi fanno male al cuore, sì, devo proprio dire la parola: mi fanno male al cuore! Mi ritrovo a quarant’anni con una delusione che mai mi sarei aspettata! Mi sono sorbito le altre – quelle di Elena, la mia fidanzata, o quella dei colleghi che hanno avuto fortuna, ma questa proprio non la digerisco, non la sopporto e tuttavia sto qua.
Per mia fortuna, non sono il tipo che si deprime, non mi faccio prendere dallo scoramento e dall’abbandono ma, diciamoci la verità, anche un uomo equilibrato e attento come me può, o potrebbe, eclissarsi per così dire, farsi piccolo al fine di evitare qualsiasi contatto, qualsiasi consapevolezza… insomma, di perdersi un po’. Se tutto questo fosse capitato a ridosso delle ferie, ne avrei gioito, avrei programmato una vacanza davvero rigenerante, ma siamo in un periodo morto – tra febbraio e marzo – e le vacanze non sono contemplate, non per l’ultimo arrivato come sono io, adesso.
Ho deciso: mi alzerò da questa scrivania e darò un’occhiata alle altre stanze di questo appartamento vuoto e ammuffito. Non che debba camminare molto giacché gli ambienti sono tutti ben riuniti e ben collegati, ma qualcos’altro da scoprire ci dovrà pur essere. E infatti c’è: ecco la cucina, piccola ma ben attrezzata, ecco il bagno lindo e luminoso, con le mattonelle piccole e bianche come si usavano una volta, ecco il tinello, la camera da letto senza letto ma con un armadio direi possente ed ecco la biblioteca: il giro è finito.
È l’appartamento di uno scapolo, di un uomo solo, oppure di un prete. Ha tutto quello che serve e niente di quello che davvero potrebbe servire. Che differenza con la casa dei miei, che ora è diventata casa mia… Che differenza!
Innanzi tutto, questa casa di Rho è una sorta di rifugio ma, a esser sinceri, non ti dà l’idea di un ricovero di fortuna: è spoglia perché era disabitata, ci manca il letto perché evidentemente si era deteriorato e infatti sto notando delle screpolature sugli stipiti delle porte e sull’anta di quest’armadio… Un momento!… Questo non è un armadio, è un letto a muro! Sì, è un letto a muro!… Eccolo qua!… Faccio cadere delicatamente l’anta verso terra, a ribalta, e scopro un letto largo e soffice, con tanto di materasso, cuscino e coperte! Che meraviglia!
Dovrei telefonare, a questo punto: avvertirli che il letto c’è e come! Che sono stato troppo precipitoso e forse anche superficiale a non capire che un appartamento come questo, sobrio e confortevole, doveva per forza avere un letto! Il letto c’era, c’è ed era nascosto per connotare ancora meglio quella riservatezza e quella discrezione che questa casa possiede.
Queste sono cose che fanno bene al cuore, queste sì, e fanno bene anche all’entusiasmo, alla gioia di vivere, ai progetti che si riordinano e si imbastiscono la sera prima di addormentarsi, dopo aver recitato qualche preghiera – per chi le recita, si capisce.
E sono sicuro che se andassi a rovistare nella dispensa, di là in cucina, troverei pasta, olio, sughi pronti, sale fino e grosso e magari qualche confezione di pan carré e vasetti di pesche sciroppate… Che ci perdo a verificare?
Ma no, non è il caso. Proprio ora finisco di dire che la casa è attrezzata e riservata e poi ne metto in dubbio il valore, il pregio con questa verifica da bambino, da poliziotto? Il guaio è che mi lascio andare all’improvvisazione, certe volte, al primo impulso che, come si sa, non solo è tentatore ma anche e soprattutto fuorviante.
Io so… ho trovato la formula!… io so che potrei tranquillamente prepararmi il pranzo perché c’è tutto ciò che mi occorre, o che mi occorrerebbe se avessi intenzione di pranzare. In questo primo giorno a Rho, nella mia nuova sede e nella mia nuova casa, come dire?, mi è passato un po’ l’appetito: tante novità hanno sconvolto il mio bioritmo ma non me ne preoccupo, stare a dieta certo non mi farà male.
Saranno quattro-cinque ore che sto in questa casa e già mi sembra molto familiare, molto ben disposta verso di me: col tempo, si capisce, l’abbellirò, metterò dei manifesti alle pareti con dei chiodini piccoli piccoli per non rovinare il parato, comprerò dei fiori finti da sistemare in qualche angolo oppure delle riviste o ciddì musicali o divuddì per rallegrare una serata con gli amici, con i nuovi colleghi d’ufficio, con chi verrà a trovarmi. Insomma, mi darò da fare: mi preoccuperò di risollevare anche lo spirito, oltre che il cuore, di tenere sempre accesa la lampada del mio faro… Non so cosa significhi, l’ho letta da qualche parte questa frase e mi è rimasta impressa, l’ho eletta a motto della mia vita, a principio regolatore: potrei anche dire a canone del mio comportamento, se il termine “canone” non procurasse nel mio caso, per l’ente religioso che mi dà da vivere, un equivoco poco elegante e inopportuno.
Squilla il telefono, finalmente! La voce all’apparecchio, con un bel timbro baritonale, lombardo, mi dice che dovrò provvedere al pranzo per conto mio, che non hanno allertato in tempo utile né un fattorino né un ristoratore. Gli rispondo che non c’è problema, che ho tutto quello che mi serve e la voce si rassicura, si congeda e mi fissa l’appuntamento per l’indomani, quando verranno a prendermi, alle otto, sotto casa. Prima di congedarsi, mi ricorda di chiudere bene la porta di casa quando uscirò e di tenere ben conservate le chiavi e di depositare il sacchetto dei rifiuti negli appositi contenitori che s’incrociano agli angoli delle strade. Ringrazio la voce di tutte queste accortezze e sento il clic dall’altra parte del filo per cui il mio “La ringrazio, buonasera” si perde nell’atmosfera quieta della biblioteca.
Gentili, sono gentili, nulla da dire… mi hanno preso alla stazione, mi hanno portato qui, torneranno a prendermi domani… sarei curioso di vedere chi altri avrebbe fatto lo stesso con uno che viene da Napoli e che si porta dietro, inevitabilmente, un cumulo di luoghi comuni e un’immagine folcloristica, a voler essere teneri. A quarant’anni non perdo tempo con teorie o argomenti etnici o sociologici di un profilo così basso: nel migliore dei casi, queste sono chiacchiere da bar, da cantina, da trasmissione televisiva.
A proposito di cantina, potrei festeggiare il mio primo giorno a Rho! Sì che potrei! Anzi devo! Sono anni che non mi festeggio, che non mi celebro, che non mi faccio gli auguri. È pur vero che avessi poco da commemorare: con tutto quello che mi è capitato, ne avevo abbastanza per dimenticare, più che ricordare. Ma qui è diverso, il passato è alle spalle e l’avvenire, prima o poi, comincerà a far pulsare la luce del mio faro, a illuminare le mie intatte aspettative di vita e di successo. Sì, devo ammetterlo: devo tornare a volermi bene, a stimarmi, a nutrire fiducia nelle mie possibilità altrimenti sarò il guardiano di un faro spento.
La fortuna mi assiste, come immaginavo. Nella dispensa trovo una bottiglia di Barbera – che è un vino piemontese, mi pare – e trovo ovviamente anche il bicchiere – sì, ce n’è uno solo – e mi accingo a stappare la bottiglia con il cavatappi a serramanico che usano nei ristoranti. Stacco la capsula che avvolge il collo della bottiglia ma un lembo resta incollato al tappo di sughero: provo a tirarlo ma non viene via e allora mi decido ad usare la punta del trapano del cavatappi e non so come, forse per l’eccitazione, sicuramente per l’eccitazione, la punta del cavatappi mi scappa, mi scivola da una mano e va a conficcarsi nel palmo dell’altra mano perforandomi la parte panciuta del pollice, quella interna al palmo, quella che sembra la base di un birillo. Mi sono ferito, Dio mio, mi sono ferito! La vista del sangue, di solito, mi avvilisce ma la vista del mio sangue addirittura mi debilita: ma quanto sangue c’è in una mano? Quanto sangue può mai uscire così copioso e fluente da una ferita così piccola?
Sto per stramazzare ma mi faccio coraggio: getto via, lontano da me, il cavatappi e mi stringo il polso della mano sinistra per bloccare l’emorragia ma l’emorragia per il momento continua il suo corso inarrestabile. Potrei telefonare, in quella rubrica ci sono tutti i numeri che servono, anche quello del 118 ma non posso telefonare e lasciar perdere la ferita: o faccio una cosa o l’altra! Vado nel bagno, metterò la mano sotto l’acqua, troverò dell’alcool, della garza, del mercurio-cromo, troverò qualcosa per fermare quest’accidenti che mi è capitato!
Lascio una scìa di sangue dietro di me e inorridisco per questa serpentina rossa che mi segue impietosa, con macchie che non sono gocce, ma vere e proprie pozzanghere: dense, cospicue, ampollose. Di altri avrei detto che è uno strazio, di me non posso dire nulla: devo medicarmi e alla fine ci riesco, riesco a bloccare l’emorragia, a fasciare il birillo del pollice, il palmo della mano, tutta la mano sinistra e mi lascio cadere esausto sulla tazza del gabinetto a prendere fiato, a fare delle considerazioni, a chiedermi come sarà il resto della giornata.
Mi ristabilisco, mi riprendo e torno in biblioteca alla scrivania, a meditare come si conviene su quello che mi è successo. Tuttavia, per quanti sforzi faccia, non riesco a meditare un bel niente: il piccolo incidente col cavatappi, il sangue perso come un capretto a Pasqua, la difficoltà e la lentezza della medicazione non mi suscitano opinioni e conclusioni.
Mi meraviglio del fatto che l’incidente alla mano mi sia capitato proprio quando stavo bene, o credevo di stare bene, quando mi stavo incitando a volermi bene, a stimarmi, ad avere fiducia. Di questo mi meraviglio ma non so dare risposte. O forse non è il caso di darle, le risposte: forse non sempre ci sono le risposte a quelle che ci ostiniamo a considerare questioni e domande, mentre, più semplicemente, sono soltanto delle circostanze senza significato, senza allusioni. Sarebbe molto facile e molto dispersivo ritenere che tutto segua un disegno preordinato, che tutto si incastoni in un meccanismo automa-tico perpetrato a nostra insaputa e forse anche contro di noi. Non è così, non può essere così.
Mi alzo e vado al balcone, a guardare le case, le strade, il quartiere di questa parte della città: vedo edifici uguali dalle finestre uguali come caserme, vedo lampioni che cominciano ad accendersi diventando fari per quelli che ancora si attardano a rincasare, vedo la nebbia che si corica sprofondando, dilatandosi sulle cose e sulle persone e poi vedo la mia mano fasciata, il pollice ingrandito, l’alone rossastro che affiora e si spande prosciugato sul reticolo della garza.
Ho cominciato una nuova vita, questa è la verità e questa è l’unica considerazione che si è affacciata nella mia anima, ma questa è una riflessione da perfezionare o da irrobustire, non può bastare da sola a spiegare la sensazione di irrealtà che sto provando in questo momento. Si dice sempre che comincia una nuova vita quando cambiano le aspettative o i traguardi da raggiungere e realizzare. Ma non si dice cosa ne abbiamo poi fatto della vecchia vita, di quella che forse non aveva aspettative o traguardi, ma che ci riempiva tanto il cuore di entusiasmi e di attese.
Mi vengono in mente le frasi più stupide: “Bisogna pur vivere”, “Bisogna pensare al domani”, “Bisogna darsi da fare”… c’è sempre quest’idea di necessità, quest’imperativo categorico: bisogna, bisogna, bisogna! Allora, continuando su questa linea, “Bisogna anche tagliarsi le mani”?!
È inutile negarlo: l’idea della necessità e della costrizione trova la strada aperta in uno come me, in uno che lavora a stretto contatto di preti e liturgìe, di fede e peccato, di cuore e anima. Anche se il mio lavoro riguarda una funzione puramente amministrativa, devo ammettere che fare l’aiuto-revisore per le disponibilità delle Opere Pie non è come controllare e verificare una partita doppia qualsiasi. Ci sono dentro, ormai, e vi ho dedicato la parte vecchia della mia vita, quella che è venuta prima della ferita alla mano, quella che non mi ha permesso di sposare Elena, che mi ha concesso di non assistere i miei genitori, che mi ha allontanato da mia sorella Chiara e da tutte le persone che, forse, senza che io lo sapessi, mi stimavano e mi erano affezionate.
Se fossi in un film – tutti, prima o poi, vorremmo essere in un film – a questo punto ci sarebbe una sequenza lenta e panoramica: dal pollice fasciato al mio braccio, dal mio braccio alla spalliera della sedia, dalla sedia al resto dell’arredamento che mi circonda, la finestra, le tendine… e ci sarebbe anche una musica di commento, in sottofondo, di oboe che canta leggero un tema tenue e malinconico… No, non sono in un film e non voglio che si faccia il mio film o un film su di me. Voglio, vorrei, oppure mi piacerebbe che tutto ciò che riguarda la mia vita non diventasse, di volta in volta, significativo o, come si dice, epocale: che gli avvenimenti, belli o brutti, fossero rimescolati di continuo, come i bussolotti della tombola o i maccheroni nell’acqua che ribolle e che fossero presi, che venissero in primo piano casualmente, senza additare mutamenti e senza suscitare nostalgìe. In fondo, allontanarmi da Napoli e dalle sue infinite malìe, dalle sue eterne tensioni, dovrà pure procurarmi un momento di calma, di distacco, di recupero, o no? Spiazzato come sono, che senso ha tenere in vita un legame, peraltro perduto, o un’emozione che cominci già a sentire estranea e svuotata dentro di te?… Hanno fatto bene a trasferirmi, sì, hanno fatto bene a sradicarmi dalla mia città, creativa e tuttavia imperfetta, per impiantarmi in una città che sarà senza dubbio quadrata e attenta. Allignerò? Attecchirò?… Queste sono domande da film e non mi riguardano.
Squilla il telefono: è la solita voce baritonale.
“Allora, signor Amodio, ha pranzato?”.
“Sì, ho pranzato, grazie.”.
“Ha poi fatto il riposino?”.
“Sì, mi sono anche riposato.”.
“Bene. Dunque si è ambientato, nel suo nuovo alloggio?”
“Sì, grazie, e mi sono anche tagliato.”.
“Tagliato? In che senso?”.
“Nel senso classico: mi sono ferito alla mano cercando di aprire una bottiglia di vino.”.
“E la bottiglia si è rotta?”.
“No, la bottiglia non si è rotta, mi sono rotto io la parte panciuta del pollice, quella che somiglia a un birillo, verso il palmo della mano.”.
“Si è medicato, ha chiamato il 118, è andato in ospedale?”.
“No, non c’era bisogno anche perché bisogna fare da soli quando si è soli e quando si vuole dare un taglio netto alla vita di prima.”.
“Ah… Allora veniamo domani mattina a prenderla.”.
“D’accordo.”.
“Non apra altre bottiglie e non si faccia male.”.
“Non si preoccupi. Non devo tagliare nient’altro.”.
“Buonanotte, signor Amodio.”.
“Buonanotte a lei.”.
Già, non devo tagliare nient’altro. Dovrei solo chiedermi come intenda cominciare questa nuova vita a Rho, in questa casa anonima e severa. E dovrei anche chiedermi se le ragioni del cuore o quelle dell’anima o quelle che mi sono lasciato scappare mi daranno infine ragione e se saprò trovarle e celebrarle a dovere quando mi capiteranno a tiro, quando passeranno dalle mie parti.
Ma tutto questo, per ora, è rinviato nel tempo: adesso devo prepararmi il letto, spogliarmi, infilarmi il pigiama, stendermi sul materasso e aspettare il sonno con un sospiro, uno di quei sospiri, lunghi e rumorosi, che non ti dànno la carica ma almeno ti fanno capire che nel tuo petto batte un cuore e nella tua anima si agita voluttuoso un desiderio.
Eccomi qua, a Rho, con un dito ferito e una vita davanti.

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Nota biobibliografica

Napoletano, del ’47, Antonio Scavone ha esordito nel 1975 con un lungo racconto (Un azzardo) sulla rivista NUOVI ARGOMENTI. Ha scritto per la RAI sceneggiature ed elaborazioni originali (La bella bionda, Lezioni di farsa, Mar Nero) e, per il teatro, ha delineato i temi essenziali di una drammaturgia politico-realistica, senza dimenticare quell’universo imperfetto che è Napoli: Vi servo io, Basse frequenze, Signora Clara, Una notte d’Italia, Acchinson. Nel 1989 ha vinto il Premio FAVA con Regolamento interno, sui delitti di mafia, prodotto dal Teatro di Roma e dal Teatro Libero di Palermo e nel 1990 il Premio TEATRO E SCIENZA con Ricognizione assoluta, sulla tragica fine del matematico napoletano Renato Caccioppoli, messo in scena nel 1993 dal Centro Teatrale Bresciano. È stato direttore artistico del Teatro Politecnico di Roma. Nel 1999 è tra i vincitori del premio NAPOLI IN GIALLO con il racconto poliziesco 1799 ed ha vinto il premio CASTILENTI con il racconto Anime leggere. Nel 2001 ha partecipato alla manifestazione MAGGIO DEI MONUMENTI, del Comune di Napoli, con lo spettacolo teatrale 3 numeri per la Guglia. Nel 2003 ha vinto il Premio CALENDOLI con l’atto unico Partono i bastimenti. Alcuni dei suoi testi sono stati pubblicati dalle riviste Sipario, Hystrio, Ridotto.

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16 pensieri riguardo “Cuore e anima – di Antonio SCAVONE”

  1. “Cuore e anima”…Il racconto di Antonio Scavone, è proprio lì che colpisce, nel cuore e nell’anima, con il suoi infiniti livelli e piani di lettura, da quella “reale” a quella metaforica, che richiama in ognuno di noi quella dualità, o molteplicità, delle “proprie esistenze”, quel senso liminale che si prova ad ogni svolta, ad ogni scelta, quel senso di straniamento che accompagna, quasi incombendo, ogni cambiamento…
    Il letto cercato, cercato, richiesto ad altri e poi trovato, appare come metafora e simbolo, o simbolo metaforico della riappropiazione del sé, un sé nascosto e da scoprire ogni volta,
    un sé riposto nell’armadio un po’ sbrecciato della vita e dei ricordi.
    Non è un racconto d leggere e via, è qualcosa da rileggere e rileggere e rileggere ancora, perché ogni volta è uguale a se stesso e all’insieme diverso.
    Nella scrittura, asciutta, essenziale, eppure suggestiva, evocativa, c’è tutto l’Antonio Scavone che conosciamo, intellettuale e autore napoletano di pregio, mai banale, mai “prevedibile”…

  2. “Cuore e Anima”…ed è il cuore ed l’anima di ognuno di noi che il racconto di Antonio Scavone colpisce, un racconto dalla scrittura asciutta, mai banale, non da leggere e via, ma da rileggere, rileggere e ancora rileggere…un racconto dai molteplici livelli e piani di lettura, da quella reale, a quella metaforica e simbolica.
    Reale e metaforico è il letto, assente, richiesto, cercato e poi trovato nell’armadio della vita e dei ricordi, reale e metaforico è il passaggio dal prima e dopo nella vita, rimanda alla dualità, alla moltepliità della vita, o meglio delle molte vite che ognuno vive nella propria vita…

  3. Molto intelligente la trovata assonanza e messa in comunione della terza con la terzultima lettera del nostro alfabeto, molto interessante, nonché di due lingue o mondi, e annientamento di chilometri, chi, who in inglese, ma rho in quale vecchia lingua? Bene! Chiara Elena, purchessia “qualche preghiera anche – per chi le recita, si capisce.” per chiedere e chiedermi un bicchiere un marchio “senza additare mutamenti e senza suscitare nostalgìe.” Geniale chiusura. “Attecchirò?…” per questo? La distanza, il sogno, o fosso, sembra così incolmabile. Ma spesso si sbaglia direzione. un po’ banale a mio avviso la forzatura sul nome del protagonista e altra piccole cosucce, sorry!
    ma la vera parola chiave del racconto è un’altra. grazie!

  4. Grazie per i commenti, e grazie ad Antonio per il suo testo (è solo il primo…).

    Giorgio, sono contento che tu lo conosca: “Un azzardo” fu una rivelazione anche per me, che pure mi onoro della sua amicizia da una trentina d’anni.
    (Marònn’, ma cumm’ pass’ ‘o tiemp’!).

    Vi consiglio la sua produzione teatrale, a partire, magari, da “Ricognizione assoluta”: uno dei più bei testi drammaturgici scritti in Italia negli ultimi decenni.

    fm

  5. Le circostanze avverse o apparentemente avverse sono spesso simbolo del fatto che nonostante esse ci siano, non bisogna farsi abbattere, al contrario medicarsi e ripartire, guardando oltre… Farsì di non diventare guardiani di un faro spento, ma anzi osservare il fascio di luce di quel faro che illuminerà le nuove aspettative, una nuova vita. L’importante non è come iniziare, ma semplicemente farlo.
    E’ proprio vero, Antonio Scavone, mai prevedibile ma sempre capace di catturare e sorprendere il lettore…e non solo, con situazioni e soggetti sempre nuovi e verosimili in cui potersi identificare dando sempre nuove interpretazioni.

  6. Prete e non prete, inizio e già fine, speranza e delusione, punizione e riscatto, progetto ed inutilità, letto e non letto….. un autentico personaggio dei tempi veltroniani nella banalità senza possibile tragedia.

  7. La polivalenza napoletana è ben opposta al calvinismo bossiano, al fisco tremontiano, all’ efficienza berlusconiana. Ma quanto guadagnano i personaggi scavoniani? Alcuni stanno fermi per anni in una nave arrugginita, un altro se ne va in giro di notte per l’ Italia e sbaglia treno, questo non ha sicura dimora e dipende dai preti senza un chiaro e produttivo lavoro. Va bene che la vita è incertezza ed inutile miseria, ma senza sghei che morale c’ è ? Insieme ai libri di Storia non graditi al Cavaliere ed al suo fino scudiero ci sarà da arrogare anche questi scritti disfattisti di Scavone Antonio ,di Napoli appunto! Al rogo dunque nella medesima munnezza !

  8. Caluori, tanto per essere chiari: a me coloro che parlano di roghi stanno ‘ncopp’ a capòcchia ‘r’ ‘o cazz’, esattamente come i cavalieri, i fini scudieri e i veltronismi di ieri e di oggi.

    fm

  9. Non traspare al buon Marotta/ l’ ironia che mena botta/ del mio dire poliglotta?
    Nell’ Itaia sì corrotta/ pur siam alla medesima condotta:/ non seguiam per la pagnotta/ nè del chierico la cotta,/ nè del fascio la sua flotta./ La sinistra in bancorotta/ fa tuttora la marmotta, / è un vasel di terracotta/ che ogni cosa par che inghiotta./ Or suvvia sia più sagace/ che io son ben mordace.

    Piero Caluori, non per nulla et sun nomina rerum Kalòs

  10. Al buon Caluori: se tu, magari, avessi sviluppato l’accenno (interessante) di analisi del racconto, che pure avevo “intravisto” nel tuo primo commento, mi avresti dato qualche elemento in più, ed evitato di leggere il secondo “a pelle”.

    Buono a sapersi, ne prendo atto e non ho difficoltà a scusarmi.

    fm

  11. Nei tempi barbarici non c’ è nè mito nè trasfiguazione, ma l’ appiattimento nella cronaca. Invece dobbiamo ad Antonio Scavone il rivelarci l’ orrido esistente che è la perdita d’ ogni prospettiva oltre il primo ed unico piano della banalità e per cui neppure la sofferenza è data, nè il dubbio nè l’ ideale.
    Antonio fa parlare i morti ambulanti che appunto non possono dirci come vorrebbero, potrebbero, essere, ma solo come sono.
    La sua è una scrittura di realismo disperato nel ricordo che s ‘affievolisce di come l’ uomo è stato prima d’ essere annullato. E’ così i suoi personaggi macinano pseudo sentimenti ed elugubrazioni per sempre inconcludenti azioni.
    Finis mundi et finis terrae.

  12. Il titolo di questo racconto mi fà venire in mente ( ma non ho idea se entri in sintonia con esso) una famosa canzone napoletana “Anema e core” evocando una caratteristica tipica, credo, del popolo partenopeo e cioè quella di affrontare la vita con la ragione e l’istinto: il protagonista della storia, lo vedo appunto come una sintesi di queste due peculirità.
    Il signor Amodio è un uomo alle prese con l’inizio di una nuova vita; le delusioni accumulate negli anni e le occasioni da cogliere ormai nadate sembrano a tutta prima averlo fiaccato e si sente spiazzato e disorientato per il fatto di essere stato trasferito in un’altra città, nel nostro famoso nord, dove il lavoro si trova, ora forse un pò meno, ma che ciò comporta un distacco dall’esistenza precedente che non tutti sono capaci di sopportare.
    Amodio si trova in una fase di transizione ed assurge a simbolo della crisi di un Paese che non garantisce il diritto ad un lavoro stabile soddisfacente ( è garantito solo sula carta e quindi in teoria e non di fatto come tante altre cose in Italia) che riempia la tua vita se una vita privata è inesistente tra le altre cose o più volte andate in pezzi; il nostro però è un personaggio positivo che a detta di lui tiene a mantenere la luce del faro della speranza sempre accesa e ciò è un’esortazione ad andare avanti che ci viene dal nostro autore, nel mare di imprevisti della realtà odierna, abbracciando la vita coi suoi lati oscuri e luminosi, col pensiero che comunque siamo anche noi gli artefici del nostro destinoi.

    Un forte abbraccio Antonio

  13. Il signor Amodio, come tu lo citi con deferenza, caro Domenico, è sicuramente un uomo come tanti: un po’ insoddisfatto, un po’ infelice, un po’ abbandonato a se stesso. Per la verità non ha fatto molto per cambiare la sua vita, il suo lavoro, i suoi sentimenti: orfano, lasciato dalla fidanzata, mandato all’altro capo del mondo (…), si ritrova a gestire la sua vita da solo: si ferisce da solo, si dissangua ma alla fine riacciuffa la sopravvivenza che sarà fatta ancora di cose piccole, di piccoli desideri, di piccoli successi. L’istinto di base – quello che tu individui in “Anema e core” – certamente lo aiuta ma Amodio – forse è qui la sua grandezza – non si fa illusioni, è a suo modo pragmatico, disincantato, tranquillo se non sereno. Strappato alle sue radici e ai suoi affetti (che non si era curato di nutrire) non metterà forse né radici né affetti ma, almeno, sentirà di dover seguire chissà dove la luce del suo faro. A volte i racconti cominciano dove finiscono: nel caso di Amodio cominciano quando si è stabilito un punto di non-ritorno.

    Un abbraccio

    Antonio

  14. Per me non esiste il punto di non- ritorno, verso lei, caro Antonio.
    Ogni tanto passo a rileggerLa,nello scrigno prezioso de La Dimora
    di Francesco Marotta .
    Ed ogni volta pilucco grani di saggezza e di follia, che mi nutrono
    quasi fossero chicchi di melograno.
    Devo decidermi ad avere i suoi libri nel mio scaffale, sarà più semplice
    riunire tutti i Semi.
    Grazie , ma tanto! Marlene

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