Unica brama il lucido occhio di terra (I) – Mirko SERVETTI

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[Questo post è dedicato alla memoria sempre viva
di TERESIO ZANINETTI: poeta, amico, compagno.
Mirko Servetti – Francesco Marotta
]

Da Frammenti in fuga (Lalli Editore – 1981)

I

Poesia è terrorismo
senza speranza di una morte angelica,
è la visita ai regni
caduti rovinosamente
dalle tue spalle.

Il tuo naso barocco
trafigge la mia anima.

     (mi hai pure avvertito
     che quest’anima
     perde i bulloni

IV

fissi l’essenza di un punto lontano
–      hai una cena alle spalle? –
c’è una lama lucente
sul tramonto
forse è la strada più stanca
da percorrere
dopo l’avvenuta distruzione

VII

Nel ventre una pupilla
    Attorno un’iride.
    Tutto è percorso
dal veloce raggio
del moto perpetuo
distrazione della divinità
che percuoti
col tuo fiore magico e…
immobile riesci ad astrarti
    tra i
petali di una terra uniforme
sui binari arsi
ai roghi della tua estasi

VIII

L’istante
in tre momenti allucinati
e candidi
disegna sui fianchi
ombre
di cipressi sanguigni.

Il sentiero sepolto
di costellazioni scorre
per brevi sussulti

XXI

Tirato a mille
     contemplando
     le sculture
     di latte vuote
     ammucchiate nei cortili
e gas di esplosioni
     incontenibili:
l’immane scorreggia
     del vecchio Universo.

Esco dall’asfalto
tranquillamente
e con fare sommesso
mi chiudo in casa
mi sdraio
per dimenticare
     i versi.

XXXIX

al sole
ti stai crogiolando
con gli occhi semichiusi
a cogliere attimi di vita
acchiappando senza riuscire
a metterli insieme
questi fragili frammenti…
alcuni sonnecchiano
sul palmo della tua sinistra
altri sgocciolano
dalla tua fronte.
Quanto a me
cerco di catturarli al volo
con affanno
per donarteli

***

Da Quasi sicuramente un’ombra (Forum/Quinta Generazione – 1984)

su neuroniche scariche
puntammo lo sguardo
di là dal Bosforo
la nera mareggiata,
le vedute invisibili
le aure sparse tutt’intorno
i sacri calici ricolmi
di crepuscolariæ,
visioni di spalle bruciate.
Più in là, verso Sri Lanka,
la grande dimora
dei corpi assessuati
che ancora cercano il satori
tra deboli luminarie
nel fondo delle ciotole.
Qui, diverse lune, mormorarono
sommessi canti
alle steppe armene
e si fusero
in unica superficie
negli sguardi severi
degli Imam. Gli antichi
rituali sanno catturare
steli di manioca
tramandati dalle leggende
caucasiche.
I giovani guerrieri coaugularono
febbri di sogno sulle spose
velate dei rasi carpiti
negli scomparti dell’Orientexpress…
un tempo caro mi fu
quest’ermo
altopiano

***

Da Canti tolemaici (Vol. I – Degli scherzosi proemi – Tracce Edizioni, 1989)

(Dal saggio introduttivo di Giò Ferri)

Nell’impresa indubbiamente temeraria di questi “Canti tolemaici”, ho scoperto con sorpresa piacevolezza (il critico ha ragione d’essere lieto quando trova opere nuove che gli danno ragione!) l’oggetto compatto eppure infinitamente dilatabile della comunione tra la parola e il suo universo. La parola come centralità tolemaica. Il contrario della deflagrazione poundiana, va detto subito ad evitare similitudini suggerite dal titolo e dall’interminabilità del testo… Il messaggio di questi canti non è in quel che dicono, in quello che in qualche modo descrivono o raccontano (non manca il senso dell’epico in questo poema) , bensì in ciò che sono… C’è del mito in questi canti, ma è il mito delle vicende mai accadute, che sempre avvengono nella presenza dell’essere. Il mito dell’eterno divenire, appunto. La verità della presenza, a dispetto di tanta demagogia dell’ “assenza”…La presentazione di un’opera nuova di un autore, infine ha la valenza di un lasciapassare. Perciò voglio dire che i Canti tolemaici non entrano semplicemente in questo territorio, ma in qualche misura, non minima, lo determinano. Devono essere subito accettati nella loro materica presenza…

*

Tratto da CANTO VI

E l’approdo ai lidi più sicuri
Fu relativamente semplice
Quasi vissuto con noncuranza
Furono perfino intonate arie fescennine

Durante il tragitto e
L’astro morente si fuse con
La cascata lattea stillata da
Quel piccolo mattino formale

La ruga sul viso di poiana
Sfociò nelle trifonìe
Che respirarono lingue mai più
Praticate dagli albori dell’Epos

Intrapresi vivaci colloqui
Con gli angeli mortali
Stabilendo l’unità della
Cabala ebraica al suono

Di nervose viole d’amore
Di là dell’impero fatiscente
E coperto di voluttuoso strame
Poiché il desiderio prese forma

Qualche secolo innanzi se i ricordi
Non offuscano le intelligenze
E crebbi fermo al bivio manierista
Nell’immobilità cellulare

Scaturita dalle particelle d’ozoni
Fluttuanti nell’Empireo e
Le favole sugli dèi le assaggiai
Dalle tue labbra finto aedo

Mutante ora per calligrammi ora
Per più splendide meliche
Lessi nell’iridi tue nuove Odusie
Pur stetti soavemente fermo

Non figlio non avo non desideroso
Di procedere oltre i fuochi
Della saggezza unica brama
Il lucido occhio di terra

Avvertito dai sensi guidati
Da pistilli d’ossigeno
D’un balzo fui proiettato
Ben oltre le are del sacrificio serale

E sferragliai su magici binari
Cercando ad ogni sosta gli elmi
Dei pallidi eroi consunti
Nell’attimo di un singulto

La ionosfera mi avvolse calda madre
Radice luminosa di fotosintesi
Invincibile afflato gravido di
Rivoluzioni solari

Ma gli opifici transpoetici
Esercitarono un tal fascino da lasciare
Sgomente oltre ogni dire le sfere intermedie
Degli arguti sofismi

Tratto da Canto XV

E tutto appare bello
Poiché nulla è morto
Lassù in alto e le serate
Si susseguono ritmate

Portando l’ultimo bagliore
Nella culla riparata
Dalle procelle. Serate
D’algida fremenza per rivelarti

Narciso dai molti e più codici
Sciolto enimma in albumi
Di Fato battendo universale
Il centro all’orecchio deiforme

Sull’aria bassa e sbaragliata
Dalle filologie.
Credetti alla vittoria
Del gesto

Per guadagnare gli sguardi fluidi
E furtivamente monotoni
Degli occhi timorosi
Di giovani manguste

***

Da Canti tolemaici (Vol. II – Le rifrazioni asimmetriche – Bastogi Editrice,1993)

(Dalla prefazione di Maria Grazia Lenisa)

L’incessante mitopoiesi è sempre sostenuta da un’energia creativa non comune con una notevole forza visionaria che proietta il passato e il presente nel futuro. Ciò che poi è singolare, mi pare essere l’ambiguità della funzione del ritmo, che fa da ragione frenante, quasi a contenere l’espansione dell’assunto. Il crogiuolo di questa poesia è senz’altro Blake, da qui il senso cosmico del male stesso che si pone come energia attiva, mentre il bene implica la ragione, quindi, per metafora l’argine del ritmo. I Tolemaici sono canti fortemente dialettici e il sincretismo trova qui la sua più adeguata espressione positiva, perché è proprio della poesia di respiro operare fusioni, sovrapposizioni, in quanto sinergica. Lo stile si modella intorno all’irrazionalità dell’ispirazione che – guarda caso – risponde ad un disegno razionale… Il volume primo dei Tolemaici può considerarsi ‘annunciante’, offre sprazzi di visioni, reperti di miti classici e la colonna sonora è a volte Vivaldi, a volte Bach, ancor di più Stravinskij, per culminare nel ‘mito reale’, espresso nel secondo libro, dove la fantasia dà vita ad una cosmogonia dell’io non più personale… Così i nuovi canti finiscono per sottoporre i primi ad una lettura diversa, in quanto ormai abbiamo l’opera completa: la poesia è stata finalmente trovata e tutto concorre ad un’atipica armonia, senza che la carica rivoluzionaria venga meno…

*

Tratto da Canto XVIII

Dal primo bipede andammo
Accumulando ordinarie sapienze
Timidi rapporti di mercato
Profumi di selvaggina confusa nel muschio

Tutto ciò esaltò la mia brama
Di plasmare la vita al riparo
Delle ombre che guidano
Le azioni umane le ombre più chiare

Che illuminarono romanticherie e nichilismi
Pensa mia dolce a ciò che racconta
Questo fiume sfociando nel disordine
Col lento corso delle sue anse.

Nel tragitto lungo le membra
Della terra si ricicla
La saga dell’umanesimo
Triste tremolante accademia

Filtrata attraverso gli umori
Delle ribellioni montagnarde…
Ecco la forza del ‘no’ come
Lo stridìo della folaga e al tramonto

S’affilano purificatrici lame di ghigliottina
Epifanie del poema-Diderot
E lo sconfitto granello di Russia
Biancheggia alle fauci del sole

Per poi andare a nozze con le aquile
In un tripudio di liberazioni aediche
E gli dèi
Prendiamo gli dèi

Che osano ribellarsi alla stabilità
Meravigliosi dèi destabilizzatori di ordini
Creati alla rinfusa con i disegni
Prestabiliti dalle protopolitiche ai lampi

Della notte beffarda. Mi arresi
Ai tuoi polsi rotolanti
E riconsiderai un passo antecedente
Socrate e quattro entità

Ora mi si offrono sebbene il segno della
Quinta non tarderà a manifestarsi
Vellicando il mio stupore di cui
Unica la Terra possiede tangibilità

Tratto da CANTO XXII

Bastet i gomiti appoggiati
Al bancone sorseggia i
Sudori della terra offrendo
L’afrore dell’erba a

Noi svelati dagli abissi
Ora che il mondo è
Una cascata di ceneri
Lattee ora che lottare

È diventato l’inizio
Della vita ora che donna
Pone l’imprimatur alla
Poesia ininterrotta ora che

Il mai è tramutato in scaglie
Di brina e luna è una
Delle tante verità qui come
A Oriente ora che la barbarie

Lascia spazio a una barbarie
Non meno devastante poiché
Tutto è da edificare perfino
L’amore che consumeremo

A lampi aperti dimentichi
Per una manciata di minuti
Del nostro passato d’uomini
Al fine di penetrare

La virtù degli esseri ora
Che possiamo osare
Il rischio della velocità all’
Alba umida di lacrime serene

E ridenti unico linimento
Alle piaghe del tempo
Che infine s’addormenta così vorrei
Tuffarmi nel futuro urlando

La mia cupidigia
D’universo laggiù nei
Prati senza alcun senso
Dove in silenzio planò la

Neve che coprì la coscienza
Mi svegliai sul lento treno
Del mattino dopo aver
Sognato di raggiungere

Altri mattini uno dopo
L’altro senza frequentare
Gli angoli del sonno con
La fronte cinta di brezze
Gelide e di luci nude ai
Maliziosi silenzi nude e
Continuamente visibili
Anche nell’abbacinante

Mezzogiorno d’inverno
Quando la forza dei nuovi
Colori va affermandosi
Ovunque il mio corpo

Si stenda ritmando i
Chiarori del piacere e
Il regno della notte somiglia
Alle spalle chiomate della

Mia scura compagna di
Infiammabili e sfrenate veglie
Tremante sotto l’altare
Del buffo gioco

Dei piedi a sfiorare l’
Oceano quando il respiro
Penetra i fiori bombardando
Questa sorta di cielo

***

8 pensieri riguardo “Unica brama il lucido occhio di terra (I) – Mirko SERVETTI”

  1. Mirko è affascinato, ipnotizzato dal “suono” della parola, è la sua cifra fluviale, il nucleo della sua poetica, e la prova e riprovaoallo spasmo con la tenacia e la perizia di un amante che sa di non poterla – come noi tutti – mai “possederla”, un carissimo saluto a lui e a Francesco, Viola

  2. Viola carissima, è certo che ho sempre tenuto in gran conto le trame sonore che accompagnano le scritture (la ‘letio’ di Bach, soprattutto) come tu molto acutamente rilevi.
    Un grazie e un caro abbraccio.

    mirko

  3. Grazie a Mirko, e a Viola che, come al solito, individua una chiave di lettura imprescindibile per questi testi. Ci ritorneremo senz’altro.

    fm

  4. All that you touch
    All that you see
    All that you taste
    All you feel.
    All that you love
    All that you hate
    All you distrust
    All you save.
    All that you give
    All that you deal
    All that you buy,
    beg, borrow or steal.
    All you create
    All you destroy
    All that you do
    All that you say.
    All that you eat
    And everyone you meet
    All that you slight
    And everyone you fight.
    All that is NOW

    E l’ora è l’ora – l’occhio [*Nel ventre una pupilla*] riflesso: il flusso di fibre per la forza in fieri. E si ringrazia Francesco e si riceve Mirko: sostanza del suono – contro: ogni muro. Mattone dell’unica Casa che conta.

    [ogni commento è corda]

    nell’a presto, abbraccio

  5. (per Chiara, ovunque possa attraversare l’ovunque)

    è questa la penombra che diviene immanenza
    per costruire i giardini dell’essere
    poiché ‘moi’ ansimò sul battello
    per farsi amalgama del buio
    in giochi riflessanti dall’asteroide
    alla tua fronte afrorosa di sapori
    che sfuggono ai sensi…

    nel pieno delle tempeste
    di luna ogni terra parlò di te
    quando al debutto della notte
    correvi attraverso le fragranze
    dei sali d’aria
    perplessa alle proposte occulte
    del cuore e strappavi sorrisi
    a finestre ovali ora
    respingendo le maschere argentate
    sui cigli delle strade
    ora aprendo con circospezione
    le ante di sventure musicali
    che infine raccogliesti
    nei fazzoletti già umidi
    verso un mattino di sfida al sonno
    nonostante le percosse che l’aria
    equatoriale riserva. Grande
    infine è il mare che se stesso annega. Nero
    è l’amore di una lupa mentre seduce
    il doppio di me licenziato alle parole
    e rifuggito alle tue gambe bambine…

    cum gratia

    mirko

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