1888 – di Viola AMARELLI e Antonio SABINO

1888 – di Viola Amarelli e Antonio Sabino

Bordo scheggiato di scalino, sporco bagnato
scivoloso
fanghiglia d’umido sciolta la neve
il fiume onnipresente nel
respiro, rantolo di novembre nelle ossa
la strada buia tutta, cipria venuzze rossa
gin alcol di caldo, pochi clienti,
la schiena che cedeva,
da un pezzo si sentiva, era, un rottame
ma le caviglie, le sottili
e il tacco che ruotava sui tavoli e le piazze,
quelle, restavano, c’era uno in arrivo,
bello il cappotto, odore di costoso, il naso quello
ancora funzionava.
Consunti i basoli, buche nel selciato,
pietre, le scalinate sul retro dei locali
mai andare incontro, restare immobili
tanto oramai tutte hanno finito
la nottata,
ci vuole fegato, e voglia di soldi e molti,
gente da mantenere, figli,
due, lontani a un banco di fioraio,
avesse sposato il droghiere, ma vai, no no
rozzo di polso e timido di lingua,
sarebbe sistemata, e questo che va lento,
arriva, l’ora adatta
tutti ubriachi e sfatti e rintronati
gioco di mani e strofinio e il borsello.
Ecco, mai andare incontro,
eccolo, soli
come s’è tutti, hanno voglia di dire
gli occhi, quelli, gran dio, fottuti
all’ultimo momento vede
la borsa gonfia nera a soffietto
e lo scalino scivola
rovina il tacco
balza, in fretta
più in fretta lupo mannaro
mostro,
eccolo addosso.
Mai andare incontro,
ruota il tallone, sfila la caviglia
ghiaccio vicina candida
squarcia l’alba la lama, da giù a su,
senza pensarci, più veloce, più.
Sudore o sangue, bagnata, in fretta
la fatica, ferma lentissima e pesante
non guardare, come al macello quando
ammazzano i maiali, senza vedere
chiarore del mattino, pianissimo
la luce, prendere la borsa, e i soldi
la tasca ai pantaloni,
puzzava la vescica
puzzava il mondo, di soldi e visceri
un bordello.
Si strinse nel mantello, bucato, una gala rivoltata,
sul nero il sangue lì per lì non stinge,
una fortuna, le cose, sciocche ma giuste
il primo di dicembre, adesso, il rosa grigio
ad est, gente per strada.
Anne Parson andò a dormire,tremando,
da qualche parte, più tardi, dopo, un bicchiere
chissà chi era, quel porco pazzo fottuto
un vomito d’inferno, stronzo demonio,
chissà chi era Jack lo squartatore.

*

The man who is walking
with a packet
in his hands
is he carrying nothing?
But else…….
A knife, beautiful knife,
under that head
that thinks
bloody images
of death

It’s wonderful laugh
when a cry runs
above the roof,
butcher’s house,
it insn’t true?
A pale, smashed face,
as a broken looking-glass,
alas!
Sorrow and Pain.
Dear Boss, head of police-ass.

Holy, dirty snake,
smashed face pale;
only two eyes safe,
blue lakes.
I see, yes I see you,
my beautiful moon
red loot
in the sky:
now and forever
bye,
my doom.

*

Polly,
my little
bocciolo di rosa,
reciso lo stelo,
un rosso sorriso
te, ora d’Ade sposa,
da gota a gota
abbraccia.
Forty-two
e la tua faccia scolora
tra le mie mani
pallide come neve,
scolora e sfuma
il contorno della vita
dallo specchio degli occhi,
per sempre, fissi nel terrore ultimo
del mio volto.

*

My little girl don’t be so shy,
tonight a man is going to die
on your pale skin.
In your eyes beatiful tears
that glide on the white wears
search Serenity,
but She doesn’t here, doesn’t exist
in this world, beyond that glad mist
of the unconsciouness.
Come with me in the land of silence,
through the wall of biggotry and violence,
come with me in the oak-grove
and hear the steps of souls
damned to an eternal rove
-yes, these are their rolls-
damned to a lonely death sear,
did you hear?
Dear, sweetie girl see closer,
see as the man is a loser
in the presence of Nature,
scan that mankind’s procession,
the lot of deaths premature
mother’s sorrows and obsession;
look the breakneck life of men
hanged by their morality,
they walk with eyes on ground
under the weight of insanity
Don’t shiver, concubine, hear the sound,
the rustling of priests, look the pope’s den
full of the gold of injustice,
in his hands is a small bronze chain
that is stretched through the ages
(every pope his part of chain
is pulling) with this rope ignoble
is imprisoned our little globe;
did you see at the end?
With the chain is hanged a man,
that is choked as the Magi,
he call himself the Son of Man
and his body is so baggy
cause of the strokes of the faith,
that drowns a people saggy.
Love me, night enchantement,
and forget over the gate
is this reality,
open the window of your apartment,
scan the sea-green sky,
to the hills, there, away,
forget and love you may,
you can wash with the tears
the memory of lie,
you can search along the skyline
the first violet of May.

*

Un milione d´angeli
sulla punta del mio coltello
cantano della mia Caduta
nel tuo abisso,
mia assassina notturna,
cantano d´uno specchio infranto
e d´un’ ombra sparita,
la non morte, la non vita,
l´oblio senza serenità
d´un ricordo
macchiato,
inondato a tratti
dal sangue d´una antica ferita
ch´ogni giorno
rinnovi
e inasprisci.

*

(Tutti i delitti canonicamente attribuiti a Jack the Ripper furono commessi tra l’agosto e il novembre 1888. Da allora non se ne ebbero più tracce.)

*

Nota

Il primo testo (prologo/epilogo) è di Viola Amarelli, gli altri quattro in successione di Antonio Sabino.

*

11 pensieri riguardo “1888 – di Viola AMARELLI e Antonio SABINO”

  1. Un esperimento di scrittura interessante e ricco di suggestioni, quello di Viola Amarelli e Antonio Sabino: sul piano linguistico, per l’interazione tra diverse lingue e diversi stili, per la scrittura affiancata, con il reciproco sovrapporsi di diverse tracce e diversi percorsi, e, davvero non ultimo, per il tema, per l’accuratezza della ricostruzione storica, quasi una cronaca in versi, con la fatale collocazione a metà strada tra articolo di giornale e filosofia, tra l’osservazione e il dubbio sul senso, il mistero, la collocazione della nostra mente e della nostra coscienza, il confine labile, la contempazione del mistero eterno del male. Un bel lavoro, lo confermo, ed una bella sinergia tra i due autori. Un saluto ad entrambi, Ivano Mugnaini

  2. ringrazio molto Ivano per le sue notazioni che colgono la dimensione della ballata cui tende questo lavoro, “quasi una cronaca in versi”, appunto, e un interrogarsi sul lato oscuro da lupo cattivo che sempre ci insidia, dentro e fuori di noi, un caro saluto, Viola

  3. la ‘narratio’, in tono quasi allegorico, di una tranche de vie legata al mistero più insoluto dell’epoca ‘vittoriana’; ma anche, e soprattutto, sintesi riuscitissima – nel dato del pre/testo – canto appassionato, in diacronia, della condizione marginale d’ogni tempo. Il tema è quanto mai originale e la scrittura (a quattro mani) scorre implacabile nella sua fluidità.
    Una nuova, alta prova di Viola; un fascinoso ordito contrappuntistico da parte di Antonio Sabino.
    Un caro saluto a entrambi

    mirko

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