Quaderni dell’impostura – Alessandro ASSIRI

C’è un percorso obbligato per il mestiere degli uomini,
pagare il tributo a parole inventate.

(Alessandro Assiri, Quaderni dell’impostura, prefazione di Chiara De Luca, postfazione di Alberto Mori, immagini di Massimo Saretta, Faloppio (CO), LietoColle Libri, 2008.)

Testi

Sembra sempre mi rivolga ad altri, anche quando tento solo di riconoscermi, di restare solo con la mia povertà, tentando di trasformare in dialogo il melodramma di un monologo. Detesto essere immediatamente fruibile, mi dissocia dal mistero… e tutto quello che di me posso raccogliere non è detto che lo debba distribuire. Questa frenesia del concedersi percuote lo spazio, inondandolo di passioni tristi.
Un disagio che sgomita, arrotolata l’anima e confonde trascendere ed esistere… una storia di piccolezze e impedimenti, una debole miseria, pallida anomalia… in qualche istante dove non ti vedo nemmeno se ci sei, dove volersi è solo inganno o forse parodia.

C’è uno strano senso nella fedeltà, un ancoraggio a un’incertezza, un’apparizione timida di una speranza. Sentirsi attratti dal rimanere crea una sorta di permanenza e l’attenuarsi della distanza passa in ogni istante, dove il crederci è il primo pensiero.

Da ciò che temo mi distacco per rifugiarmi nei luoghi del consono
gli spazi abitati di cose, di distanze conosciute
e un balcone dove godere il plenilunio
se è vigliaccheria magari me ne frego
di ogni esperienza dove non grava un capriccio, ma solo mare in odor di burrasca.

Vivo di un socchiudersi per timore di spalancarmi, ne ricerco le cause e ripiego dietro gli angoli di un carattere schivo.
… e questa gentilezza che non appartiene alla primavera rigetta il suo fare melenso… resto a sbirciare i miei guai, piccolezze. nel fondo di parole che si infrangono.
Ti ho rincorso solo per guardarti da vicino, non avevo nulla da darti, nemmeno una scusa
… ho un malessere da solaio, sono troppo impolverato… desidero un recapito che non diventi un soggiorno.

Non ne guardo mai la fine, quasi per rispetto, come se la dissolvenza fosse un atto privato o un qualcosa da consumare in solitudine
per l’avversità verso le sequenza trite, mi allontano di due passi, al confine esatto tra l’inutile presenza e il mostrare le spalle
ho immaginato un futuro, nello scorrere lento dei titoli di coda

Ho le mani vuote, ieri ho letto poco, così non ho niente da spiegarti e così si rischia di perdersi, perché vivi nel tempo che contraggo, nel dolore delle sillabe e in quello che non riesco a spandere. Poco più di niente e hai ragione, basterebbe carta e penna e tutte quelle verità, piccole, che raccontavo ad Anna. Non c’è niente di fertile in quelle stelle opache, solo gli istanti che passano come se tu fossi, tu che non sei perduta , ma soltanto imprevista…

*

… è vero avrei dovuto essere più intransigente, raccogliere quella molesta fermezza e buttarla lì, in frasi arroganti, dove parole importune volano come pietre. ma ho sempre amato la meraviglia dei verbi malati, la gioia del dialogo sbocconcellato, dove le sillabe tentano di essere, e non di mediare apparenze.

Questo sciogliersi di una paura che si stempera in uno strappo di versi, per giorni accomodati nella metamorfosi di un sorriso. Un sollievo di un gesto che lascia qualcosa alle spalle, schiudendo lontananze, imparando le brevi abitudini di vita che ondeggiano e si accodano nello spazio libero di un silenzio. Rimanere così, in un presunto presente liberi da un futuro possibile, rimanere scordando…

Credevo nel comprendere nell’abbracciare tutto, lo sbocciare di un fiore, la tristezza di un lutto

… ma capire è un’impotenza di fronte alla debolezza dell’agire, un esercizio di stile, una inutile frivolezza…

negli anni veloci manca il tempo per fare, per dedicare il tempo a elogiare l’errore, per svegliarsi al mattino con un cattivo sapore.

In questo buco di mondo, in questo autoesilio che mi sono imposto, così lontano da rumori di ogni festa.

In questi momenti arroganti dove non si impara niente, ma si intuisce che piccoli istanti fanno sempre la storia, vorrei il suono della piazza a coprire il rumore di questo deserto.

… e nel rammentarmi un giorno la favola alla quale non ho partecipato, racconterò di te e del timido tentativo di un bacio… come sabbia sopra le guglie, o altri imprevisti.

gocce come bolle da riempire. passeggio e gioco a ricordare quel che ci è mancato. Piove l’acido delle sentenze emesse, e il chiacchiericcio delle comari come stupidi sberleffi, dicerie di quartiere. passeggio e dischiudo a questo portico storie di ombra e di dita, di un diluvio che si è fatto leggenda.

Spezzare i legami è volersi imprigionati. Schiavizzati al tentativo di dimenticare la violenza del recidere. Non due dita di distanza, ma essere le proprie lacune, ne ho le palle piene della letteratura del distacco, del dissociarsi dell’evento, del chiacchiericcio in lontananza.

Non c’era bisogno di restauri, la nostra mediocrità non aveva bisogno di cantieri, nessuna finestra né balconi vista mare, solo sabbia e sale e magari ritentare.

*

… e adagio, come quando manca un pizzico di vita, o come amici ci si abbandona ad un abbraccio che sottolinea gli sconosciuti che si rimarrà per sempre
con tutto quel candore che si riserva quando non si vuole esaurire il momento
con tutto il timore che sovviene per aver scritto solo parole inutili.

Non sappiamo più attendere, credo sia una deformazione dell’immediatezza, ma ci allarma lo stare col fiato sospeso, alimenta la presunzione di potere avere risposte.
Non sono più lì dentro, sono già via, ho in bocca il sapore di una vacanza interrotta, di un ringraziamento frettoloso. Organizzo qualche miglioria e trovo la forza di scartare di lato, mi appoggio a una mania, a una nuova collezione. Descrivo.

Non in tutti i silenzi si cela la pace e di tutto ciò che ci è caro non abbiamo notizie.

… e quell’arrivar di fretta, l’ansia di anticipare la vita con una goffa frenesia. Un’apparente mobilità che m’illudo mi preservi dalla pace. Altrove dove mi congedo da questo carnevale e passeggio tra le nuvole e Morfeo.

Una sorta d’ingordigia caratterizza ogni appartenenza, una brama di possesso che soggiace all’illusione di tutto quello che pretendo come mio… e che strano turbamento questa avidità che spinge per ottenere, come un insaziabile delirio, di chi mendica carezze solo per potersi compiacere.

Un orientamento narrativo, qualcosa che sta in ballo, con quegli appelli al dialogo che sembrano tolleranza, ma nascondono allergia alla differenza.

Ho in mente la parola concreto, questo esistere motivato solo in funzione dell’astratto. Ne sorrido, come di qualcosa di cui posso accarezzarne le forme, anche se forma non mi sento, a malapena tratto in compimento. Comunque oggetto di questa vita provvisoria, concessione a un grumo di pensieri, materia, che fino a ieri guardavo con orrore e oggi sorreggo rassegnato.

A sparire destinato
in procinto d’orizzonte
un punto piccolino che prima era una nave
singolo momento di avvenute circostanze
nessuna magia solo poche parole in corsivo, una nota per dovere, la scomparsa dell’autore.

***

Note critiche

     Quaderni dell’impostura è titolo già di per sé molto eloquente, e condensa gran parte del significato di questo libro, che si presenta come una successione di frammenti a tratti aforistici, ma è in realtà retto da un forte principio di coerenza, che lo informa dalla prima all’ultima pagina. I Quaderni tracciano un percorso, un andare, per paradossi, slanci e arretramenti, al cuore dell’impostura, al cuore della scrittura. Non si tratta però soltanto di un testo metaletterario, bensì di un tentativo di svelare l’inganno celato dietro la presunzione del dire, del fare letteratura, piuttosto che lasciar parlare gli oggetti, le percezioni, i sentimenti e le contraddizioni che ne scaturiscono.
Il linguaggio di Assiri è secco ed essenziale, ma ognuno di questi testi condensa in sé numerosi significati, numerose possibili letture e suggestioni. Ognuno di questi testi è concluso in sé eppure strettamente connesso agli altri, in un incedere dialogico di domande, risposte e smentite da cui nascono nuove domande. Assiri si pone in ascolto delle cose, “senza pretese con l’umiltà d’imparare, incuriosito da una trama senza riscatto, da un’apparenza di vita.” Non si attende cioè che gli si schiuda uno spiraglio o uno scorcio su una realtà nascosta o superiore, né che gli si spalanchi un varco verso una possibile conoscenza, né che gli vengano fornite risposte plausibili e definitive. Piuttosto stralci d’illusione, brandelli di senso, passibili di essere smentiti alla successiva piega in cui s’insinua il discorso, alla successiva curva in cui sbanda il ragionamento. Assiri non guarda a un segreto nascosto al di là dell’apparenza immediata, né a un’isola salvifica che traspaia dietro il velo del consueto quotidiano. Piuttosto tende a riconoscere nelle cose, nella loro immobilità, nel soffio che genera una parvenza di vita, la propria stessa irresolutezza, il proprio stesso attendere, che si alimenta di sé, senza aspirare ad alcun compimento. […]
Chiara De Luca

*

     La finzione è dettato cardine dei Quaderni dell’impostura. Talvolta cercata come disillusione da sentire decomporsi nel corpo inane. Altrove esercizio di riflessione che cerca di evitare e di mettere in scacco cinismo ed egotismo, per indicare una forma nulla ed ascetica. Da qui La consapevolezza ruvida dell’esistenza fa dire al poeta: “C’è un percorso obbligato per il mestiere degli uomini, pagare il tributo a parole inventate” e questo pegno doloroso lo si sente profondamente quando si giunge a non riuscire più a condividere la presenza dell’altro.

     Lo sforzo d’alterità, soprattutto messo in luce nella prima parte del testo, è energia che convoca la sua interrogazione e mette al vaglio, piuttosto che risposte risolutive, l’atto dei tentativi mancati come veri e propri corollari ,dove ogni volta, i cedimenti sono esibiti e poichè i crolli sono continui, sembra che queste pusazioni riescano ancora a ricordare / raccordare una presenza.
La madre è l’emblema di questa incompiutezza.
Quello che si è imparato da lei non viene più pronunciato e si è consegnato all’oblio.

     La scrittura di Assiri è un viaggio indescritto da paesaggi ed eventi.
E’ composto da ascolti spesso assordanti oppure da abbandoni in stazioni di stasi, ma c’è sempre, in ogni caso, un avanzamento paradossale: quello della volizione. Materia più sottile della volontà e disincantata, che nel suo caso, assume una sostanza etica del desiderio e lo stimola ad un auto da fè ,dove restano dita senza prensione a giocherellare oppure membra dinoccolate nel gesto snervato delle parole.
Questo atteggimento/atteggiato del corpo è scelta dal suo stesso pensiero poetico il quale, dissimulando, si / ti avvicina, per poi riprendere, nell’avvitamento, la sua distanza. […]
Alberto Mori

*

Nota biobibliografica

Alessandro Assiri è nato a bologna nel 1962 e risiede in Trentino.
Tra i suoi libri: Morgana e le nuvole, Aletti, Villanova di Guidonia, 2004; Il giardino dei pensieri recisi, Aletti, Villanova di Guidonia 2006; Modulazione dell’empietà, Faloppio (CO), LietoColle Libri, 2007. Gestisce lo spazio in rete Lettere a nessuno.

*

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6 pensieri riguardo “Quaderni dell’impostura – Alessandro ASSIRI”

  1. Ringrazio Francesco per l’ospitalità in questo suo spazio e tutti gli amici che hanno contribuito alla realizzazione del libro e rimango disponibile per ogni parola vorremmo spenderci sopra
    alessandro

  2. Ho avuto la fortuna di sentirlo in quel di Cremona. Spero via sia presto occasione per me per approfondirlo. Ora sono un po’ sommerso da arretrati di libri ma arriverà…
    Alessandro sei il prossimo weekend a Pozzolo per caso?

    Un caro saluto e in bocca al lupo per il tuo nuovo libro

  3. molte delle cose che ho scritto – non me ne voglia alessandro :-) – sono nate dalla lettura dei testi sul suo blog “lettere a nessuno”.
    Di Alessandro mi piace la rottura con qualunque schema prefisso, la libertà del suo verso, la fusione che opera in modo originalissimo tra verso e prosa, facendo poesia nuova che si bagna delle piccole cose quotidiane vissute ed osservate da varie propettive interiori.
    la neve, l’acqua, la pioggia, un odore, ma anche gli avverbi o una semplice parola, danno il via ad una miriade di riflessioni e pensieri che si arrotolano ed intrecciano ai sensi … ne esce poesia pura, naturale e meravigliosa.

    con stima ed affetto. nat

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