LEOPARDI e JABÈS (III) – di Alberto FOLIN


(Pablo Picasso, Le repas de l’aveugle, 1903)

Tratto da: Edmond Jabès. Alle frontiere della parola e del libro, cura e traduzione di Alberto Folin, Padova, Casa Editrice Il Poligrafo, “Saggi”, 1991 (Ed. orig.: Écrire le livre: autour d’Edmond Jabès, Seyssel, Editions Champ Vallon, 1989)

[La prima parte qui, la seconda qui.]

(Il visibile e l’invisibile)

     Il luogo del negativo, sia nell’opera di Leopardi sia in quella di Edmond Jabès, non investe, tuttavia, soltanto il rapporto tra silenzio e parola, di cui la voce è mediazione, ma anche quello tra visibile e invisibile. Indubbiamente in Leopardi la questione dello sguardo è essenziale, perché strettamente intrecciata con la sua critica radicale della ragione illuminista, la quale – rischiarando le cose – ne perde di vista la dimensione ontologica. Anche qui, tuttavia, la vista interiore, resa possibile da uno sguardo che non vuol vedere, si contrappone alla vista esteriore: e cioè a un vedere che, penetrando le cose, dissolve il mito che – solo – garantisce la poesia.
     La vista interiore, rivolta all’infinito invisibile, sarà possibile solo se l’occhio incontrerà un ostacolo sul suo cammino:

     Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.

     Come il limite costituisce un’interruzione della vista esterna, rendendo possibile la «finzione» di «interminati spazi», così lo «stormir» del vento «tra queste piante» evoca l’idea di un «infinito silenzio». Il questo e il quello si contrappongono irrimediabilmente, producendo un naufragio «dolce», come – talvolta – in Leopardi è «dolce» la malinconia. Un simile incrocio tra percezione uditiva e visiva, in quanto esperienza dell’infinito e dell’invisibile, si attua anche in Jabès. Vorrei scegliere alcuni passi di una pagina, che mi sembra, a questo proposito, esemplare. Essa s’intitola L’Enjeu, ed è tratta da Le Livre du partage (Il Libro della condivisione):

     Attorno a te l’invisibile, ma il tuo sguardo vede.
L’occhio è soppiantato dalla vista.
Potessimo afferrare l’infinito!
Un suono emesso – emesso da chi? – e poi nulla.
Una parola – scritta da chi? – e poi un bianco.
Ascoltare quel nulla. Leggere quel bianco.

(Le Livre du partage, pag. 73)

     E più avanti:

     Non oppore il silenzio al rumore.
Senza sosta essi si congiungono.

(Ibid., pag. 75)

     Qui non esiste il limite che separa il visibile dall’invisibile, il silenzio dal rumore. «Attorno a te è l’invisibile», perché è immanente nell’atto stesso dello sguardo: quell’atto che permette alla vista di prendere le distanze dall’occhio fisico, da quella che Leopardi definisce «vista esterna». Allo stesso modo, il rumore non è qualcosa che si possa contrapporre al silenzio, perché, a saperlo ascoltare, esso già sempre è intriso di silenzio. Il limite, e la Legge, non verranno dunque intesi come chiusura: al contrario, è la Legge che rende possibile la libertà, allo stesso modo in cui, senza limite, non c’è oltrepassamento:

     Abbiamo chiamato «Liberté» ciò che è solo un mezzo messo
in opera da noi per essere liberi.

(Le Parcours, pag. 76)

     Proprio questo negativo che non sta al di là dell’essere, ma dimora nella sua stessa essenza, è ciò che la scrittura di Jabès tenta di evocare, per divenire esperienza autentica della vita e della morte, tra loro strettamente abbracciate. Il pessimismo si rovescia in una prospettiva che non espunge da sé il negativo, ma lo assume come destino più proprio dell’uomo:

     Risérvati fin d’ora il diritto di ritrovarti solo di fronte a te
stesso nell’istante supremo in cui, come un tempo nel mare,
metterai un piede nel niente.

(Le Livre du partage, pag. 75)

     Ne Le Livre du partage, Jabès sembra dirci che proprio questo niente indivisibile è ciò che ci accomuna: attraverso questo silenzio, questo niente che abbiamo sempre accanto, forse l’uomo contemporaneo potrà riscoprire un reincarnamento. Una nuova solidarietà e una nuova speranza.

***

Lingua di partenza. Lingua di arrivo

(Da: Edmond Jabès, Il libro della condivisione, traduzione di Stefano Mecatti e Anna Panicali, Milano, Raffaello Cortina Editore, 1992, pag. 42-44; versione originale: Le Livre du Partage, Paris, Editions Gallimard, 1987.)

    Pensare il silenzio è, in qualche modo, dargli voce.

     Il silenzio non è debolezza del linguaggio.
     E’, al contrario, forza.
     La debolezza della parola è ignorarlo.

     – Qual è il tuo bene?
     – Un soffio. E mi vota alla morte.

     Più che al senso, aggrappati al silenzio che ha modellato la parola.
     Apprenderai di più sul senso e su di te, poiché entrambi non sono che ascolto.

     Il rumore del libro: una pagina che viene girata.
     Il silenzio del libro: una pagina letta.
     Come se il passaggio dal silenzio al silenzio non potesse avvenire senza qualche gemito.
     Il rumore è sordo; quest’infermità lo rende talvolta insopportabile.

     Il silenzio è universo di solitudine. Esige dall’orecchio destrezza e acume.
Per questo, volendo a ogni costo far capire ciò che l’udito a malapena percepisce, è spesso così doloroso.

     “Scrivere è un atto di silenzio, che si offre alla lettura nella sua interezza.
Proprio perché ogni gesto di Dio è silenzioso, è scritto”, insegnava un saggio.

1.

     Vi sono libri che “fanno rumore” e altri che impongono il silenzio.
I primi sono piccoli niente, imbevuti della loro sonorità; i secondi, piccoli niente irriducibili.

     Scrivere è vedere altrettanto nitidamente sia di giorno che di notte.

     Aquila e civetta.
Aquila nella luce del mattino: lo scrittore. Civetta nel cuore della notte: il vocabolo.
Fusi nello stesso infinito sguardo.

     La voce, come il soffio, delimita lo spazio della parola. Spazio esterno. Vitale.
Lo spazio del vocabolo è quello, illimitato, del libro; notte accomunata al giorno sin da quando affiora dalle tenebre.
Sopravvivenza!

     Parlare – diceva – è sacrificare alla comunicazione. Scrivere anche, con in più il rovello dell’incomunicabile”.
Aggiungeva: “Pensare è errare col Pensiero.
Il pensatore sa di avere, come unico bene, il cammino e l’ignoto per l’indomani”.

     “Se mi domandassero qual è, di tutti i misteri, quel che resta per sempre impenetrabile, risponderei senza esitare: l’evidenza”, aveva annotato.

***

Annunci

4 pensieri riguardo “LEOPARDI e JABÈS (III) – di Alberto FOLIN”

  1. Aquila e civetta. Lo scrittore, il vocabolo.Fusi nello stesso infinito sguardo.

    Grazie per questa lettura, Francesco. Infiniti spunti di riflessione dentro un silenzio infinito di voci vitali.

    abbracci
    jolanda

  2. La vista interiore sarà possibile solo se l’occhio incontrerà un ostacolo sul suo cammino (riferimento a Leopardi e alla siepe)
    La vista interiore è possibile solo nell’incontro con il silenzio, il niente.
    (riferimento a Jabes). Andando molto a braccio,
    non so se ho capito…ma se infine, l'”evidenza” , di tutti i misteri rimane il più impenetrabile., si può dare davvero per l’uomo (e per il poeta), il silenzio, l’interiore, senza l'”ostacolo” della natura, delle cose?

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.