Le muse svogliate – di Franco ARMINIO

guardala,
la terra è più tenera del cielo.
non restare tutta la vita
con le unghie conficcate
nella tua anima
o in quella degli altri.
porta il tuo paese in testa
come si porta l’immagine dell’amata.

Franco Arminio
Le muse svogliate
(tratto da Stato in luogo
2007-2008, inedito)

ero venuto senza neppure un osso
solo pelle ed acqua
e neve attaccata ai pantaloni.
ero venuto per mettermi a scolare
appeso al filo delle tue ciglia senza trucco
ma tu sei rimasta con le braccia incrociate
muta come una madonna di stucco.

*

un giorno ti stancherai di mancarmi,
magari sarà una giornata di pioggia
un qualunque pomeriggio d’inverno
coi piatti ancora sporchi nel lavello.
avrai la voglia di farti prendere
mi dirai: sono qui amico mio,
e baciami forte, tienimi stretta.
io lascerò il timore, farò posto
sul tavolo, sposterò le bottiglie
e i piatti per far posto alle gambe:
fammi raccogliere qualche sillaba
sotto la tua bocca, come una donna
raccoglie il seme caldo del suo amante,
fammi lasciare la testa sul ventre,
guardalo questo cuore che si è aperto:
fino a quando sarò vivo nessuno
potrà chiuderlo per nessun motivo.

*

ti prego scrivimi
ti prego accoglimi
rivolgimi lo sguardo
puoi pensarmi come un verme
puoi sentirmi più lontano di una stella
ma adesso ti chiedo di guardarmi
di aprire la tua voce
di muoverla come si muove il vento
ti prego dimmi una parola
in nome del silenzio in cui saremo
non conta più nulla ciò che vogliamo
non conta la gioia e lo sgomento
se non preghiamo se non sentiamo
che ogni attimo è un testamento.

*

ti voglio guardare
mentre hai gli occhi chiusi,
guardare il sole che ti passa
sulla fronte, le mani
che toccano la rosa sul tappeto,
e poi divampare in altri luoghi,
baciarti tra le gambe,
incollare le spalle alla parete.
ora la casa diventa una foresta,
non ci sono più chiavi né finestre,
la tua bocca raccoglie il mio naufragio,
il seme è sui denti,
il mondo è immacolato e leggero.

*

portami con te in un mercato
dentro un bar, nel parcheggio
di un ospedale, portami dove vuoi
tienimi col filo delle narici
dentro la nuvola in cui dio e il vuoto
si guardano toccando le nostre ombre.
la prossima volta che ci vediamo
portami con te in una strada di campagna
dove abbaiano i cani
vicino a un’officina meccanica
dentro una profumeria, portami
dove vuoi, spezza con un bacio il filo
a cui sto appeso, lasciami cadere
da questa croce
e il corpo dove abito
sia finalmente illuminato
dalla chioma della tua voce:
ti seguo, ti prendo e il corpo mio
finalmente s’allieta
ricomposto attorno a te
sopra di te
bestia selvaggia
con l’anima di seta.

*

superbi seni e poi solo rovine.

di tutto vagheggiai senza fortuna
le carezze mi negavi una ad una.

di me, dell’infinito ardore adesso,
rimane qualche verso, tenue traccia.

pure in sogno chiudevi le tue braccia.

*

l’amore non ci appartiene
eppure affiora nelle due anime
qualcosa che le tiene assieme:
godere del dolore
da qualunque parte viene.

*

se tu fossi vicino a me
come io sono vicino alla morte
immediatamente mi avresti aperto
la porta.
oggi per me non c’è una sola porta
in questo universo,
a parte i tuoi occhi.

*

dolce dolere nel mio vizio chiuso
non riuscivo a gettarlo dopo l’uso.
in cupi coiti sparsi lungo gli anni
raccolsi il seme ceco degli orgasmi.
furono cento e forse anche di più
le reliquie di quell’amor che fu.

*

stamattina ho rivisto la ragazza
con la perla sui denti.
e nel vederla le ho detto subito
di amarla.
non era vero ma volevo incoraggiarmi
incoraggiarla.
oggi tutti abbiamo bisogno di qualcosa
che arrivi da lontano e all’improvviso.

*

che formidabile dolore
che mi hai dato stamattina.
così, da lontano, senza neppure
un calcio, una parola irata.
dammelo ancora questo dolore
trova il modo di non farlo finire
non lasciarmi in pace , ma convincimi
che il solo bene unico e infinito
più che il fare, il dire, è la gloria muta
la grazia misteriosa del morire.

*

mi piacerebbe che tu mi accogliessi
in una casa buia
per spogliarmi da questa smania
da questo fuoco di parole
che mi porto addosso.
mi piacerebbe sentirti imperiosa
intorno a un mio ginocchio
ardimentosa come mai fu alcuna,
io rotula del mondo e tu la luna.
in piedi
davanti alla finestra tu ti schiudi.
non voglio niente del già dato
e per orgoglio o per viltà negato.
io prendo premura delle cose
durante la loro dissolvenza,
vagheggio di sfumare, farmi vento.
ma ormai sono montate le catene del saluto,
me ne vado e ciò che lascio è salvo,
guardo la vena che riposa sul tuo collo.

*

prima del giorno in cui saremo muti
prima che tutto muti in muto danno
al lume della luna e delle stelle
tra verdi sussurranti alberi scuri
portami al ventre baci densi e puri.

*

portami con te in un mercato
dentro un bar, nel parcheggio
di un ospedale, portami dove vuoi
tienimi col filo delle narici
dentro la nuvola in cui dio e il vuoto
si guardano toccando le nostre ombre.
la prossima volta che ci vediamo
portami con te in una strada di campagna
dove abbaiano i cani
vicino a un’officina meccanica
dentro una profumeria, portami
dove vuoi, spezza con un bacio il filo
a cui sto appeso, lasciami cadere
da questa croce
e il corpo dove abito
sia finalmente illuminato
dalla chioma della tua voce:
ti seguo, ti prendo e il corpo mio
finalmente s’allieta
ricomposto attorno a te
sopra di te
bestia selvaggia
con l’anima di seta.

*

ti chiamavo da una terra lontana,
era una telefonata da niente
e invece mi sono lentamente
sgretolato sotto le tue sillabe
e l’isola in cui ero rinchiuso si è dissolta
sotto le onde della voce.
adesso non posso scrivere, adesso aspetto
che mi chiami: ho la punta del cuore
che mi trema come una lama,
la punta delle mani senza sangue.
ho buttato i pantaloni per terra
come si butta per terra un giornale,
resterò nudo fino a quando
non vieni a baciarmi con la tua voce.
resto qui, ti aspetto,
voglio che mi vedi così, inerme,
scomposto, voglio che mi lecchi
la punta del cuore, voglio sentirti
con la mano che gira sul ventre.
prendi la mano
che non ha mai toccato nulla,
prendila senza sapere se è la mia o la tua,
vieni a prendermi senza indugi,
vieni a prenderti, sei qui
tra le mie braccia.

*

starò tutta la vita senza darti
questo bacio che corre sulle braccia
come una formica e poi fa un volo
si posa leggero sul tuo ventre
e lì diventa presto una farfalla
che cuce l’estate sulla tua pelle
e tu ti muovi come fa la terra:
hai piccole nuvole dentro gli occhi
e vedi accesa nello stesso prato
la rosa dell’infanzia e della morte.
il nostro respiro ben mescolato
toglie la carne e l’anima dai corpi.
ora il tuo si è una sillaba assoluta,
la lingua arriva al sesso e gli fa luce.

*

quando andavo a dormire
sapevo di sognarla,
al più tardi verso le cinque del mattino
stavo insieme a lei.
sognavo lungamente.
poi il risveglio era un incubo,
alle sei.

*

se tu fossi qui
se io fossi qui davvero
e se ci fosse la mia mano
quella che vent’anni fa
vagava inutilmente
in cerca del tuo seno.

*

ogni tanto mi chiedo come sarebbe
la vita se ti potessi abbracciare.
la tua bocca le tue mani
sono la rivoluzione mancata.
veramente non capisco perché
il tuo corpo con me è così retrivo.
non capisco neppure le poesie
e tutta la bellezza che ho tentato
per convincerti che ti volevo.
stamattina mi sento strettissimo
nella mia prigione, scrivo e respiro
perché la carne vuole la carne
e io sto qui a limare l’impazienza
mentre nel buio di dicembre
e dentro la mia pelle
si ripete l’amoroso crimine
della tua assenza.

*

sarà certo un fastidio perdere sangue,
ma bisogna pur farsi l’idea che vivere
è una perdita a cui dobbiamo far fronte.
la malattia più sicura è di chi non sanguina
e non piange
tu di sangue nei puoi perdere ancora tanto,
puoi sparire vivamente nel bianco dei tuoi anni
e delle tue preghiere.
tu fai l’attrice
ma sai che la vita della vena
non è mai una messa in scena.

*

sfinito,
sono sfinito.
sono appeso a me come
a una corda che non tiene.
dimmi una parola
dimmela ora
prendila dove vuoi
nella verità o nella menzogna
prendila nel tuo corpo o fuori
ma dimmela intera, fa che si senta
l’odore della tua bocca
non dirmi che non hai che dire
sarebbe un silenzio di cui potrei morire.

*

mirabile la sera senza vento
e tiepide le guance sull’altura
aria e luce di grazia e di premura
la pelle tenera tremante e nuda
la selva folta e immobile del pube.

*

eri lontanissima dentro il filo
una lontananza che ho già sentito
in altre voci.
intanto la mia girava
intorno al muro
e mentre girava
il muro restava lì
e si alzava.
la verità è che la vicinanza
è una fortuna rara
e m’invaghisco di ogni delusione,
la più lieve, la più amara.

 

***

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9 pensieri riguardo “Le muse svogliate – di Franco ARMINIO”

  1. Per me una piacevole scoperta questo poeta, capace di parlare d’amore e di sesso con efficacia, fantasia, senza stancare quasi mai con pesantezze o perdere di tono se non in qualche istante.
    Bello l’accostamento con le “muse inquietanti” di De Chirico.

  2. ma chi è questa musa svogliata che ha ispirato questi versi? trovo queste due notevoli (comunque tutte o quasi tutte belle). la prima per le emme/enne infantili (mamma/nonna) di muti, muto, lume, danno, luna che si risolvono nelle v forti come ventre e verdi. la seconda per quel dolore che si ama perchè si può dire.

    prima del giorno in cui saremo muti
    prima che tutto muti in muto danno
    al lume della luna e delle stelle
    tra verdi sussurranti alberi scuri
    portami al ventre baci densi e puri.

    che formidabile dolore
    che mi hai dato stamattina.
    così, da lontano, senza neppure
    un calcio, una parola irata.
    dammelo ancora questo dolore
    trova il modo di non farlo finire
    non lasciarmi in pace , ma convincimi
    che il solo bene unico e infinito
    più che il fare, il dire, è la gloria muta
    la grazia misteriosa del morire

  3. Grazie a voi.

    Arminio è una “sicurezza”: sono convinto che anche la sua lista della spesa ha più valore, sul piano poetico, di tonnellate di versi che si pubblicano in Italia.

    fm

  4. “bevvi una sola sorsata di vita. vi dirò quanto la pagai: precisamente un’esistenza. è questo il prezzo sul mercato, dicono. mi pesarono, granello per granello e bilanciarono fibra con fibra. poi mi porsero il prezzo del mio essere: un solo sorso di cielo”
    osare è rischioso, io ho osato.
    un sorso di cielo val bene una vita.
    stampo e conservo.
    mille baci
    la funambola

  5. Anch’io “conservo”. Ed è (forse egoisticamente) una questione di sopravvivenza, visto che i testi di Arminio (poesia o prosa che siano) hanno la capacità di riconciliarmi con la scrittura (e con parecchie altre cose).

    Ti ringrazio, anche e soprattutto per la tua presenza da queste parti.

    fm

  6. Caro Franco, la tua poesia si libera in dirompenti esplosioni di desiseri, autentici, urgenti, senza shermi, come se l’amata fosse il tuo rifugio, al di là dell’amore fisico e terreno.

    Intuizione autentica e vere come te.

    ag

  7. Non ho un sito né un blog. Sono innamorata delle poesie ma ancor più della prosa di Franco Arminio e soprattutto amo la sua sensibilità alla desolazione di paesi che mi sono cari. Io li vedo bellissimi perché ci vengo solo in agosto, da turista della memoria; mi piace arcadicamente la solitudine, il vento forte, il paesaggio. E certo mi pesa di più la confusione e l’inquinamento umano della grande città dove vivo di solito.
    Ma la mia è la posizione dei poeti arcadi che mitizzavano la vita dei pastori ignorandone la povertà e la solitudine.
    Complimenti al poeta ipocondriaco e auguri di pronta guarigione (anche se guarire significa, per un poeta, smettere di scrivere…)

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