Unica brama il lucido occhio di terra (II) – Mirko SERVETTI

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La prima parte qui.

Anteprima da Canzoni di cortese villania

(I brani qui presentati sono parte delle precedenti raccolte, L’amor fluido (Bastogi Editrice, 1997) e Quotidiane seduzioni (Edizioni del Leone, 2004), ora rivedute e riunite in un unico volume che sarà prossimamente edito per conto di Puntoacapo Editrice)

Da L’amor fluido

Ma queste perle di sangue stillate
dalle crepe delle mani l’abbraccio
consumato in una scaglia d’estate
cruda e avara di parole… Mi allaccio
al flusso delle linee tratteggiate
per nebbie etiliche ridotte in ghiaccio.
Qui è l’abituro di lunghe giornate
che mi videro vagare all’addiaccio
senza codici e tempi stabiliti
pensando alle mutazioni che il tempo
impose e alla variabile assonanza
tra i lampi notturni e i sensi smarriti
finché l’infinito fu un contrattempo
inatteso o il percetto dell’assenza

*

Le praterie sonore sul tuo corpo
vorrei condurre e l’andante di fuoco
ti seguirebbe col rosso ansimare
del sole in declino perché sia sordo
e piangente il canto del clavicordo
sbiadendo il tuo piacere poco a poco.
Scollato da te le frutta più amare
non mi stuccano come il tuo ricordo
perché la tua voce sempre m’inganna
dopato come sono del tuo tè
il rituale che segue ad ogni inizio.
Sputerai piuttosto verbi di manna
mi aggredirai in questo breve equinozio
lo farai spinando il porco ch’è in me

Contrasti atmosferici sul cammino
fragile alle lusinghe del mattino
improbabile accostarsi dei sessi
barbari di cercatori di messi.
Provai alle spalle il terrore d’amarti
acqua di laguna e amai navigarti
donandoti il mio informale ritratto
di cuore e di mente volti all’astratto
maiolica tazza ambiente artefatto
di borghesi boudoirs specchi e teiere
donnine ammiccanti fra i cocci e il rumore.
Chiusa la ragione nel cupo anfratto
muovo con gesto un po’ spento l’alfiere…
assenza totale dell’io d’amore

*

Non vedo gioie nello spander versi
sempre viaggianti le andane obsolete
dove non sostano forme segrete
ma avanzano cieli sempre più tersi
quei lucidi aprili che d’acque io aspersi
e i campi di terra ch’eran mie mete
e l’uomo geocentrico arso di sete
e il sole oltre le terre da cui io emersi.
Non affastello le orfiche agonie
mi basta morire insieme alla terra
debole sfera dal tempo sgualcita.
Fu amica la notte offrendo genie
di popoli adusi all’arte di guerra
l’Aedo ne disse con vista rapita

*

Notte aulentissima ancora che amara
ghirlande rubate ai tuoi carrasciali
succhiammo avidi la goccia più rara
brindammo all’amore e alle odi carnali.
La mente è adesso di cellule avara
mente assalita da febbri animali
scivola il tempo alla notte già chiara
in gara di luce e giochi mortali.
Non serbo ricordo di quel danzare
ché a lungo la morte fu mia diletta
di risa e trastulli mai vi fu fine
distrutti i poemi disfatto il cantare
morte compagna tra i sicari eletta
carne ingollata da bocche ferine

Poiché la luce scissa sui tuoi seni
mi riconduce all’umido acquitrino
dove ultimammo i rituali blasfemi
voglio spacciarmi quale doppio o trino
fondermi in te nell’orgia senza freni
dall’alba al nulla nel grasso festino
fra i nostri sessi come Dei terreni
fra i nostri giochi di fica e belino.
Poi sai che me ne partirò alla guerra
col tuo dimenarti marchiato agli occhi
e tutti diranno povero ragazzo
se n’è andato a rubare un po’ di terra
se n’è andato a civilizzar gli sciocchi
ma a te resta il ricordo del suo cazzo

*

Eppure queste indicibili poetiche
costruite con falsa spontaneità
non si curano di ceneri mitiche:
perseguono un’idea d’alterità…
endecasillabi preziose metriche
desueti eponimi d’iporealtà
barocchismi ostici alle nuove metriche
guizzanti arie d’estemporaneità…
Oltre la fanga ove la scura daina
liba l’acque azzurrate della luna
lo sfacelo si compie dell’io astrale
eccomi vela che in furia s’ammaina
con gli alisei che scaraccano spuma
cosmologie nate ai fiori del male

*

Sembrava l’ultima parte del viaggio
un cielo sereno dopo la guerra
che sperse il mio corpo nella tempesta
le nostre allegrie rinacquero a maggio.
Trovammo memoria e insieme coraggio
pazzi di gioia tornammo alla terra
folli d’amore e di vino alla testa
del sole arraffammo l’ultimo raggio.
E poi a nuotare nel fiume più terso
spremendo sidro dai frutti più ghiotti
ché si cospargon di me le acqueforti
e tu che perduta apri all’universo
labbra di carta e amorevoli motti
m’investi ariosa di piccole morti

***

Da Quotidiane seduzioni

Giunto il tempo per la feria del sole
astragalo lucente il debole antelio
dei fendinebbia mi tenta al simposio
dei suoni stellari e scindo parole
allo sbando e non sono più civile
di te che suggi il dolce sorosio
di drupe o d’aster tu sai ciò ch’è meglio
a estinguer la sete. Fra marzo e aprile
è notte di tregua baci e stoltezza
all’ombra della paura m’infetto
d’amore mi intravedo nelle forme
primarie di un sottomondo che dorme
mi decanto mi derido mi diletto
déraciné e schiavo della bianchezza

*

Mi scapicollo per viuzze leggere
a rotta di sasso verso un altrove
in piena discesa fino alle nuove
viste che occultano il quieto terziere.
Scheletrici pilastri di un cantiere
mai avviato sfregiano il cielo fin dove
puoi toccarne il dolore. Per ben nove
lune ne ho custodito il forziere
anzi lunaire cercavo Malvine
in ogni sua minor costellazione
e nelle umide alcove e nel beffardo
balzello del sole sulle colline
nel tempo e nel suo mutar direzione
forse in tempo per squagliarne il ricordo

*

Che stridio lou mar sopra i coppi azzurri
del mondo! Puoi sentirlo lacerarsi
tra i bracci negriti dei candelabri
appicciati per un tardo rimedio
al gelo che arde i rosai nelle forre.
Cavalli di sale svelti a disfarsi
frangono a mucchi sbattendo sui glabri
canneti temprati da anni di tedio.
Ti griderei amore nel bel mezzo
di questa guerra d’idiozie globali
te l’offrirei in luogo dell’aigues mortes
se non dovessi seguire la sorte
che sempre viene serbata agli ideali
ossia i rimpianti locati a buon prezzo

Le torri saracene fino a ieri
gli ossigeni splendenti in mare aperto
acquaioli e bruni contrabbandieri
sapevano decifrare i deserti.
Gli altri erano sempre gli altri l’esperto
di maree confidava che i filari
(Dio divenne poi un prezioso reperto)
sputassero un mosto da capogiri.
Il deserto è una notte che non basta
nominare e vedere da vicino
i profughi portano a spalla paesi
interi alcuni con aria entusiasta
raccolgono acqua e notte in un catino
riuscendo a sognare per mesi e mesi

*

Tralucono le diatomee da un secchio
di talasso balcano che stornato
all’ albedine come tu volevi,
sloggia la bozzima dal tuo cambrì.
Urlacchiano albanelle a fil d’orecchio
per affermare che molto è apprezzato
il tuo nulla da dire se i primevi
ricordi s’immischiano a mezzodì
con l’ebrietà che sturba le criniere
tue d’alga ravvolte a quegli arcolai
simili a nidi di rondine. Sere
fa udimmo pisciando ai lucertolai
per scherzo il risbuffar di ciminiere.
Già lo abbiamo scordato come sai

*

Lasciavano quattr’ossa nelle fabbriche
gli ultimi scampati al processo omologo.
Non ne dovrei ciarlare con le metriche
leggiadre o col pontificar dietrologo
moi tristo bourgeois ostaggio di statiche
referenze di cronaca al più etologo
deragliato tra infauste telematiche
ai lati di un riciclaggio antropofago.
Ecco amica azzurro fior d’opificio
cuanto yo màs contenplo tu hermosura
màs ciego tengo el sentido
*. Tu libera
in apparenza accogli il sacrificio
quale refrigerio d’antica arsura
effondendoti ad astra per nova aspera

(* D. de San PedroCàrcel de Amor”)

***

Dal poemetto inedito Terra bruciata di mezzo (fra Vespero e Lucifero)

Si diceva la notte
le sue intelaiature
i silenzi seguiti allo scempio
la risacca ridotta a ricordo
ritmando le scosse dei lombi
Come quando recavi
il corbello di limoni
accompagnata al riverbero
delle sparatorie,
lo stesso imprudente sculettare
atti che si perdono
nella successione dei secoli
fra le polveri
dei volumi abbandonati
all’incagli della sonnolenza…
m’adescano le ironie
sui miei luoghi più comuni
di questo luogo
che non ha magistero
le prolusioni automatiche
come il chiù del piccolo assiuolo
che seguiterà a evocarti
oltre l’estate modulando i toni
come una distrazione
gingillata a lungo

*

E tu hai di me magre novelle
al più qualche ritratto
schizzato alla peggio
sul finire d’altre estati
quando i propositi peggiori
mitigavano l’inedia
delle giornate festive
perché c’era sorpresa d’essere
nelle scritture d’amore e di stima
tra gli angoli delle viuzze
senza stagione,
le ombre minacciose
prese a calci nel mentre
si cercavano le logiche
da illustrare soltanto ai bambini
con la magia dei fatti reali

Fu molti amori fa,
dicevi, e spandevi eros a macchia
con una pertinacia degna
d’altro effetto,
una caparbietà più densa
delle caligini afose
appreste alle iatture.
Non è rimasto un alito d’incenso
né un rametto di sandalo
da appicciare
per non crepare del tutto scompagnati,
appena un’insolita tregua
nel chiaro che ci frastaglia.
Dici che per te è la guarigione
e che se saprò pazientare
riuscirò a scorgerti traversare il traffico
nata un’altra volta
senza nulla tentare per chiamarti
o fermare l’immagine
che stagnerebbe in un album
del tutto dozzinale

*

Nell’acuzie del chiaro
ci domandiamo il consueto che fare
immemori che fare non è sapere.
Quando mille e mille
anni fa una dea contadina
s’aggirava tra gli agri latini
sanando le insalubri pozze
per prodigare le messi
una gioia composta
trapelava secondo le lunazioni
e le gramigne
ardevano d’esuberanza
mentre vivere fu allegro accidente
un gorgo di novità e lusinghe
suadenti schiavitù
tentazioni di lussuria
tra le vigne traboccanti
e quella luna ottobrina
era di razza magalda
e già fin da allora
l’impresa più eroica
era esibirle il culo
all’ombra di questo pianeta
che arrancava
mancandoci d’un soffio
l’orrore del nulla
non ci avrebbe neppure sfiorati
perché consci del nostro farneticare.
Avremmo infranto ogni sistema
ogni categoria indossando la notte
con uno sguardo di tenerezza
quando non era più tempo
di sorprese proprio qui sospesi
sul mare fra i delitti annunciati
e quelli improvvisi
allora come oggi

Ci avviamo senza concerto
alla piattaforma prossima all’acqua
la notte esita piana e umida
sulla tua pelle
emorragia di desideri
dal liquor al sillabario osceno
stormito nell’orecchio che ricorda
gli schiamazzi da bambini.
Ti stendi sulla gonna compiutamente
attendi la mia debolezza
prima di inarcare la schiena e prendermi
al di là degli orrori di questo tempo,
nella pegola del vento
m’ingoierai per risputarmi
alla mattinata nuova
che pure ho già visto
in continui replay
l’abbraccio come una similitudine
alternata all’abbandono
m’aggomitola m’incide a sangue
scritture perdute
parole del tuo salmodiare
estenuando le attese
che credevo eterne

Nell’aria ferma
restano significanti
a formare sulla sabbia
i codici di cui non riveli trascrizione.
Tu nella violenza ridente
dell’orgasmo che giustificherebbe
la pausa di milioni d’anni
nel rispetto del cielo
e delle sue regole
fissate per le vie chiuse
e anche la solitudine
portata come un abito buono
nel lasciarsi dire e non descrivere
in un vortice
fissato al flash
non parli più non solo perché taci
il dolore delle ferite nell’oscurità
ma perché più nuda che afflitta
raccogli memorie difformi
sulle ore appena andate
insieme al tuo puntiglio
che disconosce vecchiezza
e offuscamenti

Le luci ancora sulla carne
negheranno il mondo
ieri come oggi
e privi di vista
non calpesteremo altre strade che queste
nell’ora d’aria ancora
dispersi come il mito dell’acqua
e le rovine che la contengono.
E’ tardi per scoprire
e visitare la soffitta della torre
il fuoco avanza
e il senso del tatto non ci assolve:
ci vorrà molto tempo
per riavere una visuale così nitida

***

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7 pensieri riguardo “Unica brama il lucido occhio di terra (II) – Mirko SERVETTI”

  1. e ancora un grazie, caro Francesco, per questa panoramica sui miei percorsi, per l’ottimo lavoro di impostazione e per la sapiente scelta delle immagini.
    Con amicizia fraterna.

    mirko servetti

  2. Grazie a te, Mirko.
    Sembra banale e retorico, ma per me non lo è: la “dimora” è casa tua, ed è onorata della tua presenza e della tua amicizia.

    fm

  3. fragmenta (per Chiara)

    …perché il pane dei riti demotici
    non abbia mai a saziarla
    CHIARA è
    preghiera laica
    che non consuma
    le mani
    ma i volti sgraditi
    CHIARA è
    lontananza altissima
    come il mondo in un diamante
    e le acque
    solo a LEI conosciute
    CHIARA è
    la tortura lo strazio
    di un sorriso non concesso…

    mirko

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