Il mese giugno – di Massimo SANNELLI

(La plaquette Il mese giugno, dalla quale sono tratti i testi qui presentati, è contenuta in: Massimo Sannelli, Philologia Pauli – Il corpo e le ceneri di Pasolini, con uno scritto di Gian Ruggero Manzoni, Rimini, Fara Editrice, 2006.)

1

per la difesa è il verno, sotto neve
bianca i semi neri si prolungano, si dilatano
nelle radici; cioè i rami. per la
difesa si ode suono, si parla chi
non ama?
chi non ama? le difficoltà
sono alla rete, il lettore ha uno schermo

che decifra: ospita, di sottigliezza
in poi, il paradiso, a te, e la cella.

4

è forse una sera che taglia
i due tempi, o il tardo
pomeriggio, nel lavoro: la dentatura
o la lingua, che leccava, leccava. Muore
il piacere, con diligenza la cenere
fisica è meno corrotta, vergine;
al risveglio si trema.

5

l’iride è azzurra o bruna, necessaria alla
fine, e le pliche sono all’iride,
alla fine. le croci sono fatti
belli, in sanguigna, triangoli
trafitti e sfere. di notte, è
composto un riparo caro: lì
le pieghe, l’iride chiara, certa
quiete dopo pioggia, vento.

6

contro la voglia, gagliarda, in somma
si illumina per un messaggio nuovo,
verrebbe dalle mani affusolate, con
gli anelli,
ancora provati, sottili al dito.
il profilo appare sospeso, nella
mattina, e vago: vago e sospeso: pari
alla mano liberata, alla guancia rotonda,
che la mano tocca, umilmente, al suo
la sua.

9

si sale tre ore;
nella grossezza corre
un tentativo coerente
per la vita: i dolci sospiri,
i fiori fioriti, che la madre
nota. l’isolamento vagheggia
uno, una con uno, uno con
uno e una: le pieghe andate
all’iride celeste, che ride,
alta dopo vento e pioggia.

11

va verso la corteccia; verso
quella va la mano gestuale. i
diversi oggetti sono il circo,
che il tavolo fa, la macchina
fa, la cornice e i libri. Tutti
fanno: apposta è alla
velocità l’azione, e all’azione
il suo corso veloce.

si mettono anche, come
lo scudo è, la coppia
di avambracci i gomiti in
loro e le punte dure – difendendo
il viso, due occhi dall’aria
o da un bambino.

12

sùbito coperte
e cornici, sconvolge; agisce
sul minimo, sul

sonno: forse l’ultimo spicco
sui tasti, la corteccia, che cosa
i denti soffrono, espressi alti; e
è nata l’altezza in colonne e
curve fonde. tutte sono figure;
la pietra più di tutto, con la luce.

13

il volgare, tale un moto di zampe;
simili cornici, caricate a modello.

Udite che fu fatta questa
virtù performata, tutta lingua che dalla
notte arriva alla notte e toglie.

15

per amore di lingua fu
il chiuso, rinominato vespro,
l’icona, rinominata con il
nome di testo; la festa
allo schermo. Su una
partenza che il nome di Dio
assottiglia e cambia, il vecchio
nel nuovo. Che cosa dal peso al petto
scende e trasforma, vòltati; la pulizia in
stampe, disegni, difesa, difendendo-
si. Non meno la mente, le mille volte
che scendere è povera cosa e vacua.

sovviene il falso amore e chi, eroe,
forma nel corpus domini una festa.

16

ultimamente sulle piastrelle, le righe
in forma solida, sono; il calcare nei
groppi asciutti, filamenti di sporco,
l’esperienza. Ad un tratto le lacrime,
al pensiero dei figli, vorresti:
correranno i bambini su questa
graniglia.
si umilia angelica in rincorse
e urla, il giusto all’ingiusto,
il falso al suo contrario.

Dovrebbe la memoria
invertire il volgare in colonne
serie, impazzire.

18

chiami padre la madre, il moderno
violento l’uguale, chiami, chiami. C’è
il chiuso, vespro: sopra, il vecchio
nel nuovo, aperto; dentro, petroso:
non è più tuo mondo, non è più.
una difesa coerente è il tuo Petrarca.

non veramente marsia spiacque,
apollo uccide, dire tradisce:

già il flusso prende lena, uccide,
la durezza si spreca, spiace.

20

proprio la corsa corre, fluisce
il flusso, bello, l’ora: l’anello che disposa.
deve l’occhio vedere,
impedite le mani: per i trenta
con tre anni, quasi, intanto che
la corsa corre, il salto salta,
il salto corre, la corsa tende
e vive.

***

La Scrittura-Sindone di Massimo Sannelli
(Stefano Guglielmin)

Se lo stile di Sannelli nasce dall’urgenza di salvare la voce, come afferma Fabio Zinelli ne La parola plurale, è anche vero che quest’ultima, incidendosi nella pagina scritta, diventa epigrafe, dettato definitivo, testimonianza indelebile.
In altri termini: il respiro (il fiato, la psiché) del verso, corto perché ferito, infuocatosi nel bianco della voce per sovrabbondanza del sentire, si solidifica nella grafia, nel segno inciso, ergendosi in tal modo a monumento di ciò che – nell’animo del poeta – è stato ed è, e ciò apparentemente senza tensioni affettive giacché sembra realizzarsi nella purezza di una perdita oramai acquisita e quindi serenamente accettata. Tale abbandono della presa (della cosa che ha fatto o fa soffrire) si mostra nella superficie sintattica della sua scrittura, la quale così diventa non solo lapide (ossia spazio dove l’iscrizione perdura), bensì maschera essa stessa, maschera funerea che sagoma e finge rappacificata la natura franta di Sannelli. Questi – che invero ha nel taciuto, nel “riserbo”, la cifra tellurica della propria autenticità – attraverso la poesia, offre dunque al lettore l’occasione d’incontrare, senza rabbrividire, il proprio simulacro, la cui novità modernissima consiste nell’essere ricco di vuoti, di passaggi rizomatici nei quali è ancora possibile intravedere la nudità del suo volto, del grido che il suo volto incornicia. In questo senso, la scrittura di Sannelli assume la funzione della Sacra Sindone, di un’umanissima Sindone sotto la quale il corpo suo silenziosamente implora un padre capace di donargli una resurrezione. Una, si badi bene, non ‘la’ resurrezione, perché la mistica del quotidiano gli impedisce di astrarre dal particolare, votandolo perciò al canto del frammento, all’ode creaturale. E proprio alle creature – che nella fattispecie si chiamano lettori – egli chiede la carità portatrice di vita nuova, di quella rinascita che è ascesa verso la pienezza dell’ora, del qui, quasi che ciascun lettore fosse un padre misericordioso, una mano temporaneamente salvifica. Non a caso, “carità” è parola amatissima da Sannelli, ripresa, in Philologia Pauli, da Pasolini e legata tanto a pathos quanto a “realtà”. Al qui e ora, appunto, nel segno della passione anzitutto amorosa. Di tutto questo parla Il mese di giugno, ennesimo frammento di un uomo che rifugge l’imitazione petrarchista, per abbracciare semmai la resurrezione nella carne stessa del Petrarca, nel suo scandaloso gesto di “consegnare la propria psiche” – ma direi: il proprio destino – “ad un percorso libro” fatto dello stesso impasto della vita.

(La nota critica di Stefano Guglielmin è tratta da La poesia e lo spirito del 24 gennaio 2007)

***

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5 pensieri riguardo “Il mese giugno – di Massimo SANNELLI”

  1. a Francesco devo dire molte volte grazie. e anche chiedere perdono, perché troppo silenzio (il mio) rischia di non essere più dignitoso, ma *mancanza di parole*. scusa, Francesco.

    queste poesie, dopo due anni, mi sembrano “intense”, sì – lo sembrano anche a me. ma mi sembrano anche legate ad un tempo [cioè a *rapporti*] esaurito. le nuove poesie – probabilmente le ultime – saranno più morbide.

    non volevo scrivere poesie, ma musica, fin dall’inizio.
    la frase “io volevo, io voglio” riferita a questo campo è ridicola.
    non volevo scrivere letteratura, ma le pagine di un rito. e ancora: la frase “io volevo, io voglio” riferita a questo campo è ridicola. gli strumenti sono gli stessi: i miei sensi, la strada, il sesso [non è una metafora], e quella Cosa a cui il nome *religione* conviene e non conviene.

    dunque PPP è *anche* quello che apre questa strada – e vi lascia un Segno più grande dei 165 cm di lunghezza della sua salma. proprio la corsa corre.

    *

    è strano sentirsi chiamare Sannelli Sannelli Sannelli, come se fossi un autore. io sono Massimo. oppure il Frate Asino. opppure Ombra: il nuovo soprannome, dato da chi – con la letteratura e i “formaggi” [nausea di Rosselli] – non ha niente a che fare. e chi dice in palermitano *OmbRRa* sa di che cosa parla: perché devo chiamarti per nome? perché la polizia deve sapere come ti chiami? – le piccole e forti logiche di chi sta nella cosiddetta malavita [ma questa è la città barbara, e Roccia è amico di tutti e tutte. e Ombra – non Sannelli – lo segue, e cerca di resistere come un Frate Asino]. una piccola troupe sta girando: in tutti i sensi.

  2. Grazie a voi.

    Dici bene, Lorenzo: la coppia Guglielmin/Sannelli è un piatto prelibato. Penso che il “ghibellin fuggiasco” li avrebbe invitati al suo “convivio”, ai posti d’onore.

    fm

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