VuvuvupuntoDiopuntoorg – di Antonio SCAVONE

Antonio Scavone – VuvuvupuntoDiopuntoorg

     Ho deciso che sarà stanotte, quando i miei genitori si saranno addormentati. Domani è festa a scuola e non dovrò preoccuparmi di svegliarmi di buon’ora come tutte le mattine: potrò dormire tranquillamente senza destare il sospetto di aver passato la notte in bianco. A nove anni non si passano le notti in bianco, lo so, ma questa non è una notte come le altre e anche un bambino della mia età può permettersi il lusso di starsene sveglio, sfidando il sonno e qualche rimprovero. La posta in gioco è molto alta e vale la pena di prendersi le proprie responsabilità, come sento dire alla tivvù dai grandi della politica, perché, da quello che ho intuìto, una volta prese, queste responsabilità assicurano o assicureranno per il futuro serenità e consapevolezza nei propri mezzi e nelle proprie intenzioni.

Tutto è cominciato a scuola e, devo dire, per puro caso. La maestra di scienze ci aveva parlato dell’evoluzione della specie: che tutti gli esseri viventi del nostro pianeta sono il risultato di una lunghissima evoluzione attraverso i millenni e che niente distingue lo sviluppo di un vermiciattolo dallo sviluppo di un cavallo o di un bambino: facciamo tutti parte del lentissimo processo di miglioramento o perfezionamento che ha segnato e segna la nostra presenza su questa terra. Certo, a vederlo così, il vermiciattolo sembra più sfortunato rispetto a me: lui deve strisciare e procurarsi il cibo dove può e, se gli va bene, camperà una settimana ma che ne sappiamo in quali condizioni viveva il vermiciattolo di tremila anni fa? Forse non faceva in tempo a crescere perché moriva già dopo la nascita, divorato da qualche passerotto affamato. Questo vuol dire che anche il lombrico si è evoluto, magari noi non lo percepiamo, non gli diamo credito o non lo rispettiamo ma se sta a questo mondo da tanti millenni, forse anche prima dell’apparizione dell’uomo, una ragione ci deve pur essere e sarà senz’altro quella evolutiva. Il vermiciattolo della preistoria non sapeva di essere o di poter diventare storico, come noi del resto, però alla fine nella storia ci è entrato e ci è rimasto.
La lezione della maestra mi aveva interessato e convinto ma la storia dell’evoluzione la conoscevo già; me ne aveva parlato mio padre che è impiegato in un’azienda informatica e mio zio che è professore di matematica. Solo che, a dirla tutta, avevo accettato le spiegazioni che mi avevano fornito mio padre e mio zio come raccontini più o meno inventati tanto per levarmi di torno, per stimolare la mia curiosità e adempiere ai loro doveri educativi e tuttavia, pur giudicandoli come concessioni, li avevo accolti come tentativi discreti e nobili, anche se casuali, di instaurare un rapporto di fiducia e di conoscenza reciproca.  Insomma mi erano piaciuti.
Non mi sono piaciuti invece, e difatti mi hanno disorientato, i discorsi che ho sentito alle lezioni di catechismo, alle quali sono obbligato dalla volontà di mia madre. La signora che ci sta preparando a ricevere la prima comunione, parlandoci, anche lei, della storia e dello sviluppo degli esseri umani, ci ha detto che siamo stati tutti creati da un’unica mano, un’unica mente, una sola e irraggiungibile entità, cioè Dio. La signora ha aggiunto che tutti crediamo in Dio, persino i selvaggi dell’Africa nera, che senza Dio non ci sarebbe mai potuto essere nessuno e non si sarebbe mai potuto vivere. I miei compagni hanno gradito e approvato, sia pur distrattamente, la conclusione della lezione e stavano già per andarsene quando io, invece, ho posto una domanda alla signora del catechismo, una di quelle domande che mio padre definisce ineludibili: “E l’evoluzione dov’è andata a finire?!”.
La signora si è come risentita e con un sorriso stentato mi ha spiegato che l’evoluzione è stata resa possibile da Dio, che Dio ci ha fatti crescere e maturare come fa con la farfalla o con i vermi o con qualsiasi altra creatura vivente, anche con quelle che non ci sono più come i dinosauri.
Ho insistito: “Ma se ci siamo sviluppati come la farfalla, non c’era bisogno che qualcuno desse inizio allo sviluppo se siamo tutti partiti da un punto zero, cioè dal niente”. “Ma bravo il mio filosofo! – ha replicato la signora – E la creazione allora? Se Dio non ci avesse creati, non saremmo rimasti tutti al punto zero che dici tu?! Non saremmo rimasti tutti dei niente?!… Su, rispondi!”.
Lo confesso: non ho saputo rispondere, sono rimasto imbambolato e spaesato. I miei compagni mi guardavano stupiti e amareggiati, qualcuno mi ha detto con cattiveria, come per sfidarmi, “Renato, tu allora ti sei creato da solo?! Be’, ti sei creato male, se proprio lo vuoi sapere!”. Non ho risposto, non ho più parlato e me ne sono stato zitto, con le braccia conserte e con gli occhi bassi a guardarmi le punte delle scarpe.
Questo è il problema, questo è il mio problema per ora, a nove anni di età e c’è un solo modo per risolverlo: andare alla radice, trovare la soluzione “nel suo impianto essenziale” come dice sempre mio zio, il professore di matematica. Io la soluzione l’ho trovata: non devo far altro che levarmi dal letto, uscire dalla mia cameretta in punta di piedi, raggiungere al buio lo studio di papà, richiudere la porta alle mie spalle, controllare di non aver risvegliato nessuno e accendere il computer. Sì, il computer: è quella la soluzione.
Eccomi qua alla scrivania, davanti alla tastiera: accendo il monitor e faccio partire il sistema. Qualche secondo di attesa, gli sfarfallii dello schermo, il grunge-grunge del disco rigido, il rattle-rattle del floppy, il sibilo continuo della ventola e finalmente si manifesta l’interfaccia solita delle nuvole tenui e rassicuranti.  Non è finita, devo accendere il modem, avviare la connessione e attendere che anche Internet mi schiuda le ragnatele della rete mondiale… Ora ci sono, ora sto in rete e posso interagire con tutti i siti del pianeta.
Proprio con tutti no perché mio padre ha ristretto i siti da visitare, dividendoli tra quelli sicuri e quelli un po’ pericolosi: ha escluso infatti quelli ad alto rischio, anche se non ho mai capito quale sia questo “alto rischio”.
Internet, sul computer di mio padre, si apre con la pagina iniziale del sito di un giornale, che mio padre consulta spesso, soprattutto prima di andare a dormire. Questo sito per me, tuttavia, non va bene: niente paura, so come si fa: bisogna digitare il nome del sito nello spazio bianco che si apre quando dài il comando “Apri” dal Menu File.
Già… Ma non lo digito ancora perché sono un po’ eccitato e anche un po’ emozionato: il problema che devo risolvere – se siamo frutto di un’evoluzione naturale oppure siamo stati creati da un’entità superiore – be’, questo problema dimostra proprio ora, alle due di notte, davanti a un computer collegato a Internet, dimostra dicevo tutta la sua complessità e delicatezza. Non sto per tirarmi indietro, non me la sto facendo sotto, come si dice, ma sento che un po’ vorrei rinunciare, tornarmene a letto e rinviare tutto a un’altra notte… No, non si può, non devo: se mi faccio prendere dallo sconforto o dalla paura, non ne risolverò molti di problemi nella mia vita e un problema non risolto, questo l’ho capito, è un problema che si ripresenta.
Quale sito andreste a visitare per sciogliere il dubbio tra evoluzione e creazione divina? È semplice: scegliereste anche voi, come sto facendo io, il sito della mano che ha creato tutto, dell’entità superiore che è stata artefice di ogni cosa: scegliereste il sito di Dio.
Nella rete c’è tutto, c’è spazio per ogni necessità, da quelle stupide a quelle importanti e sicuramente c’è anche il sito di Dio! Si tratta di trovarlo, di individuarlo ma per chi naviga in Internet, trovare qualcosa, qualsiasi cosa, è un problema secondario: se stai in rete, capisci subito a cosa appigliarti: è come quando stiamo in barca, bordeggiando con papà sotto costa, per sfruttare il vento buono che ti porta lontano.
Apro un motore di ricerca: mio zio mi ha spiegato che è la via più facile, basta digitare poche parole e il portale ti porta, è il caso di dire, là dove vuoi, là dove ti serve. E infatti io scrivo semplicemente “Dio” e, dopo qualche attimo, il motore di ricerca mi presenta le pagine che ha trovato con la parola “Dio”… Questa non ci voleva! Le pagine con la parola “Dio” sono innumerevoli, infinite e ovviamente non posso aprirle tutte…  Quale scegliere?
Calma, c’è una via ancora più semplice, quella che avevo pensato quando mi sono seduto alla tastiera: devo trovarlo da me, devo chiamarlo direttamente il sito di Dio.
Vu vu vu… punto… Dio… punto… “Punto com” non può essere, Dio non è certo un’azienda commerciale e non può essere neanche “Punto it” perché Dio è universale, non è patrimonio solo del mio paese, cioè dell’Italia… quindi dev’essere “Punto org”! Per forza, il sito di Dio è e dev’essere la più grande organizzazione del pianeta, anzi dell’universo… Vu vu vu punto Dio punto org… Scritto! Non devo fare altro: aspettare che si apra la pagina!
Il computer sta soffrendo: il suo grunge-grunge è ossessivo, la spia rossa si infuoca, si infiamma, poi si indebolisce, si sfioca come tramortita ma ecco che riprende a brillare, si illumina: ha trovato quel che mi interessa!
Sullo schermo compaiono varie pagine in bianco, in rapida successione e con le scritte più disparate: “Impossibile trovare il server”, “Page Not Found”, “Error”… Sto mettendo a dura prova la flessibilità e l’ampiezza della rete!
Che significa che è impossibile trovare il server?! Se il sito di Dio funziona non è certo per un server, non ha bisogno di un server. Direbbe mio zio: “È il sito in sé che è server di se stesso!”. Posso capire che la pagina non sia così facile da aprire – perché protetta, è superprotetta – ma non che non sia stata trovata! Errore poi, di che? Di ricerca, di digitazione, del modo come ho formulato la richiesta?!
Il computer si stabilizza, la spia rossa non trema più, lo schermo bianco comincia a muoversi, a riempirsi di aloni, di ombreggiature… eccola la pagina del sito di Dio! L’ho trovata! Vu vu vu punto Dio punto org! Però!… È una pagina che ti sorprende, mi sarei aspettato qualcosa di eccezionale, di esplosivo, strabiliante come la playstation e invece questa pagina è semplice, senza fronzoli: non ci sono i banner della pubblicità, non ci sono né blog né faq, non ci sono i links per altri siti simili (anche perché chi vuoi che abbia un sito simile a quello di Dio?)… Al posto delle immagini appaiono gradazioni di colore che si alternano lentamente in dissolvenza e non affaticano gli occhi, mancano testi e titoli ma, ogni tanto, si materializzano delle piccole icone che staranno a indicare collegamenti interni al sito.
Inavvertitamente faccio clic col mouse su un punto della pagina e compare una scritta, una domanda:  “Che cosa cerchi?”.
Istintivamente mi viene di parlare, di rispondere e dico: “Io non volevo!” ed ecco un’altra scritta, che sostituisce la precedente: “Ma ora sei qui”, “Sì, sono qui perché ho un problema da risolvere”, “Che genere di problema?”, “Un problema che riguarda lei, te”… Non c’è risposta alle mie ultime parole… Ehi, ma come fa a rispondere se non digito nulla sulla tastiera?! Ascolta la mia voce, allora? E come?… Accendo l’altoparlante del computer e per poco mi scapitombolo dalla sedia: si diffonde nella stanza un respiro, il suono direi triste e lacerante di un respiro, ma il respiro di chi?
Stavolta ho davvero paura, mi copro la faccia con le mani per non vedere e difatti non vedo ma ascolto, ascolto una voce che mi dice: “Qual è questo problema?”… Non vorrei dire una cosa per un’altra, ma mica è la voce di Dio, questa?!… “Qual è?” mi ripete la voce ed io, sempre col volto coperto, dico quasi balbettando: “L’evoluzione! Sì, l’evoluzione!… O siamo frutto di uno sviluppo oppure ci ha creati lei così come siamo!”.
– È relativo.
– E’ relativo?!… Scusi, ma questo dovrei dirlo io: i suoi ministri che ci accusano proprio di questo.
– Chi sono i miei ministri?
– Quelli che la rappresentano sulla terra: i preti, i pastori, i sacerdoti di ogni ordine e grado… i ministri di Dio.
– E di che vi accusano?
– Di dividere ogni cosa, di semplificare ogni cosa, di ridurre ogni cosa alle sue cause.
– E in queste cause io non ci sarei?
– Scusi, lei ha detto “Io” parlando di se stesso?! Cioè si è dichiarato, si è pronunciato, si è rivelato?
– Non avrei dovuto?
– Dipende, cioè…
– … È relativo?
– Infatti.
– Tutto ciò che c’è nel mondo è il risultato di un’accurata e multiforme connessione tra ciò che è e ciò che non è e tra ciò che noi vogliamo che sia o che non sia.
– Be’, mi consenta, questo è un po’ più difficile e anche un po’ più comodo.
– Perché? Come può una cosa essere difficile e comoda insieme?
– Lo è, gliel’assicuro. È difficile, per esempio, comprendere certi processi ma è molto comodo anche farne a meno.
– Ma se si evitano, non vengono compresi.
– Comprendere un processo è senz’altro importante ma evitare di comprenderlo può essere altrettanto utile. Se devo studiare la storia e capire i suoi processi, mi farà bene per la mia capacità analitica, per il mio bagaglio culturale, ma se faccio a meno dello studio della storia, avrò ugualmente un vantaggio e cioè quello di non aver perso tempo sui libri, di non dover assumere posizioni nette e di ricostruire invece la storia, grande o piccola che sia, come piace a me, come serve a me in un preciso momento, è il caso di dirlo, storico.
– Capisco.
– Davvero? Non le sono sembrato un po’ secchione?
– No, direi piuttosto pignolo.
– Preferirei: meticoloso.
– E sia: meticoloso. Dimmi, qual è dunque il tuo problema sull’evoluzione?
– È un bivio: o ci siamo evoluti o ci ha creati lei. Se ci ha creati lei, perché avremmo dovuto evolverci? Ci sarebbe bastato solo di crescere, non le pare? E se ci ha creati lei, saremmo rimasti tali e quali nel corso dei secoli e invece, nel corso dei secoli, non siamo rimasti tali e quali.
– Tu che cosa credi?
– Io sarei per l’evoluzione.
– E allora è stata l’evoluzione.
– Quindi lei non ha creato niente, ha trovato già tutto fatto o che si stava facendo?
Stavolta il respiro è pesante, sofferto, come quello di mio padre quando mamma gli rimprovera di non aver fatto la stessa carriera del fratello, di non essere diventato anche lui professore, magari di informatica. Mi guardo intorno e aspetto. La camera aspetta come me un segnale: la luce azzurrina del monitor fa risaltare angoli e contorni che di giorno restano opachi e gli oggetti della scrivania – penne, fogli, gomme, matite – sembrano comunicarmi che sono pronti, pronti per scrivere, per cancellare, correggere.
Sull’altra scrivania, quella virtuale, cioè il desktop, non succede ugualmente nulla ma nessun oggetto, per immaginario e fittizio che sia, sembra disposto a fare alcunché.
Il respiro si fa più fievole e allora io chiedo: “Che succede? Si è dispiaciuto di quello che ho detto? Come la signora del catechismo? Come i miei compagni di catechismo?”… Niente, nessuna risposta… Oddìo, che ho combinato?! Io e questa stupida storia dell’evoluzione! Io e questo caratteraccio che mi ritrovo! Pignolo e inflessibile, come se invece di nove anni ne avessi novanta o novantanove!
Clicco col mouse sulla pagina del sito di Dio e il computer mi manda una di quelle finestre tragiche:  “L’applicazione verrà chiusa immediatamente. Vuoi salvare i file?”… Perché questo messaggio di errore? Che errore ho fatto e quali file dovrei salvare? Provo a chiudere questa finestra ma il messaggio è implacabile, devo per forza cliccare OK ma io non clicco OK! Ricorro al solito trucchetto: Control+Alt+Canc e riavvìo il sistema!
Mi alzo, mi allontano dalla scrivania e apro la porta dello studio: tutto tranquillo. Vado in cucina, apro il frigorifero e prendo una merendina, ho bisogno di tirarmi su; prendo anche un bicchiere di latte, un tovagliolo di carta, un cioccolatino che mia madre tiene sempre in bella mostra sulla credenza e poi ritorno nello studio. Richiudo la porta alle mie spalle, finisco di mangiare la merendina, di bere il bicchiere di latte e sto per scartocciare il cioccolatino quando mi casca tutto dalle mani: sulla poltrona di papà c’è un signore, una persona, insomma uno che respira a fatica e con il volto oscurato dall’ombra del monitor.
– Chi è lei?
Si leva una specie di mano, tremolante, dalle dita lunghe, e mi indica lo schermo del computer che, nel frattempo, si è riavviato presentando il solito sfondo delle nuvole tenui.
– Sei quello del sito di Dio?
La risposta è un respiro affannoso e intravedo gli occhi, ma non sono occhi, sono due led azzurri, come quelli dello stereo. Se quel respiro voleva dire “Sì”, vuol dire che anche la persona che ho davanti a me è… sì, insomma, è lui… È l’intestatario, il proprietario della parte centrale di vuvuvu punto eccetera eccetera…  Sprofondo anch’io in una poltrona, anch’io con un respiro che mi resta in gola e con gli occhi sbarrati per cogliere ogni piccolo movimento, per distinguere nel buio ogni dettaglio.
– Come hai fatto a… a venire qui, cioè a presentarti… sì, voglio dire a mostrarti qui?
Mi risponde con il solito respiro penoso ma in pratica non mi dice niente. Provo a scorgere qualcosa di riconoscibile in quello che mi sembra il suo volto, di capirne un po’ di più di questa persona che siede davanti a me, ma non ci riesco. Vorrei dire che sembra un personaggio dei cartoni, qualcosa tra Shrek e Simba, oppure tra Obi-Wan Kenobi e Albus Silente ma forse gli mancherei di rispetto paragonandolo a un personaggio come ce ne sono tanti nei film e nei libri per noi ragazzi. No, questa persona è un po’ diversa, intanto perché non ho capito se sia proprio una persona o quella che anche mio zio chiama “entità” e poi perché parla poco, respira gravemente e non mi ha ancora fornito una risposta. A questo punto potrebbe essere chiunque, potrebbe essere qualunque cosa.
– Se sei quello che sembri, dovresti darmi una risposta, una risposta al mio problema, ricordi? Il problema dell’evoluzione…
– Sì, ricordo. Tu hai chiesto una soluzione al tuo problema ma il tuo problema è già risolto…
– E come?
– L’hai risolto tu quando hai detto che credi nell’evoluzione.
– Quindi tu non hai creato niente?!
– Anch’io sono stato creato…
– Tu?! Ma che dici?!… Se ti sentisse mamma! E la signora del catechismo!… Tu non puoi parlare così, forse sei un po’ stanco e non sai quello che dici.
– Può essere ma è così.
– Questo significa che… con tutto il rispetto, anche tu sei un’evoluzione? Un’evoluzione di qualcosa?!… E di quale cosa?
Ma stavolta non parla, il respiro diventa un rantolo e poi un fruscìo come quando si passa una matita su una stoffa di seta. Lo schermo del computer si fa bianco per riempirsi di parole che si evidenziano da sole, come scritte da una mano veloce e infatti non riesco a leggerle perché si accavallano, si moltiplicano, si accumulano. Ho letto solo l’inizio – “Le entità superiori superano di gran lunga l’idea che gli uomini hanno di ritrovarsi prossimi alla divinità: ciò che è, il più delle volte diventa e ciò che diventa il più delle volte… –  Niente, non sono riuscito a leggere la frase perché il testo scivola velocissimo e seguirlo mi costa fatica agli occhi. Ecco, ora il testo si è completato ma è pure svanito: lo spazio bianco è attraversato da mille colori e ritornano le nuvole del desktop e sono più nette, più dense, come se fossero vere. Ripenso a quella frase-sentenza: ciò che è, spesso diventa e ciò che diventa, spesso… Spesso, che fa? Cosa può fare, oltre a quello che già fa, una cosa che diventa?… Diventa all’infinito? Cioè si evolve senza fine? Un’entità che diventa all’infinito, che si evolve in continuazione, non può continuare a essere se stessa, a restare quella che è, o quella che era, deve diventare necessariamente qualche altra cosa, ma cosa?… Forse il vecchio, cioè quel signore… sì, insomma Dio voleva dire che gli uomini, frutto dell’evoluzione, hanno creato le entità superiori per non farle mai crescere, per raggiungerle, per identificarsi con loro. Se è così, la signora del catechismo non sa quello che dice e ci trasmette un sacco di notizie e di suggestioni false e tendenziose: se deve esistere un’entità superiore non è certo per giustificare chi siamo ma solo perché abbiamo paura di aver cominciato ad essere, di aver cominciato a diventare, di essere continuamente evoluti anche se facciamo di tutto per essere continuamente arretrati. Un momento… ma dov’è andato a finire il signore che si è manifestato qui davanti a me? Non c’è più: guardo sotto la poltrona, dietro la scrivania, sulla libreria ma non c’è nessuno. Se n’è andato così?
La porta dello studio viene spalancata: è mia madre: “Renato!… Ma che fai sveglio?!”.
– Mamma, non mi sgridare, indovina con chi ho parlato?
Mi prende fra le braccia, mi copre con la sua vestaglia, mi accarezza e mi guarda negli occhi esitando, cercando di intuire cosa mi sia successo. “Mamma, tu non puoi immaginare con chi ho parlato stasera…”.
La porta si riapre di nuovo: è mio padre e non riesce a dire niente. Si guardano, poi anche mio padre mi accarezza ma neppure lui ascolta la notizia che vorrei mi facessero dire.
– Papà, ho navigato in Internet, ho visto un sito speciale, ho parlato con…
– Zitto, zitto, è tardi, adesso devi dormire.
– Papà, tu non ci crederai ma io ho parlato con Dio, ho visitato il sito di Dio, era qui pochi minuti fa, respirava affannosamente…
Mamma mi tasta la fronte e sentenzia che ho la febbre, ma io non ho la febbre, sarò un po’ su di giri ma non ho la febbre.
– Adesso mamma ti prepara una bella tisana e ti rimette a letto e tu dormirai fino a domani mattina.
– Ma io ho parlato con Dio, mamma. Ho parlato con Dio, papà…
– D’accordo, d’accordo, me ne parlerai domani ma adesso devi dormire.
– Non vuoi sapere che cosa mi ha detto Dio?
– Me lo dirai domani, ora devi andare a letto.
Papà mi prende dalle braccia di mamma e mi porta in camera, sul mio letto, ma prima di uscire dallo studio non posso fare a meno di guardare il monitor: le nuvole del desktop si agitano lievemente come se volessero salutarmi. Le saluto anch’io e mi dico che è stato bello aver navigato alla ricerca di quel sito e di aver parlato con quella persona o con quell’ombra dal respiro difficile. Mio padre mi rimbocca le coperte, mi accarezza la fronte e mi promette che domani, se il tempo sarà buono, mi porterà al mare o alle giostre e poi nel pomeriggio al cinema.
Mia madre mi porge la tazza della tisana e mi aiuta a bere a piccoli sorsi: mi trattano da malato ma io non sono malato, sono solo un po’ stanco e sono molto contento perché…
Be’, non lo so perché. So di aver risolto un problema, di averne uno in meno e di poter affrontare serenamente tutti gli altri problemi che verranno. Adesso posso anche dormire: ho superato la prova che avevo stabilito di superare. Sono sicuro che siamo il frutto dell’evoluzione ma l’evoluzione è un po’ troppo esigente, ci chiede sempre di cambiare, svilupparci, progredire e questo talvolta ci angoscia, anche il signore che si è presentato era angosciato. Quindi vogliamo andare sempre oltre, oltre noi stessi, forse per sentirci padroni di noi stessi, sapendo bene di non poterlo mai essere. Questa è la condanna dell’evoluzione: si è quel che si è diventato ma non si diventa quello che si è. Sì, dev’essere così.
Domani o nei prossimi giorni tornerò in quel sito, per scoprire altre questioni. Anzi inserirò quel sito tra i siti preferiti, così mi sarà più facile ritrovarlo… Già ma se quel signore cambierà sito? Se il suo indirizzo Internet non sarà più quello?

     Non c’è problema, ci penserò domani.

***

3 pensieri riguardo “VuvuvupuntoDiopuntoorg – di Antonio SCAVONE”

  1. Caro Francesco, desidero ringraziarti per quello che stai facendo con questo blog in nome della democrazia (quella vera), della poesia e della cultura in genere. Coloro che ci governano dovrebbero vergognarsi invece di pensare solo al loro potere. Intanto la Gelmini, con tutti i problemi che ha la scuola, non trova niente di meglio che riproporre le divise a scuola. Ormai non mi stupisco più di niente…
    Un caro saluto
    Mauro

  2. Grazie a te, Mauro. E’ un piacere saperti in giro da queste parti, in attesa di leggere qualcosa di nuovo da parte tua.

    fm

  3. Al liceo, frequentando una scuola privata e cattolica, avevamo una divisa, quella dei ragazzi sembrava la giacchetta di un metalmeccanico, le ragazze avevano invece un grembiule, simil asilo…
    Le divise dei ragazzi finivano sempre per essere riempite di scritte con il gesso, di impronte di cancellini, anzi, ora che ci penso quelle divise favorivano le guerre con i cancellini…
    Quando si cerca di imporre una cosa, si finisce sempre con ottenere l’effetto contrario e dare origini ad eventi che forse non si sarebbero mai innescati.
    Per esempio diventare atei…
    O meglio, smettere di credere in dio.

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