Il seme di una pioggia luminosa – Mario FRESA

Mario Fresa, Alluminio
Prefazione di Mario Santagostini
Faloppio (CO), LietoColle Libri, 2008

I

Così noi siamo rimasti al fiume,
sulla strada confinata di carezze, nella lotta
della gioia:
nel mutamento dell’adagio si è caduti
in quell’immenso fiato e nella vaga,
trascinata bianchezza
di quegli anni.

Qui mormorava il nastro della gola,
c’era l’immensa porta che inghiottiva i nostri passi,
in un istante solo;
e invece poi nessuno ha ricordato le parole
che migravano stupìte, nel cielo retrocedendo
con una dolce danza:
«ma guarda
come ci succhia, adesso, guarda come
ci rinnova, questa fervida luce
respirata»

l’esile bocca disse che fu sovrano incendio
e che fu preda.

IV

Il freddo scivola spezzando la tua voce risplendente
fra le porte della casa
e il tremolare della ferita dolce
poi riluce sulle mani, sopra i lampi
della neve che misurano i tuoi passi:
ci siamo riparati nei mantelli
come in docili gusci respiranti.
Proprio qui si riconosce l’implorante
luce notturna che adesso prova, ansiosa, nuove
mosse per abbracciare il fuoco
del sudario, l’alto sospiro
della memoria: e ancora è viva
questa mano che germina sottile
e già richiede un morbido risveglio,

una bendata resistenza.

V

Conoscere il centro, la carezza, l’occhio bruciante
mentre adesso si risvegliano minute
le profezie discese nella sera
dei dolori: così andremo col passeggio che ribolle
sui candidi riflessi, finiremo
nella morte lentissima di luce:
sulle veloci labbra si è riposata lieve l’ombra
per sognare la vittoria sulle cose

Poi c’è
il sonno pesantissimo che annuncia fuochi
di serpente, vento sull’uscio

La nudità si perde nella netta resistenza
degli schianti, nel silenzio leggero
dell’uscita:

sui passi è ricaduta l’ultima foglia,
il seme
di una pioggia luminosa.

VIII

Nella grazia implorante s’inseguono le ombre
dei nostri corpi accesi nella morsa
dei colori: si dispiegano i rami già stupìti
nel turbinio dell’aria, rivive una tempesta
azzurra che vibrando poi risale
sui profumi del crepuscolo,
sui piumaggi del respiro favoloso;
poi la vista già riluce tra i riverberi
degli aghi, e il suo fiato lontano è circondato
da una rissa di friabili movenze: così l’odore
immenso è attraversato
da fagotti di rumori incandescenti,
da bagliori trafitti di anfore perdute…

XIV

Tra le mani la palma la splendente creatura
e il chiaroscuro
l’oro della colonna
la penombra dei gesti la devozione quieta
l’altezza delle mani
e l’imponenza dell’acqua sovrastante
e poi la strada stretta
che ci osservava sempre
la famosa battuta l’andare circospetti
e i gran colori disciolti sulle gambe
l’immenso esplodere dei passi
l’abito nuovo che si fondeva

con la parete oscura.

XVIII

Poi mi chiedevi un dono, un orologio per contare
le formiche degli assalti, le feste vinte
da un angelo leggero:
una ressa d’introvabili parole che invitava
all’ingegnoso salto nel buio.
Era un docile lamento che imbrogliava la vista
dei giganti: io ti guardavo
ansiosamente stringere la mano
dei penultimi confini.

*

Dalla Prefazione di Mario Santagostini

Rileggere la propria esistenza a partire dai suoi momenti elementari e dalle pulsioni più semplici, semiautomatiche. Esplorando il gran territorio che il fenomenologo chiama mondo della vita o precategoriale. Nel quale il lettore ritrova il lato nascosto dell’essere, quello destinato a rimanere in basso, male illuminato e sottotraccia. Perché i versi di Mario Fresa questo intendono fare: portare alla luce il fondo vitale pressato dalla (cosiddetta) realtà e dunque sottomesso a omissioni, cancellazioni, rimozioni. Dove non si distingue ancora cosa è sogno, desiderio, vita desta, ricordo opaco della vita desta. Dove le presenze in carne e ossa rimangono appena accennate, affiorano, svaniscono e si confondono coi loro doppi e i loro fantasmi. Dove domina una strana mistura, un coacervo indistinto di sensi e memoria, quasi che Fresa voglia alludere a cosa è (o è stata) la percezione prima che la ratio illuminante intervenga a discernere quanto viene afferrato “qui ed ora” da quanto ritorna, risale dal passato.
Uno stato radicalmente confuso e caotico, dunque. Per esplorarlo, bisogna scordare e dismettere le abituali categorie regolative, le coordinate con le quali ci orientiamo nel mondo. Il quale, allora, appare come un territorio sotterraneo, un altrove ancora informe, confuso, instabile e sorprendente.

[…]

***

Nota biobibliografica

Mario Fresa è nato a Salerno nel 1973. Ha pubblicato due libri di poesia: Liaison (introduzione di Maurizio Cucchi, 2002, Premio Giusti Opera Prima, terna Premio Gatto) e L’uomo che sogna (2004, Premio Capoverso – Città di Bisignano).
Suoi testi poetici sono apparsi sulle riviste «Paragone», «Gradiva», «Caffè Michelangiolo», «Semicerchio», «La Mosca di Milano», «Specchio della Stampa», «Capoverso», «Il Monte Analogo», «Erba d’Arno», «La clessidra», «L’area di Broca», «L’Ortica», «Le voci della luna», «Il Banco di Lettura», «L’Ulisse», «Sagarana» e «Vico Acitillo 124».
È presente in varie antologie, tra le quali Nuovissima poesia italiana (a cura di Maurizio Cucchi e Antonio Riccardi, 2004) e Il corpo segreto (a cura di Luigi Cannillo, 2008). Una sua nuova raccolta poetica è in corso di pubblicazione sull’«Almanacco dello Specchio».

12 pensieri riguardo “Il seme di una pioggia luminosa – Mario FRESA”

  1. E’ un poetare improntato molto al simbolismo ma sotto emergono, quasi da crepe e fessure, tranche de vie sensazione forse accentuata dalla scelta di “precipitare” nella chiusa di ogni testo lo scioglimento, Tecnicamente riuscite, ma soprattutto intriganti (come un qualcosa che aneli a uscir fuori da un qualche bozzolo. O da un cappa, un liberarsi da ogni forma), un saluto, Viola

  2. E’ un poeta di assoluto rilievo, Viola. Ed è bello, per me (credo anche per te), tra le altre cose, sapere in quale terra, da quale humus nascono i suoi versi: cristalli attraversati da penombre di senso che si sciolgono in lampi di chiarori dimenticati.

    fm

  3. Aspettando di leggere “Separazione dalla luce”, opera con la quale Mario è tra i finalisti del Premio Montano di quest’anno.

    A lui i miei migliori auguri, a te un grazie per il gradito passaggio.

    fm

  4. Un saluto e un augurio all’amico Mario, che mi ha fatto conoscere questo spazio così prezioso per la diffusione della poesia. Complimenti a tutti i redattori.

  5. Pingback: Imperfetta Ellisse
  6. Mi sembra questo un tentativo riuscito: lasciar scorrere le immagini indietro e dentro in un succedersi di parole che si attraggono e s’impongono, s’impastano e si sfuggono. Costruiscono un paesaggio smerigliato e luccicante memoriale e astratto in una visionarietà cosmica:la luce che compare è siderea come può essere quella di un mondo di alieni.
    S. Violante

  7. Grazie per la tua nota, Salvatore. E grazie a Giacomo Cerrai che ha rilanciato sul suo blog, con una introduzione da par suo, questi testi.

    fm

  8. Testi molto belli, detto con semplicità, di primo acchito. Bella soprattutto la luce che li trasfonde, e la sete di luce che li anima. Per questo aspetto di luminosità vibrante, mi pare di sentire ancora Luzi… E continuando sulle orme della luce, di una certa sua morbidezza andata sposa a un ritmo incantevole di colori che trascolorano in questi versi (andando di luce in luce, si potrebbe dire), che non sia il caso di pensare anche ad Alfonso Gatto?
    Non abbia a male l’autore questi accostamenti. Mi vengono spontanei, non vogliono essere un esercizio letterario. Avvicinarsi ai grandi modelli della poesia non è detto che debba significare solo emulazione.

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