L’allucinazione – di Luigi DI RUSCIO

(Da: Luigi Di Ruscio, L’allucinazione, Edizioni affinità elettive, Ancona, 2007)

L’allucinazione,
la forma più realistica dell’irrealtà.

Guido de Ruggero

Mi ha ripreso la voglia di scrivere, succede sempre, in autunno non ho voglia di scrivere, con l’approssimarsi del nuovo anno mi riprende, è da tenere conto che ho 77 anni e mi è rimasto poco tempo, non solo perché si muore, ma anche perché uno rincretinisce. Già noto un calo della memoria che non è mai stata buona, dormo troppo, non riesco più a vedere un film intero. Figurati se posso rendermi conto di quello che succede veramente e devo immaginarne di tutti i colori. C’è un intoppo tra me e la realtà, mi sono diventati più prossimi gli anni della mia infanzia, mi consola la posizione del computer dove da anni scrivo le memorie di uno che si scorda di tutto, mentre scrivo faccio continue pause e guardo il panorama che mi scopre Oslo sino ai confini più lontani. Lavoro troppo di fantasia e Vico dice che dove è povera la memoria ricca è la fantasia. Nella biblioteca comunale esiste la prima edizione della Scienza nuova di Vico, immagina, giovanissimo l’ho avuta in prestito e me l’hanno fatta portare a casa, una lettura favolosa. Le edizione moderne della Scienza nuova mi sono sembrate insopportabili. Immagina il criterio della biblioteca comunale, dare in prestito la prima edizione della Scienza Nuova a un ragazzo, siamo verso la fine degli anni quaranta quando eravamo ancora innocenti e con la speranza intatta e cominciavo a essere un poeta che adoperava la testa e non viscere e neppure cazzi e quest’esercizio di testa mi rende immune da anni quaranta dei dolori di testa. Contro le emicranie adoperate il cervello, non surpatevi tutte le credenze, dubitate buoni figli, speculate. La vostra testa non vi è stata concessa solo per portare i cappelli e neppure per recarvi nella chiesa dei santi Paolini dove hanno trovato le tracce del passaggio dei Templari e giovedì i rappresentanti degli ordini cavallereschi dei Templari, i cavalieri Teutonici, i cavalieri di Malta, hanno fatto benedire gli anelli e i rispettivi cappelli. Dovrei elencare tutte le mie non credenze, cosa difficile, non saprei dove cominciare. Evitate di farvi portare per il culo dai truffatori che sono nascosti ovunque, non date soldi alla Caritas che la Caritas adopera i soldi solo per i cattolici o per le conversioni, se vuoi dare soldi in maniera gratuita e disinteressata è meglio la Croce Rossa, il governo del Berlusconi vuole aiutare i popoli asiatici con i soldi della carità pubblica, il governo di Perculoni è avaro sino allo spasimo, non fatevi fregare non dategli neppure una lira, fregatelo. È da notare che c’è un certo vantaggio a essere poveri, uno non rischia di venir derubato, a nessuno viene in testa di sfondarmi la porta per rapinarmi, non è necessaria la catenella alla porta, se suonano spalanco subito la porta e un mezzo indiavolato si presenta al visitatore inesperto, c’è perfino un grosso vantaggio a essere un poeta semiclandestino, la cassetta della posta è sempre vuota, nessuno mi manda manoscritti, non devo contrattare con la figlia di Perculoni direttrice della Maladori, il sottoscritto ha a disposizione tutte le 24 ore della giornata per tutte le scritture spericolate e la Mary consorte pensa che è meglio che sto matto se ne stia a scrivere tutto il giorno così non combina guai.

[…]

Se a qualcuno dispiace la mancanza di punteggiatura sui miei versi ebbene ce la mette tutta lui, con le poesie non ho mai guadagnato una lira e pretendere da me anche la punteggiatura è il colmo, quando iniziai a lavorare nella fabbrica ero il più giovane del gruppo di una diecina di operai nelle stesse fila di macchine e nello stesso turno, invecchiammo insieme, eravamo solidali, rapporti schietti, veloci e anche fraterni, un rapporto allegro anche, per anni ci siamo visti nudi sotto le stesse docce, nel guardaroba ci siamo svestiti e vestiti per indossare e toglierci la tuta di tutti i giorni, vedevamo la stanchezza di ogni uno di noi, poi cominciammo a morire o sparire, qualche pensionato ritornava a trovarci, li vedevamo comparire tra le macchine più pallidi, impacciati, sembravano ormai i fantasmi di quello che erano, li ho tutti ora davanti, mi scorrono davanti come li ho visti l’ultima volta, ce ne fosse stato uno che fosse comunista, massimo qualcuno era della sinistra socialdemocratica, per tanti anni scrissi senza far vedere niente a nessuno, nessuna distrazione una specie di esercizio mistico, alle ore sei del mattino ero sul posto di lavoro, orario continuativo sino alle 15 mangiare, riposare per circa un’ora poi a leggere e a scrivere, d’inverno qui alle 14,30 è già notte sino alle nove del mattino, una lunghissima notte, raramente vedevo giornali italiani e riuscivo a leggere in norvegese solo le cose più semplici come Paperino che comperavo tutte le settimane, sono andato a vedere il film Mondo cane anche chi fa simili film fa parte del mondo cane anche io che vado a divertirmi vedendo il mondo cane. Esco dal cinema e alla fermata del tram due stavano a massacrarsi di botte, io e la gente guardavamo tranquillamente lo spettacolo massacrante, tutti e due a terra e tutto a un tratto una guardia notturna sfodera una pistola, una scacciacane e si mettere a sparare vicino alle orecchie dei due che rimasero come paralizzati, scossi, si rialzarono, la furia era come se si fosse improvvisamente spenta, avevano tutti e due le giacchette a pezzi, probabilmente si vergognarono della condizione in cui erano venuti a trovarsi, si diressero subito per le loro strade e di corsa come volessero nascondersi.

***

Nota di presentazione di Massimo Canalini

1.

Sono trascorsi ventuno anni da quando Antonio Porta scriveva, a proposito di Palmiro, il romanzo d’esordio di Luigi Di Ruscio, che una testimonianza di dignità e di energia ci arrivava dopo aver attraversato tutta l’Europa, da Oslo ad Ancona, dove aveva sede la sua casa editrice. L’augurio, concludeva Porta, era che tale testimonianza in forma di romanzo venisse accolta con l’attenzione e la felicità che meritava.
Nel corso dei ventuno anni successivi alla prima edizione di Palmiro, il libro ha avuto ancora due edizioni: l’ultima risale a dieci anni fa, per opera di un editore milanese, Baldini & Castoldi.
Ma se il 1986 è l’anno dell’esordio narrativo di Di Ruscio con un testo romanzesco di cui già all’epoca, su quotidiani nazionali, si scriveva che appariva destinato a divenire un classico della letteratura italiana del Novecento, occorre aggiungere che la scrittura dell’autore marchigiano (Di Ruscio vive a Oslo dal 1957 e tuttavia è nato a Fermo nel 1930) aveva già prodotto, a partire dai primi Cinquanta, almeno tre raccolte poetiche di rilevante importanza: Non possiamo abituarci a morire (1953), oggi considerato un capolavoro del neorealismo poetico; Le streghe si arrotano le dentiere, (1966), per la cura di Salvatore Quasimodo, e Istruzioni per l’uso della repressione, (1980), che Roversi e Majorino condussero in libreria per il tramite dell’editore Savelli.
Nel frattempo, Di Ruscio proseguiva col suo lavoro di operaio metalmeccanico in quel di Oslo, senza mai smettere di occuparsi di scrittura e godere, nel tempo, di lettori eccellenti – da Franco Fortini, a Grazia Cherchi, allo stesso Porta; da Romano Luperini fino ai critici delle generazioni più giovani: Massimo Raffaeli, per esempio, o Andrea Cortellessa.
Ancora nel 1999, quando a Reggio Emilia fu ospite del laboratorio di nuove scritture «Ricercare», il quotidiano “La Repubblica” riferì che l’indiscusso protagonista della manifestazione era risultato l’ultrasessantenne Di Ruscio, con la sua prosa innovativa, ilare e capace di verità, contagiosa, da «piani alti della letteratura».

2.

E adesso, a ventuno anni di distanza dal romanzo d’esordio e la sua rivisitazione dell’Italia degli anni Cinquanta, «fatta di militanti di base, socialisti massimalisti, burocrati del partito seguaci del comunperbenismo, puttane, nonne, barbieri» capaci di susseguirsi «come in una tragicomica pochade, con punte celiniane» (Grazia Cherchi), ecco che un secondo ordigno letterario del formidabile Di Ruscio ci raggiunge dopo aver attraversato tutta l’Europa, da Oslo ad Ancona, dove ha sede la sua casa editrice. «La scrittura» ci viene detto a un certo punto di questo nuovo libro, «somiglia al sogno», così che «a volte siamo presi dal terrore per gli incubi da noi stessi prodotti, come fossimo in due». Subito dopo, Di Ruscio scrive: «Nel mio caso, di sottoscritti ce ne sono tre: il sottoscritto detto inconscio che programma l’incubo, il sottoscritto che osserva l’incubo, e il sottoscritto che si libera di tutto scrivendo».
Il «sogno» di cui qui si dice, o meglio l’allucinazione senza riposo che vibra in quest’opera anche scopertamente, e giustamente, di «fantascienza» – sia pure di quel particolare tipo in cui il romanziere si cimenta con l’ipotesi affascinante dei cosiddetti Mondi Paralleli – non riguarda più l’Italia del Palmiro, quando per strada «sfrecciava Coppi l’irraggiungibile macchina umana», ma l’Italia feroce e torpida dell’oggi, una sorta d’incubo in cui «tutto è vero e falso nello stesso tempo» – dalla politica in avaria ai lavavetri dell’Est; dai grandi funerali e rituali di stato in diretta tv alle molteplici, quotidiane persecuzioni qui e ora: i bei razzismi nei confronti dei più deboli, le ragazzette violentate, tutti gli espulsi i più poveri cacciati via, tutti i capri espiatori reali e potenziali e gli sbranati in guerra e tutte le vittime che, per forza di poesia, queste pagine ci rendono meglio capaci di distinguere, riconoscere.
«Riprendono le accuse» dunque, «le scomuniche, le invettive, le diaboliche serrature ricominciano a scattare»: noi ascoltiamo, per il tramite di queste parole, un accenno definitivo al lavorio del nostro – testimone imperterrito, cronachista mai ateo, Verbalizzatore Totale stupendamente all’opera, daccapo, pure nelle presenti pagine. (Queste parole, che scritte oltre quarant’anni fa riguardano la poesia, il materialismo poetante di Luigi Di Ruscio, appartengono a Salvatore Quasimodo).

***

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14 pensieri riguardo “L’allucinazione – di Luigi DI RUSCIO”

  1. Caro Framcesco, ho visto, grazie. Permettermi due sole osservazioni, non è molto chiaro che “l’allucinazione” è un libro già stampato e credo a disponibile in libreria. Non capisco la frase: il seme di una pioggia luminosa. Mario Fresa. Tra questo autore è “l’allucinazione” c’è una relazione? Ciao Luigi

  2. Mi dispiace di non conoscere l’opera di Tommaso Di Ciaula che mi dicono sia un grande poeta, comunque credo di aver pubblicato i miei prima libri molto prima di quelli di Di Ciaula. La mia prima raccolta, con prefazione Franco Fortini, che dice della miseria dei vicoli è del 1953. La mia seconda raccolta con prefazione Franco Fortini, dove ho pubblicato le mie prime poesie di fabbrica, è del 1967. Un’ulteriore osservazione, non è perché due poeti scrivo dello stesso argomento che vengono a trovarsi sullo stesso piano, infatti sono innumerevoli le poesie d’amore, ma tra tanti poeti che hanno scritto poesie d’amore c’è una differenza abissale. Io per il rispetto che ho per il sottoscritto vorrei starmene in un cantuccio a parte, leggete attentamente quello che ho scritto io e vedrete, saltano subito agli occhi le differenze e non i fili conduttori.

  3. l’ho letto da poco.
    a volte ripetitivo, ma nel complesso estremamente stimolante, originale, vero.
    ironico. provocante. una lettura doverosa, occhi da aprire, occhi dischiusi.
    come dice luigi, il libro è edito ed è in libreria: la copia letta mi ha trovato con estrema facilità (l’editore è di ancona…)
    al di ruscio soprascritto, a nord, un abbraccio sconosciuto.

  4. ciao Luigi

    La prima raccolta poetica di Di Ciaula è del 1970 (“Chiode e rose”), L’odore della pioggia (1980- Laterza) ecc…

    Mentre il suo primo romanzo è “Tuta blu” (Feltrinelli 1978) con prefazione di Volponi. (ristampato nel 2002 da Zambon Editore) e poi altre romanzi.

    Non affermavo che siete identici.

    Leggendo la prosa qui proposta ho notato che stilisticamente, tu e Di Ciaula, siete prossimi pur nella ovvia diversità. Ma hai pienamente ragione: meglio concentrarsi sulle differenze.

    ti abbraccio.

    f.s.

  5. Carissimo Sasso, grazie per le informazioni su Tommaso Di Ciaula, però dove farti notare che io ho pubblicato tre libri di prose, PALMIRO dove narro le avventure di un giovane comunista negli anni 50, poi ho pubblicato “LE MITOLOGIE DI MARY” e Mary è mia moglie, ora ho pubblicato L’ALLUCINAZIONE e in questo libro si parla di fabbrica solo in poche righe. Non ho pubblicato romanzi di fabbrica, ho pubblicato solo una corta prosa che riguarda la mia esperienza di fabbrica avendo lavorato in una fabbrica dal 1957 sino al 1994, fammi il piacere leggi L’ALLUCINAZIONE e ti accorgerai che non ha niente a che fare con la fabbrica, in questo libro parlo delle mie allucinazioni.

  6. Io ho scritto e pubblicato solo POESIE OPERAIE publicate dalla EDIESSE. ecco una delle mie ultime poeesie:

    AI COMPAGNI CON CUI HO LAVORATO PER QUASI UNA VITA

    questa notte vi ho sognato tutti
    splendidamente vivi
    ritornammo a rivedere
    tutti gli orrori di quel reparto ridendo
    non sono riusciti ad ammazzarci
    siamo ancora tutti vivi
    nuovi come fossimo risuscitati
    non più contaminati dalla sporca morte

  7. Grazie a Roberto, Francesco e Michele. E a Luigi: che leggiamo sempre con l’attenzione di chi sa che, ogni volta, ha qualcosa da imparare, da ricordare, da custodire.

    fm

  8. Caro Luigi Di Ruscio,

    ho letto tutto questo documento!
    E mi ha lasciato allibito,perplesso…!
    Gli scrittori borghesi sono uniti,molto uniti!Noi, scrittori alternativi:
    NO!

    Un caro saluto.

    tommaso di ciaula

  9. La gioia dell’essere insieme

    Improvvisamente sul tram quotidiano ho capito che il lato positivo dell’antologia Poesia e Realtà di Giancarlo Majorino è quell’essere insieme, gli atei insieme ai credenti, gli analfabeti con i bene alfabetizzati, quelli della rima e quelli della contro rima, i viscerali con i cerebrali, i nuovissimi con i vecchissimi che muoiono anche a cent’anni, quelli che si sono suicidati e quelli che vivono molto bene, gli ammogliati e gli strozzati, gli avanguardisti e i retroattivi, gli italiani e i sanfedisti, i seri e quelli che irridono anche la croce rossa con tutto il pappalardo, tutti insieme con le “ali illuminate” perché è questo essere insieme la prova dell’epoca, devono riuscire a vivere insieme gli albani con i serbi, i turchi con i curdi, i palestinesi con gli ebrei, devono smettersela di vivere in un massacro continuo, devono imparare ad accettarsi così come sono perché è vero quello che mi diceva nonna analfabeta “siamo tutti figli di madri”, le nostre diversità contano meno di tutto quello che abbiamo in comune, quei cuori del manifesto Benetton saranno di neri o di bianchi però i cuori sono tutti uguali, i nostri cervelli simili. Quell’essere insieme come quando ero in quel reparto io italiano insieme a tutti i norvegesi, quasi la pecora nera tra i biondi e gli azzurrati eppure eravamo insieme e fummo insieme per diecine d’anni continui. Ero insieme a tutti voi con le nostre tutte, con gli ingenui vestiti della domenica, li ricordo uno ad uno ora che sono quasi tutti morti. Però ogni tanto tra la folla sento un urlo, vengo chiamato urlato in tutti i modi con nome e cognome che qui sono indicibili in maniera corretta, uno sopravvissuto a tutte le pesti, a tutte le polveri arsenicali e dei metalli pesanti, metallurgiche a tutte le sudate continue mi chiama, mi abbraccia. Eravamo insieme diversi in tutto ma eravamo insieme nello stesso disprezzo per i padroni, insieme quando abbiamo sabotato e scioperato, insieme nei sotterfugi operai, ridevamo insieme e sudavamo insieme senza neppure accorgerci di questo miracolo, l’essere diversi però fraternamente insieme

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