Lo specchio di Dioniso – Gianluca PULSONI

MEDITAZIONE SUL POEMA di Gianluca Pulsoni

[Pubblicato in La Gru – Foglio Quadrimestrale di Poesia e Realtà, Numero 3, Maggio 2006 (Il poema). I quattro numeri della rivista (2005-2006) sono ora disponibili in formato pdf.]

     “Nello specchio Dioniso, riflesso, non vede se stesso, ma il mondo”. Questa descrizione su una figura misterica dataci da Colli, crediamo possa essere la formula più icastica per definire l’espressione del poema, nel suo intreccio indissolubile tra verso e racconto, caso e necessità: questo rapporto è il trapasso Io-mondo. Non un empirismo ai limiti dell’equivoco dell’ “io lirico” di tanta poesia, ma una “cosmologia” composita. Anzitutto noi vorremmo indicare con questa parola non solo un genere lirico ormai in disuso nella mentalità dei lettori e degli scrittori ma anche una vera e propria forma mentis del “pensiero-in-voce“: una sorta di sentimento “epico” del pensiero e un gigantismo poetico ai limiti dell’errore, l’impoetico e l’anatema, e il grande stile, il “discorso retorico”.

     Nella scrittura appunto è la via parola-verso-senso-mondo a costituire il fulcro di un movimento che porta alla traduzione dell’oggetto in scrittura e all’origine della “meditazione del mondo”. Invece, nella “cultura”, laddove sia comprovata l’idea di una letteratura intesa come “motore” della cultura e come “spazio inter-soggettivo” del linguaggio, teatro delle lingue, l’incanto della poesia si trova a confrontarsi con le necessità del pensiero: una psicomachia nell’agone del poema. Il tema in questo caso è una “persuasione”, quella del lettore, negli intenti condivisa. E cioè, nella questione della presa del reale, il vero e proprio motivo, a cui sia il pensiero che la poesia si interessano e si specchiano è l’esistenza del “discorso“, corpo della filosofia e tentazione della poesia. Ma qui le pratiche avvicinandosi talmente tanto rischiano di confondersi e di sfumarsi in qualcosa di “profondamente” nuovo e totalmente “aperto”.

     Dal punto di vista della poesia questa “morsa” contamina in maniera “eretica” ogni filologia del pensiero, specie in quel momento della creazione che funziona come un contrappunto concertistico, dove appunto è il concetto a metamorfosarsi in concerto, facendo “apparire” qualcosa di più profondo e non contemporaneo al pensiero. E questo è la voce: la voce come indicibile e indecidibile del pensiero; il pensiero come innominabile della voce. Così che si legga giocoforza la voce come “macchina d’oralità” debordante, le cui derive sono davvero “le rovine del pensiero”. Non una voce che indichi alcunché e che guidi, ma una voce che si perda nel proprio corpo testuale, che si “espanda” tra il frammento e il non detto del proprio “dire”, laddove il gioco linguistico e retorico passa nella pagina, sulla necessità di individuare l’oralità nella scrittura, e non altrove. A dissolversi, nel testo, dovrebbe poter essere l’intenzionalità persuasiva, per ricercare l’empatia di una “hybris”, una simbiosi tra epica e lirica, ripetizione di quella tra pensiero e poesia, come il fine e la fine del giudizio “critico”, dato che sia l’affermazione “prima” e il dettato lirico si formulano come “critica del giudizio”.

     E il tramite è il motivo della creazione: se si rimane nel passaggio vita-arte, la sublimazione lirica resta il frammento, la debacle del sistema, il Novecento, gli ismi dei movimenti. Se, invece, il passaggio si fa trittico, vita-arte nel progetto di “presa del reale” e una “ripresa” nel ritorno alla vita, all’impensato, si trova una idea di letteratura e di cultura assolutamente fondata sulla “costruzione di diversità”, sul nuovo. Cioè prendere l’arte in quanto “stimulans” della vita, “intensificazione” del vitale, sul modello nietzschiano, produce quella necessità fondante di ogni creazione che affronti “storia” e “cultura” con l’intento ogni volta di uscirne non secolarizzata e omologata. E il pensiero-in-voce è quanto di più auspicabile per giungere all’idea della fine della poesia e del pensiero, come generi e mimesi e specchio dei “realia” in un ulteriore affondamento. È così la forma del poema a venire meno, come massima amplificazione della poesia e “croce-via” di rimandi, trasmutando in invisibile ma reale forma aperta che pensa: una invasiva “caosmologia”, il cui “pensiero” assuma lo statuto di creazione esaustiva, vibrazione del non ancora accaduto. L’ “immanenza” invisibile alle cose di questo dettato assolve in continuazione la scrittura da ogni “dover essere”, fino a quietare il capriccio dell’arbitrio in una trama che seguendo il lampo del verso e la fabula del racconto si sgrana. Ma resiste e insiste in questo movimento a qualsivoglia “pensiero pensato”. Il poema è questo “specchio di Dioniso”.

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2 pensieri riguardo “Lo specchio di Dioniso – Gianluca PULSONI”

  1. “E il tramite è il motivo della creazione: se si rimane nel passaggio vita-arte, la sublimazione lirica resta il frammento, la debacle del sistema, il Novecento, gli ismi dei movimenti. Se, invece, il passaggio si fa trittico, vita-arte nel progetto di “presa del reale” e una “ripresa” nel ritorno alla vita, all’impensato, si trova una idea di letteratura e di cultura assolutamente fondata sulla “costruzione di diversità”, sul nuovo. Cioè prendere l’arte in quanto “stimulans” della vita, “intensificazione” del vitale, sul modello nietzschiano, produce quella necessità fondante di ogni creazione che affronti “storia” e “cultura” con l’intento ogni volta di uscirne non secolarizzata e omologata.”

    Che dire? Su un pezzo così c’è da riflettere molto.
    Indica qualcosa di bellissimo e umilmente fa tremare.
    Grazie della riflessione.

  2. Sì, Nadia, un testo da meditare a lungo, come parecchi altri contributi che La Gru ha saputo produrre nei suoi due anni di vita anche cartacea.

    Gianluca Pulsoni, poi, è un giovane studioso di assoluto valore.

    fm

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