Inadeguato all’eterno – di Ivano MUGNAINI

Testi tratti da: Ivano Mugnaini, Inadeguato all’eterno, San Giuliano Terme (PI), Felici Editore, 2008.

     Inadeguato all’eterno

Se le braccia spalancate
della ragazza nuda
avranno la pietà del miele
selvatico, se il suo sorriso
enigmatico, sconosciuto e impuro
ti darà la certezza del corpo
e del cuore, senza cercare
niente di più, ora, del battito
delle tempie e del fuoco del sudore,
avrai il dono scabro, essenziale,
di un attimo: l’istante leggero e violento
in cui ti senti vivo,
seppure fragile, sporco,
inadeguato all’eterno.

     Per sbaglio, per errore

“Ho ricevuto la vita come una ferita”,
scriveva Lautréamont. “Voglio che il Creatore
ne contempli, in ogni ora della sua eternità,
il crepaccio spalancato”.
E’ morto all’età di ventiquattro anni, Lautréamont.
Eppure ha sentito la forza, nel respiro della carne
lacerata, di sfidare l’eterno, la vita, facendo
sentire il suono, l’attimo del fiato umano,
all’immenso, all’infinito.
E’ questo, forse, il patto tacito, l’impegno,
il contratto non scritto firmato da ognuno
all’atto di nascere. Ma intanto, mentre penso
al sorriso di trionfo del poeta esanime
sul bianco del suo letto, mi chiedo se
davvero, io, ora, con qualcuna in più
sulla pelle e nella mente delle sue
ventiquattro primavere ormai lontane,
riesco davvero a vedere, a percepire
la polvere e il sangue della voragine
del suo soffrire.
E se lui, per qualche mirabile acrobazia
del tempo, potrà mai scorgere l’ombra
aerea, deformata, ribaltata, del mio abisso.
Soprattutto mi chiedo se io stesso, e lui,
e qualunque altro misero, pulsante microcosmo,
siamo visibili, come la Muraglia Cinese,
almeno come un minuscolo solco, una riga
nell’azzurro del Cosmo, da lassù, dalle vette
siderali dell’eterno.
Ma forse la domanda contiene già in sé
la muta risposta. O forse Lautréamont
continua, cantando, ad avere ragione:
riceve la ferita senza rabbia,
senza sorpresa, finendo per lasciare
a bocca spalancata lo sguardo insondabile
che afferra la lama.
Mostrando il crepaccio con orgoglio,
come un frutto rosso, come un figlio.
Volendogli bene, in fondo. Senza temere
per niente, come un Adamo spaurito, stordito,
ancora caldo dell’erba divenuta paglia del giaciglio,
di avere stretto a sé con le braccia e con il cuore
la pelle calda di donna o di serpente
solamente per sbaglio, per errore.

     L’eterno ritorno del dolore

Non so cosa necessiterebbe, oggi
per strapparmi a me stesso;
forse una poesia ben scritta, letta
in una stanza chiusa mentre attendo
che si liberi la via che conduce
alla vita. Una poesia che faccia piangere,
e ridere, che faccia comprendere,
come un cieco nel buio, lo stipite, l’angolo
appuntito nello stomaco, il mobile antico,
di mogano, che non avrebbe dovuto
trovarsi lì. Una poesia che mi stende
sul letto, placido e perso, come un pensiero,
un ricordo, sicuro di essere nudo e morto,
seppure dotato di troppo respiro e coperto
da strati prudenti di cotone e fustagno.
Un verso, come un sasso che ferisce
e lacera la mano ma muove di onde
nuove e lucenti lo stagno del tempo,
del mondo. Una frase d’amore spietato,
banale, quasi da romanzo d’appendice,
che mi faccia alzare di scatto, folle
come non mai, ancora innamorato,
senza scampo e senza limite, felice
di andare a testa nuda a mezzogiorno,
ubriaco di sole, come un ramarro,
come un rospo, come un dio beffardo,
imperfetto, ignaro, mai come adesso,
dell’eterno ritorno del dolore.

     Non un alito d’aria

     Non un alito d’aria, un guizzo, uno scarto
di tempo. Anche il lago sullo sfondo, sarcastico,
stupendo, è un dipinto di autore manierista.
Navigano, sull’acqua e nella testa, vele di carta
e fustagno, orrore immobile, certezza del nulla
che scivola lento verso la sponda.
     Ma ripetono, tenaci, i poeti riuniti in schiera
compatta di lettura, in una formula, un’invocazione
ad un dio muto, scontento, una delle loro parole
preferite: “vento – vento – vento”.
     Rido, amaro, della loro patetica fiducia. Ma un alito
reale, spettina, ora, la fronte. Forse è chimera, vana
impressione. Ma anche le foglie fremono assieme
al cuore, perfino il lago si increspa. La vita ritrova
se stessa nella parola. E perdersi nella gabbia
della sua magia è annegare la mente in acque
profonde, o annegare il corpo, semplicemente,
l’attimo in cui l’esistere ritrova suono e fiato,
la voce sognata di un vento che soffia, lacera
e carezza, veramente.

     La stazione

Giunto in anticipo di fronte
a questa stazione, fermo, immobile,
senza aspettare alcun treno, non vorrei,
stavolta, che arrivasse alla mente
una poesia.
Vorrei che da quella porta rugginosa
dell’atrio uscisse trafelata la carne
imperfetta di te, accesa, sudata,
rossa di vita di follia.
O, almeno,
su quel vetro polveroso e mezzo frantumato
vorrei la pace assurda di un riflesso
di sole di cui non conosco l’origine
né il senso. La quiete afosa, la luce
ironica, fatale, del silenzio.

     Quando verrà l’inverno

     Quando verrà l’inverno, vero,
mortalmente sano, geleranno i virus
e le parole, si serreranno strette, spaurite,
le bocche spalancate dei bambini e i latrati
di cani straniti dal cigolio dei cancelli,
gli sguardi gialli sollevati verso vetri ignoti.
Piomberà, freccia, ferita, la sferzata nitida
di un vento di neve. Respirare, in quel momento,
sarà azzardo, scommessa vitale, mossa fragile,
lieve, sull’orlo di un dirupo. Sarà sentire,
nel fiato sincero della tramontana, la voce,
l’urlo mai spento del lupo. Riconoscerlo
affine, vicino, sarà morire nei suoi stessi occhi,
nelle ossa appuntite, tornando magri, leggeri,
nei fianchi e nei passi scavati, voraci, soli,
scostanti, ancora affamati di tenerezze
feroci.

     Il cielo raggrumato

Il cielo raggrumato, acquattato al termine
del falsopiano, ti attende, come un antico
nemico, un conoscente che un tempo
fu intimo e che credevi dimenticato.
Ti obbliga a guardarlo fisso, nel chiarore
che illumina e acceca. Per un secondo
lungo una vita: prima che la dinamica,
l’impulso, la forza d’inerzia, ti scagli
come un fuscello verso la curva che attende
qualche metro più in là.
Non resta che guardare anche lei, provare
a individuarne la corda, la traiettoria
che compensa la spinta e l’attrito,
chiedersi solo un istante se fuori
sia troppo freddo o troppo caldo,
aprire il finestrino e tornare
a respirare; l’asfalto, la terra, un filo
di sudore sulla fronte, la certezza
della polvere, qualcosa di caldo
nella nuca, la strada che ancora
ti separa dall’orizzonte.

     La tempesta

Sarebbe troppo agevole, per noi,
uno schianto di cielo, urlo, pianto,
riso stranito, poi, più niente.
Solo il corpo, per istinto antico,
si affannerebbe alla ricerca
di un riparo di fortuna.
La mente, già leggera, lontana
sulla schiuma che vola incontrastata
verso il mare.
Ma la nostra tempesta, per quanto
lunga, limacciosa, densa di vento
e torrenti, tronchi, liquami, rottami,
finisce sempre, all’indomani, con un sole
in tuta da lavoro, stinta ma brillante,
abbastanza per vedere che niente, davvero,
è cambiato.
Solo il ciglio del fiume è più largo,
corroso, cosparso di fango già pronto
a mutarsi in argilla. Estetica immutabile
del nulla, laccio emostatico di una subdola
serenità, vespa cieca, assassina, a spasso
sopra e dentro la testa, ti lascia solo
l’attimo, lo scarto, fessura breve
di silenzio afferrato in controtempo:
ascoltare, lontano,
l’eco, il suono, la speranza:
una vana, vitale tempesta.

***

Da: La chiamasti amore. Omaggio a Dino Campana (inedito)

gustave moreau

     La chiamasti amore

La chiamasti amore, lei, l’enigma,
Sibilla, la poesia, la poesia, carne
soffice, molle nelle mani sopra
gabbie di tendini, ossa cieche
all’abbraccio più feroce,
occhi sbarrati, croce, delirio,
le braccia puntate sul letto,
mitra di carne, fuoco vivo mentre
ride, serena, intangibile.
Ma resta, lì dove non sai vedere
né toccare, nell’iride azzurra
del tuo occhio di colosso
montanaro nutrito di caglio denso
ed aria eterea strappata
alle urla del vuoto e del lavoro,
il sorriso dell’attimo breve, infinito
in cui forse l’hai amata, posseduta
senza sfiorarla, compresa nell’ombra
delle stanze, nel vetro della finestra
socchiusa in cui, guardandola,
l’hai scordata, cercandola l’hai smarrita,
perdendoti l’hai veduta, vorace,
identica a te.

     Chimera

La più ardua e la più chiara, notturna
“Chimera”, perla in uno scrigno di velluto
nero. “Non so se tra rocce il tuo pallido
viso m’apparve”, scrivi, urlo e sussurro
alla tua eterna Gioconda, sorriso di sfida
tra le dita del mondo.
E il mistero di lei lo chiami “dolce”,
tu che dalla vita hai spremuto mosto agro
fuori e contro il tempo.
“Dolce sul mio dolore è la Chimera”.
Ed il dolore, ora, è mio e tuo,
il più folle dei furti, pietra preziosa
immensamente pesante venata d’oro
nel profondo.
Allora, pur non comprendendo,
per sorte e per fato, vedo anch’io
in un riflesso lunare, la faccia,
la pallida guancia, la fronte fulgente,
la luce che acceca occhi tetri.
Felice di non capire, condivido forse
con te un attimo di suono, eco lontana,
una valle in cui scorre cupo e forte
il tuo fiume e due ragazzi urlano
muti l’amplesso liquido del loro amore.
Sorride ancora la tua Gioconda Chimera
e l’orrore adesso è abisso in cui ansima,
urla armonia aspra di bora e fluida
di resina,
la tua poesia.
Nell’immobilità dei firmamenti,
tra i gonfi rivi respira l’arcano del pianto
e del riso che hanno fatto di te te stesso.
Anch’io adesso per un istante osservo
le ombre del lavoro umano, tempo
senza misura, senza la chiave
che apre e sbarra al cuore lo spazio
vitale di dolore e voluttà, anch’io,
forse, vedo e sento, nel viso di lei,
il sorriso di un volto notturno,
e ancora per teneri cieli lontane chiare
ombre correnti, e ancora, anch’io, la chiamo,
la chiamo Chimera.

     Il sangue del fanciullo

Il sangue del fanciullo, lo hai scritto
tu stesso, è questo solo, solo questo
che conta.
“They were all torn and covered
with the boy’s blood”, erano laceri
e coperti del sangue del fanciullo;
con questi versi si chiudono
i tuoi “Canti”, le orfiche stanze
sacre e maledette.
Fosti tu a dire che in questo distico
finale sta l’essenza, il nocciolo duro.
Il sangue del fanciullo, quale, chi?
Una vittima sacrificale, un redentore
che ha provato a pronunciare amore
nel vento del deserto? Oppure
un fanciullo come tanti, scannato
per sbaglio, per errore, con cieca
coscienza, per una forma di sadica
giustizia, la bava di chi gode nel vedere
soffrire ma palpita con uguale trasporto
per la foga di avere ragione.
Il sangue di chi è ancora troppo giovane
per smettere di sognare, liquido inchiostro
a stillare l’eterno conflitto tra dire
e sentire, tra il sole e il giallo smorto,
l’umana incapacità di plasmare colore.
Il sangue oscuro, esile, di queste parole,
o forse il tuo stesso sangue, ferita scavata
da chirurghi veri o presunti, dozzine
di elettrochoc, cortesia ipocrita degli amici,
silenzi, voci, fuoco che hai voluto rubare
sapendo che il tuo cuore era il bosco
di Marradi, sensibile alle fiamme, rapido
a farsi cenere, avido di radure,
spazi nuovi, nuove morti, nuove vite,
da vivere e da scrivere,
da scrivere,
da vivere.

     La notte

La chimica pura e corrotta
dei tuoi studi, gli anni
giovanili, terra d’elezione,
stagione effimera interminata
della mente, la notte,
compagna insaziabile assetata
del sangue delle tue narici,
sudore dei lombi, mani perdute
nella frenesia ponderata dei tuoi
Canti. A lei hai dato tutto,
e non importa cosa hai avuto
in cambio. Il tuo seme sparso
nel grembo ha generato un corpo
arcano, rosso di sangue e grida,
pronto a correre, a fuggire,
appena nato.
Alieno alla luce, al riflesso paziente
delle aiuole, suore dai capelli a larghe
tese, ombra di chiese consacrate
al santo protettore del potere.
Le cosce della notte, calde, distese
è lì che hai gettato i tuoi pensieri,
da loro li hai lasciati stritolare
per ritrovarli fertili, schiusi,
urlanti di forme di parole.
La notte, calore di geli senza fine,
i guanti a scaldare la penna,
nella bocca il diamante di un riso
da incastonare nel tremore
di un concetto, un’idea, pietra
che forgia e misura
il corpo del mondo,
frantumandolo.

     Solamente la vita

Che fossi un poeta non lo immaginava
nessuno; per i tuoi compaesani eri
un mistero vociante, un ingombro,
sguardo dritto dentro gli occhi,
roccia pregna che scendeva
a valle strappando brandelli
di pelle e di selciato.
Per tuo padre, maestro elementare,
eri un problema formulato male, inadatto
al Regio Programma Ministeriale, impossibile
da proporre nell’ambito di una canonica
lezione, nella sessione di un anno
scolastico ordinario.
Per tua madre un capriccio troppo rapido,
gioco complice, canzone che nasce
esile su note semplici, trillate, bisbigliate,
poi prende il volo, la gola, il fiato
e fugge via, incontrollabile, oltre
l’anta di una finestra aperta a metà
sulle foglie e sui rami di un tiglio.
Per gli scrittori del tuo tempo un paio
di scarpe sporche di fango,
mano gonfia di calli, manici
di zappa immaginari, campi avari
da dissodare. Ti hanno ucciso
con grassa innocenza,
la colpa tetra della noncuranza,
disprezzo di fronte al computo
ineluttabile della verità.
Eri in viaggio verso l’uomo,
brivido di fronte ad un immenso
che aveva rapito a sé anche
il cuore del recluso di Recanati.
Hai pagato, ogni verso, ogni respiro
strappato alla muffa dei sorci
e dei muri. Ora sappiamo chi eri,
chi sei, sappiamo chiamarti
poeta. Ma il verso, la rima, l’armonia
di dolori sillabati nella realtà
di una falsa, felice pazzia, sa scriverla,
adesso,
solamente la vita.

     Non è ancora finito

Non è ancora finito, il viaggio,
la fuga, occhio che schiva e divora,
le pietre, le cose, le facce,
le tette sode delle donne genovesi,
golfi, vallate percorse fino a gioire
del dolore, muscolo cardiaco spalancato
su flussi immani, d’emozione.
Sei ancora vivo, in cammino su fogli
lisci, ignari del senso profondo
di te.
Ti esaltano, ora, gli intellettuali,
i padroni della latrina hanno appeso
alle pareti levigate di cartavetra
e candeggina la tua immagine, la mandibola,
la bocca muta, in apparenza, ora, serena.
Campano adesso, i tuoi compaesani,
con le bibite e i funghi trifolati acquistati
da turisti frettolosi nei bar e nelle osterie
di Marradi.
Non è ancora finito, l’esilio
forzato nelle terre di confine,
domini eternamente recintati, cavalli
di Frisia per carni che sanno tremare.
Anch’io, come vedi, ti rammento
e tormento parlando di te, dell’idea
che ho voluto, cercato, tradendoti forse,
per troppo amore.
Ed è giusto, è opportuno allora
immaginare la tua testa folta di capelli,
rabbie indocili ad ogni geometrica
divisa. Pensarti mentre leggi, ascolti
il tuo nome gettato in abissi di vento
e lasci anche tu, a tradimento, spuntare
un ghigno feroce di luce. Un sorriso
ed uno sputo per dire, con trionfo
solenne, amaro, che non sei morto,
malgrado chi continua a volere
capire, chi sogna di averti
in una formula, un rito,
per dire loro ancora
con un sorriso di sbieco che no,
non ti hanno ripreso, il viaggio
non è ancora finito.

***

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7 pensieri riguardo “Inadeguato all’eterno – di Ivano MUGNAINI”

  1. “avrai il dono scabro, essenziale,
    di un attimo: l’istante leggero e violento
    in cui ti senti vivo,
    seppure fragile, sporco”
    lo speccho di una condizione umana, indagata sempre con affetto e passione nelle poesie di Ivano, un caro saluto a lui e a Francesco , V.

  2. Belli,davvero. Lasciano sulla pelle un brivido di riflessione, un appagamento interiore come solo la poesia sa fare.

    Grazie a te, Francesco per la proposta e grazie, ovviamente, all’autore.
    jolanda

  3. Esempio felice di poetica sapienziale e non ‘facile’, ma condotta con tratti e scansioni di limpida letio e agile lettura: doti in perfetto amalgama.
    Un grazie a Ivano e a Francesco per le sempre indovinate scelte.

    Mirko Servetti

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