La solitudine dei vinti – Tiziano SALARI

Testi tratti da: Tiziano Salari, Novellino. L’inatteso e l’antico, Catania, Prova d’Autore, 2007.

L’uomo universale

La cosa più inaspettata che accada a chi entra nella vita
sociale, e spessiss. a chi v’è invecchiato, è di trovare il mondo
quale gli è stato descritto, e quale egli lo conosce già e lo crede
in teoria. L’uomo resta attonito di vedere verificata nel caso
proprio la regola generale.

(Giacomo Leopardi, Zibaldone)

    

Tommaso viveva sempre nella stessa stanza. Quando era costretto ad uscire per qualche incombenza, era un vero e proprio calvario doloroso. I suoi simili l’angosciavano. Leggeva in ogni volto il suo stesso destino. Scoprendo nella sua singolarità l’universalità, in un certo senso si sentiva addosso il peso di tutta l’umanità. Tutti gli uomini erano un solo uomo, lui stesso. Le differenze erano casuali e fittizie rispetto a tutto ciò che era indistinguibile. Nascita, sofferenza e morte, ma anche tutto ciò che tiene assieme questi opposti, la necessità di riprodurre quotidianamente il proprio corpo con il cibo e la specie con il sesso. Questa replica all’infinito di se stesso come uomo era la fonte del suo smarrimento e di quella identità che avrebbe voluto perdere per essere Tutti. Ma anche nel suo isolamento era Tutti. Non c’era alcun bisogno di oblio. Amava denudarsi davanti allo specchio e osservarsi come il prototipo dell’universale. Le finestre degli occhi aperte sul mondo, i padiglioni delle orecchie aperti a vagliare il silenzio dei rumori. La piega amara della bocca.

Prigione

        O buio, buio, buio
(T. S. Eliot, East Coker)

    

Quando urlano tutti insieme mi sembra che siano tutti dentro di me e mi scoppi la testa. Non mi abituerò facilmente. Carlos li aizza. Certo la vita qui dentro è intollerabile. Il caldo è opprimente. Dopo l’ultima sommossa ci tengono rinchiusi nelle celle. E la protesta consiste nel battere tutti, alla stessa ora, la ciotola contro le inferriate. Il capo riconosciuto è Carlos. Durante le ore d’aria si è avvicinato anche a me. e’ celebre per le sue precedenti evasioni. Ma ora non ci sono più ore d’aria, e la nostra protesta consiste nel richiedere che ci venga nuovamente concessa. Dunque la parola d’ordine è, all’una in punto, iniziare il martellamento e gridare tutti insieme “aria, aria” con quanto più fiato uno ha in gola. Michel, il mio compagno di cella, ha una bella voce tenorile che si alza di un tono sopra tutte le altre. Sembra che canti. Dobbiamo proseguire per un’ora intera senza interruzioni. I secondini se ne stanno rintanati in mensa, il direttore non esce dal suo appartamento. Mi sembra che i carcerati siano tutti dentro di me, dentro la mia testa. La mia voce si fonda con quella di tutti, o è quella di tutti che si fonde nella mia. Aria, aria. Alla fine cadiamo stremati sui nostri pagliericci. Dall’assordante vociare al più assoluto silenzio. Tutti siamo caduti, come un sol uomo, sui nostri pagliericci. Esausti. I secondini tornano a circolare nei bracci, il direttore a sedersi nel suo ufficio. Sono uno straccio bagnato di sudore, potrebbero strizzarmi e prosciugarmi. Anche Michel è sfinito. Non so niente di lui, ma non desidero affatto conoscere la sua storia. Neppure lui ha alcun interesse a conoscere la mia. E poi, ho forse avuto una vita prima di trovarmi in questo buco? Non ho passato e neppure futuro. L’eternità è tutta qui, in questa lurida cella. Non sono neppure sicuro che ci sia un mondo al di fuori di questo.

Bianco

In realtà non sono mai stato un bambino, e proprio
per questo, ne sono assolutamente certo, rimarrà
sempre in me qualcosa che ricorda l’infanzia.

(Robert Walser, Jakob von Gunten)

    

Quando i suoi occhi scivolano su di me, avverto immediatamente la sua irritazione, il fatto che vorrebbe che io sparissi dal suo raggio visivo e come se pensasse: “Ancora qui! Ancora qui!” Allora cerco di appiattirmi, rendermi il più possibile minuscolo, ma, evidentemente, non posso scomparire. E quindi rimango al mio posto, ma come un grosso insetto che egli stritolerebbe volentieri tra le sue dita, e che solo perché viviamo in una società regolata da leggi non gli è permesso fare. E pensare che i miei colleghi sono più vistosi e anche più arroganti di me e talvolta discutono gli ordini, per non parlare poi di quello che gli dicono dietro le spalle. Ma piuttosto che inasprirsi nei loro confronti egli li gratifica e ogni anno hanno un piccolo avanzamento di carriera. E così il Bettini, il Mazzariol, il Zuccarino, pur avendo minore anzianità di servizio, mi sono passati avanti, ma d’altra parte avranno i loro meriti. Non intendo infatti dare alcun fastidio, accetto le mansioni più umili, eppure quell’occhio torvo non s’ingentilisce e anzi evita accuratamente di posarsi su di me e quando li gira per abbracciare in un solo sguardo tutto l’ufficio, hanno una piccola torsione della pupilla, rivolta verso l’alto, per evitare di incontrarmi. Ci sono mattine che corro i bagno a specchiarmi, a cercare sul mio volto i segni che mi fanno repellente, e forse la ragione sta nel biancore della mia faccia. Talvolta io stesso devo arretrare e socchiudere gli occhi per non vedermi. Il biancore è infatti accecante e questa potrebbe essere una spiegazione di quel pervicace eludermi, espungermi, che tuttavia può essere portato a compimento soltanto con la mia soppressione. E fino a questo punto non posso accontentarli. Raddoppiare il mio impegno, sì. Farmi in quattro per dare una mano a questo e a quello, anche. Senza ottenerne alcuna riconoscenza per altro. Il mio stesso nome, Angelo Angeli, può influire sulle reazioni che gli altri hanno nei miei confronti. Gli altri nomi e gli altri corpi sembrano più solidi, il loro colore rosato più consono alla convivenza di quella bianchezza che mi porto addosso come un marchio. Talvolta ho la tentazione di trasformare la mia passività in aggressività, la mia debolezza in forza, il mio biancore in luce in grado di trasformare in adorazione la ripugnanza. Ma non sarebbe essere accettato, ma temuto. E quindi sono angosciato da questo dilemma, se è meglio essere odiato piuttosto che temuto. Ma gli anni passano, e finirò per portarmi nella tomba i miei dubbi e il mio orribile segreto, e cioè che avrei potuto cambiarmi da vittima in vincitore, da verme strisciante in svolazzante farfalla. Ecco, sta incominciando un nuovo giorno di lavoro. Arriviamo alla spicciolata, ma io ho preceduto di qualche minuto i colleghi, e sono seduto al mio posto quando arrivano il capo e via via tutti gli altri. Il solito guizzo obliquo nell’occhio del capo, di inconciliabilità della mia presenza con la sua. Un raggio di sole balla sulla sua scrivania, avverto che è infastidito per quella striscia di luce che divide le sue carte in una zona d’ombra e in una zona chiara. Allora corro a spostare la tendina, ad abbassare la tapparella per impedire a quel raggio di entrare e torni uniforme la luce sulle sue carte. non dà neppure segno di essrsne accorto e sento soltanto la risatina beffarda del Mazzariol. Torno nel mio cantuccio, rinviando ancora una volta la prova di forza, cioè guardare direttamente in faccia il mondo senza tenere costantemente gli occhi bassi sul pavimento. Anni fa cercavo altre soluzioni, come quella i dipingermi la faccia di rosso, ma ottenevo solo l’effetto di divertirli. So invece che il mio biancore è l’arma più micidiale ed è questa la ragione per cui non ne faccio uso.

***

    

Personaggi che fuggono, personaggi che preferiscono vivere di notte, personaggi che si sentono addosso i tratti stereotipati dell’universalità. L’esiliato, il condannato, l’impiegato dalla carnagione spaventosamente bianca, il pittore filosofo, l’isolato: su tutti loro si accaniscono il volto oscuro della solitudine e un senso di opprimente estraneità che li costringono a cercare una possibile via di uscita nella morte, nella vendetta più spregevole, nell’evasione dalla realtà, nell’arte.
     Accanto a queste tipologie ve ne sono altre, altrettanto vittime dei propri sentimenti e delle proprie emozioni: ne sono un esempio la giovane attrice che viene tragicamente punita per il suo amore adultero, o l’impiegato violento che, felice di comunicare alla famiglia la sua promozione, non trova più nessuno ad aspettarlo a casa.
     E ancora, persone che si illudono di trovare l’amore spirituale in un rapporto esclusivamente carnale, persone che vivono felici nell’attesa di un piccolo gesto che li riscuota dal loro eterno torpore, persone che istaurano un legame viscerale con il luogo in cui sono confinate tale da renderlo a propria immagine e somiglianza, persone che reagiscono alla solitudine con la ricerca del calore umano, o con il rigido possesso, persone che scelgono la via dei sogni e dei ricordi piuttosto che la concreta quotidianità.
     I personaggi di questi brevi racconti sono tutti vinti, sconvolti e oltrepassati dalle loro stesse emozioni, siano esse dettate tanto da sentimenti positivi quanto da sentimenti negativi. La solitudine regna sovrana, diviene sia causa che effetto del loro essere e delle loro azioni, e genera un senso di estraneità totale dal quale è impossibile riemergere se non attraverso un gesto estremo quale il suicidio, la fuga, l’abbandono.
     Vicende profonde come quella della giovane che torna a casa dopo anni in occasione del funerale della madre e trova ad aspettarla solo l’ostilità e il mancato riconoscimento dei suoi parenti illustrano al meglio l’intento originario di Salari: quello di mostrare come spesso l’emozione nasca dal sentirsi estranei in un contesto che dovrebbe essere tra i più trasparenti e familiari.
     Infatti, come l’autore stesso riporta, con Il Novellino «[…] siamo in presenza di un costante intreccio tra vita vissuta e non vissuta, familiarità ed estraneità. Ed è solo dal cortocircuito che si crea tra familiarità ed estraneità che nasce l’emozione».
(Velia Ivaldi)

***

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2 pensieri riguardo “La solitudine dei vinti – Tiziano SALARI”

  1. Carissimo Tiziano, ho da poco letto Il novellino. Erano anni che non leggevo pagine così belle e così intense. Lo stile e la trama narrativa limata con perizia all’essenziale è in grado di riprodurre nel lettore forti e vive emozioni. Nello stesso tempo, questa ridda di emozioni che ogni storia provoca realmente nel corpo, stimolano potentemente anche il pensiero, invitano alla riflessione, alla meditazione, creando quella salutare resistenza al fluire atematico e inconsapevole del quotidiano.
    Questa mia lettura di una sua opera – per me la prima – mi spinge con desiderio a leggere altre sue opere.
    Con stima, renzo.

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