La traccia indelebile (II) – Roberto SANESI

Roberto Sanesi

Roberto Sanesi
(Milano 1930 – Milano 2001)

Sulla vita e le opere di Robero Sanesi, grande traduttore e saggista, trovate ampie e dettagliate notizie in questa bella ed esauriente ricostruzione su ItaliaLibri (nelle stesse pagine sono leggibili anche due splendidi scritti in memoria: un ricordo del poeta e traduttore scozzese Alexander Hutchison e i frammenti di Ruben Garbellini).

Mi limito a fornire i titoli principali della sua produzione poetica, non meno grande e importante, a mio modo di vedere, e che meriterebbe ben altra visibilità e attenzione critica.

Il feroce equilibrio, Parma, Guanda, 1957
Rapporto informativo, Milano, Feltrinelli, 1966
L’improvviso di Milano, Parma, Guanda, 1969
Alterego & altre ipotesi, Samedan, Munt Press, 1974
Il secondo profilo di Alterego, Bologna, Seledizioni, 1982
La cosa scritta, Milano, Guanda, 1981
Recitazione obbligata, Milano, Guanda, 1981
Téchne, Milano, Scheiwiller, 1984
La differenza, Milano, Garzanti, 1988
Senza titolo, Castel Maggiore (BO), Book Editore, 1989
Dialogo di Yuste (teatro in versi), Castel Maggiore (BO), Book
   Editore, 1991
Mercurio, Milano, Scheiwiller, 1994
L’incendio di Milano (volume antologico 1957-1989), Castel
   Maggiore (BO), Book Editore, 1995

I testi qui presentati sono tratti da: Roberto Sanesi, Recitazione obbligata, Milano, Guanda, “Quaderni della Fenice”, 1981.
L’opera è divisa in quattro sezioni: La messinscena di Fanes & Ananke, Il pied-à-terre di Circe, Il caso H., Sull’instabilità del soggetto.

Da: La messinscena di Fanes & Ananke

Dire non dire

dire non dire, dissimulare dicendo, spostare
il segno, il confine – per evitare (che cosa?);
dev’essere infatti per ragioni pratiche che esiste,
da qualche parte, una realtà prestabilita

questo mare ingabbiato dalla sabbia, dove le code
e le cannule e le chele si esibiscono, acrobate,
e appaiono e scompaiono nelle frane, recinto
dalle reti, dalle griglie, dal grigiotopo di questo
novembre di rancori, con la tetraggine e il resto,
che gli si addice, e tu che ti introduci
con alghe morte a parrucca, le labbra serrate,
mentre sto ancora pensando a che consigli dare
(come sarebbe, dicono, democrazia o amore)
sulla provocazione, fruscìo di ciottoli, scroscio
di rudezza, tenerezza della pietra,
e il macinarsi insieme del dubbio – dev’essere
per ragioni pratiche, senza dimenticarti, o magari fingendo,
che uno si mette in tasca la notte,
se l’appallottola, la strappa con le unghie non visto,
la tortura come un rosario arabo, non tanto
per passare il tempo, ma per adeguarsi al dolore,
per stabilire il luogo dell’addio (cosa ce ne facciamo
di un dito infilato nella sabbia, di un rimando),
con questo mare che sbatte, che rotola e sgretola,
e la pioggia di traverso, il va e vieni del dramma
di chi non riconosce né il suono né il senso

del dire, non dire, dissimulare, annegare, spostare
la fitta, la ferita, il girotondo delle dita fra i capelli,
per ritrovarsi un’immagine (sua, mia, di lei, ecc.)
che poi risulta prestabilita – cosa ce ne facciamo
dei rapporti, dei meriti, degli errori, dei nodi, dei paradigmi
di questa cosa splendida e idiota – nemmeno fosse la vita

(novembre 1976)

*

Dodici occhi

tutte le volte che il tuo sguardo acidulo mi
caracolla sui sensi
dodici occhi dalle fessure di pietra mi portano
giardini di malessere, violini, e una luce che sfrìgola
con un bisbiglio di mosche nell’ìncavo
fra pollice e indice, e lungo la schiena il soffitto
della mia resistenza precipita, tanto
che deliziosamente m’aspetto una specie di morte, sebbene
lo sguardo si rovesci, ogni volta, all’interno di te
fino a mettere in dubbio ogni sostanza, perfino
lo scricchiolìo del pensiero, non dico
il corpo, né le parole che a tratti, di scatto,
incautamente colpiscono, e allora ti vedo
solo con dita che annegano disgiunte, convolvoli
che s’attorcigliano a un’alba incolore,
mentre ridefinisci la luce accumulando frenetica ciottoli
e fiori, suoni, rimpianti, èlitre secche e rifiuti
nel punto in cui finalmente credevo di raggiungerti

*

Sonetto, al’ingannevole

Un calco d’aria. Attorno. E il freddo.
Ci puoi inserire un come, un quando.
Puoi dire io, tu… E spingere la porta
fino a schiacciare l’ombra. E’ ancora
un improbabile noi che vi s’annida:
la differenza, il fra, l’attimo acrobata, la
figura obliqua. Scava. Vi incontri
un forse corpulento, nòcciolo duro. Ora
ti strangola a memoria. Ti avverto.
Se ho visto correre attorno alle tue labbra
lo stercorario in amore, mentendo,
so che non mi ingannavo: era un cògito,
tenera falsa minuscola valanga
fra le chele vibranti di narciso.

*

Stanza

         tenere con fermezza ciò che è morto
                           esige la forza più grande

paglia, occhi, dura, assente, figura
ininterrotta, infezione, soggetto e inclinazione
alla nobile azione di sfuggirti: mi incontro
con la tua ombra che è sempre pianura,
gelo e secchezza con i quali ècciti, e sei
talvolta un forse, altre volte un divieto,
non parli, non nascondi, significhi, sguardo
abbrunato nei nomi dell’azzurro, incurabile,
limpida sufficienza di esistere, e in questa
tetraggine di vuoto mi confermo, esibisci
un corpo allegro di morte e di linguaggio:
       la mia felicità sarà solo nel dirti       
              come ti avevo perduta        

*

Parabola del bianco

         Yo me sucedo a mi mismo
                               Lope de Vega

luce in quanto figura.          ma
tutto quel bianco ficcato nell’armadio, compatto,
limpido e intatto in una messinscena un po’ lugubre
di miagolii e di trine, di rantoli, unghie, delicatissimi
pètali e casti trionfi di virtù, grumi sospetti,
malessere stipato, ombre, vi s’accartocciano verbi,
stridono sacrestie, vi s’annodano peli corvini
da vecchia vassalla, insomma preme insensato,
sebbene bianco, e farnetica, striscia, bisbiglia, senti
che esige il suo contrario, una tela cerata, un involucro, e
si gonfia, organismo, genera segni e fiori
fiamminghi,
               e lei sotto il sofà languida come un tarlo,
boiserie per profilo canonico, ninfa Luigi XIII e simili,
e solo in questo può dire di raggiungersi, identica, altra,
per la pressione che infine spalanca una vita
così impensabilmente diversa, e cioè l’anta (ante), o il quid
dell’armadio che la contiene, per rifluire, con qualche
sforzo e tuttavia felice, nella formulazione nomade
della sua stessa esistenza, che…
                                 ma allora sarebbe meglio
smetterla d’eccitare il dilemma della calce spenta,
di vagheggiare l’adescamento se, priva d’ogni interesse
verso l’oggetto in cui annega, si sposta, apre/chiude
e torna ad essere quello che era,
                                             bianco, luce,
dove soltanto il segno è plurale,
         continuamente ingannato dallo scrivere

*

La visita

         a Ugo Mulas

uno di questi giorni di malaugurio, un amico
curatore di zolle, di testi
settecenteschi, di teschi, una specie
di giardiniere se si potesse evitare l’immagine
di una natura ordinata, di zappatore
malinconico, bizzarro, essendo morto da tempo,
con un frammento di sfinge nell’occhio,
sbriciolando fra le dita la teca
di una crisalide, mi sono accorto
che era passato a trovarmi, assorto, pudicamente,
con qualche mormorìo, suppongo, a proposito
di ecpyrosis, kalùga, ragnarök, incerte
definizioni, come sempre, per quanto limpide,
e aggirando la colonna di legno col passero
nereggiante e gli ingranaggi ciondolanti ai fili
con la paura, ancora, di inciamparvi, di
provocare ondeggiamenti e tintinnii perversi,
mi ha lasciato una fotografia, un volo
vibrante d’ombre rannuvolate, quasi
un brandello di cielo picchiettato di macchie, di feci
sacre, e una fila di hermes, di stele immobili, una
sola col dito levato all’altezza delle labbra, il seno
granuloso, e un leone sul fondo, in prospettiva,
e così mi domando se questo mutamento di luce,
improvviso, non sia un indizio – di cosa
non saprei, ma in qualche punto la vita
sembra che ricominci a strisciare, come
un vermiciattolo allegro

*

Estuario

tre angelus a mano armata irrompono
da una porta girevole, il fango è un giardino,
la trattazione del tempo musicale
si arrende a soluzioni divergenti: il sigillo
con il quale negli occhi si conferma il buio
divarica l’erba selvatica, la zampa dell’airone
graffia le incrostazioni dell’ultimo naufragio,
il ciottolo muschiato risucchia le radici del tramonto
nei fumi densi dove si interroga il verde
sulla sua ritrosìa ad accettare il nero, e cioè
la verità presunta, tanto che una folata di sguardi
conclude in una ipsilon il suo artificio autunnale:
tutto identifica sempre il non identico in questo
estuario di pece, di pali, di ali, di ruggini e barattoli

*

Verso il traghetto

Lungo le smagliature dell’acqua: ed è subito un gusto di fango
nel grido oscuro dell’anatra, il fiume, che si raccoglie
sotto una pietra bianca caduta dal cielo, e le foglie
toccano il bruno azzurro delle piume. Stupito, rimango

ad ascoltare il bisbiglio dei vecchi che sognano i sogni
degli atti degli apostoli, e a volte si spingono
con i loro bastoni in mezzo alla corrente, da ogni
anfratto e frammento di luce, di buio, e non fingono

nemmeno di dormire. Ora, quando discendo, li penso,
credo che là vi fosse, nascosto, un laboratorio di pesci
retto da un meccanismo di briciole di selbst, o un intenso

svariare d’anagrammi sul nome dei morti, al passaggio
di qualche cieco daziere austro-ungarico. E infatti ne esci
solo in opposizione, pagando il tuo ridicolo pedaggio.

*

Se sia possibile verificare il nulla

di tutti quei beati che si intrattengono
         in piacevoli conversari con dio,
che fanno del turismo sui voli charter
         organizzati dagli angeli
che si spostano dall’oblatio alla consecratio
         col passo dei gamberi, rovesciando
i termini a proprio favore, e poi si scandalizzano
         se qualcuno fa l’amore in giardino,
e di quelli che non riescono a rintracciare
         un soggetto migliore di questo per esercitarsi
nel loro incauto mestiere di poeti,
         cosa pensare se ci rendiamo conto
che dato l’esiguo orizzonte il loro ego è probabile
         che non esista affatto

*

Di seguito

di come si allontanano, gli uomini, procedendo:

i figli, i figli dei figli, il gatto
della vicina, la foto coi baffi rossicci,
il seme del papiro;

                        scorrono
dietro di me nel futuro, curiosi e rapidi,
del tutto indifferenti
a questa pietra vagante nell’immobilità

***

3 pensieri riguardo “La traccia indelebile (II) – Roberto SANESI”

  1. Sanesi mi ha insegnato la compassione.
    saper tradurre un poeta, per me è saper provare compassione.
    ha portato a me Eliot come Van Gogh ha portato le stelle
    sulle tele e cioè, mi ripeto, lasciandole al suo posto.
    un rispetto profondissimo, un’ intesa e un ‘ aderenza poetica con ciò che ha tradotto che personalmente ho trovato solo in Quasimodo con i testi scespiriani.
    ho amato Eliot grazie alle sue traduzioni.
    non posso pensare Eliot senza pensare a Sanesi che ho
    ho apprezzato nel lavoro di traduzione di Eliot e poi solo dopo molto dopo come poeta quando ho cominciato a scoprirlo e ascoltarlo come tale.

    questi testi sono magnifici per me.
    un caro saluto, Francesco.
    paola

  2. Ciao, Paola, bentornata.

    A dire la verità, aspettavo (me lo auguravo) un intervento/commento del genere a questo post. E sono felice che porti la tua firma.

    Il mio “giudizio” su Roberto Sanesi poeta è tutto concentrato nel titolo di questa “rubrica”. Uno di quegli autori (“in-delebili”) coi quali la generazione dei “neo” poeti non riesce (come dovrebbe: per “crescere”) a fare i conti. Semplicemente perché ne ignora perfino l’esistenza.

    E la poesia, ormai, è destinata a morire proprio per mano “loro”, di quelli che “vorrebbero” salvarla, credendo – vanamente – di inventarla tutti i giorni. Pensano di avere il vuoto alle loro spalle, e finiscono per ignorare un terrritorio sterminato che potrebbe riservargli innumerevoli sorprese, regioni di puro stupore, motivi di confronto.

    Ti ringrazio. a presto.

    fm

  3. vorrei portare più cura qui e in altri luoghi a me cari con letture e commenti con maggiore costanza. non sempre ci riesco e di questo chiedo scusa.

    per me non esisteno “neo” poeti
    o lpoeti o poeti senza suffissi o prefissi
    l’ unico modo di salvare la poesia “salvare” ce le metto pure qua le virgolette, è scriverla se si ha da scrivere; ascoltare di essa gli antichissimi gli antichi gli indelebili (direi il titolo centratissimo) e lasciarsene attraversare… un po’ comecon gli antenati ai quali non ci si dovrebbe oppore ma lasciarsi attraversare appunto lasciarsi apportare da questi… si. ragioni di puro stupore, ma l’ ascolto comporta fatica.

    non si usano nemmeno più le gerle.
    anche le api muoiono avvelenate.
    resteremo senza miele.

    lo ritaglieremo da qualche fotoromanzo.
    (scusa per le mie “invettive” sole, che rimangono sospese.
    giusto un po’ di scena pseudoapocalittica: atto unico per piastrella)

    ricambio i saluti, a presto.
    paola

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