Dallo stesso altrove – di Marina PIZZI

Mario Giacomelli, Paesaggio, 6

Testi tratti da: Marina Pizzi, Dallo stesso altrove, Roma, La Camera Verde, Collana “Felix”, 2008.

3.
Con servitù al seguito

fu che pianse un sillabario vuoto
un baricentro senza corpo
una camicia senza petto
una ciotola al cantone pel micio cieco.
fu che resse una baracca
in mezzo al lusso delle residenze
per farsi chiamare quando occorreva
il disguido delle giostre sulle tombe.

 

19.

travolto dall’ago come un bastione
la gola nel sopruso d’inghiottire
questo timone rinnegato
fatalità del muro.
liso il sudario liso il tuo respiro
avvolto nel progresso di svanire
sotto il bivacco vacuo, vacuo censire.
dove smargiasso il pane di creatura
non volle assumere un nesso di perdóno
né dopo né prima lo sguardo di reato.

 

25.

sono steccato e ti chiamo al mare
così come non senso l’abitudine
del bel tritume tutto intorno al lago
la frottola proclive della madre

 

31.

era così un’edera di fosso
la tua mansione di sparir dolore
dal costo del sudario
dal lutto di guardarsi
sperpero di penuria la grandezza
del ventre per far nascere comunque
un roditore dal petto della sfinge sapientona
così senza pietà un dottor felice
di falce e di semenza l’abbondanza

 

34.

tutto declinato il verbo dello scempio
questo boomerang di risacche
sotto il sopruso del nato
accaduto dal diverbio
biologico senza l’irenico salvifico.
fatua tregua il polline
del lirico guardare controluce
le nicchie finte dalla biro in uso
disegnate sul foglio così per resistenza.

 

42.

era un’oscurazione
una sintonia nera sul corpo di pianto
sulla pagana enfasi del vento
così cattivo da sbattere nidi
da far gridare un pettirosso sul selciato

 

55.

senza stupore è marcito il cielo
il cerchio del buon filosofo si è spezzato
sotto l’ingiuria del lume in eccedenza
la capienza della stiva è stata tutta
condotta al cimitero delle flotte,
tu mi arridi sorella eppure muori
sotto il mio sguardo di truppa che fa il mondo

 

60.

aspro dolente il sillabario tutto
di cartapesta quale
un dolente asperrimo rigo sotto
il prezzo dell’immagine più bella:
così sia detto il moto della fionda
quale un dispendio in pasto all’avventura
di qui guardarci nudi difetti
il grembo dell’acrobata

 

70.

a terra questo dolore a terra
che va a moria tettoia contro grandine
al lusso delle stasi. diluvia da presso:
è senza simbolo il perché di capire
il cardo saliscendi della ruota.
genuflesse sul selciato delle rocce
le lune piene le briose specole
nulle alla pésca di scavare il varo.

***

Dalla nota di presentazione

già dal titolo il paradosso entra nel libro di Marina Pizzi: in uno stesso/altro che non è Borges ma semmai marcatura materiale di assenze: «un sillabario vuoto», maschera o calco che viene pianto.

ogni ipotesi di «nuova vita» finisce=inizia allora in «perimetri di pericoli», nel «torto di vederci», ma in questo nastro che si rovescia su sé, e che sarebbe una serie di espedienti (il)logici se mancasse di buio (e davvero non ne manca), scatta una forbice a tagliare ogni facile attesa o formula del buio stesso. anche il nero, che pure arriva sempre, è sfatato, e l’infinito del verbo è un imprevisto: un impervio «morire per non morire / così come fan tutti».

ma: è verbo interamente umano, terreno e compreso nel valore o dolore della «colpa della rondine che muore». è estraneo se non ostile ai «perfidi divini somiglianti». non è verbo che si fa carne. miracoli in terra non se ne vedono (né qui si vendono). è qui visto e riprocessato semmai precisamente il male – e con una lingua di paradosso, come si è detto, tutta nomi e contrasti, che nonostante i fraseggi innescati e tramati, compiuti, non si innamora di quanto va dicendo.

la grammatica spiega: nomi che sopravanzano gli aggettivi. sono le cose che vincono. esatto; allora il testimone non smette di testimoniare la continua «oscurazione / una sintonia nera sul corpo di pianto». torna il nero stesso, altro cerchio chiuso.

***

2 pensieri riguardo “Dallo stesso altrove – di Marina PIZZI”

  1. Non sono un critico letterario, leggo e basta e il lavoro di Marina Pizzi è uno di quelli interessanti. Testi di una densità dolente, che lo stesso dolore pare interminabile e sembra di toccarlo.

    Il frammento 42 per me il più bello.
    ciao

  2. Il lavoro che Marina Pizzi conduce da anni, ostinatamente, sulla parola poetica e i suoi limiti, meriterebbe maggiore considerazione, anche critica. E’, comunque, una poesia destinata a restare, insieme a poche altre produzioni di questi anni: non fosse, tra tanti altri meriti, che per il carico, enorme, di “anticipazioni” che contiene.

    fm

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