Il lettore del testo – di Flavio ERMINI

Flavio Ermini, Il moto apparente del sole
(Storia dell’infelicità)

Prefazione di Massimo Donà
Bergamo, Moretti & Vitali Editori, 2006.

Il lettore del testo
(pag. 155 – 159)

La vita dolorosa
    

Oggi la poesia non scende più dalle stelle. Ha rinunciato all’aureola ed esce dalle pieghe della terra. Per poi espandersi e muoversi fra la gente. E’ un albero e non un cirro sperso.
     Il poeta comincia ad avere gesti riconoscibili, che si costituiscono come una vera e propria chiamata alla parola, alla quale è un dovere corrispondere. Quella del poeta è una vocazione nel senso letterale del termine.
     Leggendo una poesia comprendiamo che non vi sono più uno spazio e un tempo al di là di noi.  Comprendiamo che se il dominio della ricerca non è più il cielo ma l’interiorità, la nostra avventura umana viene ad assumere aspetti imprevisti: si apre a squarci profondi nella terra.
     Non solo: il rapporto diretto fra poesia e lettore, istituito o dal solo sguardo sulla pagina o accompagnato dal movimento delle labbra, bandisce ogni inclinazione allo spettacolo, mondano o celeste che sia.
     La poesia mette la propria presenza in contatto perenne con il dolore del mondo. Tanto che la vita non può fare a meno della poesia.

 

Il secondo nodo
    

Ma la vita ha preso dalla poesia più di quanto possa godere.
     La vita, lo vediamo bene, procede su un filo teso sopra una crepa sottile. E’ l’esperienza di un vuoto indefinito.
     Poiché non sappiamo nemmeno in che cosa consistano i due capi del filo, dobbiamo ammettere che forse il primo nodo non è da nessuna parte. E ci aggrappiamo a un secondo nodo, considerato convenzionalmente come primo.
     E’ il disegno delle ipotesi. Ma il mondo respira su ipotesi. E l’ipotesi è libertà. E pericolo. E probabilità di cadute in perdite anche disastrose.

 

Limen
    

Parlando dal linguaggio, il poeta conduce il lettore alla convergenza del sapere con l’inconosciuto. Su quel confine spetterà a chi legge individuare la soglia.
     Il poeta ha un solo compito: spingersi fino al limite del dire oltre il quale ha luogo la contesa originaria che nomina l’iniziale differenziarsi del tutto.
     La poesia e quella parola che la costituisce non appartengono dunque al poeta perché non è lui a deciderne il senso, in quanto, come scrive Hugo, il poeta sa soltanto in parte, a volte in minima parte, ciò che la poesia finirà col dire al lettore. Ignora quale dimora prenderanno i suoi versi.

 

«Da te a te»
    

La parola del poeta conduce in realtà all’ascolto di se stessi e non della poesia. Ecco perché la parola che stiamo ascoltando è vicinissima a ciò che siamo. Ecco perché scopriamo che non c’è diversità tra quella parola e il silenzio che porta diritto a noi stessi. La poesia, come suggerisce Paul Celan, è «forse soltanto uno sviamento che porta da te a te».

 

Il respiro della parola
    

Ha un significato capitale lo « sviamento che porta da te a te», nei cui ambiti, di volta in volta, oppositivamente o unitariamente, il lettore si pone.
     Questo «sviamento» nasce dal desiderio di dare respiro al respiro della parola; dalla necessità di far risuonare il silenzio originario, quel silenzio da cui ognuno di noi proviene e nel quale ciascuno, leggendo, torna a dimorare.
     Il poeta è colui che chiama al silenzio. E invita dunque il lettore a testimoniare il limite, a toccare i bordi dell’essere, a lambire il margine di un’alterità inappropriabile. Fa sì che accada un evento speciale nella lettura: una voce viene come accoglienza e saluto e diventa germe di un’altra voce.
     E’ attraverso il dialogo con altre presenze che la poesia ritrova il tumulto della vita e osserva fuoco e gelo trasformarsi in parole, in cenere depositata tra le parole.

 

In viaggio
    

Si tratta di un incontro senza divario tra le parti. Emerge il confessarsi reciproco promosso da una pagina vibrante; un rapporto con un lettore non fuorviato; il riconoscere sinceramente quali siano le strettoie che ci impaurano.
     Il senso di quanto il poeta sta per dire non c’è in nessu luogo. L’ascolto di quella parola impone davvero di mettersi in viaggio verso se stessi.

 

La passione
    

Siamo viandanti inarrestabili che si affidano al rovesciamento dello sguardo per ottenere un punto di vista sempre eccentrico. Lo spazio letterario in cui ci inoltriamo non è garantito nemmeno dall’aristotelico «cielo delle stelle fisse», perché anche questo è tramontato per noi. Sembra dirci che non c’è patria se non la consapevolezza del cammino.
     Ecco il motivo di una lettura che, quale frutto di una produttiva asistematicità, consenta ai nostri saperi di intrecciarsi senza disciplina con quelli del testo.
     Ecco perché va favorita una lettura di pudore e di riconoscimento che consenta a brandelli della nostra anima di affiorare, senza abituarsi a quanto è consolidato. Se presso una radura è possibile sostare, questa non può essere che la passione. Come scrive Marina Cvetaieva: «La passione è l’ultima possibilità dell’essere umano di esprimersi, come del cielo l’ultima possibilità di essere è – per la tempesta».

 

Il mare e le rocce
    

La realtà non insegna un bel niente; ha ben altro da fare. E’ ai poeti che ci dobbiamo rivolgere per capire qualcosa del mondo. Questi «curatori della parola», come li chiama Heidegger, interrogano il linguaggio, ma al di sotto delle sue falde discorsive, che così tanto assomigliano alla superficie anonima delle cose.
     I poeti smascherano il mondo osservandolo dai margini. Non per altre ragioni il loro mestiere si configura come un sistematico andare per vie traverse, per digressioni, per sentieri interrotti.
     Affinché la poesia germogli sulla verità e non sull’inganno, i poeti si allontanano dai sentieri battuti, nel tentativo di aprire un altro inizio e un’altra storia rispetto all’inizio presunto e alla storia conosciuta.
     La scrittura diviene la via più lunga, l’itinerario sul quale si dovrà errare, perdersi senza alcuna impazienza: «E’ appunto la parola senza alcun riguardo al suo carattere descrittivo e come mero motivo associativo che provoca in me una sensazione». Nominata da Benn, tale parola è l’unica che riesce a ristabilire i nessi tra il testo letterario e quel deserto che solo apparentemente porta lontano.

 

Il dolore umano
    

«Le scoperte dell’ignoto» ricorda Rimbaud «esigono forme nuove». Ecco perché il lettore di poesia, favorito dall’esercizio della sua libertà, potrà riconoscere che la conclamata oscurità del testo poetico è la stessa oscurità che scende su un mondo che quanto più viene penetrato dagli strumenti della ragione tanto più si farà rigido e minaccioso. Riconoscerà che la poesia in fondo moltiplica i misteri per evidenziare che il suo fine di morte coincide con quello della nostra vita. Di questa contiguità è testimonianza il dolore umano. Non si può infatti mai pervenire a essere quello che si è se non nell’esperienza del limite e della fine.
     Vita e dolore sono inscindibili e nulla può essere davvero vissuto al di fuori di questo indifferenziato.
     La parola del poeta ci districa dall’ignoto per avvolgerci nell’oscurità e nel dolore.

 

Miele
    

Dalla poesia si trae più miele che da tutti i fiori dei boschi. Ma è un miele accessibile solo a chi non pretenda di nominare l’inconosciuto o semplicemente di diventarne il controllore; solo a chi intenda lasciarlo ogni volta pensare e ogni volta avvenire.
     Privilegiato sarà il lettore mosso più dall’impazienza dell’ascolto che dall’ansia del conoscere.

***

9 pensieri riguardo “Il lettore del testo – di Flavio ERMINI”

  1. ‘Il poeta è colui che chiama al silenzio. E invita dunque il lettore a testimoniare il limite, a toccare i bordi dell’essere..

    I poeti smascherano il mondo osservandolo dai margini. Non per altre ragioni il loro mestiere si configura come un sistematico andare per vie traverse, per digressioni, per sentieri interrotti.’

    Ho letto molto volentieri questo pensiero di un autore che avevo già avuto occasione di apprezzare.

    Tutta la mia stima e i miei complimenti
    Rina

  2. E’ una concezione abbastanza “mistica” della poesia che diventa Parola sospesa tra il silenzio e la verità inattingibile ; il compito dell’autore sarebbe quello di “dire la cosa che non è” (Swift, per quanto strano); ottica molto comprensibile ma che taglia fuori tutta l’epica, la satira, l’elegia il teatro (l’oralità performativa come ora qui suol dirsi) et cetera e affida solo al bianco della carta il segno, e non il suono e, soprattutto non dà conto della s o c i a l i t à, della comunicabilità. La parola è un mediatore, non un fine per quanto splendido sia il suo senso/suono, funge da tramite tra il sé e il mondo (se esistono questi due “concetti”), tra lo sguardo e la voce, la parola costruisce, veicola (orrido termine) tra umani e/o tra organizzazioni umane. Persino quando scorre nella notte di San Giovanni della Croce …
    Detto questo , nell’ottica scelta da Ermini il saggio è estremamente fecondo e anche molto utile per esplorare “questa” funzione della poesia, innegabilmente viva e fascinante, un abbraccio, Viola

  3. Ho letto queste riflessioni con commozione. Molti pensieri mi hanno coinvolta, ne riporto uno per tutti

    La poesia mette la prpria presenza in contatto perenne con il dolore del mondo. Tanto che la vita non può fare a meno della poesia.

    Grazie infinite Francesco, abbracci
    jolanda

  4. Siamo di fronte alla scrittura, seminale, di uno dei poeti-scrittori-filosofi più originali e indispensabili degli ultimi decenni.

    So bene che una pagina, estrapolata dal contesto più generale di un’opera impegnativa e non facilmente accessibile (una vera “summa”), si presta a molteplici interpretazioni, ma (in risposta a Viola, soprattutto) penso di poter escludere, immediatamente, qualsiasi intento di natura misticheggiante. Siamo all’interno di quel territorio che si apre, senza uniformità di paesaggio e senza confini certi, tra pensiero e canto: a partire dalle domande essenziali che fondano qualsiasi ipotesi di senso.

    Vi invito a procuravi e a leggere il libro, che non può mancare nella biblioteca di chiunque ami/pratichi la poesia, e non solo. In ogni caso, sarete di fronte a un percorso che, comunque lo si giudichi, non ha eguali, né possibilità di imitatori. E questo è un indice, inoppugnabile, della sua unicità e grandezza.

    fm

  5. Ho avuto modo di ascoltare Flavio Ermini parlare di Poesia ad un convegno dedicato ad un poeta dei miei luoghi. Mi ha colpito, come in queste riflessioni,la sua chiarezza. Una profondità che si fa piana per andare incontro all’ascolto. Rara virtù.
    grazie
    lisa

  6. Grazie, Lisa. Ho intenzione di pubblicare, appena possibile, un post dedicato proprio all’opera del “poeta dei miei luoghi” al quale fai riferimento.

    Un caro saluto.

    fm

  7. Sarebbe una gran bella cosa Francesco. Un grande poeta che pochi conoscono, e una persona magnifica.
    un saluto affettuoso
    grazie
    lisa

  8. Sarà fatto, la settimana prossima.
    Domenica è il compleanno di Rebstein, e io in questi giorni, nel poco tempo che riesco a ritagliarmi, sono alle prese con la confezione del “regalo” per gli ospiti.

    Ciao, a presto.

    fm

  9. La Poesia , purtroppo, non appartiene a tutti, è un fiore e una lama per chi la possiede; permette di raggiungere le cime più inaccessibili e gli abissi più profondi. E’ per questo che gli altri, quelli che la irridono perchè non sanno che grande ricchezza sia, si sentono al di sopra, mentre sono impossibilitati a muoversi al di fuori di un cammino sterile e solitario (anche se, in apparenza, potrebbe sembrare il contrario)

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