Tracce di bianco – di Gianluca PULSONI


(Marcello Jori)

TRACCE DI BIANCO

     Capita talvolta di prestare attenzione, orecchio e cuore, all’idea della notte… Notte del mondo, sonno del tempo, notte dell’anima: mi sono venute alla mente come ‹‹immagini›› queste espressioni, in tutta la loro pregnanza e vivezza… Ci si accorge, non uscendo alla luce, nella notte, che comunque se ne può iscrivere la presenza dentro i più disparati segni: rumori, sensazioni, macchie, voci… dai più generici ai più individuati.  E dunque, si può avere – io l’ho avuto – il presentimento di una notte al di là dell’oscurità e della sua azione: notte sognata e sterminata, fatta concetto e luogo, tropo mentale. Si può capire e vivere il sentimento della notte anche nella stasi di un altrove: non c’è invadenza; o se c’è, è l’invadenza dei deserti, dove grido e silenzio si confondono: dove grido e silenzio formano la parola, la sua soglia. È come l’agave, la tua agave, che si fa per trasmutazione magica e taumaturgica corpo: come se tu ti facessi agave, ‹‹corpo-albero››… ne sentiresti il peso e la coscienza? Credo di no: saresti incosciente in te… e pura coscienza a sé: la stessa cosa che abita la stessa casa, la stessa lotta…

     Così la notte: è la mancanza di sole e non ha soli, né satelliti. È bellissima, stordente, perché davvero è un trapasso del giorno, non la sua negatività: è il culmine del giorno, sempre là dove non si trova… La notte è davvero un’invenzione: è stupefacente perché non esiste. Non si può dire che fa capo al sole, perché il sole non fa capo a tutta la totalità delle cose, non le copre in un unico gesto, perché è il tempo a beffarlo: e, nello stesso tempo, non fa capo ad altri soli… orfana d’origine e di storia, di trascendenza e di umanità, tuttavia scatena sempre la sua presenza come ineffabile e inesauribile… E non la si tradisce conferendogli quella trascuratezza che gli è propria, da cui si illumina.

     Notte dunque… ma è proprio nell’esperienza della notte, sinonimo per me dell’esperienza dell’impossibile, che possiamo rintracciare i nostri propri doppi, nella visibilità invisibile del giorno e della luce. Ed è qui, allora… ora, nell’irruzione della luce che fa il giorno, che si scava e si articola, quest’azione ch’è questo scavare, l’esperienza del bianco: si trovano nella luce, nei fantasmi delle magie del mezzogiorno eterno, le ‹‹tracce di bianco›› il cui sogno e il tuo sogno possono davvero combinarsi nella realtà di un segno definitivo che oblia e vela il tempo.

     E inesorabile… ti appresti a scrivere questa esperienza della fine ch’è il bianco. Ora io credo, e lo so per certo, che sia sempre all’opera, questo bianco: se ne ricavano tracce, schegge giocoforza invisibili e inaudibili , come se fosse un’azione che vela un’altra azione, più in profondità ancora; il bulbo oculare senza occhi, senza controcampo, il vedersi vedere senza oggetto di visione… Il bianco è l’invisibilità della luce, dove la luce non può più andare: è il lutto della luce, non la sua profondità, non il nero… è il bianco delle nuvole, l’irruzione del momento nel tempo, la visitazione di un altrove, qui, ora… Non è praticabile come il nero, perché è il suo abisso: ma non conferisce corpo alla luce, come il nero; non è percepibile come ‹‹sensazione››, credo; non è figurabile; non commemora, benché i greci si vestissero di bianco nei lutti; non dice; non indica; non illumina. Ma brucia: ecco, non è che un’urgenza. E mai possessione.

     Forse… è molto vicino al senso di trapasso, vicino alle arborescenze e ai filamenti delle foglie, ai detriti sparsi e persi e nascosti delle rocce: quando tu parli dell’ultima visione del comatoso, essa, forse, non è l’immagine che vede. Andando lontano e astraendoci dai luoghi, l’immagine, quella visione, diverrebbe sognata, mistificazione… persi nel corpo e nella mobilità, con la coscienza della morte da vivere fino all’ultimo, sopravvivono i sensi, ci imprimiamo in quello che vediamo, ci incateniamo a quello che sentiamo, sperimentando un’esperienza che non ci appartiene: abbiamo steso un velo pietoso allo specchio per negarci i facili doppi, i noi-ora, i noi-morti; senza organi, corpo misero e inglorioso, ci apprestiamo al soprasensibile vicini all’aere, confondendo tutto: si è sempre da nascere, ma già morti… e quell’ultima visione è ciò che resta di noi, visti nell’impossibilità immaginaria di un al di là: è ciò che resta come noi, ciò che non si dissolve perché già dissolto, ciò che non muore perché già morto: unici nell’essere postumi, nel resisterci, alla fine, contro ogni fatto esterno e interno, come l’araldica poetica e rabbiosa che ci si porta appresso: come non-immagine finalmente fedele. Il tempo rifluisce negli ultimi rantoli organici di un organismo, trasferendo ciò che resta fuori, congiungendo questo fuori con il proprio dentro: noi.

     Ma questa araldica non è ciò che rimane: il sangue e lo sperma vengono separati dalla vita, non contemplano più i resti, se non riflussi, se non cambiamenti di stati, di sensazioni: perdono la vita, acquistano l’autonomia. E in un momento, uniti, pervadono e profanano il mistero del tempo, arrestandone il processo: e l’immagine del bianco è questo arresto e la sua azione; l’erosione dei sensi e del senso in ulteriori tracce, sotto alle prime tracce: sempre sbiancando come appresso l’orrore. Sempre, inesorabilmente, tracce di bianco.

[Tratto da: ‘A camàsce, VI, Ctl Presse, Hamburg, estate 2006]

***

1 commento su “Tracce di bianco – di Gianluca PULSONI”

  1. Entrare nella dimora del tempo sospeso è sempre un piacere, a volte lo è ancora di più. Ho apprezzato molto anche il saggio di Ermini.
    Quasi mai:) sbagli un colpo.
    Grazie.
    liliana

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