Dalle ceneri (II) – Tahar Ben Jelloun

werrner herzog

“… Una volta che si è stesa una coperta di sabbia e di cenere su migliaia di corpi anonimi, si coltiva l’oblio.
E’ allora che la poesia si solleva. Per necessità. Diventa parola urgente nel disordine in cui la dignità dell’essere viene calpestata.”

 

Tahar Ben Jelloun, Dalle ceneri, traduzione di Egi Volterrani, Genova, Il Melangolo, 1991 (La remontée des cendres, 1991)

               [Il testo riprende da qui…]

 

Ce corps qui fut un rêve
est une maison dévastée.
Il n’y a ni porte ni fenêtre
juste un matelas lacéré, une casserole,
un pain rassis, un manteau accroché,
des murs éventrés, de la poussière grise
et un calendrier de l’année dernière.
Les yeux sont de trous où logent des mouches
la bouche est une déchirure
et la peau ne se souvient de rien.

Des invités sont arrivés en disant:
«La guerre n’est pas une excuse!»
Mais la maison n’est plus une demeure
c’est l’absence et le silence.
Sur un pan de mur
le portrait du dictateur est intact
les mouches y déposent leurs chiures.

Les arbres calcinés
tiennent debout.
Quand le vent les secoue,
il tombe des oiseaux desséchés.
Aucune main d’enfant ne les ramasse.
Couverts de poussière, ils roulent avec les ronces.

C’est cela le desert.
Une douleur ramenée en ville
ou dans un village de la montagne.
Il vient de ce territoire une pluie ocre
et un vent qui apporte de mauvaises nouvelles:
«Ahmed fils d’Ali a donné son âme à la patrie.
Martyr, son corps ne peut être rendu.
Il nourrit la terre…»

Celui qui erre aujourd’hui
dans le sommeil des autres
n’est pas un martyr.
C’est un arbre de cendre
un vaisseau sans armure
une statue aveugle.

Une voix monte d’un puits sec
elle vient d’un siècle très ancien
quand Babylone était une prière.
A l’époque le mond ne pouvait mourir
les enfants disaient: «Le mond est souffrant
mais il ne va pas mourir!»

Il est une beauté dissoute dans la pierre
une ville
un squelette de ville
assis dans un fauteuil
hospice où viennent dormir
les cadavres de paille.

Bagdad n’a plus de ventre
elle a ouvert ses veines
pour un people qui a faim.
Sur le front le portrait du fossoyeur est indemne.
De ce ciel si blanc
tombe un masque funèbre,
une voix:

C’est de notre destin qu’il s’agit
même si nous désirons rester anonymes.
Mais la terre nous tire: elle nous avale puis
nous rend à l’eau saumâtre du fleuve.
Nous flottons sur le dos, le ventre enflé
nos yeux fixent le soleil
nous n’avons plus d’yeux,
mais des orbites qui gardent
captives des images.

Notre peau n’est plus notre peau.
On nous l’a retiree comme une robe volée
comme un suaire prêté.

Les brûlures glissent comme le souvenir
de nos larmes
et nous restons sans miséricorde.

Est-ce un orage ou est-ce le portrait de notre défaite
se dessinant dans les nues?
Vaincus nous le sommes par nous-même
et l’abîme est notre héritage.

Une autre voix:

Je ne dirai pas nous
parce que je voudrais vomir
mais je n’ai plus d’estomac
je n’ai plus de corps
je suis un sac
un sac de jute plein de terre
je suis un champ en haut d’une falaise
je suis un champ de pierres où dorment les serpents
j’ai froid dans mes membres séparés
est-ce cela l’enfer
avoir froid dans le corps fantôme?
Qui parle du fond de cette fosse?

Moi?
Je ne suis plus.

[…]

***

Quel corpo che già fu un sogno
adesso è una casa devastata.
Non c’è porta né finestra
soltanto un materasso strappato, una casseruola,
un pane raffermo, un mantello appeso,
muri sventrati, polvere grigia
e un calendario dell’anno scorso.
Gli occhi sono buchi dove si annidano le mosche
la bocca è uno squarcio
e la pelle non si ricorda di nulla.

Sono arrivati degli invitati dicendo:
«La guerra non vale come scusa!»
Ma la casa non è più dimora
è assenza e silenzio.
Su una parete
il ritratto del dittatore è ancora intatto
le mosche ci lasciano sopra i loro escrementi.

Gli alberi calcinati
restano in piedi.
Quando il vento li scuote,
ne cascano uccelli disseccati.
Non ci sono mani di bambini a raccoglierli.
Coperti di polvere, rotolano tra gli sperpi.

E’ questo il deserto.
Un dolore riportato in città
o in un villaggio di montagna.
Viene dal quel territorio una pioggia fangosa
e un vento che porta brutte notizie:
«Ahmed figlio di Alì ha dato l’anima per la patria.
Martire, il suo corpo non può essere restituito.
Nutre la terra…»

Chi oggi si aggira
nel sonno degli altri
non è un martire.
E’ un albero di cenere
un vascello senza armatura
una statua accecata.

Una voce sale da un pozzo secco
arriva da un’epoca molto remota
quando Babilonia era una preghiera.
A quel tempo il mondo non poteva morire
i bambini dicevano: «Il mondo è sofferente
ma non sta per morire!»

C’è una bellezza diffusa nella pietra
una città
uno scheletro di città
seduto su una poltrona
ospizio dove vengono a dormire
i cadaveri di paglia.

Bagdad non ha più un ventre
si è aperta le vene
per un popolo che ha fame.
Sulla fronte il ritratto del becchino è indenne.
Da questo cielo così bianco
cade una maschera funebre,
una voce:

Si tratta del nostro destino,
anche se vogliamo restare anonimi.
Ma la terra ci attira; ci inghiotte poi
ci restituisce all’acqua salmastra del fiume.
Galleggiamo sul dorso, col ventre gonfio
gli occhi fissano il sole
non abbiamo più occhi,
ma orbite che trattengono
prigioniere delle immagini.

La nostra pelle non è più la nostra pelle.
Ce l’hanno portata via come un vestito rubato
come un sudario in prestito.

Le ustioni scivolano via come il ricordo
delle nostre lacrime
e restiamo senza misericordia.

E’ una tempesta o è il ritratto della nostra disfatta
che si disegna tra le nuvole?
Vinti lo siamo da noi stessi
ed è l’abisso ciò che ci attende.

Un’altra voce:

Non dirò «noi»
perché vorrei vomitare
ma non ho più uno stomaco
non ho più corpo
sono un sacco
un sacco di iuta pieno di terra
sono un campo in cima a una scogliera
sono un campo di pietre dove dormono i serpenti
ho freddo nelle membra separate
che sia questo l’inferno
di aver freddo in un corpo fantasma?
Chi parla dal fondo di questa fossa?

Io?
Io non sono più.

[…]

***

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8 pensieri riguardo “Dalle ceneri (II) – Tahar Ben Jelloun”

  1. Un grande scrittore che leggo sempre volentieri e anche in questi versi che non conoscevo.

    In questo frammento:

    “Chi oggi si aggira
    nel sonno degli altri
    non è un martire.
    E’ un albero di cenere”

    finiremo per rispecchiarci tutti.

    Grazie e un saluto

  2. ” E’ una tempesta o è il ritratto della nostra disfatta
    che si disegna tra le nuvole?
    Vinti lo siamo da noi stessi
    ed è l’abisso ciò che ci attende. ”

    molto vicina a questo sentire.
    jolanda

  3. uno scrittore, un poeta, una persona imprescindibile dal suo tempo, dal nostro tempo.
    mi permetto di pensare, oltre le sue parole che conosco bene, alla nuova terrificante guerra di potere scatenatasi questi giorni, a gaza prigioniera di un muro, campo di sterminio a cielo aperto, al darfur, di cui nessuno quais più parla, ai migranti annegati, alle migranti stuprate, ai cpt, prigioni per disperati smarriti profughi, che accogliamo dietro le sbarre.
    con molta rabbia, nonostante la spendida lettura, antonia p.

  4. Grazie per i commenti. Al di là del suo intrenseco valore etico-estetico, il poemetto di Ben Jelloun è (purtroppo) di stretta e devastante attualità ogni giorno.

    Giorgio, anche “A cold coming” è un gran testo e prima o poi lo pubblico qui. Interessante notare come le due opere siano state scritte praticamente nello stesso periodo.

    fm

  5. Sono una fun di Tahar ben Jaloun, e mi sono sempre piaciut i suoi libri ma questa volta direi verament che ha scritto un poemetto molto toccante … sembra quasi che le speranze nel cambiamento della mente umana con cui scriveva una volta stanno svanendo……

  6. Il poemetto risale ai tempi della prima guerra del Golfo e forse, al di là di qualsiasi altra considerazione, di natura etico-politica o estetica che sia, il senso è tutto in questa proiezione alla speranza: che non è un orizzonte utopico, salvifico, dato una volta per sempre, ma un modo di essere uomini che si costruisce, giorno dopo giorno, coi materiali della memoria. In lui, in definitiva, memoria e poesia sono la stessa cosa: la poesia è memoria scritta, cioè speranza in atto.

    Grazie per il tuo commento.

    fm

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