Incisi per un dialogo augurale (III)

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Esattamente un anno fa, il 10 agosto 2007, alle ore 10.28, La Dimora del Tempo Sospeso apriva le sue porte con Vom Haus der ausgesetzten Zeit, la traduzione tedesca, curata da Stefanie Golisch, della prima parte dell’omonimo testo tratto da Hairesis.

Ecco di seguito, in rigoroso ordine alfabetico, i quaranta post più letti nel corso dell’anno. Ribadisco: non è una classifica, di nessun genere (basti pensare, infatti, che a distanza di dieci-quindici visite dall’ultimo fra quelli qui inseriti, ce ne sono almeno un centinaio), solo un modo per ringraziare tutti gli ospiti della dimora, in modo particolare i lettori (e con particolare affetto i tantissimi che si collegano e seguono dall’estero). Trovate i relativi links tanto nella sezione “Ospiti” che in quella “Categorie“.

[Aggiungo un dato, per me molto significativo: tutti i post pubblicati finora, a prescindere dall’esposizione nella home page, che dura in genere un paio di settimane, mantengono nel tempo un numero costante di lettori diretti: circostanza, questa, che ha permesso (e permette) a testi apparsi nei primissimi mesi di vita del bog di cumulare, a oggi, migliaia (!) di visite.]

AA. VV. – Lacio Drom – Libero come il vento che scuote il bosco
AA. VV. – Mai scenda il silenzio
Caterina Accardo – Lascia che parli il respiro
Cristina Babino – Testi inediti
Salvatore Borsellino – Lettera aperta a Clemente Mastella
Dario Borso/Rainer Maria Rilke – Requiem per un’amica
Roger Caillois – La scrittura delle pietre
Lorenzo Carlucci – Riti di passaggio (I)
Iolanda Catalano – Voci dal buio
Gianni Celati/Charles Baudelaire – Il viaggio
Gianni Celati/Massimo Rizzante – Dialogo sulla fantasia
Fabrizio Centofanti/Giorgio Morale – La forma perfetta è la faccia dei poveri
Isidro Condori – Dietro il silenzio
Daniele De Angelis – Sei poesie inedite
Enrico De Vivo – Pensare nelle immagini
Luigi Di Ruscio – Non possiamo abituarci a morire
Flavio Ermini – Nomothetes
Stefano Guglielmin – Scritti nomadi
Peppino Impastato – Una vita contro la mafia
Pierluigi Lanfranchi – Paesaggi in attesa di sguardo
Ferruccio Masini – La parola della notte
Francesca Matteoni – Testi inediti
Giuliano Mesa – Da recitare nei giorni di festa
Luigi Metropoli – Demetrio Stratos maestro della voce
Fabio Michieli – Secrets of beehive di David Sylvian
Giorgio Morale – Elle
Giorgio Morale – Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo (I)
Antonella Pizzo – Tre poesie inedite
Antonio Prete – Tutti i poeti sono in esilio
Davide Racca/Ingeborg Bachmann – Testo a fronte
Michele Ranchetti – Non potrà accadermi la morte
Marco Rovelli – Lavorare uccide
Juan Rulfo – Pedro Páramo
Umberto Saba – Ernesto
Massimo Sannelli – Per quanta memoria si perderà
Ranieri Teti – Il passo nomade della scrittura
Iole Toini – Senza recidersi mai dal proprio mare
Francesco Tomada – Voci da seminare nei giorni
Vladimir Vysotsky – Il volo di Volodja
María Zambrano – La tomba di Antigone

***

Ecco il totale delle visite mese per mese:

Anno 2007

Agosto (857)
Settembre (6.892)
Ottobre (10.091)
Novembre (13.054)
Dicembre (12.290)

Anno 2008

Gennaio (16.023)
Febbraio (14.050)
Marzo (17.411)
Aprile (18.184)
Maggio (17.674)
Giugno (19.231)
Luglio (13.714)
Agosto [1-9] (3.785)

Centosessantatremila volte grazie!!!

Ma non a mani vuote: domani, con l’inizio del secondo anno di vita della sua dimora, esattamente alla stessa ora, Reb Stein sarà lieto di offrirvi il primo capitolo di un libro, Il libro dei doni, pensato come un atto dovuto e sentito nei vostri confronti.

***

Ho piacere di ripubblicare, di seguito, il testo augurale del blog e la traduzione di Stefanie Golisch, che abbraccio e ringrazio ancora.

              Dalla dimora del tempo sospeso (I)

all’estremità delle pupille
dove la stanza sfuma in una mobile nebbia senza fondo
un bambino scruta pensieroso il velo d’ombre
che ricompone il mio volto
in lineamenti febbrili di spina –
sento i suoi occhi ricucire squarci d’orizzonte
e la mia voce che sussurra flebili accenti di saluto
ritornare al suo stupore senza pianto
come una cadenza di gemiti, un groviglio di suoni
che impietosi si arenano nel guado
della sua età breve di giorni –
nell’assenza di luce, il tremolare della mia mano
che si trascina alle labbra il peso di astri pietrificati
è un veleno sotterraneo
che sfilaccia la trama dei suoi sogni,
scioglie l’incanto che alimentava di pollini e di vele
le distese inesplorate di un mondo a misura del respiro –
perso in un deserto incomprensibile
come un uccello caduto in volo
seguendo il lampo che annuncia le sorgenti,
guarda la mia barba tutta bianca
come una fiaccola fiorita
a disperazione del suo sguardo
nei silenzi di radure senza ali, nel vuoto
dove credeva di incontrare il cielo –
vorrei sapergli dire, con lingua lieve
di neve che acquieta gli specchi dell’anima
e lascia immacolato l’alfabeto del suo universo nascente,
che l’arco infinito delle stagioni
disegnato dal fuoco verde dell’infanzia
si muta lungo gli anni nel cammino inarrestabile
di un fiume che volge alla foce –
che proprio l’alba che disperde il buio
dischiudendo ai colori le forme della vita
immutabile sorge per consacrare alla polvere
il nostro destino di essere, passare,
e oggi si è levata a rischiarare senza mattino
questa dimora del tempo sospeso
dove anche l’acqua gravemente tace sulla soglia
e la corrente è un’onda senza eco nel mare della storia –
vorrei potergli dire, ma la parola si trattiene
come vento che ha smarrito le orme sul sentiero,
perché non c’è sapere, non c’è immagine
capace di confinare ai margini la sofferenza dell’incontro,
non c’è lacrima che non scavi un solco,
una traccia indelebile di solitudine,
quando il dolore irrompe con la forza di un grido
nella purezza di una pagina priva di memorie
e come un seme di rovo germoglia florescenze amare
nelle terre feconde, senza passato, della primavera –
così tengo per me, come una reliquia
la ferita di quella fonte ammutolita –
domani, forse, gli racconterò della stella del ritorno
della mappa del naufragio incisa sulla pelle
dell’isola riemersa per prodigio estivo
dopo l’uragano – domani, forse,
potrò insegnargli a navigare le sabbie
costeggiare la sete, correre sicuro verso l’oasi

*

              Vom Haus der ausgesetzten Zeit (I)

am Äußersten der Pupillen
wo das Zimmer in flachen Nebelschwaden verschwimmt
beobachtet ein Kind nachdenklich den Schattenschleier
der mein Gesicht
in fiebrig kummervollen Zügen neu zusammenfügt –
ich spüre seine Augen Risse am Horizont schließen
und meine Stimme, einen schwachen Gruß flüsternd,
in tränenloses Erstaunen zurückfallen,
Kadenz aus Seufzern, Klangknäuel
das gnadenlos am Wegrand strandet
seiner Jahre, so kurz an Tagen –
im Lichtlosen das Zittern meiner Hand
das zu den Lippen die Schwere versteinter Sterne schleppt
es ist ein unterirdisches Gift
das den Stoff seiner Träume zerfasert
den Zauber löst, der mit Pollen und Schleiern
unerforschte Ebenen speiste einer Welt nach Atemmaß –
verloren in einer unbegreiflichen Wüste
wie ein Vogel, der Quellen verkündenden Blitzen folgend
im Fluge fiel,
schaut er zur Verzweiflung seines Blickes
auf meinen schlohweißen Bart
wie auf eine blühende Fackel
in der Stille flügelloser Lichtungen, der Leere
wo er glaubte dem Himmel zu begegnen –
mit schneeleichter Zunge,
welche die Spiegel der Seele beruhigt
fleckenlos das Alphabet seines werdenden Universums
möchte ich ihm sagen können,
dass der vom grünen Kindheitsfeuer
gezeichnete Jahreskreis sich mit den Jahren wandelt,
Fluss auf seinem unaufhaltsamen Weg zur Mündung –
dass die Morgenröte, die das Finster zerstreut
und den Farben die Formen des Lebens enthüllt,
unwandelbar anhebt dem Staube zu weihen
unser Schicksal zu sein, vorüberzugehen
und heute ist sie aufgestiegen um ohne Morgen zu hellen
das Haus der ausgesetzten Zeit
wo selbst Wasser schwer auf Schwellen schweigt
und die Strömung Welle ist ohne Echo im Meer der Geschichte –
ich möchte ihm sagen können, doch das Wort hält sich zurück
wie Wind, der die Spur auf dem Wege verloren.
denn kein Wissen ist, kein Bild, das den Schmerz der Begegnung
an die Ränder verbannte,
keine Träne, die nicht eine Furche grübe
unauslöschliche Einsamkeitsspur
wenn der Schmerz in die Weiße einer Seite ohne Erinnerung bricht
und wie Dornensamen
in fruchtbarer, vergangenheitsloser Frühlingserde
bittere Blüten treibt –
ich will sie für mich behalten wie eine Reliquie
die Wunde jener verstummten Quelle –
vielleicht werde ich ihm morgen vom Stern der Wiederkehr erzählen,
der Landkarte des Schiffbruchs auf der Haut
der Insel die durch ein sommerliches Wunder wieder aufgetaucht
nach dem Sturm – morgen, vielleicht
werde ich ihn lehren können Sande zu segeln
den Durst entlang sicher der Oase zu

(Trad. di Stefanie Golisch)

***

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21 pensieri riguardo “Incisi per un dialogo augurale (III)”

  1. E grazie sempre grazie, Francesco, per la disponibilità e l’accoglienza.
    La tua Dimora è un’oasi dove sostare significa nutrire lo spirito, fare nuove conoscenze con ospiti sempre interessanti.

    Ancora grazie per il Dono di domani e per ciò che sei.
    Fraternamente ti abbraccio
    jolanda

  2. Questa tua, ogni volta che la leggo, mi commuove. Nel vuoto/dove credeva di incontrare il cielo… e la poesia tutta, quella chiusa di speranza, nonostante.
    Un augurio che voglio credere si avvererà, per “quel bambino che scruta pensieroso”, per te, per coloro che sono riusciti a rimanere fedeli al proprio sentire.
    liliana

  3. Seguo sempre questo blog, spesso in silenzio ma leggo tutti i post fin da quando è nato. Stai facendo un ottimo lavoro Francesco: continua così!

    Un caro saluto e buon Ferragosto

  4. auguri francesco, stai facendo un ottimo lavoro, non passa giorno che io non passi di qua a leggere le tue proposte. un abbraccio e grazie per tutto ciò che fai. antonella

  5. Grazie, Antonella. La verità è che ho avuto dei buoni maestri, ma, soprattutto, una eccellente “maestra”.

    Un abbraccio grande a te.

    fm

  6. Auguri Francesco caro; un lavoro preziosissimo il tuo.
    Complimenti e continua così.
    Ti abbraccio con stima e affetto,
    Alessandra*

  7. Grazie Alessandra, ricambio con forza.

    fm

    p.s.

    Rimani nei paraggi, perché nei prossimi giorni c’è una sorpresa che ti riguarda…

  8. Un anno di scritture accolte da te in un abbraccio. Ti auguro lungo tempo ricco ancora di entusiasmo.

    Nel leggere questo tuo testo ..un che di soggezione. Per esorcizzarla bacio
    -la [tua] barba tutta bianca
    come una fiaccola fiorita-

    Rina

  9. Caro Francesco, un saluto e un abbraccio, insieme a un augurio e a un incoraggiamento ad andare avanti. Ti leggo sempre con grande sollievo in questo grande mare.
    Enrico De Vivo

  10. Grazie, Enrico. La “Dimora” deve molto a “Zibaldoni”, che rimane un modello e una fonte costante di ispirazione.
    Grazie del tuo graditissimo passaggio.
    Un abbraccio grande e un caro saluto.

    fm

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