Il libro dei doni – Capitolo I, 1

Poesie sono anche doni.
Doni per le creature attente.
Doni carichi di destino.

(fm)

Giuliano MESA   Nanni CAGNONE   Massimo SANNELLI
Marina PIZZI   Giacomo BERGAMINI   Paola LOVISOLO  
Lello VOCE   Ferruccio MASINI   Albino PIERRO
Antonella ANEDDA   Stefano GUGLIELMIN   Ugo RONFANI

 

Il Libro dei Doni – Capitolo I, 1

 

Giuliano MESA
[da: Tiresia (oracoli, riflessi), 2000-2001]

 

I. ornitomanzia. la discarica. Sitio Pangako

vedi. vento col volo, dentro, delle folaghe.
vedi che vengono dal mare e non vi tornano,
che fanno stormo con gli storni neri, lungo il fiume.
guarda come si avventano sul cibo,
come lo sbranano, sbranandosi,
piroettando in aria.
senti come gli stride il becco, gli speroni,
che gridano, artigliando, facendo scaravento, in muta,
ascoltane la lunga parata di conquista, il tanfo,
senti che vola su dalla discarica, l’alveo,
dove c’è il rigagnolo del fiume,
l’impasto di macerie,
dove c’è la casa dei dormienti.
che sognano di fare muta in ali
casa dei renitenti, repellenti,
ricovero al rigetto, e nutrimento, a loro,
scaraventati lì chissà da dove,
nel letame, nel loro lete, lenti,
a fare chicchi della terra nuova,
gomitoli di cenci, bipedi scarabei
che volano su in alto, a spicchi,
quando dall’alto arriva un’altra fame.

prova a guardare, prova a coprirti gli occhi.

 

II. piromanzia. le bambole di Bangkok

fumo. nugoli, sciami di guscî neri.
bruciano le mandorle degli occhi, le falene,
le dita piccole e incallite, le mani stanche, stanche.
bruciano, scarnite, a levigare guance,
i guscî gonfi delle palpebre
che si richiuderanno.
fumo portato via, che trascolora,
che porta via le guance, paffute, delle bambole,
le anche dondolanti, a fare il movimento di ripetere,
in altalena, in bilico di piede, che lenisce,
gioco che non finisce, mai,
che non arriva, mai,
tempo di ricordare, dopo,
di ritornare dove si era stati.
a fare il gioco del silenzio,
nel preparare doni, meraviglie, a milioni,
passate per le mani una ad una,
per farli scintillare, gli occhi stanchi,
tenerli aperti, sempre,
e quando arriva il fuoco, che sfavilla,
ecco, giocare a correr via,
gridando, ad occhi chiusi.

tu, se sai dire, dillo, dillo a qualcuno.

 

V. necromanzia. Οι αταφοι, Massengräber

dov’è sommersa dalla neve, le coltri,
là, dove la terra è bruna, tersa, senza solchi,
sulla soglia, prova a chiamare là, chiamare,
sentendo soltanto la tua voce, che chiama,
sotto le coltri, sotto
la neve luccicante,
sotto la terra nera,
chiama fino a sfinirti, a gemere.
non torneranno più, se non in sogno, insonni,
se non laggiù, la loro requie, dove?
le ombre vagheranno, qui, miriadi,
ancora a brulicare, loro,
cercando il loro nome.
e porti il latte, e il miele?
il vino dolce, la farina d’orzo?
non puoi nemmeno sentirli sibilare,
quel loro gracidare, lo sfrigolìo, l’affanno,
il mormorìo che fanno facendosi terra,
non senti, senti gracchiare il corvo,
che vede ritornare, l’ombra,
sulla neve, di un’altra luna gialla.
taci. porta le mani al viso, riannoda i tuoi capelli.

ancora non hai còlto il tuo narciso, e il croco già fiorisce.

 

**********

 

Nanni CAGNONE
[da: Armi senza insegne, 1987]

 

Appena giunto, nacqui a enormi
animali marosi, da pieghe d’argilla
e contesi colori, un appiglio
per tenere aperti gli occhi
mentre sfuggivo piano alla visione
per il mare che scuoteva
anche il ritorno.
Miracolosi tormenti premono risposta
mentre si estende una ruota,
un solo anno, cigolante accanto al letto,
e una da una opere senza prova
che legano il risveglio.
Dire addio con ogni dire,
un sonno uguale.

 

*

Raggiungere la morte
di un pensiero – sarà questa
giustizia, o congiungerlo vivente
all’opposito, qualunque il suo merito,
finché accetti i tormenti
di non essere solo, e perda
la grazia in indurita bellezza.
Tenere fede alla prova,
passando la spirale
fino al colmo ove ripete
uguale. Un solo filo d’erba
divenuto tempesta,
un dio senza rimedio, inoperoso.

 

*

In un vuoto tra mura senza sonno
non si nasconde più, né può capire
un corpo in un corpo
o nascere all’inizio con prontezza.
Cerca l’acqua di un fiume,
acqua corrente che ora parla
e ora abbandona. Seguace delle cose
non si penta degli incanti,
di questa sua slegata cintura,
senza riposo sereno flutto
finché vorrà condurci somiglianza.

 

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Massimo SANNELLI
[da: Da voi deriva, 2006]

 

         (Jean Cassou, Tre madrigali)

1.

Questa non è la vita e non è il vuoto:
sono nell’interregno i nati-morti,
accese trasparenze e spente, fioche
memorie e lampi, in cui tace la storia.
Ridursi è gioia, scomparire è gloria:
con loro brucia, ad ali tese, Psiche.

 

2.

A casa di fuoco il cielo di pietra,
ma ala d’angelo al cielo di pietra!
Nel rapporto infinito, alla sua luce,
tu sei l’alito breve d’aria, soffice
lingua contraria alla gemma dei vènti
nemici: tu innalzi i nuovi regni.

 

3.

Stelle, chi fu bersaglio delle grida
vostre, da voi cacciato, tollerate-
lo nelle balze ardenti del pianeta:
là non appare. Volontà notturne,
dolci occhi e cuori, fedi, distraetevi;
o morte e morti, non volate sopra
la terra nuda. Qui il cervo non regge,
la fronte china nel cervo qui piange,
che vi sogna la sera, e vi ritrova.

 

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Marina PIZZI
[da: La devozione di stare, 1994)]

 

Campanile di salsedine

Murato soffio s’infilza la nascita
con scisso suono che sarà di grido
quale felice tonfo il ripetente
cuore parente d’altro corpo sfatto.
In mille aureole lo diranno bello
o brutto qualsivoglia nel tremore
azione di rimando poi la morte.
Fiacco consunto atleta al trampolino
il polo non sorprende di contare
esatta scelta a dadi in fitti tiri.
Campanile di salsedine il senno.

 

Rotti gli argini

Argine fu il respiro chiuso in argine
quando le rotte delle sfingi davano
leccornìa la ninna della gloria
la culla appena ansante della morte.
In gioventù l’autunno porge abbraccio
cielo di foglie colorati comi
migrazioni le tombe dell’andarsene
se sotto servitù soltanto nascere.
Sfuma la voglia del conteso amore
che scale s’indispose e resta fermo.

 

Gelanti gioie tutto il calendario

Dal tondo della schiera vuole andarsene
minuta in mille scogli la sua tema.
Moderno intrigo il luccio col mercurio
letali accasa le convalescenze
gridii di gole senza più perno.
Gelanti gioie tutto il calendario
esausto del silenzio ricorrente
il ripetente nomade viatico.

 

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Giacomo BERGAMINI
[da: La malattia delle parole, 1997]

 

Dei luoghi del sole

scrivo del sole
come scrivo del vento o del
vuoto
e del nido
umido
parlo del sangue che gratta
i ricordi
del morbo che morde
e non imita mai
il sonno dei cerchi
perché il sole più non incanta
anche se sale le salme
nidificando

per la regia dei re magi
cauta e memore
al telefono
doppi viaggi e comete
e non ricordi le cadute
e i rovinosi inciampi
infernali
non rievochi nemmeno
la nausea
mentre raccogli
l’utero dal fango
si confermano così
malintesi
e si ritagliano
ritagli

è passato
un mattino
sui legami
della lingua
e le parole
già raccontano
un libro
imitando
il calpestio
costante
di noi annoiati
testimoni

la peste ramifica
la penna
e viene a cancellare
i nostri fastosi
luoghi
con verbo
lascivo

scrivo del sole
e del suo gusto a sconfinare
dalle distanze e del suo
quieto miniare
dei suoi versi infantili
e del suo riso
delle moine e dei suoi
mille natali
parlo del suo saluto augurale
della menzogna
di questi versi
e di questa recita
abituale

 

Lingua a notte

non un contatto
uno squarcio covato
un tradimento
un codice distratto ed abbuiato
è uno sgomento forse
lingua a notte
che per contrasto e crisi
è attraversata

poiché dispone di una trama
la va negando
come a seppellire una traccia
un disagio privato
quasi un percepito che affonda
l’evento intestato
e che delinea il conflitto
da uno slancio recinto
e mai vanificato

come a compensare una disputa
che implichi il supplizio
di una morte tradotta
su un velame a ricalco
e quindi il divieto
che non sommerge lo
stupore o il rituale
di chi impone ai fantasmi
il distacco

 

**********

 

Paola LOVISOLO
[da: Inediti, 2006]

 

pre-messo confessional su cosa sia per me lo poesia

– sia di fango immischiato a neve
cane dal granaio che sente la paura,
paura che si fa cilindro d’organetto
macchia pigra dell’est
mattina d’inverno

non un dono
non una regola
ma un organo materico più dei miei stessi organi e nomade brucatore tra di loro]
come un erbivoro e più predatore di un carnivoro
è il prolungamento della mia sessualità sconnessa
anticipata, storta
ed è anche la cavità altra del mio utero, la più profonda che tocca fino le costole]
e le interroga;
è l’utero di mia madre e quello di mio padre
fusi nella parete dove traspaio e scomparirò;
è il piano inclinato pieno d’aria e d’acqua dove la bambina tenta di fare castelli]
con le carte
è un’infiammazione all’osso sacro
è la deiezione insoddisfacente e inarrestabile
di un intestino di nebbia che mi attraversa
da quando mio padre ha smesso di darmi la buonanotte
e mia madre ha cominciato a ripetere sempre la stessa frase;
è la domanda che mi fa domanda di stanza in stanza
martello che pesta negli occhi
non è mai gioia ma è anche quella che mi ha ridato il nome quando lo perdetti]
è illusione d’aquila che insegue un’ombra
camuffata da preda e fatta prigioniera rifiuta l’acqua gelata in gola per lasciarsi la]
libertà di soffocare.

 

mein vater

.. mi hai fatta straniera in qualunque terra

ho sfumato i corridoi dai tappeti
con i concetti mi sono indaffarata nella tua vita
ma è come avessi scopato un soldato morto.
ho messo il cappello molle, le scarpe basse
mentre il maiale gonfiava il cuore.
la testa è inesatta – la sua oltranza fu da te ridotta
a cerino
lo dicono, lo ridicono
lo disse mamma dal cortile
lo tubarono i colombi dalla casetta azzurra.
avevo un posto tra le cadreghe
tra manoscritti di cene raffreddate
sul tardi sofferente le cene taciturne
seduta come una fascina di gesso
il chiodo nell’utero, le sigarette […]

fu ancora uno zero a portarti il mio bacio
sulla safena rattoppata a san maurizio

ti ho aspettato una volta

caro padre. caro assassino.
sei nato il giorno in cui non ho più pianto
e solo dopo gli asini furono più dolci.

 

**********

 

Lello VOCE
[da: Farfalle da combattimento, 1999]

 

Rap di fine secolo e millennio

fine finalmente finita fine fissato flusso di flutti feroci a finis-mondo a]
finis-terra a finis-tempo fibula finta e fine fetta-fibroma frutta friabile e]
frugale filo e fiore fretta fugace fine fra fini fine fra feste fine fra folti]
boschi d’inganni e utopie e terrori che vagano tra il ponte e il fondo della]
stiva del mondo col fumaiolo in stelle e feste e fuochi e fumi verso il cielo]
e la prua a contro-mare che taglia tempo e millennio e scorcia l’orizzonte]
con l’universo in bonaccia e le galassie in espansione con moto ondoso e calmo]
e le luci accese nel salone e quelli sul ponte di passeggiata poi che salutavano coi]
fazzoletti bianchi gli altri a terra le frotte di morti rimasti a riva e la musica era jazz]
ovviamente musica da ballo a tacchi alti per correre fino alla Rivoluzione alla prua]
dove c’è la bandiera e vedere solo mare davanti a sé polena-Potemkin dell’avvenire]
protagonista proletario e rosso di rabbia io che di falce e martello il mondo già costello]

Nelle nevi sfreccia
Scagliando all’indietro il porto
Il Deutschland, di Domenica, e il cielo già s’infeccia
Perché l’aria è infinita e senza conforto
E il mare silice schiumascaglia, nero-dorsuto al soffio regolare,
Stabile da EstNordEst, nel quadrante maledetto, il vento sorto;
Neve irta e bianca-fiammante tutt’attorta in turbinare
Vortica verso gli abissi di sole vedove dove di padri e figli non c’è traccia

due guerre due mondiali intendo e una mondializzazione che è pure peggio dico per]
quelli della stiva e i primi spazzati dal ponte a colpi d’onda finanziaria dopo onda]
finanziaria col mare delle valute a forza sette-otto e strani figuri italo-americani che]
si aggirano nei corridoi e nel salone e in sala macchine e fino al timone al radar con]
bottiglie e bottiglie di whisky di contrabbando strette sotto i pastrani inseguiti a sirene]
spiegate da alcolizzati in divisa che deràpano-àpano sul cassero e sgommano a proravia]
ma ce n’erano a milioni poi acquattati dietro trincee e barricate da Parigi a Stalingrado]
studenti e filosofi e soldati e intellettuali e imboscati contro il Reich e la società porca]
e borghese nella tundra innevata e al sole dei boulevard e a Berlino poi gruppi sparuti]
ma armati e a Roma sui tetti i tiratori scelti tutti tesi a centrare raffica dopo raffica il]
cadavere accosciato nel bagagliaio rosso che pulsa ad ogni pallottola come di nuova]
vita poi la vite spietata che gira e stringe ogni nostro respiro col fumo nero della stiva]

E poi quanto al conforto del cuore,
Il basso-capezzoluto terra-brancicato grigio
Si libra, i cieli blu-ghiandaia il fulgore
Di uno screziato e scorticato maggio!
Azzurra-palpitante e canuta-iridescente altezza; o notte ancor più alta]
Con fuoco tintinnante e la Via Lattea falena dal morbido piumaggio
Qual è il cielo del desiderio a tua sembranza
Il tesoro mai visto di cui nessuno – nemmeno per sentito dire – immagina lo splendore?]

[…]

 

**********

 

Ferruccio MASINI
[da: Per le cinque dita, 1986]

 

Nulla

Metti accanto al fiore la parola nulla
metti accanto a tutte le cose la parola nulla
mettila accanto all’amore
mettila accanto all’ira della giustizia
all’orgoglio della fame ai grandi libri della saggezza
come il vuoto del silenzio che ammorza la memoria
come il limite dell’anticipazione
questo nulla che è soltanto nulla
e non è neppure il tuo nulla – è il nulla
Annoda ai labirinti della libidine e del sogno
questo filo di seta che attraversa i polsi
questa definizione della vita che brucia l’epilogo della nascita
e la corona dei re non avrà più diademi
perché il nulla cancella tutta la scrittura della pagina
Hai dato il tuo corpo ai demoni
– Mangiatevi – hai detto – ma su questa giostra –
e hai chiamato nella tua mente come in una rocca
i cortigiani del passato sui bianchi cavalli i poeti
che dissetano l’ozio stillando il miele delle favole
le voci familiari dell’infanzia le musiche ebbre della maturità
le penombre gelose e dolci dell’amore la malinconia
questo piacere d’essere uomo come piacere d’essere mare
o riva di mare o autunno
Ma metti accanto a questa lingua eloquente la parola nulla
mettila nelle radici nella duplice pausa del respiro
nell’essenza della follia nello stupore del possesso
nel fondamento che non è fondamento
nella morte che è carnevale o sarcasmo o pietà
ma non ancora il nulla
Metti quest’ombra nel chiarore della spiga
nella pupilla degli adolescenti nella delizia del frutto
in tutte le cose vive perché si consumino
come il fuoco salino sull’orlo delle mareggiate
tu uomo abitato dal nulla
ti stringi alla tua fatica come al morso del vento dissennato
gloria di cenere che si solleva
Se attenti a tutte le cose con la parola nulla
non varrà neppure che ti ubriachi di lotta
non varrà neppure che tu provochi contro di te lo spasimo delle generazioni]
– questo flusso e riflusso
non è che uno stormo d’ali selvagge sopra un naufragio
un corteo nuziale accecato dalla putrescenza
carne scavata dal nulla come un paese bianco dalla sera
E così scrivi senza disgusto
tu che cresci sul nulla come la piccola piaga sulle labbra
accanto a tutte le cose la parola nulla

 

Ma senza un grido

Ma senza un grido
senza che la tua mano parli
portandoti piano alla bocca la brocca d’acqua
la mattina quando il cielo si screpola
e dal varco della notte esce la tua barca
Ti pieghi fino a toccare il calcagno
buono per non correre
e sciogli le ninfee dal grembo dello stagno
con gli insetti mansueti e la strana
immobilità delle rane
Perché questo è da farsi ora che si abbrevia
il mare insonne della vita e l’arcipelago
si curva come un arcobaleno
quest’incoronazione tacita d’un solitario
che ha molte rovine sotto di sé
e crescite e vertigine di forme

 

**********

 

Albino PIERRO
[da: ‘A Terra d’u Ricorde, 1972]

 

S’i campène di Pask
su’ paróue di Crist
ch’è fatt nghiure ‘a morte,
mo sta parlèta frisca di paise
ièttete u banne e dìcite:

«Vinése a què,
v’agghie grapute i porte».

 

Quanne i’ére zinne

Quanne i’ére zinne
agghie stète arrasète int’i cammre,
e a u scure ll’occhicelli
mi pungicàine russi cumigghièti
d’ardigua.

Dicìne nd’u paise
ca m’avìa cichè.

Ma ié nun ci pinzèje. Avìje ‘a ricchia
addù i’èrete u sòue;
sintije ca i uagninèlli
iucàine a trozz, s’arraiàine e ghjine
a cavalle cuntenti supr’u porc;
e po scippàine ll’erve a li iummènte
ca vinìne da fore, e ci facìne
i zampugnèlle.

 

Prima di parte

‘A notte prima di parte
mi ni nghianèje a lu balcone adàvete,
e allè sintìje i grilli ca cantàine
ammuccèti nd’u nivre d’i muntagne.

Na lucinella ianca com’ ‘a nive
mbianchiàite ll’ìrmici a u cummente,
ma a lu paàzze méje
tutt’i balcuni i’èrene vacanti.

 

Avìje tanne arrivète

Na sera, a nu cristiène
– avìje tanne arrivète –
le uìje trascinè a la Ravatèna.

«Ième – dicije – ième a lu Calvarie,
mo c’éte ‘a luna chiina
ca guàrdete ncantèta i Funtanèlle»,
ma ille nun vuuìte
e ié l’avére dète tante mazze,
mi ci avére arraiète
cum’i cafune mbrièche mmenz’ ‘a chiazze.

Mbàreche si pinzàite
– e uìta sfurre a rire, u puurèlle, –
c’avije ssute pacce;
ma po guardàite citte
sintènne ca nd’ ‘a notte
mi rivigghiàite ‘a luna cchi nu vente
ca trasìte cch’i singhe d’i finestre
e mi purtàite i morti.

Mo i’ére ié ca uìja sfurre a chiage,
e pure si ni feci na carizza
manche ni vose dice ca nisciune
l’è mèi sapute ca po turnèj cuntente
si lle putìa sente
i tocchi d’u rilogge d’u Comune.

 

**********

 

Antonella ANEDDA
[da: Notti di pace occidentale, 1999]

 

in una stessa terra

         a Mauro Martini

Se ho scritto è per pensiero
perché ero in pensiero per la vita
per gli esseri felici
stretti nell’ombra della sera
per la sera che di colpo crollava sulle nuche.
Scrivevo per la pietà del buio
per ogni creatura che indietreggia
con la schiena premuta a una ringhiera
per l’attesa marina – senza grido – infinita.
Scrivi, dico a me stessa
e scrivo io per avanzare più sola nell’enigma
perché gli occhi mi allarmano
e mio è il silenzio dei passi, mia la luce deserta
– da brughiera –
sulla terra del viale.
Scrivi perché nulla è difeso e la parola bosco
trema più fragile del bosco, senza rami né uccelli
perché solo il coraggio può scavare
in alto la pazienza
fino a togliere peso
al peso nero del prato.

 

1998

Ora è solo pioggia che benedice la strada
e nell’acqua che trema quasi una luce redenta da seguire.
Sarà una piccola distanza dal fulgore.
Dal forno dove il cibo si innalza
alle nuvole brune
tutto appena diverso dalla vita di sempre:
uno scarto nel gesto che depone i piatti per la sera
una luce nella crepa del muro
schiusa verso terre di pace.
Fuoco di cedro lungo i bordi del campo.
Così vedremo i volti degli assenti
le iniziali dei nomi travolte dai lapilli
nessun dolore ma il moto delle mani
che allontanano il fumo
e notte tra la notte: una fessura.

 

           a Zbigniew Herbert

E’ vero, l’allarme si alza dalle stelle
l’argento non ha luce sul barbaro grido di terrore.
L’imperatore ha spento il lume
ha chiuso il libro.
In basso la terra scuote l’orlo dei vasi e il ferro brucia
freddo sui fili. Lui dorme nel quadrato dei secoli
alti nel vento come aeree gabbie.
Non sente il bronzo del trono sulla nuca
né il rintocco dei chiodi sulle porte.
Dormirà per sempre.
Perciò sospendi tu la quiete
prova a rovesciare il dorso della mano
a raggiungermi nel nome di una lingua sconosciuta
perché parlo da un’isola
il cui latino ha tristezza di scimmia.
Un mare una pianura, nuvole di tempesta contro i fiumi
uccelli nel cui becco gli steli annunciano alfabeti.
Forse solo così – Zbigniew
può viaggiare il cesto dei libri sulle acque
così credo giunga la voce
la stretta del viso nell’orrore
fino a un’orma fenicia, a un basso scudo
privo – come il tuo – di luce.

 

**********

 

Stefano GUGLIELMIN
[da: Inediti, 2007]

 

ora sgoverni gli ossi
su le ciprie del corpo tuo rubìnio
sotto il cielame azzurro, sotto gli ànici
che s’inrovano sulle coste del burlo fiume
sino al limbo della lingua, alla sua mora
luce
piccola talpa tu sei, felice
di sbiadire, per tre lire di moto
in terra, mentre dici: «nulla da cambiare,
notte
da temere» nella grande tana, in quella
polpa che veglia a morsi il giorno
dove vita a premio strappi
come qualcosa che improvvisa slarghi
sotto il monte e chiami, lontana:
è la beata bestia che il bene dentro
ti scompiglia e non ama la mano
che muta l’oro in merce
o in ferro torto, e lo sgroviglio
quando milita nel rosso, in quell’auto magna
sottopancia, che la scena raschia, passando, se sbiella
o tira il collo al tuo candore, se del suono scavalla
il bordo, accelerando: eccolo il pendolo vivo
lo struscio sulla federa del corpo-cane
schiuso dalla grafia infante, dal cuore in corsa
che batte bum bum batte per strafori et cavedagne et spurie
tribolazioni che al male scampano: è così, pare
è così che né le femmine, in maggior parte, né la piova se la terra
ingravida, né i pensieri
grami, siano in vendita, ma cadano invece dalla bocca
festosa a pane e vino, che buona creanza a selva mescola
come aspra fugge la pena ogni bestia
quieta e quella che piuma batte sull’aria
sciolta dal giro a catena, per un anello più tondo
più buono, che stagiona e riparte e ancora plana
riposa, e di nuovo s’invola, mai sola

 

*

 

l’infinito possibile o l’inguine
per eccesso e doloroso, se traduce
per amore l’anello o «se la voce…» o il coro
promesso dei fratelli, il loro cavarsi
dalla lingua, l’ingegnosa
spina
eppure ha un nome, spesso, e l’ombra
e sottobraccio
il suo più caro mortale:
lei, che paga bancomat ed altro
non chiede, sbuffando
o voltando in riso la pena, come si fa
per potare il lutto o se altronulla
resta da dire, se non a te, fiore del bene
e bianco, come in preghiera:
oh pastore del bestiario, fa’ di lei l’intrico
dal quale non si sfolli, e dònale
se puoi, altro erbario
senza rime o radici, solo slanci
sulle punte, e saluti
quando la terra trama
e infine tramonta
diversamente sulla sua morte cruda
quando verrà, così che le sia frutto
il perdersi o il distrarsi, il volo
che attraversa l’ordine e l’uva, il dolce
d’ogni traguardo, ed abbi cura anche di noi
così in terra, e soli, nella bellezza dei cieli
sopra le spalle, e dei morti, nostro specchio
corporale, nostro estuario

 

**********

 

Ugo RONFANI
[da: Stanze per Genet, 1977]

 

I

«Andate, andate a casa», diceva
Madame Irma dal proscenio del «Piccolo»
mentre Chantal spegneva l’ultima candela.
«Andate a casa, vescovi, giudici e generali.
E voi, ribelli, andate pure col cuore in pace».
Così, quando il sipario è calato
su «Le Balcon», noi gente per bene
ci siamo trovati, col cuore in pace,
tutti sul marciapiede di Via Rovello
nella notte dolce di maggio.
Aveva ragione il ragazzo barbuto
a ripetere con la voce un po’ stridula
che adesso dovevamo pulirci i denti
perché avevamo consumato Genet
come i distinti antropofagi di un film
di Luis Buñuel manière noire.
Fu poi inutile cercare Genet
dalle parti del naviglio, fra mendicanti e drogati.
Aveva ragione il ragazzo barbuto
che nessuno ascoltava nella notte di maggio:
l’avevamo già tutto consumato
e sazi ce ne andavamo a dormire
per essere ancora alacri l’indomani
nelle allegorie del quotidiano bordello.

 

II

Ciò che ormai vi resta da fare,
gente di male (se osate dichiararvi),
è sottoscrivere in fretta una petizione
come quella che Picasso e Cocteau
firmarono per salvarlo dalla forca:
ma stavolta perché si risparmi
a Genet l’ignominia di essere
Martire e Santo di questa società
senza neppure la corona intrecciata
da Sartre con le spine dell’ironia.
Questo no: tu che sei stato
coerente nel male, fermo nella rivolta
come soltanto lo fu, a memoria
di Bibbia, il Principe delle Tenebre,
tu che hai praticato nei porti d’Europa
la pederastia, il furto e il tradimento,
tu che forse, una notte, hai ucciso,
tu non devi finire sugli altari
che erigiamo ai profeti del rifiuto.
Per te coltello è coltello, non metafora.
Noi, con i nostri piccoli delitti,
noi con i nostri piccoli stupri,
come potremmo osare?

 

III

… E come tu avevi previsto,
Genet, poeta tagliato nel vento
ginestra di paradisi neri:
oggi la Grande Cerimonia
si pratica ovunque, todo modo
(con circospezione, si capisce)
e tu, che dei vizi teologali
ti volevi il sacerdote supremo,
resti beffato, come la maschera
che si brucia alla fine del carnevale.
Ormai sei stato prosciolto
dall’accusa di propagare la peste,
sei stato ammesso fra le Allegorie
che s’affacciano al balcone del bordello.
L’ambiguità è la virtù dei tempi,
anche da te pretendono il messaggio.
Col tuo stampo faranno, temo,
il calco del Bene, da vendere
nei supermarkets della morale.

19 pensieri riguardo “Il libro dei doni – Capitolo I, 1”

  1. Un dono graditissimo, Francesco, da stampare e custodire.

    Un forte abbraccio a te e a tutti gli ospiti di questo primo capitolo.

    jolanda

  2. Grazie, Jolanda.

    Mi sarebbe piaciuto farne un pdf, ma non so nemmeno da dove si comincia. magari, man mano che compaiono i vari capitoli, si fa avanti qualche anima buona e ce lo realizza. Chissà.

    Oggi sono ottimista.

    Nonostante l’amico george, l’amico vladimir, l’amico silvio e quell’ignobile burattino georgiano…

    fm

  3. Beh, se ti fa piacere posso occuparmene benissimo io.
    Non è difficile. Cercherò di essere fedele alla grafica, ma nel trasporre tutto su pagine stampabile, dovrò fare delle modifiche per l’impaginazione.
    Non mi piace troncare una poesia in due pagine…
    Ma non mi piace neppure utilizzare troppi fogli per stampare…

    Se riesco lo faccio in giornata, anche perché domani parto per luoghi selvaggi…
    Almeno si spera…

  4. Grazie, carissimo. Sì, proviamo (se non ti costa troppo tempo) e vediamo pure il risultato.

    Ti invidio il fatto che stai per partire per luoghi selvaggi… Però riguardati, alla tua età certe escursioni sono pericolose: io ho smesso verso i novantacinque anni.

    Ciao, buon viaggio e buon tutto.

    fm

  5. A un dono offerto, un dono ricevuto: in alto a destra, trovate una nuova pagina, “Il libro dei doni – pdf”, opera dell’amico Antão Sacarolhas, al quale va il ringraziamento di tutti. Trovate il link al suo blog nell’apposita colonna.

    “Tudo, desde ermos astros afastados
    A nós, nos dá o mundo.”

    fm

  6. Grazie a te, Marina, e a tutti gli ospiti: “Il libro dei doni” è opera vostra.

    Più tardi uscirà la seconda parte del primo capitolo.

    Ciao, buona giornata.

    fm

  7. ottima scelta davvero, caro Francesco (vedi? a immediato seguito mia e-mail, mi riaffaccio timidamente sull’optima domus/dimora…) condotta con il tuo abituale gusto e con la tua grande competenza: il florilegio di quelle che si possono sicuramente definire tra le migliori voci della poesia contemporanea. Rinnovo l’abbraccio

    mirko servetti

  8. Credo che la cosa sia improponibile, Mirko, soprattutto considerando gli autori stranieri: ma un pensiero agli italiani che detengono i diritti dei loro testi, non sarebbe male.

    Vedremo più in là: se son versi, poesieranno…

    fm

  9. Anche questo è un regalo scelto con grande cura e attenzione.

    Per parafrasare scherzosamente il “Prometeo” di Simone Weil “devi amarci molto per portarci simili doni”. :-)

    Cari saluti prezioso Francesco.

  10. Grazie, Bianca, della tua grande generosità.

    Quando “Il libro dei doni” sarà completato, la “Dimora del tempo sospeso” avrà esaurito il suo compito.

    Un caro saluto e un abbraccio.

    fm

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