Sotto la superficie delle immagini – Marco GIOVENALE

 

Lo status di paradosso della parola poetica può consistere nella sua capacità di esibire la propria necessità di esistenza (certe frasi nascono ‘compiute’) senza che di questa si conoscano in anticipo delle regole (di formazione), delle ragioni. Tende a risalire alla propria fonte, in una sorta di non miracolosa né ineffabile ma certo inafferrabile autofondazione. Non verificabile però sempre verificata, accertata. (mg)

 

Da Altre ombre (La camera verde, Roma 2004)

 

La notte sottrae
i cartoni animati
en trois morceaux nell’aria bruna
la neve a primavera
dà conto dell’inferno
noto con il nome
lavoro
– il rito della ruota
e del villano

*

Da natale piove.
Comiche – tv – poi fanno scorta –
per l’ontologia che si sviluppa
in casa. Produzione propria.

Come le api gli esagoni.
Così parlare conta

*

Esitano a esistere
le cime del complesso
residenziale sul colore
alluminio del grigio.
Un amore di stagno
che si staglia.

Le donne riscattano i pochi
verdi su soglie. Che premura…
Artigliano dentro i panni
stesi idioti come
imprese.
Il vento li butta.

Stanno per
qualcosa

*

Cielo del cieco polvere, forse è
Bramante a tagliare il travertino
del Lazio, alla Cancelleria.

Aracne su corso Vittorio
spende pigolii fatti parole
a bugnato compatto, bianco – contro
i fòrnici, voci di Campo,
un po’ indietro. Il mercato
e il palazzo si parlano,
una severità tra fiere

 

 

***

 

Da Endoglosse (Biagio Cepollaro E-dizioni, 2004)

 

I

Non c’è necessità di premere contro il nervo per vedere cristalli
dietro oggetti. (Le esegesi esatte).      (Riflette: endogenesi).

I colpi dal piano di sopra. Passa fuori un’acqua e senza dubbio
qualcuno bendato per scherzo.

Come non avessimo già abbastanza vuoti di memoria e potere,
ora questa pioggia sottilissima

*

III

Dall’interno dell’urna attraverso l’incrinatura spia le altre urne; ride,
cattivo, vedendo lieto che sono incrinate

*

XXII

Il gattino continua a piangere dietro quella porta. La mano arde.

Insistenza – ecco.

Se costassero meno. Ci si potrebbe andare ad abitare; gira
la pagina, forse sulla pagina successiva. Sì, sarebbe possibile.
No, vedi?

Però. Qui hanno disegnato del verde.

Vuol dire che c’è?

 

***

 

Da Numeri primi (Arcipelago, 2006)

 

2.

è la somma è mattina l’opacità del grasso, sui vetri ci sono gli interruttori, smette di mostrare. È l’escussione della luce. È stanata dai tubolari; è la nota covata di topi. Dissigillata – dallo strappo al cedolino segnatempo del pos, lettore di carte (un avvenire): pensa: cede tempo della mercatura, o: un giorno aggiunto – fa il led verde.

Complica. Una lentezza a comando, righe. Centosette istruzioni stillate slittate la notte avanti; fa la meridiana a segnali. Fila, certo, fa e compila il fuso (fusibile, flusso): delle ore bancarie, di liquefazione; i minuti sprecati, lo spreco minuto degli impulsi, la loro colonna che chissà dove pensa di andare, e a fare che

*

7.

porta: una durezza di acqua rappresentata. Figlia molto piccola, quasi non si tiene in piedi. Però riesce a sollevare il sasso e massacrare mucchi di formiche nella terra chiara. Rischia di farsi male nella furia. Per questo le tolgono la pietra di mano. Dicono imparerà a non ferirsi; allora bene

[ audio file: http://mog.com/differx/blog_post/101630 ]

*

37.

Alla fine lo ritirano dalle sale. Non lo proiettano più, è vietato, e era troppo violento, e con scene di distruzione di grado insopportabile. Costernazione per numerosi. Per protesta, gruppi interi e in diverse parti del paese, indipendentemente, mettono in atto delle scene del film. Se non possiamo vederlo lo riproduciamo, fanno. La cosa è molto complicata perché alcune parti sono davvero bagni di sangue orge senza regia e mutilazioni, che finiscono con cataste di trenta metri di carogne, animali sversati, pire, deportazioni, aree nuclearizzate, tortura, macchie di carestia, cristalli di cloruri, fetidi assai, al posto di mari. Quando decidono di revocare il bando e tornare a proiettarlo nei cinema, non ci sono più spettatori, in certi casi nemmeno le sale o addirittura le città. La geografia è così cambiata. Qui c’era un gran pascolo adesso hanno costruito una fossa di cemento di quaranta chilometri quadrati, vuota

 

 

***

 

Da Criterio dei vetri (Oèdipus, 2007)

 

né mistero nei viaggiatori
locali, con i borselli a ordito onesto
neri laminati, beaux temps,
e la plastica del berretto, sua falda tutta scoria.
non fa, non fanno, storia. venti, trenta
secoli e una parte di urto antropico non è
variato; genera dal sonno, dorme, scorta
il sacco, torna
indietro, sotto le polveri vulcaniche
– muore nella pagina di paglia per paura
dell’eclisse, prima che finisca.
culla, non cura

*

che non vuole allearsi con il finito
che in nessun caso con il teatro.

«che oggi, essendo»: già una frase
che inizia molto male.

il figlio disinfetta gli strumenti,
li tiene nella borsa scura.

risalgono dal sottostrada del ristorante
è stato un lavoro come poche altre volte

pulito e impegnativo. già due mesi
prima aveva rilevato i fondi.

una volta era un varco, qui, al mare,
prima un macello, qui le ombre

dei ganci o andavano i vitelli
la grafia non è molto precisa ma

non inibisce, vuole iniziare a contare i soldi
prima che si esca nella strada.

l’urto dell’aria e del suono fuori
per un’apertura, il riscontro del vento

gli getta una legge che ha chiara
ma senza contorni, e che lo implica

si sente di smettere e smette.
si sente smettere

 

 

***

 

Da La casa esposta (Le Lettere, 2007)

 

Si muove in modo mite
tra le cose della stanza
adesso che la stanza non è un limite
alle cose dall’interno, conta
quanta capienza di nero
è tra lume lupo acceso nella bugietta
verde e vetro del tavolo riflesso
basso, alla finestra spia dall’alto
altro di altro che non c’è
già in cortile, quasi
infine (pensa)
in sé

*

Invece è inverno. Cala – curva. Siena. A me
dispiace di essere ma sono
diverso da quello che sono

fa il giusto ben orientando e sembra
che niente come l’ascia spezzi il freddo
e questo spezza quella al filo o taglio.
Tanto che è la ferita a ferire –
buio, gelo giusto, verbo dire

*

I fratelli hanno preso le cambiali, adesso è loro.

Hanno fatto uscire tutto il sangue dall’agnello alla bocca
– era vicina la base di sasso.

Sorella e padre sono nei canali
nei pozzi, al respiro dell’acqua.
Niente tiene vivo niente.

Così è rimasto il sole, stampato sui soldi:
questo prosegue il racconto fino all’altro
lato, dove cominciano gli archi larghi
nella campagna, pezzi di acquedotti, verso
il Tirreno, che si infesta

*

Gli è stato detto racconta che dici
di avere il morso, il cane
ha che? lo stecco del gioco – invece.

Quello che è piccolo e nato
riceve l’impatto di luce nei plessi
vuoti e capovolge
fuori il labirinto della voce, dentro aria
e senza rapporti, senza equivalenza,
fa suonare e risente
plettro dalla gola: dal disaccordo
a un disaccordo che si mutila
per vivere. Anche questo
senza sapere di sé niente, dice
mai nemmeno dopo

*

divisione, (luogo diviso), museruola: sporca con l’elastico mangiato, cardato, due candele sporche, spostate sul tavolo della terrazza, al sole, il sole è forte, inizio agosto, le candele fondono, sul piano di formica. il calore allo stesso tempo fa facile scrostarle, tirarle nella valle.

un’angoliera di fine ricamo metallico bianca da giardino, su, un santo di plastica nera e grigia. l’angoliera nei suoi punti non verniciati la strappano le sue ruggini. due sottovasi, celluloide verde bottiglia, paniere arancio e blu, se mezzo manico staccato. se è felice che si sono rivisti, rete, se l’albero parassitato dall’edera, se era molto.

un piano orizzontale di compensato, vernice, o bianco e rosso acceso, era della cameretta. la lavatrice perde, durante tutto il ciclo, anche dopo. non si può aggiustare, si può, per una rinuncia, per una differenza.

dormono. sera. nemmeno. un nuovo modulo d’ordine, un telefono, date successive. la situazione è continuamente compromessa. toglie i piedi i marmetti quando loro entrano.

non entrano più, tutto cambiato, era cambiato. non ci abitano

*

stesso luogo altra data. parlano del quadro che raffigura sale raffigura secondo me un prelato. significa dice che significa, una riga, due righe di più, in meno, eccetera. il mezzo cambia la comunicazione. cabla. il fondo è molto buio. può essere un pregio. può al contrario. freddo che gli viene incontro, gli apre la porta, è solo col suo dio io. storia delle diagonali. delle originali. sì ma in casa alla parete è un’altra faccenda. non dico mai ma non sempre funziona. e comunque non alla cifra che pensate. e quanto di meno? la metà se va bene, ma proprio. è sempre stata una questione di gradazioni di neri. già ricordo anche la mia casa. beato averne, cose così. ma poi non acquistano valore. dice con il tempo. quale tempo. quello a ci si muore, ridono forte ride smettono. mela caffè. kulturgedichte

 

 

***

 

Testi teorici:

Dell’opera disfatta:
http://gammm.org/index.php/2007/05/02/opera-disfatta/

lost and found:
http://slowforward.wordpress.com/2007/09/05/lostfound/

industria/distruzione:
http://www.nazioneindiana.com/2008/03/10/variazioni-meridiano-5-marco-giovenale/

Cinque paragrafi su enigma:
http://www.liberinversi.splinder.com/post/7104099

Del sognare il mondo:
http://slowforward.wordpress.com/2007/07/09/del-sognare-il-mondo

 

***

 

Nota biobibliografica:

Marco Giovenale è nato nel 1969 a Roma, dove vive e lavora – in una libreria antiquaria. È stato organizzatore di mostre. Ha vissuto per un breve periodo a Firenze. Tesi sulla poesia recente di Roberto Roversi. Sito: Slowforward. È redattore di «Bina», «Sud», GAMMM, IEPI (International Exchange for Poetic Invention), The flux I share, Absolute poetry, e altri siti. Collabora saltuariamente con recensioni di poesia e letteratura alle pagine culturali del «manifesto». Testi in riviste: su «Nuovi Argomenti», «Poesia», «Rendiconti», «Semicerchio», «Private», «l’immaginazione», e in vari siti italiani e stranieri.

Libri di poesia: Curvature (Roma, La camera verde, 2002), Il segno meno (Lecce, Manni, 2003: poi quasi interamente ricompreso in La casa esposta, 2007), Altre ombre (Roma, La camera verde, 2004), Double click (Genova, Cantarena, 2005), Superficie della battaglia (portfolio di 7 poesie e 6 foto, Roma, La camera verde, 2006), A rhyme mirror (plaquette di dodici poesie: Trieste, Battello stampatore, 2007), Criterio dei vetri (Salerno, Oèdipus, 2007) e La casa esposta (Firenze, Le Lettere, 2007). Un e-book di prose: Endoglosse. Venticinque piccoli preludi (pdf, Milano, Biagio Cepollaro E-dizioni, 2004); e un chapbook di nuove “endoglosse” pubblicate da Arcipelago: Numeri primi (Milano, 2006). Quattro traduzioni da Baudelaire e alcuni “sought poems” dalle Fleurs costituiscono con immagini di Alfredo Anzellini il libro Spleen / Macchinazioni per fiori (Roma, La camera verde, 2007). Artbook: Sibille asemantiche (Roma, La camera verde, 2008).
A gunless tea, raccolta di 23 frammenti, è pubblicata per il progetto Dusi/e-chap (dusie.org) nel giugno 2007. Suoi testi sono tradotti in portoghese, francese, inglese, olandese, tedesco. È tra gli autori inclusi nel Nono Quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos y Marcos, 2007). È presente in varie antologie, tra cui Parola plurale. Sessantaquattro poeti italiani fra due secoli (Roma, Luca Sossella Editore, 2005).

***

8 pensieri riguardo “Sotto la superficie delle immagini – Marco GIOVENALE”

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