Il libro dei doni – Capitolo I, 2

Poesie sono anche doni.
Doni per le creature attente.
Doni carichi di destino.

(fm)

Pavel FRIEDMAN   Paul CELAN   Carlos Germán BELLI  
Jude STEFAN   Alejandra PIZARNIK   Charles BAUDELAIRE   
Günter KUNERT   Wallace STEVENS   Joan NAVARRO

 

Il libro dei doni – Capitolo I, 2

 

Pavel FRIEDMAN
[Pavel Friedman, Praga 1921 – Auschwitz 1944]

 

La farfalla

L’ultima, proprio l’ultima,
di un giallo così intenso, così
assolutamente giallo,
come una lacrima di sole quando cade
sopra una roccia bianca
così gialla, così gialla!
l’ultima,
volava in alto leggera,
aleggiava sicura
per baciare il suo ultimo mondo.
Tra qualche giorno
sarà già la mia settima settimana
di ghetto:
i miei mi hanno ritrovato qui
e qui mi chiamano i fiori di ruta
e il bianco candeliere di castagno
nel cortile.
Ma qui non ho rivisto nessuna farfalla.
Quella dell’altra volta fu l’ultima:
le farfalle non vivono nel ghetto.

 

**********

 

Paul CELAN
[da: Die Niemandsrose, 1963]

 

Psalm

Niemand knetet uns wieder aus Erde und Lehm,
niemand bespricht unsern Staub.
Niemand.

Gelobt seist du, Niemand.
Dir zulieb wollen
wir blühn.
Dir
entgegen.

Ein Nichts
waren wir, sind wir, werden
wir bleiben, blühend:
die Nichts-, die
Niemandsrose.

Mit
dem Griffel seelenhell,
dem Staubfaden himmelswüst,
der Krone rot
vom Purpurwort, das wir sangen
über, o über
dem Dorn.

 

*

 

Salmo

Nessuno c’impasta di nuovo, da terra e fango,
nessuno insuffla la vita alla nostra polvere.
Nessuno.

Che tu sia lodato, Nessuno.
E’ per amor tuo
che vogliamo fiorire.
Incontro a
te.

Noi un Nulla
fummo, siamo, reste-
remo, fiorendo:
la rosa del Nulla,
la rosa di Nessuno.

Con
lo stimma anima-chiara,
lo stame ciel-deserto,
la corona rossa
per la parola di porpora
che noi cantammo al di sopra,
ben al di sopra
della spina.

(Traduzione di Giuseppe Bevilacqua)

 

*

 

Salmo

Nessuno ci impasta di nuovo da terra e da fango,
nessuno dà parola alla nostra polvere.
Nessuno.

Tu sia lodato, Nessuno.
Per amor tuo vogliamo
fiorire.
A Te
in-contro.

Un Nulla
eravamo, siamo, ancora
resteremo, fiorendo:
del Nulla la rosa
di Nessuno.

Con
lo stilo d’animo chiaro,
il filamento di un cielo desolato,
la corona rossa
della parola di porpora, che cantammo
sopra, oh quanto sopra
la spina.

(Traduzione di Luigi Reitani)

 

*

 

Salmo

Nessuno ci plasma più da terra e argilla,
nessuno scongiura la nostra polvere.
Nessuno.

Lodato tu sia, Nessuno.
Per te noi vogliamo
fiorire.
Contro
te.

Un niente
eravamo, siamo e
resteremo, fiorendo:
la rosa di niente e
di nessuno.

Lo stilo chiaro d’anima,
il filamento grigio da cielo desolato,
rossa la corolla
della parola purpurea che cantammo
sopra la spina,
oltre.

(Traduzione di Dario Borso)

 

**********

 

Carlos Germán BELLI
[da: ¡Oh Hada Cibernética!, 1962]

 

En vez de humanos dulces

En vez de humanos dulces
por qué mis mayores no existieron
cual piedra, cual olmo, cual ciervo,
que aparentemente no disciernen
y jamás a uno dicen:
“no dejes este soto,
en donde ya conoces
de dó viene el cierzo, adó va el noto”.

 

Invece di dolci esseri umani

Invece di dolci esseri umani,
perché i miei padri non furono
simili a pietre, olmi, cervi,
che in apparenza non discernono
e mai dicono a qualcuno:
“non lasciare questo bosco,
nel quale già sai
da dove viene il rovo, dove va il vento”.

 

*

 

En esta playa sin arena…

En esta playa sin arena, sin mar, sin peces,
do me hallo mal mi grado,
a mis miles de añicos añudado,
pienso yo muchas veces,
que entre sí hayan pactado
desde su edad primera,
para prevaler sobre mí no más,
el extraño, el amigo o el hermano.

 

Su questa spiaggia senza sabbia…

Su questa spiaggia senza sabbia, senza mare, senza pesci,
dove vivo mio malgrado,
ai miei mille frammenti annodato,
penso tante volte
che abbiano stretto un patto,
fin dalla prima età,
solo per prevalere su di me,
l’estraneo, l’amico o il fratello.

 

*

 

¡Oh Hada cibernética!…

¡Oh Hada Cibernética!, ya líbranos
con tu eléctrico seso y casto antídoto,
de los oficios hórridos humanos,
que son como tizones infernales
encendidos de tiempo inmemorial
por el crudo secuaz de la hoguera;
amortigua, ¡oh señora!, la presteza
con que el cierzo sañudo y tan frío
bate las nuevas aras, en el humo enhiestas,
de nuestro cuerpo ayer, cenizas hoy,
que ni siquiera pizca gozó alguna,
de los amos no ingas privativo
el ocio del amor y la sapiencia.

 

O Fata cibernetica

O Fata cibernetica, liberaci,
col tuo cervello elettrico e il casto antidoto,
dagli orridi uffici umani,
simili a tizzoni infernali
accesi da tempo immemoriale
dal crudo fautore di roghi;
attenua, o signora, la prontezza
con cui il rovaio irato e tanto freddo
sferza le nuove are, ritte nel fumo,
del nostro corpo ieri, oggi cenere,
che non ebbe per sé mai gioia alcuna,
privilegio dei padroni non incas
l’ozio d’amore essendo e la sapienza.

(Traduzione di Francesco Marotta)

 

**********

 

Jude STEFAN
[da: Libères, 1970]

 

Les feues églises

Chaque dimanche à l’heure morte où
parcourent les places en divaguant
les chiens quand on n’entend pas les
nuages que dorment les demeures et
que la voix d’humains enchapeautés
aux vides du jour résonne on voit
une ombre qui va au refuge du Dieu
haute nef déserte où les statues prient
des spectres en le silence doré:
parfois y tombe un blanc suscitant
la poussière parfois y tremble un cierge
signalant l’âme sans lieu parfois
y déplore le malheur légendaire l’orgue
de gloire.

 

Le chiese defunte

Ogni domenica all’ora morta quando
traversano le piazze divagando
i cani quando non s’odono le nuvole
addormentate le dimore e la voce
d’umani incappellati
nei vuoti del giorno risuona si vede
un’ombra che s’incammina al rifugio del Dio
alta navata deserta dove le statue
pregano spettri nel silenzio dorato:
talvolta una panca vi crolla sollevando
polvere talvolta vi trema un cero
segnalando l’anima senza luogo talvolta
l’organo glorioso la leggendaria
disgrazia vi deplora.

 

*

 

Animaux

Animaux comme les chevreuils en leur
remise solitaire le cheval qui
paît ou sur la poutre la chouette
Vous aussi vivez en corps parfois
de longue vie faits de chairs et
peaux où les yeux feraient croire aussi
à une âme quand Vous nous regardez
comme nous animés mais le silence
vous sauve de la mort en nous qui parle
accréditant sa puissance et plus justes
Vous passez plus stables ossements sans
souvenirs.

 

Animali

Animali come i caprioli nella loro
rimessa solitaria il cavallo
che pascola o la civetta sulla trave
Voi pure vivete in corpi talvolta
di lunga vita fatti di carne e pelli
dove gli occhi farebbero credere perfino
a un’anima quando ci guardate
come noi animati ma il silenzio
vi salva dalla morte che in noi parla
accreditando la sua potenza e più giusti
passate più stabili ossami
senza ricordi.

 

*

 

Jude et Judith

– Et l’hiver Jude? – L’hiver est oubli
du printemps là encore sous la neige
des lilas (O temps blanc lugubre
ministère comme un baiser ressemble
à la haine violenté sur belles lè-
vres abjectes de maraude écrassée
contre un arbre tandis que rauques
en lent cri volettent les corneilles
elle l’oeil et la chair moi leur bat-
tante hantise!) – Et ces justes noms
d’été d’automne? – La passion de mûrir
puis de flétrir déjà.

 

Jude e Judith

E l’inverno Jude? L’inverno è oblio
della primavera ancora qui sotto la neve
dei lillà (o tempo bianco lugubre
uffizio come un bacio rassomiglia
all’odio violentato su belle
labbra abbiette di ladruncola schiacciata
contro un albero mentre rauche
in lento grido svolazzano le cornacchie
essa l’occhio e la carne io la loro sbattente
ossessione!). E questi giusti nomi
d’estate, autunno? La furia di maturare
poi di colpo appassire.

(Traduzione di Sergio Solmi)

 

**********

 

Alejandra PIZARNIK
[da: Poesía completa (1955-1972), 2002]

 

La noche

Poco sé de la noche
pero la noche parece saber de mí,
y mas aún, me asiste como si me quisiera,
me cubre la conciencia con sus estrellas.
Tal vez la noche sea la vida y el sol la muerte.
Tal vez la noche es nada
y las conjeturas sobre ella nada
y los seres que la viven nada.
Tal vez las palabras sean lo único que existe
en el enorme vacío de los siglos
que nos arañan el alma con sus recuerdos.

Pero la noche ha de conocer la miseria
que bebe de nuestra sangre y de nuestras ideas.
Ella ha de arrojar odio a nuestras miradas
sabiéndolas llenas de intereses, de desencuentros.

Pero sucede que oigo a la noche llorar en mis huesos.
Su lágrima immensa delira
y grita que algo se fue para siempre.

Alguna vez volveremos a ser.

 

La notte

So poco della notte
ma la notte sembra sapere di me,
e in più, mi cura come se mi amasse,
mi copre la coscienza con le sue stelle.
Forse la notte è la vita e il sole la morte.
Forse la notte è niente
e le congetture sopra di lei niente
e gli esseri che la vivono niente.
Forse le parole sono l’unica cosa che esiste
nell’enorme vuoto dei secoli
che ci graffiano l’anima con i loro ricordi.

Ma la notte deve conoscere la miseria
che beve dal nostro sangue e dalle nostre idee.
Deve scaraventare odio sui nostri sguardi
sapendoli pieni di interessi, di non incontri.

Ma accade che ascolto la notte piangere nelle mie ossa.
La sua lacrima immensa delira
e grida che qualcosa se n’è andato per sempre.

Un giorno torneremo ad essere.

 

*

 

La danza inmóvil

Mensajeros en la noche anunciaron lo que no oímos.
Se buscó debajo del aullido de la luz.
Se quiso detener el avance de las manos enguantadas
que estrangulaban a la inocencia.

Y si se escondieron en la casa de mi sangre,
¿cómo no me arrastro hasta el amado
que muere detrás de mi ternura?
¿Por qué no huyo
y me persigo con cuchillos
y me deliro?

De muerte se ha tejido cada instante.
Yo devoro la furia como un ángel idiota
invalido de malezas
que le impiden recordar el color del cielo.

Pero ellos y yo sabemos
que el cielo tiene el color de la infancia muerta.

 

La danza immobile

Messaggeri nella notte annunciarono quello che non ascoltammo.
Cercammo sotto l’ululato della luce.
Arrestammo l’avanzamento di mani inguantate
che strangolavano l’innocenza.

Ma se si nascosero nella dimora del mio sangue,
perché non mi trascino fino all’amato
che muore dietro la mia tenerezza?
Perché non fuggo
e mi inseguo con coltelli
e deliro?

Di morte si è tessuto ogni istante.
Io divoro la furia come un angelo idiota
invaso di erbacce
che impediscono di ricordare il colore del cielo.

Ma loro ed io sappiamo
che il cielo ha il colore dell’infanzia morta.

 

*

 

La luz caída de la noche

vierte esfinge
tu llanto en mi delirio
crece con flores en mi espera
porque la salvación celebra
el manar de la nada

vierte esfinge
la paz de tus cabellos de piedra
en mi sangre rabiosa

yo no entiendo la música
del último abismo
yo no sé del sermón
del brazo de hiedra
pero quiero ser del pájaro enamorado
que arrastra a las muchachas
ebrias de mistero
quiero al pájaro sabio en amor
el único libre

 

La luce caduta della notte

spargi sfinge
il tuo pianto sul mio delirio
cresci cosparsa di fiori nella mia attesa
perché la salvezza celebra
l’abbondanza del nulla

spargi sfinge
la pace dei tuoi capelli di pietra
sul mio sangue rabbioso

io non capisco la musica
dell’ultimo abisso
io non so del sermone
del braccio di edera
ma voglio appartenere all’uccello innamorato
che trascina le ragazze
ebbre di mistero
amo l’uccello sapiente in amore
l’unico libero

(Traduzione di Florinda Fusco)

 

**********

 

Charles BAUDELAIRE
[da: Les fleurs du mal, 1857]

 

Le Voyage
(Il viaggio)

I

Pour l’enfant, amoureux de cartes et d’estampes,
L’univers est égal à son vaste appétit.
Ah ! que le monde est grand à la clarté des lampes !
Aux yeux du souvenir que le monde est petit !

Un matin nous partons, le cerveau plein de flamme,
Le coeur gros de rancune et de désirs amers,
Et nous allons, suivant le rythme de la lame,
Berçant notre infini sur le fini des mers :

Les uns, joyeux de fuir une patrie infâme ;
D’autres, l’horreur de leurs berceaux, et quelques-uns,
Astrologues noyés dans les yeux d’une femme,
La Circé tyrannique aux dangereux parfums.

Pour n’être pas changés en bêtes, ils s’enivrent
D’espace et de lumière et de cieux embrasés ;
La glace qui les mord, les soleils qui les cuivrent,
Effacent lentement la marque des baisers.

Mais les vrais voyageurs sont ceux-là seuls qui partent
Pour partir ; coeurs légers, semblables aux ballons,
De leur fatalité jamais ils ne s’écartent,
Et sans savoir pourquoi, disent toujours : Allons !

Ceux-là, dont les désirs ont la forme des nues,
Et qui rêvent, ainsi qu’un conscrit le canon,
De vastes voluptés, changeantes, inconnues,
Et dont l’esprit humain n’a jamais su le nom !

 

I

Per il bimbo innamorato di carte e di stampe
l’universo è in tutto uguale a un vasto appetito.
Com’è grande il mondo alla luce delle lampe,
e agli occhi del ricordo com’è rattrappito!

Un bel mattino si parte, le menti infiammate,
il cuore pieno di livori e struggimenti amari,
e si segue il ritmo dei marosi alle murate
che culla il nostro infinito sul finito dei mari.

Lieti alcuni di fuggire da una patria trista,
altri con l’orrore dei natali ingloriosi,
altri ancora, astrologhi stregati alla vista
di tiranne Circi dai vezzi pericolosi,

per non farsi tramutare in bestie, con fiducia
s’inebriano di spazi, luce e cieli infuocati,
e il gelo che li morde e il caldo che li brucia
cancellano infine i baci che li han marchiati.

Ma il vero viaggiatore è chi parte per partire,
chi dice soltanto: “Andiamo” e non sa perché
come gli aerostati, a cuor leggero, senza mire,
e accetta il sortilegio che incombe su di sé.

Sono in forma di nuvole i suoi desideri,
e tanto il soldato sogna il fucile come
costui sogna ignoti e mutevoli piaceri,
voluttà di cui la mente non sa il nome.

 

*

 

II

Nous imitons, horreur ! la toupie et la boule
Dans leur valse et leurs bonds ; même dans nos sommeils
La Curiosité nous tourmente et nous roule,
Comme un Ange cruel qui fouette des soleils.

Singulière fortune où le but se déplace,
Et, n’étant nulle part, peut être n’importe où !
Où l’Homme, dont jamais l’espérance n’est lasse,
Pour trouver le repos court toujours comme un fou !

Notre âme est un trois-mâts cherchant son Icarie ;
Une voix retentit sur le pont : « Ouvre l’oeil ! »
Une voix de la hune, ardente et folle, crie :
« Amour… gloire… bonheur ! » Enfer ! c’est un écueil !

Chaque îlot signalé par l’homme de vigie
Est un Eldorado promis par le Destin ;
L’Imagination qui dresse son orgie
Ne trouve qu’un récif aux clartés du matin.

Ô le pauvre amoureux des pays chimériques !
Faut-il le mettre aux fers, le jeter à la mer,
Ce matelot ivrogne, inventeur d’Amériques
Dont le mirage rend le gouffre plus amer ?

Tel le vieux vagabond, piétinant dans la boue,
Rêve, le nez en l’air, de brillants paradis ;
Son oeil ensorcelé découvre une Capoue
Partout où la chandelle illumine un taudis.

 

II

Noi imitiamo le bocce e trottole (tremendo!)
nei lor balzi e danze, ché la Curiosità vuole
tormentarci e farci correre anche dormendo,
come un angelo truce che frusti i cavalli del sole.

Strana sorte, la cui meta si sposta sempre altrove,
e non avendo luogo può essere dovunque;
così mai stanco di sperar l’Uomo si muove,
senza trovare mai riposo e sempre al dunque.

La nostra anima è un veliero che cercando va
il paese d’Icaro; e dal ponte si grida: “Laggiù!”
e dalla coffa: “Amore! Gloria! Felicità!”,
in deliro. L’inferno? Uno scoglio, niente più.

Ogni isolotto indicato dall’uomo di vedetta
è un Eldorado offerto dal nostro Destino;
l’Immaginazione inizia la sua orgia in fretta,
e scopre un nudo scoglio alla luce del mattino.

Povero innamorato di terre chimeriche!
bisogna metterlo ai ferri, gettarlo in mare
quel marinaio ubriaco, inventore di Americhe,
il cui miraggio rende le cadute più amare?

Come un vecchio randagio, tra fango e sporcizie,
sogna lucenti Elisi, fiutando il buon augurio;
e con l’occhio stregato vede luoghi di delizie
appena una candela illumina un tugurio.

 

*

 

III

Étonnants voyageurs ! quelles nobles histoires
Nous lisons dans vos yeux profonds comme les mers !
Montrez-nous les écrins de vos riches mémoires,
Ces bijoux merveilleux, faits d’astres et d’éthers.

Nous voulons voyager sans vapeur et sans voile !
Faites, pour égayer l’ennui de nos prisons,
Passer sur nos esprits, tendus comme une toile,
Vos souvenirs avec leurs cadres d’horizons.

Dites, qu’avez-vous vu ?

 

III

Strabilianti viaggiatori, quante nobili storie
si leggono nei vostri occhi fondi come i mari!
Mostrateci lo scrigno delle vostre memorie,
fulgide gemme fatte d’aria e spazi stellari!

Noi vogliam viaggiare senza vapore né vela;
alleviate un po’ la noia delle nostre prigioni,
mostrando ai nostri spiriti, tesi come una tela,
squarci d’orizzonte delle vostre evocazioni.

Dite, che avete visto?

(Traduzione di Gianni Celati)

 

**********

 

Paul CELAN
[da: Die Gedichte aus dem Nachlaß, 1997]

 

Der Andere

Tiefere Wunden als mir
schlug dir das Schweigen,
größere Sterne
spinnen dich ein in das Netz ihrer Blicke,
weißere Asche
liegt auf dem Wort, dem du glaubtest.

(10 dicembre 1952)

 

L’altro

Più profonde ferite che a me
inflisse a te il tacere,
più grandi stelle
ti irretiscono nella loro insidia di sguardi,
più bianca cenere
giace sulla parola, cui hai creduto.

 

*

 

Auf der Klippe

Leicht willst du sein und ein Schwimmer
im dunklen, im trunkenen Meer:
so gibt ihm den Tropfen zu trinken,
darin du dich nächtens gespiegelt,
den Wein deiner Seele im aug.

Dunkler das Meer nun, trunken:
Dunkler und schwerer – Gestein!
Schwer willst auch du sein und rollen,
im Aug den versteinten, den Wein.

(20 novembre 1954)

 

Sulla scogliera

Leggero vuoi essere e un nuotatore
nel mare oscuro, ebbro:
dagli allora da bere la goccia,
ove ti sei specchiato di notte,
nell’occhio il vino della tua anima.

Più scuro ora il mare, ebbro:
più scuro e più pesante – roccia!
Pesante vuoi essere anche tu e rotolare,
nell’occhio l’impietrito, il vino.

 

*

 

(Hast du ein Aug)

Hast du ein Aug
für den Widerhaken
in meiner Herzwand,
ein Ohr
für das Gespräch, das wir führen,
er
und ich,
als sei
Raum da für alles Gesagte?

Hast du keins mehr,
so will ich noch einmal kommen
und er sein.

(Parigi, 22 settembre 1956)

 

(Hai occhio)

Hai occhio
per l’uncino nella
parete del mio cuore,
orecchio
per il parlare fra noi,
lui
e me,
come ci fosse
spazio per tutto il già detto?

Se più non l’hai,
voglio venire ancora una volta
ed essere lui.

(Traduzione di Michele Ranchetti)

 

**********

 

Günter KUNERT
[da: So und nicht anders, 1998]

 

ICH RUFE: HALTET DEN DIEB!

Eben noch mit neuem Hut und weißem Hemd,
unter dem Hut noch Haar, unter dem Hemd noch Herz,
vor dem Spiegel, doch nach kaum
vollendeter Drehung rufe ich:
Haltet den Dieb! denn der Hut
ist weg wie die Haare, wie Hemd und Herz.
Unbemerkt kommt er und ohne Gesicht
in vielen Masken, ermeßbar, aber
nicht faßbar: schleppt jegliches fort.
Manchmal schreckt mich auf
seine spürbare, seine plötzliche Nähe:
Haltet den Dieb! schreie ich: Er
nimmt mir das Leben!
doch er läuft weiter, er rennt und rinnt
und rast und trägt mit wachsender Eile
Millionen Hüte und Millionen Herzen
nach Nirgendwo.

 

GRIDO: FERMATE IL LADRO!

Or ora con il nuovo cappello e la camicia bianca,
e sotto il cappello ancora i capelli,
e la camicia ancora sul cuore,
davanti allo specchio, una giravolta
appena incompleta e grido sorpreso:
Fermate il ladro! Che m’ha preso il cappello,
insieme ai capelli, cuore e camicia.
Viene in silenzio e senza volto,
ma ha mille maschere, il calcolatore,
l’inafferrabile, che tutto s’arraffa.
A volte mi turba la sua vicinanza,
così improvvisa e così reale:
Fermate il ladro! Urlo: Mi ruba la vita.
Ma quello continua il cammino,
e corre e scorre e sfreccia e trasporta
con inarrestabile fretta milioni di cappelli nel nulla,
milioni di cuori.

 

*

 

UNSERE METEOROLOGISCHE VERFASSUNG

Sturm und Regen. Gewitter und Hagel.
Ein Bombardement. Die Natur
schickt die leichte Artillerie voraus,
ehe sie über uns herfällt
gnadenlos gleich uns. Während wir
dringlich nach einer Arche
telephonieren

 

PREVISIONI DEL TEMPO

Tempesta e pioggia. Temporale e grandine.
Bombardamento. La natura
manda l’artiglieria leggera
in avanscoperta
prima d’assalirci
senza pietà. Mentre noi, di fretta,
chiamiamo al telefono
un’arca.

 

*

 

HAGEN UND SIEGFRIED

Sie sind die idealen deutschen Helden,
weil sie einander überschwänglich hassen.
Ihr Schicksal deutsch: in Rücken schießen
und sich in seinen Rücken schießen lassen.

 

HAGEN E SIGFRIED

Loro sono gli eroi tedeschi ideali,
perché l’uno con l’altro eccezionalmente si odiano.
Il loro destino è tedesco: sparare alle spalle
e alle spalle lasciarsi sparare.

(Traduzione di Vincenzo Gallico)

 

**********

 

Wallace STEVENS
[da: The Auroras of Autumn, 1948]

 

A primitive like an orb
(Un primitivo come un globo)

I

The essential poem at the centre of things,
The arias that spiritual fiddling make,
Have gorged the cast-iron of our lives with good
And the cast-iron of our works. But it is, dear sirs,
A difficult apperception, this gorging good,
Fetched by such slick-eyed nymphs, this essential gold,
This fortune’s finding, disposed and re-disposed
By such slight genii I such pale air.

I

La poesia essenziale al centro delle cose,
Le arie che motivetti spirituali intonano,
Hanno saturato di bene la lega delle nostre vite
E delle nostre opere. Ma è, cari signori,
Una percezione difficile, questo bene che satura,
Apparecchiato da ninfe leste d’occhio, quest’essenza d’oro,
Questo tocco di fortuna, disposto e predisposto
Da genii così leggeri nell’aria così pallida.

 

*

 

II

We do not prove the existence of the poem.
It is something seen and known in lesser poems.
It is the huge, high harmony that sounds
A little and a little, suddenly,
By means of a separate sense. It is and it
Is not and, therefore, is. In the instant of speach,
The breadth of an accelerando moves,
Captives the being, widens – and was there.

 

II

Della poesia non si dimostra l’esistenza.
E’ qualcosa che si vede e si conosce in poesie minori.
E’ l’armonia alta, vasta, che risuona
Appena, appena, improvvisa,
Grazie a un senso differente. E’ e non è,
E perciò è. Nell’istante della parola,
L’ampiezza di un accelerando muove,
Cattura l’essere, lo amplia – e non è più.

 

*

 

III

What milk there is in such captivity,
What wheaten bread and oaten cake and kind,
Green guests and table in the woods and songs
At heart, within an instant’s motion, within
A space grown wide, the inevitable blue
Of secluded thunder, an illusion, as it was,
Oh as, always too heavy for the sense
To seize, the obscurest as, the distant was..

 

III

Che latte si trovi in tale cattura,
Che pane di grano e dolce d’orzo e teneri
Ospiti verdi, e tavoli nei boschi e canzoni
Nel cuore, nel tempo di un istante, nello spazio
Che s’allarga, il blu inevitabile
Del tuono remoto, un’illusione, come fosse,
Oh come, sempre troppo pesante, perché il senso
L’afferri, il più oscuro come, il distante fosse…

(Traduzione di Nadia Fusini)

 

**********

 

Joan NAVARRO
[da: Bardissa de foc, 1981]

 

Lluna de terra
(Luna di terra)

I

La tardor s’embosca a les cambres de les
mansardes com una fugitiva, lluny de tot perill,
alhora que el mirall s’emplena el rostre d’estels,
cometes de cabells caragolats.

Les ciutats d’Europa veuen arribar dintre la
boirassa les naus de folls. A Schleswig-Holstein,
temps enrera, havien traçat ja el cercle sagrat,
la bardissa de foc.

Una aranya defallia damunt un tapís de neu,
terreny de la paraula, i vidres enllà els arbres
del firal descobrien la seva vertadera geografia:
uns caminois que com serpete suraven al mig
d’un gran desert de núvols.

L’aigua de les aixetes rosega les piques
millenàries, cossiol de falcons que han perdut
els plànols dels cels.

Una remor de nous i panses s’enfila per les
escales.

Qui té la paraula té l’espasa?

Les fruites de l’hivern ja feia temps morien
damunt les taules embolcallades de tovalles
tatuades de llunes i datileres.

Algun aprenent d’equilibrista, rovellant-se
els astres, havia penjat de les palmeres la pell
del cisellaire!

Al mig del bosc el tritó dóna l’últim crit
del dia.

Una immensa platja mormola entre escumes.

 

I

L’autunno s’imbosca nelle camere delle
mansarde come un fuggitivo, lontano da tutti i
pericoli, nell’ora in cui lo specchio si riempie la
faccia di stelle, comete di capelli inanellati.

Le città d’Europa vedono arrivare nel
nebbiume le navi dei folli. A Schleswig-
Holstein, tempo addietro, avevano già tracciato
il cerchio sacro, la siepe di fuoco.

Un ragno stramazzava su di un tappeto di
neve, terreno della parola, e vetri oltre gli alberi
della fiera scoprivano la loro reale geografia:
sentieri come serpenti fluttuavano in mezzo ad
un deserto grande di nuvole.

L’acqua dei rubinetti rosicchia le pile
millenarie, bigonce per falconi che han perduto
le carte dei cieli.

Fragranza di noci e uva passa s’infila per le
scale.

Chi ha la parola, ha la spada?

I frutti dell’inverno da tempo morirono
sopra le tavole avvolte in tovaglie tatuate di lune
e palme da dattero.

Un apprendista funambolo, arrugginendosi
gli astri, aveva appeso alle palme la pelle del
cesellatore!

In mezzo al bosco il tritone lancia l’ultimo
richiamo del giorno.

Un’immensa spiaggia mormora tra le
schiume.

 

*

 

II

Gats enfuriats es barallen als garatges deserts
on navilis remots naveguen en tolls de petroli.
La lluna del temps, enlairada en la torre, em
vigila el vol d’una garsa: reconegut, he enfilat la
mirada als tatuatges del cel i he ofert als déus
tres pedres, raïm, aigua i mel. He ordenat que
em tancaren la finestra, car el llop d ela ni ja
rondineja pels cantons.

Als barandats de la cotxera algú havia escrit
el meu nom: em diuen A.

 

II

Gatti infuriati s’azzuffano nei garages deserti
dove navigli perduti navigano in pozze di
petrolio. La luna del tempo, salita alla torre, mi
insegue il volo di una gazza: riconosciuto, ho
infilato lo sguardo nei tatuaggi del cielo e ho
offerto agli dei tre pietre, uva, acqua e miele.
Ho ordinato mi chiudessero la finestra, ché il
lupo della notte già è di ronda nei cantoni.

Sulla serranda dell’autorimessa qualcuno
aveva scritto il mo nome: mi chiamano A.

 

*

 

III

Ja ho sabeu, jo sóc l’Altre, aquell que
agombola mil carasses i arrapa parets quan set
cercles de foc rodegen la ciutat. Em van donar
un nom i m’assassinaren, vaig haver d’inventar-ne
d’altres per tal de renàixer del fang de les
paraules.

Ja ho sabeu, m’anomenen A, i em
crucifiquen a les parets, junt a les taques
d’humitat, i als papers que ells guarden als
secrets arxius.

La barca del meu nom fondeja l’illa: jo sóc
l’illa.

 

III

Già lo sapete, io sono l’Altro, quello che
accarezza mille facce e graffia le pareti quando
sette cerchi di fuoco circondano la città. Mi
diedero un nome e mi assassinarono, altri
dovetti inventarne per rinascere dal fango delle
parole.

Già lo sapete, mi chiamano A, e mi
crocifiggono alle pareti, vicino alle macchie di
umido e alle carte che essi conservano negli
archivi segreti.

La barca del mio nome è alla fonda
nell’isola: io sono l’isola.

(Traduzione di Giuseppe Fiorelli)

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7 pensieri riguardo “Il libro dei doni – Capitolo I, 2”

  1. Grazie a te, Giacomo.

    E’ proprio quell’ “oltre” a farsi dono: perché è uno sguardo su un territorio dove tutto ciò che si profila, fosse anche un’ombra, ha le stimmate della libertà che lo fa essere. Dove sguardo e paesaggio (con quanto indistantamente o chiaramente contiene) sono tutt’uno.

    Un caro saluto.

    fm

  2. sì, un post da stampare da rileggere da tener via con le cose belle.
    Pavel Friedman non lo conoscevo, gli altri si.
    Quella farfalla è indimenticabile, almeno per me.
    Se ha un senso spingere la nostra umanità fino ai confini, ci sia o non cia un oltre, è per cose come queste che lo facciamo.
    “Grazie a un senso differente. E’ e non è,
    E perciò è. Nell’istante della parola,
    L’ampiezza di un accelerando muove,
    Cattura l’essere, lo amplia – e non è più.”

    Grazie Francesco

  3. Grazie Jolanda e grazie Nadia.

    “Il libro dei doni” diventa un appuntamento settimanale: ogni lunedì alle ore 10.28.

    fm

  4. riferendomi al testo di Pavel Friedman, viene da pensare che nel momento in cui sedicenti esseri umani tentato l’annientamento di altri attraverso i mezzi più orribili al fine di vantare l’esercizio di una presunta supremazia (caratteristica di ogni coercizzante forma di potere) la poesia della vita e per la vita si erge tuttavia in tutta la sua tragica bellezza, come a decretare la morte della Morte. Ancora grazie, caro Francesco.

    mirko

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