Dacci oggi il nostro orrore quotidiano – Gaja CENCIARELLI

Auschwitz

I due racconti di Gaja Cenciarelli sono tratti da: Tutti giù all’inferno, a cura di Monica Mazzitelli, Roma, Giulio Perrone Editore, 2007.

 

CENERE ALLA CENERE

     Fuoco. S’infuoca. Si va a fuoco. Fuoco, acqua acqua fuocherello, acquazzone, incendio. Fuoco di paglia. Fuoco fatuo.
     «Si va a fuoco». Dice la donna con le mani punteggiate da piccole chiazze marroni chiaro e l’orologio d’oro. E ciacola come a rincorrere le lancette dei secondi, come se il tempo non fosse mai abbastanza per chiarire i concetti. Li affastella, uno sull’altro, una pioggia torrenziale di affermazione del sé, la lingua come atto creativo di nonsense.
     Il fuoco di fila delle sue parole.
     La donna con le gambe nude fino alle cosce e le unghie smaltate di porpora risponde: «È un forno».
     Lui è vecchio, di quella vecchiaia che ti divora da dentro, scarnifica le ossa e lascia solo il guscio, vuoto e raggrinzito dalla violenza del risucchio interno. Il suo esser vecchio non si può nemmeno barattare con la dolcezza, l’etereità della parola anziano. Ha una camicia di flanella a scacchi blu e verdi e delle donne non vede la faccia perché è curvo, la testa incassata tra le spalle, guarda in basso e si tira continuamente i polsini, finché i pollici non scompaiono sotto gli scacchi.
     Alto è il sole a mezzogiorno, sarà cotto il bimbo al forno?
     «Da restarci secchi» dice la donna con le chiazze marroni sulle mani e l’orologio d’oro.
     Rogna rognetta, la bimba resta secca. Secca nel forno
     Lui oscilla avanti e indietro, rimanendo seduto. Il mantra delle filastrocche gli incorona la testa, gliela circonda come un serto di alloro, o di spine.
     «Che abbiamo fatto di male per meritare questo?» ridacchia la donna con le gambe nude e le unghie smaltate di porpora.
     Buongiorno, buongiorno, il bimbo è cotto al forno
     «È la natura che si ribella» dice, con voce grave, la donna con le chiazze marroni sulle mani e l’orologio d’oro. «L’uomo l’ha violentata, le ha fatto quel che gli è parso e piaciuto e ormai bisogna stare attenti anche a quello che si mangia».
     Impasto il bimbo, lo metto al forno, che delizia il profumino intorno!
     «Ogni estate è sempre peggio» dice la donna con le gambe nude.
     Mentre lui oscilla avanti e indietro le due donne smettono di parlare. Sente il silenzio innaturale di chi parla senza voce, un silenzio che dura troppo a lungo per essere un respiro, e che non è assoluto perché inframmezzato dal suono umido della lingua contro il palato.
     Mentre i bimbi vanno intorno li pregusta cotti al forno.
     «In metropolitana, poi… non ne parliamo. L’aria condizionata è segno di civiltà. E poi la gente… pare che d’estate smetta di lavarsi». La donna con le chiazze marroni sulle mani pronuncia quest’ultima frase a voce più alta. A lui sembra arrivare dritta nel padiglione auricolare e sgusciare nel condotto uditivo. Si ferma un attimo. Poi, noncurante, riprende la sua altalena, avanti e indietro, e mentre dondola continua a tirarsi i polsini sulle mani.
     E i bambini per contorno, si riposan dentro al forno
     «Menomale che a Termini scendono quasi tutti e la carrozza si svuota» dice la donna con le gambe nude e le unghie smaltate di porpora. «Almeno ci togliamo di torno questo odore mefitico e ricominciamo a respirare». Anche lei alza la voce a quest’ultima frase.
     termini termina terminale terminati sterminati termine fine finiti finale
     L’uomo si alza quando la voce metallica, nella carrozza nuova ma con l’aria condizionata già fuori uso, esordisce: «Stazione Termini. Prossima fermata: Vittorio Emanuele».
     La metro frena bruscamente, lui alza il braccio di scatto per aggrapparsi al sostegno con dei riflessi sorprendentemente pronti. La donna con le chiazze marroni sulle mani e l’orologio d’oro al polso e la donna con le gambe nude e le unghie smaltate di porpora lo seguono con lo sguardo carico della speranza di vederlo scomparire, volatilizzarsi, incenerirsi.
     Voglio cuocermi al forno per un nuovo contorno
     Con lo scatto del braccio il polsino sulla mano destra è ricaduto indietro, scoprendo il pollice e parte dell’avambraccio.
     La donna con le gambe nude riesce a vederli solo per un attimo. Rimarrà piacevolmente inorridita per ben sette minuti: tanto impiegherà a capire il senso dei numeri tatuati sull’avambraccio del vecchio con la camicia di flanella, che, sceso dalla carrozza, si tira di nuovo giù i polsini e scompare, si volatilizza, si incenerisce nel forno della canicola agostana.

 

***

 

LA FESTA ALLA DONNA

      A casa della nonna? E chi ci sarà?
     Si era chiesta Amina la prima volta che aveva preso la metropolitana.
     Malgrado gli sguardi freddi di alcuni viaggiatori, incuranti del caldo africano della carrozza, era percorsa da un’eccitazione che rendeva tutto iperreale ai suoi occhi, simile a una sorta di casa di Barbie appena tolta dalla scatola, dai colori accesi e profumata di nuovo, si era sostituito il buio di una notte di agosto, un panno nero calato sul cielo, e chissà – si era chiesta Amina – se la sua neritudine si sarebbe potuta confondere in quel buio. Chissà – si era chiesta Amina – se al buio, magari in una vita parallela, sotterranea, tutti avrebbero avuto lo stesso colore. Tutti sarebbero sembrati neri.
     La mano di sua madre era salda e stringeva la sua con un’insolita energia. Sua madre la prendeva di rado per mano: Amina aveva dieci anni e, ciò nonostante, mal tollerava di essere trattata da bambina, di essere tenuta a freno. Ancor più di rado gliela stringeva così. Amina aveva alzato la testa, e aveva visto gli occhi arrossati della madre, un velo di lacrime ondeggiare, incerto se straripare o meno, sulla palpebra inferiore. Se ne era chiesta il perché.
     La casa della nonna era un sottoscala di Cinecittà Est e non c’erano festoni, né i regali di compleanno che le aveva promesso sua madre. Amina era entrata e non aveva visto nessuna delle amiche, né Aurora – le era sempre sembrata una dolorosa ingiustizia che, oltre agli occhi color del mare al crepuscolo, quella bambina dovesse avere un nome così sfolgorante, così chiaro – né la minuta Priscilla dai capelli offensivamente biondi. Entrambe avevano la pelle rosa e vermiglia di chi è nato puro, giusto, e Amina le amava in modo viscerale, le seguiva ovunque, avrebbe voluto fondersi con loro, avrebbe voluto che una goccia dei loro colori la sporcasse in eterno, stemperasse la sua tenebra fitta.
     La casa era in penombra. Aveva dovuto stare attenta alle scale che scendevano direttamente dalla porta e che atterravano in una monocamera, con un tavolo su cui campeggiavano tre bottiglie, pezzi di vetro in frantumi, un paio di forbici, un filo che sembrava di nylon, qualche spina (forse di acacia, aveva pensato Amina), un vasetto pieno di un intruglio fetido. Aveva visto sua nonna, cinque donne e una brandina attaccata alla parete opposta, senza lenzuola, solo un sacco della spazzatura, nero, (o grigio, comunque scuro) a foderare il materasso sfondato. Una piccola lampadina nuda pendeva dal soffitto.
     Quando la nonna l’aveva baciata, Amina aveva sentito puzza di vino. Anche le altre cinque puzzavano: di sudore e di alcol. Amina lo aveva percepito distintamente quando l’avevano bendata, spogliata completamente e fatta sdraiare supina sulla branda. Una delle cinque le si era seduta sopra al petto per immobilizzarla, per impedirle di muovere il busto, mentre le altre due le avevano spalancato le gambe e gliele avevano tenute ferme. Poi la nonna l’aveva rasata. Amina aveva cominciato a urlare.
     La bocca si spalanca dal dolore, una ferita che si allarga fin quasi a inghiottire tutta la faccia.
     Mentre le mani della nonna tagliano le labbra – lo squarcio, la ferita che Amina si porta dietro dalla nascita, e che le si apre in mezzo alle gambe – e le richiudono, infilzandole con le spine che erano sul tavolo. Amina aveva visto il sangue, copioso, imbrattare il vestito della nonna. La sua percezione della realtà era ottenebrata dal dolore – che era un grido, un coltello piantato nella mente. Aveva sentito le altre due donne cantare e ballare scomposte, inebriate dal sangue, come regredite all’animalità pura, una bottiglia in mano a ciascuna, sulla bocca di ciascuna. Non era riuscita a vedere sua madre.
     Poi la nonna le aveva spalmato sulla ferita richiusa, sulle labbra cucite, l’impasto fetido di uova, latte, cenere, erbe e sterco. Quando lei era già svenuta.
     Sono passati otto anni esatti e Amina è in metropolitana. Il rumore dei ricordi le fa quasi sbagliare fermata. È stato un viaggio breve e infinito al contempo, questo. Lo stesso caldo africano, gli stessi sguardi freddi. La stessa euforia asessuata. Ha deciso di festeggiare il suo compleanno in modo speciale. Sta per scendere a Subaugusta, ancora una volta spererà di confondersi nel buio. Ma adesso, per lei, uscire dalla metropolitana significherà sfuggire all’inferno, mettere un punto e andare a capo.
     Amina freme, come la prima volta. Quando ha chiuso la porta di casa, stasera, sua madre era già morta.   Le forbici che le ha affondato nel petto le hanno spaccato il cuore. Sta per raggiungere la nonna nella catapecchia di Cinecittà Est. Si prepara a scendere e accarezza, eccitata, le forbici che riposano, opache, chiazzate del sangue materno, nella borsa.

NdA: per l’infibulazione di Amina l’autrice si è ispirata alla testimonianza di Hannah Koroma, Coordinamento Donne della sezione ghanese di Amnesty International. Tutto il resto – il luogo della violenza, la vendetta di Amina – è pura invenzione.

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22 pensieri riguardo “Dacci oggi il nostro orrore quotidiano – Gaja CENCIARELLI”

  1. Grazie a te, Gaja.

    La buona letteratura, secondo me, si riconosce dalla intrinseca capacità di “far male” che possiede: perché è proprio quel “dolore”, quel “pungolo” piantato nella coscienza e nel sentire a tenerli desti, a evitare l’inesorabile deriva verso l’assuefazione all’orrore quotidiano e l’oblio di sé: assuefazione e oblio che sono le due rive del mareggiare senza senso in cui si dibatte il mondo che ci circonda.

    E questi due splendidi racconti “fanno male” davvero. In particolare il primo: dove la quantità di “non detto” che circola in modo impressionante tra le righe, si propone quale monito perenne al fluire di gesti e voci di automi spenti, senza memoria, senza vita e senza nessun futuro.

    fm

  2. Racconti che toccano e fa male si. E fan pensare.
    Grazie a tutte e due per questa lettura.
    Auguri di cuore per il libro a Gaja.

  3. Carissima Gaja,
    già altrove ti avevo dato testimonianza del mio sentire e delle mie idee sul dolore che tu sai raccontare. Un dolore infinito che,credo, lasci anche su di te spade che trafiggono. Perchè non si può raccontare il dolore senza sentirselo addosso. Sono felice di leggerti qui, una dimora calda, accogliente, aperta ai veri significati della vita, contraria a quanti ci vorrebbero marionette nelle loro sporche mani.
    I temi che tu affronti superano le lingue e le geografie di questo nostro povero mondo. Grazie a te, Gaja, per il modo e onore,sempre, a francesco per la scelta.

    un bacio a entrambi
    jolanda

  4. @Nadia: sei gentilissima. io ringrazio anche Monica Mazzitelli che mi ha voluto nell’antologia – densa di racconti notevoli! grazie, Nadia, di cuore.

    @Jolanda: è vero quello che scrivi sul dolore, verissimo. ti dirò di più: non riuscirei a raccontarlo se non lo conoscessi bene, se non camminassi al auo fianco ogni giorno. è parte della mia vita e dei miei pensieri: oltre ai dolori privati, non si può essere felici in un mondo del genere.
    Non ho parole per ringraziare Francesco, che mi ha fatto una sorpresa splendida: ho una stima *immensa* di lui, come autore e come uomo, e sentirmi ricambiata è stato un regalo preziosissimo, per me.

    grazie ancora, nadia e jolanda.

  5. “La festa alla donna”, alle tante Amine, è di solito una cambiale in scadenza: quella della violenza, della ferita subita, destinate a trasmettersi di generazione in generazione, ritualmente; ma qui, mi sembra, la catena vuole interrompersi per sempre, e la violenza – quel tipo di violenza – cessare simbolicamente attraverso una più grave violenza (matricidio) restitutoria e generazionale.
    Bella fluidità e controllo della parola, Gaja; incisive le descrizioni, ottimi anche il ritmo e la tensione narrativa, pur nella brevità del racconto.
    Un abbraccio.
    Giovanni

  6. Due racconti che quasi sconvolgono la mente del lettore. L’autrice affronta due problemi estremamente seri con oggettività e senza enfasi, tenendo per sè le emozioni che avvenimenti di questo genere non possono non suscitare. La sua bravura sta anche in questo. Piera

  7. Giovanni: è esattamente così. In quel caso si tratta di vendetta sì, ma violenza è “catartica”. Hai letto alla perfezione il mio intento. grazie di cuore.

    Piera: non posso che ringraziarti. è difficile non sentirsi immersi fino al collo in tanto dolore… ed è ancor più difficile, quando si scrive, restare in equilibrio tra la penna e la follia che certo orrore provoca. ti abbraccio.

  8. grazie, Gaja, per queste testimonianze di un’ingiustizia cui è impossibile persino dare un nome. la violenza ha questo di terrificante: che non ha un volto umano.
    grazie anche a Francesco e a tutti gli amici.
    fabrizio

  9. bella tensione nelle parole, giuste, dure. e fino qui è un complimento all’abilità di Gaja.
    viva e grande la tensione etica che muove le parole, vibrante, sincera.
    e questo vuole essere il mio complimento a Gaja proprio a lei in persona.
    un caro saluto anche a fm padrone di una casa sempre accogliente.

    Francesco t.

  10. L’amore prova orrore per tutto ciò che non è amore.
    [Honorè De Balzac]

    e dove non è: retorica. LA FITTA [densa distesa del dolore] resta. E non coagula – costringe. A vedere/sentire/parlare.

    Smettere la *maschera neutra* dell’indifferenza – in differita.

    Grazie – a Gaja – Grande sempre e sempre: Francesco. Per Persone. Parole Pure. Piene: allagano.

    Chiara

  11. Non posso che associarmi ai giudizi sopra espressi, complimenti all’autrice.
    Non sempre chi conosce il dolore lo sa raccontare.

    Mi dissocio su “la violenza non ha un volto umano”, considerata “l’umanità” a cui apparteniamo. Ogni uomo ha in sé il male, fortunatamente non tutti lo frequentano, ma purtroppo tanti, troppo tanti lo scelgono.

    liliana

  12. Grazie a Fabrizio, Francesco, Chiara e Liliana per i commenti.

    Rimane la realtà di una scrittura consapevole e matura, di valore. Che continua “a far male” a ogni rilettura.

    fm

  13. grazie a tutti: leggo solo ora, di ritorno dall’Irlanda, i commenti lusinghieri che mi avete riservato. grazie Chiara, grazie Liliana – sono d’accordo su quel che dici della violenza, purtroppo – e grazie a Viola: è un piacere rileggerti.

    a Francesco un abbraccio speciale.

  14. Ottima la contrapposizione dell’orologio d’oro della benpensante che predica sulla natura violentata con gambe nude e le unghie smaltate dell’altra donna con meno pretese. Una nudità spontanea che mi piace infinitamente più di minigonne e scollature

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