Jean-Luc NANCY nella lettura di Marco VOZZA

MARCO VOZZA – Nancy, il filosofo che vuole rifondare
“Essere e tempo”

(Recensione a Jean-Luc Nancy, “Essere singolare plurale”, introduzione di Roberto Esposito in dialogo con Jean Luc Nancy, traduzione di Davide Tarizzo, Torino, Einaudi, 2001)

     Insieme a pochi altri (Gadamer e Derrida, Habermas e Rorty), Jean-Luc Nancy è uno dei filosofi contemporanei più tradotti, studiati e discussi, quasi una figura di classico vivente che approda ora al suo libro più ambizioso, Essere singolare plurale , che non nasconde la pretesa di rifondare l’ontologia “basandola sul singolare plurale dell’essere”. Dopo Heidegger con i limiti della sua ontologia ermeneutica, Nancy ripropone la questione del senso dell’essere nel punto di incontro tra gli esistenti, nel nostro essere originariamente gli uni con gli altri, nella spartizione dell’essere: in tal modo, il senso è un fatto che viene attestato da quella sua circolazione che siamo noi stessi, non come una proprietà sovrapposta all’essere. Non sussiste presenza che non sia spartita, così come vi è essere soltanto nella co-esistenza singolarmente plurale. Non vi è un soggetto che non sia un noi , un “in sé” che non sia con altri, nella simultaneità e concomitanza dell’esistere.

     Così la “filosofia prima” espone la nudità dell’esistenza, il nostro essere prima persona al plurale, unici nella molteplicità degli enti. Tra di noi: un’intersezione di singolarità esteriore, sensibile, corporea, una spaziatura di superfici eterogenee che non viene più giustificata in nome di una presunta interiorità; una prossimità che si manifesta nel contatto di pelle senza penetrare in nulla, un tocco di senso che ci mette in gioco come pluralità dei singolari, come corpi separati che trovano un punto di tangenza.

     Poiché con-dividiamo il fatto d’esistere, il nostro accesso al mondo e il nostro venire in presenza, poiché compariamo e ci disponiamo come corpi estesi e vulnerabili, tutta la nostra intimità risiede nell’essere fuori-di-sé, nel toccare altre singolarità plurali d’esistenza, rinnovando ogni volta l’evento della nostra creazione . Non l’Altro che attesta la riappropriazione della nostra identità – come vorrebbero ancora Lacan e Lévinas – ma l’essere gli uni con gli altri, avvinti ad un’ esteriorità irrecusabile , non dediti alla conversione interiore bensì curiosi del mondo e delle sue curiose presenze .

     Pur avendo introdotto nella sua analitica esistenziale la dimensione originaria del con-essere, Heidegger diffidava di ogni contatto con la gente , confinandola nel dominio della mediocrità, e taceva a proposito del corpo. Nancy coglie invece nella dimensione pubblica della vita quotidiana “l’esposizione della singolarità nella quale l’esistenza esiste, in modo irriducibile e primo”, destituendo di fondamento ogni contrapposizione tra ordinario ed eccezionale, tra impersonale e autentico, poiché il tratto proprio di una singolarità è il suo essere à côté , mai racchiusa in se stessa ma sempre a fianco di qualcun altro, sfiorato, desiderato o evitato.

     In modo assai suggestivo e convincente, non privo di risvolti in chiave di una politica della comunità e della concittadinanza, Nancy scrive che “la gente non è lo strepitio anonimo del dominio pubblico, sono dei profili al tempo stesso imprecisi e singolarizzati, degli abbozzi di voce, degli schemi di comportamento, degli accenni d’affetto”. Nella relazione non vi è mai presenza piena: lo sguardo è soltanto una promessa, la voce è soltanto un abbozzo , l’affetto è soltanto un accenno . Qualora si condividano le premesse dell’ontologia del con-essere finito proposta da Nancy, per evitare di protrarre un discorso che si attarda ancora sul tema dell’origine , andrebbe sviluppata questa dimensione dell’affettività che pervade la nostra esistenza: si potrebbe così scoprire che oltre l’ontologia delle origini si sviluppa un’ermeneutica della seduzione.

     La proposizione ontologica di Nancy è radicalmente finitista: “L’essere consiste solo nell’esistenza di tutti gli esistenti”, un’esistenza dunque singolarmente plurale, in cui la singola comparizione è indiscernibile dall’essere gli uni con gli altri, pluralità originaria che viene al mondo: questa appare al filosofo francese come la “misura assoluta dell’essere”, la “struttura ontologica fondamentale” dell’esistenza. Dopo Marx e dopo Heidegger, si tratta di proporre un’analitica co-esistenziale in grado di descrivere la pluralità sociale dell’Esserci. Ma è davvero necessaria una “filosofia prima” che riscriva l’ontologia fondamentale a partire dal singolare plurale delle origini condivise?

     Se nell’esistenza compare un evento che esiste ma che non è, non sussiste e non persiste, che nega costantemente ogni presenza, si sottrae ad ogni configurazione data fino all’estinzione della morte, allora il linguaggio dell’ontologia appare inadeguato, perché ripristina l’essere laddove esso è irreperibile. Come può la filosofia – abituata alla frequentazione di abissi fondazionali – aderire più fedelmente all’esperienza senza fughe nel trascendentale? Dovrà forse abbandonare ogni velleità di esibire una ontologia fondamentale e con essa il progetto di articolare un’analitica applicata all’esistenza, sia pure connotata dalla singolarità plurale dell’essere tra di noi?

     In Heidegger l’apertura al con-essere è progressivamente negata dalla chiusura dell’esser-sempre-mio attuata in nome di una incoercibile istanza dell’autenticità, mentre l’esteriorità è agostinianamente considerata impersonale e deietta; in Nietzsche invece, la prossimità è la dimensione costitutiva dell’esistenza in cui il corpo rivela la sua grande ragione . Occorrerà allora davvero riscrivere Essere e tempo – come suggerisce Nancy – o piuttosto prendere dimora nel mondo delle cose prossime senza più manifestare quel pathos per l’origine che caratterizza ogni ontologia.

(Il testo di Marco Vozza, già pubblicato su La Stampa – 8 settembre 2001 – è leggibile anche sul Sito Web Italiano per la Filosofia.)

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