Il libro dei doni – Capitolo II, 1 (prima parte)

Poesie sono anche doni.
Doni per le creature attente.
Doni carichi di destino.

(fm)

Massimo SANNELLI   Massimo RIZZANTE   Corrado COSTA
Sebastiano AGLIECO   Livia CANDIANI   Marina PIZZI
Paolo FICHERA   Simona NICCOLAI   Fabrizio CENTOFANTI

 

Il libro dei doni – Capitolo II, 1 (prima parte)

 

Massimo SANNELLI
[da: Nome, nome, 2007]

 

dov’è la madre diversa, parte,
tra i figli sopportare questa
solitudine lunga, allora è fatto
sfregio; dietro è fatta
esperienza e luce; certo è giglio.
chi credete io sia? ti aiuto, spiega, con
la mancanza fiera, aiuto – le roi
dissociarsi, le roi urlare, così
in fretta anche, dalle due mani,
separare, oh, sassi, strumenti, colpire:

il popolo a cui si è fatto; e fa
vento innocente questo, nei
rumori; ché corre vento.

 

*

 

in qualche modo i rabeschi, intorno,
come i cuori; quasi fui Paolo. E’ tolto il pasto
a un uomo. nessuna è luce
sufficiente, sufficiente scatto
che
stampa i contorni definiti, esegue
la figura umana, seduta o stante.

è la fine persuasione che l’infanzia
è meno propria; con lealtà che non
dirige; né documento, che allunga
in alto le due mani.

 

*

 

diversi crosci d’acqua, incredibile;
dopo, il vero filo, spinato all’occhio.
il meglio è corretto, in un balèno, sottile;
belàto straordinario di una
macchina, per questo: i suoi tasti

attuando l’idea dell’acqua,
meravigliosa, già cadere.

 

*

 

non pesa troppo l’aria, il cuore
è sano; lo stile è alla carne, solido
il pensiero “questo velo”; e il velo è

appena scosso, e sono segni sul
capo, i bei
capelli diradati e lunghi
i pochi ancora – perché?
i pomeriggi invocano amici,
madre, altri mai:
vanificare così il resto, anche
azzurro o marino: la testa
dolendo a lungo e gli occhi.

 

**********

 

Massimo RIZZANTE
[da: Nessuno, 2007]

 

Lettera di Telemaco da Albufeira

Non si occupò mai di se stesso a fondo
Fu questo che gli permise di attraversare la frontiera del secolo
senza troppi «non ricordo»
Le cause dell’inconscio gli sembravano degne
di uno studio sulla fine dell’entertainment
Non fu mai preso dalla smania di liberarsi del passato
(anche se non prese mai sonno)
«Lasciatemi intero, così come sono
Misura e giustizia faranno il loro corso,
tanto che potrò fino alla fine sentirle inesplicabili»
Essere rinomati non è uno scandalo da poco:
«scopo dell’arte è restituirsi», non celebrare i propri fasti
Con questo non voleva dire
che un talento prostituito è un non-talento,
(non concesse mai, è vero, un’intervista in pubblico),
soltanto che prostituirsi implica un sacrificio,
e quell’impronta servile
con il tempo diventa uno stile
Occorre vivere senza impostura (altro affaire l’artificio)
Ma su una cosa non amava tergiversare: «Scrivere non è tutto»
Piuttosto «Scrivo, ecco tutto!»
Del resto, fin dall’età della pietra,
l’importante è uscire dalla caverna, guardarsi intorno,
dialogare e chiedere perdono al bisonte dipinto sulla rupe
(perché si dovrà ucciderlo, o perché lui sarà costretto a ucciderci
Ma soprattutto: sottrarre quell’immagine al regno animale,
renderla non riproducibile da altri bipedi
La percezione estetica, diceva, viene prima di ogni cosa,
dell’economia, della zoologia, dell’etica:
perché è sempre stata tutt’uno con la sopravvivenza
Di conseguenza, l’importante è risiedere qualche tempo
nelle carni di un altro, bisonte, aborigeno o lettore del Connecticut,
tuffarsi nell’ignoto e con rametti di vischio nascondere le tracce
come ci si nasconde nella nebbia sopra un ponte, a Venezia
«Se altri faranno lo stesso cammino, tu non avrai nessun merito
(per cui perché riscuotere applausi
dagli altri pagliacci del circo?)»,
né saprai, nel frattempo, se le tue sconfitte
si saranno trasformate in esercizi o in vittorie»
Essendo stato concepito in una lingua infantile,
non visse alla fine (raccolti in una clessidra
tutti i granelli della sua presunta comprensione del mondo),
che pochi minuti (come tutti),
i quali non si concentrarono all’epoca della sua adolescenza,
ma verso i quaranta (in una provincia del Portogallo),
quando non si trepida più per un neologismo,
né ci si gingilla con gli anelli del karma
«Gli amici dicono che io non viva nel presente,
che combatta contro un tempo a cinque teste,
e che è inutile distruggere qualcosa che sfugge alla comprensione.
E’ una stupidaggine. Anch’io, come tutti, vivo nel presente.
E come tutti (ecco la differenza, che non implica nessun delitto,
nessuna vendetta) morirò nel presente».
In assenza di sensi di colpa, spade di Damocle,
mostri a loro agio nella poltiglia del peccato,
ribadì più volte di essere un cavaliere solitario
indifferente al vessillo in cima al castello,
di continuo stupito di come si possa a un passo dalla morte
fissare la propria dimora, essere fedeli, avere radici,
accettare il mondo, avanzare strategicamente verso il campo nemico,]
raggiungere la cerchia degli eletti e sedersi soddisfatti,
tradire l’ignoto, confondere l’imitazione dei maestri
con il mimetismo della natura, perché in fondo
«è meglio assumere la forma di una foglia» (di un bruco, di una farfalla)]
invece che fingere di esserci.
Poi, più spesso di quel che si creda,
ciò che ci ha ispirato per anni, imponendoci regole e universi,
d’improvviso ci sfugge
Ci resta una lettera da Albufeira,
dove, a parte sofferenza e realismo da quattro soldi
fra eventi e corpi che si ignorano l’un l’altro,
sebbene alcuni si arrendano ai propri discendenti,
altri discendano fino a un ozioso stridio (di grilli, cavallette?),
altri ancora ozino senza conoscere Orazio (Omero?),
e qualcuno, all’orizzonte, tracci sulla sabbia un trattato
sulla sleale concorrenza del silenzio con le onde,
per venire a capo di un volto dimenticato
(il volto di una puttana,
il volto della fame, il volto dell’intransigenza,
il volto della morte che ha preso il sopravvento su tutti i volti
Chi potrà contarli?
I volti giocano ad annientarsi a vicenda)
ci vorrebbe ben altro che queste parole:

«Io sono fra coloro che pensano
che noi, in ogni verso, ci leggiamo.
Perciò la grandezza di un poeta è proporzionale
all’umile attenzione con cui egli si avvicina al caso fortuito,
a quel nessuno, intravisto di scorcio, che è nostro padre.
Per quanto originali, siamo specchi. Può sembrare un miracolo.
Ma è l’esatto contrario»

 

**********

 

Corrado COSTA
[da: PSEUDOBAUDELAIRE, 1964]

 

PSEUDOBAUDELAIRE

Quando per una circolare o rapporto segreto del-
le superiori potenze, suo figlio non riconosciuto
nasce – a Dio, cagna gelosa nei cieli randagi
coi pugni proclamati, con un linguaggio che
ricorda l’epoca dei suoi amori staliniani, ringhia
la madre e le materne creature amanti
combattenti associati, neo-intransigenti di carriera
speakers, cavie, chele nei fondi del diluvio
donne da funerale – palchettiste

Quando la vocazione, per aspetti segreti oppure altri
motivi del rapporto, ha per tema il disgelo: da
che rami feriti viene il vento, da che crocefissione
sono nate le stigmate ai credenti, per quale errore
hanno aggiogato un popolo ai persecutori d’innocenti:
contro di lui – elemento deviato e condannato – intere
voci di muti chiedono la parola, intere nevi
sentono il dovere di proclamare la primavera,
intatti fantasmi chiedono il realismo.

 

LODE A FRANCIS BACON

Quale immagine e somiglianza fa
nostro il compagno di viaggio – facile conversatore in cerca
di complicità per soluzioni drastiche —
il disinvolto chi? soggetto di prima persona
che avrà dominio dei pesci e delle bestie
e dei rettili tutti che strisciano sopra la terra”
– il vagamente raccolto, premuto sul sedile
con le mani – impotenti – evanescenti
bloccato dal terrore contro il vetro
posatore sfocato – viso bruciato
da certi segni sullo sfondo

Quale immagine e somiglianza fa
a nostra somiglianza di paura
la nevrosi che tende la figura
contro il divano: dopo evasioni e novità del-
l’amore (noi che avremo dominio) è nostro il corpo
spogliato in fretta dall’erotica ospite che va
a cuccia o carponi nell’erba alta
sotto la luce dei fari

Quale immagine e somiglianza fa
a nostra immagine di dominatore: bocca furente –
il babbuino
che si torce sul trespolo (i gufi
che appaiono tentoni) il cane
cauto e zoppicatore che annusa crocefissione
verso una ignota direzione (dietro l’autostrada)

 

BALLATA DI BUONA DOTTRINA

Chi ha i documenti nasconda il dossier
e chi è ferito stia composto – in croce
chi è torturato muoia sottovoce
il vento si divida dal rumore dei boschi
e l’anima da queste estreme spoglie
lasci in pace gli ostaggi:
per piangere nascondere la voce
che piange

Essi hanno orecchie abili: volpi
fredde, segugi d’afflizione
direttori di coscienza in caccia di contrizione
fanno carniere di dolore

La parola stia schiacciata in bocca, oscura –
se danno fuoco alla covata
che s’intani la madre forsennata
chi perde sangue cancelli la trama:
non c’è ragione di gridare, oggi
come un respiro di silenzio tende l’aria
i dirigenti che giudicheranno
chi avrà gridato amato aperto il cuore
il giorno che gli daranno ragione
non gli perdoneranno.

 

**********

 

Sebastiano AGLIECO
[da: Dolore della casa, 2006]

 

E io ti vedevo oltre i fogli tracciati a
penna, ciò che resta di questa piccola
vittoria: saltare i gradini
giungere subito all’inizio.
Quali parole disse che non ho mai pronunciato?
Gli occhi amati e restituiti
gli occhi perdonati e subito dimenticati.
E’ stato come la madre che non lascia il
figlio, non lo fa nascere.

Lì ero già scritto
c’erano questi chiodi.

 

*

 

Non ricordo, non mendico.
Ecco la durezza: essere con te in una
forma della bellezza che redime
le parole, parole mai dette nel
timore. Questa la condanna
dei vivi: tradire i tuoi secondi
mangiare il pane dei morti nella tua
bocca incuneata in me senza il timore
della luce, senza tepore nelle mani.

…e freddi vedremo gli occhi
nello sguardo di un dio, tutto sarà
chiarito e battezzato, tutto splenderà
in un sogno, e sarai di nuovo quella della
foto seduta davanti casa, su un muretto.

 

*

 

Ho sognato gli altri questa notte
ma tu non sei venuta
hai portato la tempesta stamattina
il grigiore del tempo come a volte fanno
i morti, per mettersi in contatto con i vivi.
E se questo è un segno, se un aruspice
mi volesse spiegare, forse mi indicherebbe
il nome di un bambino.

…torneranno gli angeli nelle ali
mostrandoci una porta, un albero.
Questo sarà il dolore della casa.

 

*

 

La mamma ha portato l’acqua, un dono
per le campagne, l’acqua nella sua bocca
dissetata. Senti? Un rosario ci accoglie
dalla distanza della casa per la pace nostra
perché tu possa ritrovare nello specchio di
Dio il viso delle origini, la dimenticanza
nel dono del battesimo; entrare nella
vita con la corona dei santi
il bianco virgineo delle pupille
un odore di fragola che presto dimentichiamo.

Ti porti questo canto alle porte
e sulla soglia della casa
non più dimenticata
non più ti perderai.

 

**********

 

Livia CANDIANI
[da: Bevendo il tè con i morti, 2007]

 

Un morto con una risma di fogli in mano
invita il vecchio ciliegio del giardino
a muovere i primi passi
fuori dalle radici
a gettarsi in una nuova scrittura
senza rami
a sognare senza coprirsi di fiori
bianchi ma bianco nel bianco
prima del taglio
svanire.

 

*

 

Il morto che ha paura di vivere
si alza di notte
rassetta la terra
cambia l’acqua ai fiori
della tomba
si siede a guardare le stelle
da lontano. Sfugge
le rassicuranti chiacchiere
dei vissuti, ora come allora,
spiega l’anima stanca
come un tempo i vestiti
e a un tratto la terra
gli si rivela
piccola e minuziosa
nei solitari compiti
di fiorire e tramontare.

 

*

 

Seppellita la memoria
ora la morta osserva
la teiera il coperchio
soddisfatto della pentola
le macchie serene
del gatto; non più individui
a dividere il senso dalla forma
riposante bellezza
non più confinata dagli sguardi;
ora la morta tace al paesaggio
gli aggettivi crudeli
distanti un corpo,
lenti dondolano impermanenti
i nomi, a casa finalmente
il respiro senza più dimora.

 

*

 

Il vecchio cedro è caduto
in una notte di litigi
tra la bufera di notizie
della primavera e l’assoluta
stanza dell’inverno.
Non più verticale al sogno
della terra, ora non separa
radici e uccelli ma profumando
esala l’ultimo urlo
di meraviglia della creatura:

«La primavera, possibile,
solo una stagione?»

 

**********

 

Marina PIZZI
[da: L’acciuga della sera, i fuochi della tara, 2006]

 

Il dubbio dell’acrobata

Le spore del delta a far da viatico
dentro le resse di sipari fuori ragione
per conti senza valore né aggiunto
né sottratto. Evidenza del desco a
forma di malore a loggia di schiamazzo
dove la rendita è la gioconda ilarità
del rito tondo. In forse c’è comunque
un valico di mar sorriso: una girandola
in sosta di salita.

 

*

 

Ti tramando una catasta d’ombre
lezione d’agorà paura al vicolo
minuzzolo d’ossigeno piovra
del sale dentro il palmo.
Così ne fui gennaio col natale
letargico da sempre in culla al meno
io senza più d’altri. Stanza d’ecumene
tra la teca e la stazione.

 

*

 

Il crollo della voce quando ti vidi
sasso del sasso fatto sasso.
Il petto dell’enigma non è stato
possidente del brevetto.
Nel vitto d’elemosina s’è sconquassata
la comica attrice giovanile della rondine
stata poco al mondo quando
il corso non sbucava.
Scansia di penombra
il sì di farsi partigiani, ancora.

 

*

 

Migliore di ogni primavera
spianare il tuo volto
dalla nascita del fosso
con la poesia del gancio di marzo all’altalena
letale imbuto il frutto
mentre il cielo fauci e sequele
sequenze di ceneri babeli.

La furia di rotula bambina
segugio scisso credo d’intero
il nomignolo migliore il foglio
(nomea del giogo appena dopo)
al secolo qualsiasi
questo leggio di ruggine.

 

**********

 

Paolo FICHERA
[da: Innesti, 2007]

 

la struttura è finitudine
vento specie di un luogo:
sai maestrale, libeccio, garbino;
barbaro e povero l’innesto
un flusso adagio, un frammento del
adagio e poi il mondo è barbaro
pure una costanza flessa
tracce molli il coraggio nel
innesto

 

*

 

la terra pulita, conchiglia di rame
mare, giovane dolore che
Dio nel mio abbraccio, musica
ogni quadro un germoglio, tu sei la
ecco la stanza del fuoco, ogni arpa
i bambini rincorrono una palla,
la ruota che ricompone le membra, le fa
ora un quadro, altro
un fuoco mite

 

*

 

assoluto vigore
nel seno, in seno
gonfia opaco il ricordo:
la lingua tradotta, la tua
prigione che scava biologia e
spezie sai il trapasso l’uomo
dormiva la sera il lento andare dove
manto ricopre spalle, un paese
morto la
morto uomini stesi, la dolcezza
è nel pane ricoperto di semi
infiniti cani osso e polpa che
un cervo ampio fecondava il bosco
di sperma, polline ricopriva manto e
il paese bagnato dall’acqua non moriva:
è questa la pena che s’arrende a moriva

 

*

 

denti e rosario, l’incenso dei
santi, porta la pace all’osceno, a lo
schermo che preghiere ritte, candele di
carne, lo spirito santo, la città
si muore: altari bagnati, urina santa,
ogni peccato al rossetto una barba inci
de ora l’oca il selvaggio maglio membro
pace sconfitta, la sbarra separa l’ombra
dal cielo, luce è dolore, strazio, Dio
un risorto miraggio

 

**********

 

Simona NICCOLAI
[da: La giardiniera, 2006]

 

I – La Giardiniera

Il tuo grembiule della giardiniera
lo indossi anche a telefono
ironica e brillante stai ridendo
con coppie di cesoie ad ogni dito
e il talento speciale
di centrare il bersaglio
che intanto aggeggia informe sul divano
un po’ reciso
ed un po’ no mentre allo stesso tempo
lo accarezzi di nascosto:
col retro della mano
dal taglio poco affilato
proteggi la tua preda dal futuro:
è per mangiarla meglio.

 

II – La Potatura

La sento certe volte parlottare
indispettita dalla mia ignoranza
esce la giardiniera con in mano
volumi misteriosi di sua scelta
m’insegna astruse leggi della fisica
un corpo non può occupare
diversi punti nello stesso tempo…
mi ammonisce severa ed io la guardo
infine s’indispone e torna in casa
seduta accanto al fuoco
si riposa sfinita dall’impresa
d’insegnare la scienza ad una pianta
eppure credo ancora che sia qui
la tento con le foglie
e mi risponde
con forbici e coltello e sono punta
invece proprio nello stesso istante
con gente sconosciuta si consiglia
si veste per la cena
a mille miglia
è oltre il tempo-spazio e la distanza
e non ricorda più la mia esistenza
turbata dalla fisica dei quanti.

 

*

 

Quella logica della giardiniera
mi si presenta muta e incomprensibile
è stata una disgrazia
ha fatto un passo e sono seminata
piantata nella monade di un’altra
mi osserva giornaliera
mi annaffia e mi calcola
m’innesta e interroga il lunario
e il calendario di frate indovino
ma io proprio non le esco
secondo il suo progetto: un giorno cresco
troppi germogli soffocanti e foglie
imbarazzando il muro e la fioriera
quell’altro non mi guarda e inaridisco
il concime comunque è quel che è:
una provvista scarsa di futuro
nel regno delle ipotesi a venire.

 

IV – Memorie dell’orto

      “Non si può avere tutto!”
        La Giardiniera

Dal basso appare imponente, un gigante,
con tutto quel tagliare e diserbare
col tacco appiccicato di formiche
con quelle mani avvolte a ragnatele
con tutto lo schiacciare mele guaste
a tarda sera la mia giardiniera
s’inoltra in stanze sconosciute e crolla
riparata se stessa e la voliera
mi ha mangiato una foglia delle nuove
in insalata, ancora mi fa male.
E per di più qua fuori piove.

 

**********

 

Fabrizio CENTOFANTI
[da: Inediti, 2006]

 

Osip

si compie il volo
dentro questa polvere che prega sempre,
mentre non c’è traccia
di carne incisa, chiusa nello scritto.
ritorna l’ansia, il patto di finire, l’insufficienza
quasi mai conclusa dei cinque sensi.
dal buio sale il limite del gorgo:
scende dal mare senza percepire scaltri consensi.
la notte affolla l’alto dormitorio dei sogni flebili,
le muove incontro l’esile memoria della sterpaglia,
l’umana pena,
l’orda quotidiana.
ma vuoi salire:
fuori della cella conti i minuti
d’ogni lieve insonnia.

 

sheol

le labbra sanno ancora di petrolio,
disse la donna, mentre le sue mani
lanciavano messaggi a bassa voce.
l’incontro è quello giusto, la tovaglia
a fiori è preparata da tempo.
i nomi delle cose sono lampi,
coltelli che s’imbrattano di sangue.

mi porga la candela, disse ancora.
non credo più ai fantasmi, ma soltanto
ai morti che saltano le cene,
e si alzano in piedi per brindare
prima che il sole sorga.

 

etàire

non sei così pesante da volare:
sembrava delicata la tua voce
che si cambiò in uccello per sottrarsi
al Dio dei passi inutili.
la fuga ti tentava, alla radice azzurra
si scava la fede del compagno
spina che diventa fiore
come l’occhio del triangolo
quando la perfezione dell’essere felici
è il più assoluto nulla.

 

sono qui, disse

il corpo e il sogno sono nelle mani
di strani pomeriggi, nelle stanze
segrete, lontane da ogni assedio;
e il sole stesso è costretto a scivolare
tra sottili fessure di speranza.
ma il luogo è il nulla, sul palco si prevede
l’ultimo addio di gente sconosciuta:
fantasmi controvento, grano duro
che il vento libera
in monologhi infelici.

13 pensieri riguardo “Il libro dei doni – Capitolo II, 1 (prima parte)”

  1. Bellissima idea questa del libro dei doni. Apprezzato, scelte assolutamente di valore – di sentire grande.
    Li salvo tutti, dal primo.

    Grazie!

    Buona settimana (comincia alla grande, con Francesco e i “suoi” poeti)
    liliana

  2. Grazie Liliana, Fabrizio e Andrea.

    Il libro dei doni non fa che restituire alla condivisione, con rispetto e gratitudine, ciò che con amore l’autore aveva ricevuto: da “creatura attenta” a “creature attente”.

    Un caro saluto.

    fm

  3. al di là della bellezza dei testi che proponi, e della tua profondità di lettura e ascolto, questa è la sola raccolta in cui sento tutti contenti di chi c’è, e nessuno invidioso di non esserci.
    è come dovrebbe sempre accadere. credo che sia un tuo merito, non c’è niente di casuale.

    un caro saluto
    francesco t.

  4. Grazie, Francesco.

    Io sto solo “riordinando”, nella precisa sequenza cronologica con cui è apparso sul blog, tutto il materiale poetico accumulato in un anno. Coi prossimi due numeri, infatti, avrò “inventariato” il mese di settembre del 2007. E via a seguire, se ce la faccio ancora.

    Mi dai l’occasione per precisarlo (anche se credo non ce ne fosse proprio bisogno), in modo da togliere a qualcuno l’idea, infondata e di per sé ridicola, di trovarsi di fronte a una qualche “antologia”.

    E’ un “dono”: nessuna “antologia” potrebbe mai esserlo, né lo sarà mai.

    Un caro saluto e un abbraccio a te.

    fm

  5. A proposito di doni: ho inserito il secondo pdf del “Libro”, l’ennesimo regalo del nostro amico Antao Sacarolhas, che ringrazio di cuore.

    Mi piacerebbe sapere se riuscite a leggerlo, perché a me, causa imperizia probabilmente, non si apre il file.

    fm

  6. Grazie Marina, Liliana e Jolanda.

    Molto probabilmente utilizzo una versione di Acrobat non compatibile. Provvederò.

    Un caro saluto.

    fm

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