Il libro dei doni – Capitolo II, 1 (seconda parte)

Poesie sono anche doni.
Doni per le creature attente.
Doni carichi di destino.

(fm)

Giorgio BONACINI   Maria Grazia CALANDRONE
J. Rodolfo WILCOCK   Antonella PIZZO   Michele RANCHETTI
Giampiero NERI   Toti SCIALOJA   Adriano PADUA  
Giuliano MESA

 

Il libro dei doni – Capitolo I, 2 (seconda parte)

 

Giorgio BONACINI
[da: Quattro metafore ingenue, 2005]

 

Appunti per uno sguardo invisibile

1.

Che fine ha fatto la tua mente
anomala e tristissima
il deserto migratorio
il cielo vago e inconcludente
di propaggini felici
di pensieri senza fine
eppure lucidi, capaci?
Il segno di un diverso mutamento
ha rotto fili – un’altra mente
ha preso il posto dell’estate

 

2.

Il contrabbando d’occhi
è il suo vivere
implicito – l’occhio assoluto
bruciato, portato
dalla sua avidità
nel cristallo di un occhio morente.
Non penso all’evento
dei sogni – una guerra
spazzata via da un connubio
di sguardi e l’artefice
assolto, slegato –
ma all’abbondanza del cielo
che resta, alla rètina grande

 

3.

Accanto a ogni suo corpo
era l’ascolto a dare origine alla vita.
Non il senso della musica
o l’esatta compostezza tintinnata
di una crescita d’estate
non l’insistere del vento
non il suono a cui dà fiato
l’intimo respiro quasi incredulo
sul timpano dell’aria –
ma la stessa iniquità della ferita
l’invadenza che ogni volta si può udire

 

4.

Dalle ombre si dovrebbe cominciare
quando l’atto di disperderle
è una forza improponibile
un linguaggio che ricade
e porta in sé un accanimento
senza pari, un’invadenza
che ci illumina e nel tempo ci separa.
Ma l’idea che nella mente
si frantumi il domicilio delle cose
forse è il tramite che porta
nell’azzurro, forse è ciò che non si vede
ma ugualmente si conosce.
Il resto è vera intensità –
ritrovamento di quel poco asciutto
e denso, gelido e spaesato

 

**********

 

Maria Grazia CALANDRONE
[da: Diecimila civili, inedito, 2007]

 

I

Sant’Anna, 12 agosto 1944

Conoscemmo il ragazzo
dal ciondolo con la croce
e la figura del santo
era messa di fronte
alla luce come prima di chiudere gli occhi dopo la discesa
del sole che lascia il suolo con l’erba e la carne
friggenti e le bestie ovunque
divise
da mani ancora sbarrate a proteggere
il volto dalla mitraglia e la persona si storceva
per tutti i sensi dell’eccidio.

Rastrellavano bambini come grani di sabbia e come sabbia che ubbidisce al vento erano muti. Nessuno]
si difendeva: componevano dune inanimate, componevano cose
piegate al vento
sul sagrato, solo stringevano le foto addosso perché dopo
qualcuno desse il giusto nome
al corpo che ciascuno aveva usato da vivo. Seppellimmo Maria
dentro la scatola della sua bambola.

Alcuni tra quelli che davano ordini
parlavano il dialetto delle nostre parti e infatti
portavano bende colorate
sul volto per la vergogna
che il loro volto rimanesse visibile nello stupore dei morti.

Altra cosa è il feto posato
sul tavolo sotto gli occhi
della madre seduta
che diffonde un silenzio finale
dal ventre aperto,
fissa nello stupore
la traiettoria minuscola del piombo
da parte a parte tra le tempie minuscole.

 

II

Marzabotto, 29 settembre 1944

Uscimmo dopo che fu silenzio
dal bosco sotto il picco di Monte Sole e conoscemmo
che i maiali mangiano la nostra carne: mio nipote
era sotto il pergolato e mio padre
una povera cosa messa male su altri
posati in due
lati a cavalcioni
di un davanzale, neri
delfini arenati
su una scogliera e dell’ultimo
rimaneva la cuffia sotto la bocca, da fuoco.

Alla prima esplosione conoscemmo ancora
che quelli avevano minato i corpi
così che i morti uccidessero i vivi
che uscivano dai boschi a ricomporli, a sciogliere
mani aggrappate
una all’altra come piccoli ormeggi nella buia insenatura della morte
perché ognuno fra i morti ritornasse solo
e ognuno dei vivi
potesse nominare quella solitudine
come la solitudine di un parente lontano,
potesse premere su quella lontananza la sua bocca, su quelle mani
di polvere e corallo protese
come nei giorni di sole
quando tutto era prossimo alla somiglianza.
Così tutti si sono inchinati, hanno tenuto
bassa la testa
su un numero più grande di ogni corpo.

 

**********

 

J. Rodolfo WILCOCK
[da: Luoghi comuni, 1961]

 

Luoghi comuni

1.

Ogni mattina all’alba questa luce di viole
suscitando profumi nei giardinetti immobili
si riversa dai tetti sulle prime automobili
e accende i vetri rotti sparsi fra le aiuole;
sugli alberi gli uccelli che dormivano tranquilli
si svegliano e si salutano con delicati strilli.
E’ il momento migliore del mondo materiale
che rinasce lavato dalla notte spirituale.
Dai rami polverosi scende qualche soffio di vento
e il poeta solitario, fisicamente contento,
passeggia per le strade come Adamo il primo giorno,
guardando attorno al suo nuovo soggiorno
e inserendolo nel suo ragionamento,
mentre ascolta le voci più o meno profonde
con cui il mondo a se stesso risponde.

 

3.

Forse l’anima è divina, ma non è indispensabile
quanto il corpo in cui dimora e ch’è la sua cagione.
Dalla prima infanzia in poi questo corpo è la prigione
dell’anima che fermenta come una massa malleabile
per finalmente impietrirsi nelle forme più strane,
dall’uccello melodico fino alle peggiori iguane;
ma sempre scomodissima perché non riesce a uscire
da un corpo inadeguato e sempre meno forte,
il che provoca disordini difficili da guarire,
le complicate nevrosi che accelerano la morte.

 

6.

Nonostante i trionfi della scienza applicata
gli strumenti migliori per osservare l’universo
sono ancora la penetrante lampada del verso,
la musica, la voce di una gola privilegiata,
oppure nella penombra delle candele sparse
il pulpito cosmatesco di diorite incrostata;
qualsiasi luce indicante dove un pensiero arse,
semplici torce o splendidi lampadari,
monasteri carpatici tra i boschi secolari,
rune d’Islanda con principi bruschi,
falli d’ambra nella foresta, sarcofaghi etruschi.
Alla luce di questi lumi l’uomo si muove più sicuro,
vede i tramonti, vede le rive del mare,
e pronuncia parole il cui senso oscuro
gli si comincia infine a rivelare.

 

**********

 

Antonella PIZZO
[da: Alter Christus, inedito, 2007]

 

IV

Dietro la curva il mare è una sorpresa
dopo un torrente schizzato la pianura
ricomincia poi l’arrampicata. E’ sale, bianco, velo
un breve tratto e confusione di linee e di colori
fino a dove
si capovolgono le radici al cielo
e i rami si nascondono
più in basso della terra
dove un popolo reduce da una ballata
di morte ha seppellito radici
lucignoli e bugie
cocci disegnati in rosso, stoviglie
portagioie e cuori scapestrati
scoppiati di separazioni e distacchi
smembramenti che oggi sono humus
case per lombrichi, lumache, chioccioline
e adornano le ambre i petti in fuori
i lunghi colli e i tozzi.

 

*

 

Questo legno puro, questo peso
quest’immagine
che mi porto dentro
che mi cela il suo profilo, il suo contorno
il taglio del suo mento della fronte
le linee della mano le lunette
apparizione incognita e mistero
e più la smanio più la bramo
più mi si nasconde
ed è un’angoscia amara e dolce
un desiderio rimasto insoddisfatto
una vaghezza che m’abroga
nebbia spessa che vorrei squarciare
ma le mie mani sono inermi e infami
i miei occhi ottusi e limitanti
e più lo chiamo e più lo amo e più mi si occulta
ma in perpendicolo la sua esistenza sento
le spalle, lo stomaco, il costato
e lo amo di un amore esteso
che spazia dentro ma che m’incupisce
perché scurito da tutti i miei peccati
dalla mia pelle, dalla mia carne rivoltosa.

 

IX

Forse era scritto
inciso a punteruolo, scolpito nel legno tenero
nella balsa, nella corteccia dell’albero al centro del campo
forse qualcuno decise che così doveva essere la storia
che così doveva accadere
che il giorno si slegasse
che ruzzolasse in fiume in piena e in letto aperto
lenzuola al vento, guanciali di tiglio e maggiorana
ma spezzate le travi, le assi catapulta ed il fossato
e i calcinacci sul pavimento bianco
calpestati, e che la tempesta è folle che
la tempesta è cieca, che proveniente
da un paese che nessuno
mai ha visitato, che si abbattesse sul paese che sta
in cima a questo colle
lassù, dove mio padre ha costruito per me una stanza di pietre e legno
ha innalzato il muro sotto il sole, un cappello di paglia
in testa, le mani alla malta all’impasto, l’intonaco a calce
il pavimento liscio, lisciate di parte, le tegole, il vaso
di rosmarino e la menta sul davanzale
i gerani rossi gelavano la notte e il vento sparpagliava i petali
nell’aria e poi si infilavano fra i capelli delle donne
che andavano alla fontana alta a riempire il secchio
mia madre impastava la farina e l’acqua
mormorava una canzone che diceva di fave
di sole tre parole
la prima fame, la seconda vuoto, la terza morte.

 

XVI

Dio mio, Dio mio
perché mi hai abbandonato
perché ti nascondi.
dove riposeranno le mie ossa
dove il mio tormento placherà
la sete del tuo volto amato
le tue mani, i piedi
il tuo costato trapassato
dalle lance del peccato
in chiodi genuflesso in spine
inginocchiato in aghi acuminato
acme che mi travolgi in apogeo massimo
del fio, scandalo dell’insegna
dell’effige, delle sbarre alla finestra
della porta aperta e chiusa
da dove entrano le confusioni
della terra e del cielo
del caos che mi è stato donato
della miseria mia e di mio padre
degli uomini tutti del passato
del presente che mi si mostra chiaro
del futuro che si prospetta nell’istante
che fu, quando cadde babele e le torri
quando la terra sputò fuoco e coprì il paese
quando l’acqua lo allagò
quando madri uccisero i figli
nascondendo la mano ed il ricordo.

 

**********

 

Michele RANCHETTI
[da: Verbale, 2001]

 

Permane
solo un’offerta quale
allora si poneva
già prima del carattere
sacrificale del vivere. Ora
è assunto dal tempo e in esso viene
riconoscendosi nel fine ogni cosa
e nell’ordine.

 

*

 

«Se mi tieni la mano non potrà
accadermi la morte, che io esca
dal creato vivente e resti fissa
pietra il mio corpo fino alla sua cenere».

 

*

 

Fra me e te c’è qualcuno che guarda
che ascolta e grida, teme e gioisce.
Non sono io né te, ma di me è parte
ed a me corrisponde, come a te. E’ fra noi due
colui che colma l’assenza o la nega.

 

*

 

Non muta il senso della vita, solo
si assottiglia in una
fragile soglia fra due corpi: non altro
sopravvive alla tregua che il tempo.

 

*

 

Per la prima volta, era tempo, il tempo
mi è propizio se il numero degli anni
sta in una mano: come alla fine
dell’ombra la soglia di luce si vede
e non fa più paura, così l’esito
della lunga presenza della tenebra
è assolto se conduce
a quella sola luce: non più indiretta
ma fissa che ti attende.

 

*

 

Io come il ragno tesse
la sua tela traendola
da sé da sé ed essa
è per lui nido territorio e arma
e per altri la morte
così ciò che da me
proviene è solo
altra forma del corpo
e della mente nella crescita
del puro delirio.

 

**********

 

Giampiero NERI
[da: Armi e mestieri, 2004]

 

Origine

Nell’opacità dell’aspetto consueto
dove il verde è più scuro
ha luogo una mutazione
come di vita nascosta che venga alla luce
una breve luce invernale
che trascolora.

 

Keramicos

Il silenzio del luogo
fra radi alberi sempreverdi
era appena interrotto
da colpi di vanga.
Scavando si addentravano negli anni
di quella terra illustre
si sbriciolavano all’aria
come sabbia.

 

Mimesi

Delle figure e dei fregi
si osservano sulle ali delle farfalle
e in altre specie diverse
ornamento e difesa insieme,
simili a cerchi e disegni
detti anche macchie ocellari,
sono una varietà di mimetismo
l’immaginario occhio di Dio che guarda.

 

Persona seconda

Andava con altri due o tre
che lo seguivano nella scia
di una velocità senza requie
nei disordini.
Per poco, nel volto giovanile,
si era visto il suo profilo affilato
indagatore, prima di scomparire.

 

*

 

Cercando la verità nel paradosso
lo scrittore di provincia guardava
alla figura di Giuda.
Progettava un’opera teatrale
ne aveva in mente la scenografia.
In principio – diceva –
si sentirà il rumore del mare.

 

*

 

Di quel teatro all’aperto
delle sue figure disperse
era difficile ritrovare i fili.
Rimaneva il nome di qualche negozio
qualche angolo di strada somigliante
e i pesci a nuotare sotto riva
nelle acque morte del lago.

 

**********

 

Toti SCIALOJA
[da: Strani attrattori, 1986]

(…)

che cosa

al di là dello spazio e del tempo
del superspazio del super tempo delle superstringhe
del superuniverso infinitamente finito
forse una spumola una spongia o soltanto
un reticolo una specie di
o qualche distruttura
aliena e astratta

aliunde ipototipotizzano

dunque farfalle nere stelle nere costellitudine
nigricità celeste luci buie cosmossìmori
solitronitudine
rallentare le stelle qualche milione
in un ammasso globulare –
raffreddare quell’ammasso magellanico…

cimiteri stellari l’inimmaginario
eppure tu parli tu scrivi tu leggi
di ammassi globulari defunti perenti
di cadaverità le quasi-stelle
il quasi-cielo il quasi-cosmo il quasi-nulla
il quasi-tutto il quasi-quasi-quasi

quam si

si precipita nel buco
del culo azzurro

 

[da: La bellezza dell’enigma, 1992]

 

Post-scriptum per eschatogenesi

… e noi? un vertiginoso concentrato
del mondo? o nel reale conoscibile
noi schiuma ancora in ebollizione
frangia d’interferenza fra più mondi?

un’avanzata della mente sembra
la coscienza – in ritardo sulla mente
un’avanzata del cervello sembra
la mente – in ritardo su se stessa …

ma allora? Il fenomeno dell’ars?
pre-programmato dall’adattamento
filogenetico? o uomo – tu non sei
che un organismo biologico ancora

legato al suo biologico retaggio
e alla sua storia – la tua – evolutiva
ancora quelli – sì – del paleolitico
gli adattamenti – i tuoi – filogenetici

omino! Non sei ancora fatto – tu
per il mondo sognato e poetato
e maladattativo – male detto?
è ancora il tuo modo di malvivere

eppure sembri proprio pre-adattato –
proprio per questa società anonima
con le sue masse enormi – di persone?
di maschere? progetti? che cos’altro?

miliarduomini che non si conoscono
e non si amano e neppure si odiano
sappiamo appena qualcosa – che siamo
forse poetogeneticamente …

(la poetogenesi forse ripete
la filogenesi che ci ripete
l’ontogenesi che ci ripete
e che ci muta nel poetogenere …)

ma finirà – la preistoria – quando?

 

**********

 

Adriano PADUA
[da: Meccaniche, inedito, 2005-2006]

 

(Monitor)

l’accento cade a vuoto sulle decime
cercando in bocca i decibel del suono
che vanno dissolvendosi e nel cedere
ritornano la cenere che erano
dentro il silenzio nostro che pietrifica
croste d’inchiostro in trame di catrame
forme del buio e vene che ne tremano
ombre che notte inghiotte nello stomaco

 

*

 

non sono tra di noi
i dialoghi che tace questa notte
in loro si dileguano parole
incerte ed interrotte
il flusso del buio si fissa e rinserra le trame
di nera materia che genera e intorno diffonde
per strati di ombre e le strade riveste e nasconde
negli occhi gli sguardi respinge la vista confonde
affonda nel sonno varcandolo oltre
penetra il gelo dei cerchi del cielo
ricrea pulsando nei corpi nel sangue
il suono delle nostre lingue morte
in queste ore brivide e scurastre
che scorrono nei tubi sottoterra

 

*

 

l’aria alle prese con il non possibile
frammista a sabbia e polvere da sparo
affievolisce il canto delle fiamme
covando luce e cenere nei fuochi
mentre le ombre agitano i muri
e avanza il buio a branchi di paure
il corso di ogni cosa tende al tempo
verso la fine senza alcuna origine
nella voragine dove il silenzio
accumula il non detto e lo dimentica
la contraerea chiama la preghiera
s’impregna il cielo di fosforescenza
nei sogni elettrici nei versi dispari
le partiture d’odio si declinano

 

*

 

non una storia non un sogno questo silenzio semina
soffio e non luce frequenza che il buio subisce e leviga
trama di termine in blocchi sospesi e rintocchi
nuova abitudine e vista del verso per retro d’immagine
dentro la gabbia dei globi oculari che occlude i colori
laddove la lima per mano rimane e poi s’agita e preme
profonda come in sangue rigirandosi a spaccare i capillari
dal piano remoto in cui sorgono scisse e concrete
le parti e le pause sospese che fanno discorso
protesa a procedere oltre al contagio all’ascesa
nel farsi saliva del suono che in bocca stentato s’accenna
ai moduli d’aria teatro non gesto del dire
che espresso nei segni e nei codici in vertice emerge
e per spazi traversi oltre i vincoli ad alba s’inscena

 

**********

 

Giuliano MESA
[da: Da recitare nei giorni di festa, 1996]

 

ai sans papiers

I

Dopo che l’afa prosciugò la gioia
e i bambini tacevano, assopiti sull’erba.
Il cane la tovaglia le racchette.
Passato via, il tempo, di qualcuno.
Le carezze. E i ceri che non ardono.

Fuoco, davvero, tutto in fiamme.
Il bosco e il prato, le racchette.

Chi aveva portato melagrane,
chi limoni, e poi delle focacce,
il vino nuovo.
Però quel caldo, d’autunno,
chi se lo aspettava?

(Ein schöner Feiertag
während das Feuer brannte
)

 

II

Mé pêder l’ê gnu a tórom
Mo l’ê ’rivê ’l dé dop.
I tedesch i m’ìven bèle purtê via.

“Caro Giacomo,
ti mando questa lettera
per farti sapere
che mi trovo bene.
Non mi parli dei fratelli
e o paura che se trovano
sotto alearmi
e che vi trovate in brutte condizioni
con la guerra.
Se il signore mi lasia la salute,
presto ritornerò,
e se potete
risparmiatemi un po di uva,
che per natale sono a casa.”

Fullen, Stalag Vic, 23
23 settembre 1944

 

III

Le artiglierie sparavano
e noi correvamo verso casa
nella tormenta di neve.
Le strade erano gelate.
Interminabili convogli.
Dai carri
cadevano bambini morti.

(und schön und schnell kam auch
ihr Tod
)

Ritornati in città, quelli ancora vivi,
sentivano il bosco bruciare.
Tutto crepitava, nelle strade,
nel caffè dove c’erano soltanto
tre avventori
(un gobbo che rideva,
un ubriaco vecchissimo, una
bambina scalza) –
ogni loro gesto
mandava fumo e odore di bruciato.

If the hoar frost grip thy tent
Thou wilt give thanks when night
is spent

(und schön
und schnell
)

 

IV

Il sogno è quello del cerbiatto,
quello che bruca, gli occhi sorridenti.
Però ha il ventre troppo gonfio
e da uno zoccolo esce un liquido scuro,
a fiotti. Dietro di lui
un uomo grande, incappucciato,
e un altro, mingherlino,
che si gratta le ascelle.
Il sole, alto nel cielo –
il cielo è azzurro –
all’improvviso non c’è più.
Dai rami cadono fiocchi di neve,
dolci, zuccherati.
Il cerbiatto si sdraia su un fianco,
apre la bocca
e mangia la neve che cade.
I due uomini hanno scavato una tana.
Il mingherlino raccoglie rami
secchi.

Quello grande rattoppa una camicia.
Poi è buio nero. Squittiscono dei
topi.

11 pensieri riguardo “Il libro dei doni – Capitolo II, 1 (seconda parte)”

  1. ho pensato molto a questo libro dei doni che ci proponi.

    quello che amo è il proporre autori e testi senza la pretesa di essere esaustivi, antologici, ma per affetto e passione personale. dunque vedere la poesia attraverso il tuo filtro, la tua sensibilità. so che alcuni potrebbero dire che è un limite, ma per la tua cultura in poesia (uso la parola cultura non a caso) è un pregio; e anche se fosse, ripeto “se fosse”, una imperfezione, è l’imperfezione giusta di chi ama la scrittura e dunque ha il diritto di giudicarla, oppure se vuoi la chiave di lettura che sei tu.

    ti chiedo solo di ricordare che su rebstein sono passati anche testi tuoi, che hanno dato forma e significato a questo sito: dunque ti invito ad inserirli nel libro dei doni, non sarebbe presunzione ma una presenza secondo me necessaria.

    francesco però t.

  2. Grazie di tutto quello che scrivi, Francesco, perché so che è esattamente quello che pensi e che senti.

    Per quanto riguarda i miei testi, preferisco di no: voglio che il “libro dei doni” sia di tutti i poeti ospiti che hanno permesso a questo blog di esistere: perché, sostanzialmente, la “dimora” è la “loro” casa.

    In corso d’opera capiteranno tre o quattro (fino ad ora) traduzioni mie di autori stranieri, ma non più di quello.

    Le tue parole, ad ogni modo, mi hanno fatto immensamente piacere.

    Ti abbraccio.

    fm

  3. Un altro tassello, di parole di voci di forza.
    Sottoscrivo quello che dice Francesco T. anche se capisco la tua risposta.
    un saluto

  4. FLÜSSIGES GOLD, in den Erd-
    wunden erkennbar,
    und du, wie soviel Münder außen und innen
    verrenkt zur Warnung
    von Sinn- und Notspruch.

    An den versiegelten, reifen
    Schoten des Lippen-
    blütlers – der Unbotmäßige, auch
    hier horcht er sich durch.

    ORO FUSO, ri-
    conoscibile nelle ferite sismiche,
    e tu, come altrettante bocche fuori e dentro
    storto a parare
    sentenze ed emergenze.

    Tra i baccelli maturi,
    sigillati della labiata –
    il ribelle, anche
    qui lui sa origliare.

  5. Caro “Dono/Perdono”, sei veramente gentile: due regali in un solo commento non sono da tutti e, sicuramente, non sono cosa da poco.

    Ti confesso che lì per lì ho pensato che tu volessi mandarmi direttamente, anche se per interposta persona, nel “luogo” dove fu scritto il testo (e sarebbe stata una cosa “carina” anche quella, in fondo). A proposito: sai se esiste ancora, dopo più di quarant’anni? Farò delle ricerche, non si sa mai.

    Immagino che la traduzione sia “tua”. Mi è piaciuta, anche se io avrei scavato più a fondo, anche a rischio di “deragliare” (do you remember “onde/ombre”?), soprattutto in quel

    “wie soviel Münder außen und innen
    verrenkt zur Warnung
    von Sinn- und Notspruch.”

    Alla fin fine, le “ferite della terra” cercano aria/bocche e invitano a provare il respiro di parole “sghembe”…

    Ciao, spero di vederti spesso da queste parti.

    fm

  6. Caro “Fumo/Profumo” (con un triplo salto mortale carpiato sei passato dai Beach Boys a Cesaria Evora, via Caterina Caselli!!!) – dimmi: vuoi un post/post (in questo caso, mandami degli altri testi tradotti e li inserisco senza problemi) o ti accontenti del colonnino dei commenti?

    Nella seconda ipotesi, più tardi provvedo e ti passo la pregiatissima coppia Michele/Jutta. Però, se non ricordo male, mi sembra avessero preso una strada leggermente diversa dalla tua, una sorta di “sentiero interrotto”. Vedremo…

    A più tardi, allora.

    fm

    p.s.

    Dimenticavo: grazie per il link alla clinica: è bello sapere che c’è ancora e che ho sempre un post(o) dove rifugiarmi.

    p.s.s.

    Dimenticavo ancora: non sempre “deragliando” si “(de)raglia”: pensaci.

  7. FLÜSSIGES GOLD, in den Erd-
    wunden erkennbar,
    und du, wie soviel Münder außen und innen
    verrenkt zur Warnung
    von Sinn- und Notspruch.

    An den versiegelten, reifen
    Schoten des Lippen-
    blütlers – der Unbotmäßige, auch
    hier horcht er sich durch.

    (Paul Celan – Parigi, clinica psichiatrica Sainte-Anne, 28 febbraio – 8 marzo 1966)

    *

    Traduzione di Michele Ranchetti

    ORO LIQUIDO, riconoscibile
    nelle ferite della terra,
    e tu, come tante bocche,
    storto in monito, entro e fuori,
    da detti di buonsenso e pericolo.

    Ai sigillati, maturi
    baccelli di labiate –
    l’insubordinato, anche
    qui riesce a origliare.

    *

    Traduzione di G.

    ORO FUSO, ri-
    conoscibile nelle ferite sismiche,
    e tu, come altrettante bocche fuori e dentro
    storto a parare
    sentenze ed emergenze.

    Tra i baccelli maturi,
    sigillati della labiata –
    il ribelle, anche
    qui lui sa origliare.

    ***

    fm

  8. comunicazione di servizio:
    chiedo scusa Francesco, sono senza pc da qualche giorno, ora sono in un internet point. spero per martedi possa riavere il mio pc, così da poter ottemperare al mio impegno…e poter leggere con più calma questi graditi doni.
    roberto

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