Le mie mani pregano incendio – Stefano MASSARI


(Immagine di Sieger Köder)

Da: Stefano Massari, Diario del pane, Postfazione di Alberto Bertoni, Rimini, Raffelli Editore, 2003.

non sono nato per obbedire o disobbedire
sono nato per dare e chiedere ascolto

ha il torace spaccato . il ragazzo del pane . e parla coi cani . che l’inverno]
ha portato acqua buia quest’anno . e una preghiera soltanto . di morire nel mare .]
disarmato e innocente . senza rabbia tra i denti . e le mani in fiore .

*

ora c’è la morte in pace . questo cielo atroce .
c’è mio figlio sotto la collina nera . la bocca piena di falene .
c’è la guerra . e ha ancora fame .

*

benedici novembre . i rami a pugno chiuso . la misericordia di un mattino]
di pioggia . che scivola sulla schiena dell’illuso . e il lavoro fatto con le mani .]
pagato appena per resistere . anche senza luce .

*

cantano i cani malati . gli occhi del parto . canta il battesimo dell’uva .
il sacerdote dello sparo . il tuo grembiule sporco . cantano i vetri pieni di luce .]
la tosse nera tra le montagne . canta il dolore . e non basta .

*

dolce . finché puoi . vivimi dentro dolce . che io sopravvivo
e non scrivo più guerra . e non dico più rabbia . ma l’innocenza della madre]
che mangia il suo bambino . e guarda il confine . e prega .

*

muoio sui morti . con gli stessi denti di sabbia . celebrando il male
di una madre che spera . e sotterra i miei sputi .
io resto e resisto ogni volta .

*

maggio e la terra ringhia . c’è il testimone con le mani sul viso .
e tutti gli eserciti pronti . e tutti gli allarmi di urina sui muri .
c’è cristo nervoso che mostra i chiodi . chi è stata madre urla .
chi è stato padre contempla il nulla .

*

colpa della mano . colpa del sasso . colpa della notte con le unghie addosso .]
che bastonano bambini sulle gambe . e schiene senza peso si rassegnano .]
che c’è un fratello salvato . e uno perduto . e quelli morti lontano .
che gli avresti donato tua madre .

*

i figli che nascono ora . hanno addosso i segni dei ponti distrutti .
ripetono suoni di allarmi . si recidono braccia e gambe .
per assomigliare ai compagni .

*

mangia dalle mie mani . mangia la mia memoria . che vengo calmo
sulla tua soglia . per te . dopo le valanghe le fughe e i combattimenti
di un lupo nel sangue che mi ha insegnato la carne . il ventre ferito.
pieno d’ossa .

*

ero vero . ero nella tua gola . inchiodato al tuo torace . ero il rivolo
di tempo che perdevi tra le mani . la guerra che non finiva .
il dolore che non ti apparteneva .

*

non vuoi più vivere . o vuoi un sorriso bianco come il latte del mattino .]
vuoi giorni come fiumi in piena contro le tue torri d’avvistamento .
vuoi due labbra calde sulla tua terra . battezzami . dammi la tua saliva .]

*

sole basso . esausto . protetto solo dalle tue braccia in volo .
i sani e i perfetti tracciano i limiti del corpo .
altissimi signori masticano le braccia di ogni sforzo .
i martelli del controllo perquisiscono bocche
in cerca di bombe da disinnescare .
stanno in silenzio i servi del verme .
preparano le prossime battaglie dell’insulto .

*

agosto sputa sul serpente dei corpi . sugli inginocchiati che bestemmiano .]
vestiti a lutto . sporchi dei loro figli in croce .

*

la notte piange . viene la morte dell’amico . la tua voce è più alta .
chi ti protegge fratello . resterò con te . vivo fino al legno dell’anima .
fino ai gesti dell’alba . per sempre .

***

Marco Ercolani – Un poeta inconciliato

A quale definizione risponde un libro anomalo e suggestivo come Diario del pane di Stefano Massari (Raffaelli, 2003)? A nessuna che lo catturi e descriva interamente. Il libro inizia con questa poesia scritta in corsivo al centro della prima pagina: “non sono nato per obbedire o disobbedire / sono nato per dare o chiedere ascolto”. Così l’autore ribadisce la sua posizione da poeta inconciliato. I suoi versi – che anche tipograficamente non si mostrano come versi tradizionali ma come righe dove si formano immagini e metafore – assomigliano a stenogrammi lirici di una voce ininterrotta, risentita, accusatrice. O piuttosto, a secche partiture per voce sola. Ma non si tratta di una voce conciliante, autobiografica, minimale. La voce di Massari è nuda, spoglia: è il frammento di un noi – sotterrato, sommerso, oppresso – di un canto generale che nutre un io lacerato e sonnambulo, ancora capace di sillabare parole semplici e rischiose come “pane”, “guerra”, “massacro”, “preghiera”, “cristo”, “fame”. Si pensi con attenzione all’uso, tutto personale, della punteggiatura. Né virgole né punti e virgola né maiuscole: solo un punto – campito nella riga (nel verso) con estrema evidenza – a sottolineare quelli che sono gli accenti o le pause del canto. Considerando la natura epica di questa poesia, come osserva Lucetta Frisa, i punti sembrano “rulli di tamburo” all’interno di un recitativo corale, di una marcia di oppressi che ancora levano alta la loro voce.

Quali poeti evoca la lettura di Massari? La loro giovinezza febbrile e surreale mi ricorda la giovane poesia espressionista di Alfred Lichtenstein, il martellare fonico di Vladimir Majakowskij, le rituali preghiere di Nelly Sachs. Ma, ancora, Inganno di luna, del tedesco Wolfgang Borchert, morto ventiseienne nel 1947: “Una rete da pescatore? Forse una ragnatela? / No, è ben altro, e le ciglia mi tremano / quando alzo lassù lo sguardo alla finestra: / sono sbarre”.

Come scrive Alberto Bertoni nella sua attenta postfazione al volume: “Dallo sbriciolamento dei sintagmi si trascorre fino all’icasticità assoluta della visione finale. Non ci sono cascami ermetici, nella sua scrittura, semmai un controllo ritmato e organizzato del delirio argomentativo – tra sogno, dormiveglia e sillabazione allucinata del mondo – che gli viene dalla lezione, assai alta, del De Angelis migliore”. Queste osservazioni sottolineano l’ellittica precisione di questa sillabazione che, in modo fulmineo, traversa tempi e spazi diversi per riaffermare una condizione storica di resistenza umana al massacro, una fiducia fondamentale nella voce dell’individuo, nel suo essere persona intera gettata in quello che Saba chiamava “il flusso caldo della vita”. Giancarlo Sissa ricorda come, per la poesia di Massari, “il rischio della facilità si risolve in una spietata chiarezza, quasi epigrammatica, e più spesso fotografica”, a testimoniare la natura da filmaker del poeta. Anche un semplice paesaggio marino può trasformarsi in un luogo minaccioso dove “urto”, “crollo”, “battesimo”, rimandano alla natura visionaria e sentenziosa di una poesia in lotta permanente contro le iniquità della storia, una “poesia in stato di rabbia” che incanala la collera non in frammenti informi ed evanescenti ma in brandelli sintattici costruiti con precisa violenza, nitida allegoria della nostra condizione umana di imminente distruzione. “Mare tirreno . alto . e di sangue stanco . in un battesimo spero . / o anche solo in un segno calmo . ma resta l’urto da questa terra . / che mastica e urla . al principio del crollo”.

***


(Sieger Köder, Misereor, 1996)

Da: Stefano Massari, Libro dei vivi, Castelmaggiore (BO), Book Editore, 2006.

(*) libro-dei-vivi

parlo ultimo   dal basso   con labbra secche   e fiato di bestia

perché dio è mio figlio   e ha le mani in fiamme

5.
arrivano figli miei   alberi nudi   il pane   la febbre   la casa senza luci   gli insetti di settembre   e guerra ovunque e sempre ferro   sempre muro   iddio   muro   non gela il sangue mio   non trema   preparo chiodi accendo fuochi   unisco letti   vesto d’inverno le porte di casa

*

10.
sputo tutto il male delle mani   e maledetti anni di serpi e guerra e bastoni alti a tenere terra ai risorti   quelli in piedi   che fanno leggi e gesti selvaggi   e mangiano l’iddio ogni giorno   idioti   ebbri   sulle schiene benedette   comandate a catena

*

11.
dio   malato infame corpo   da mani e denti sporco   chiedo a terra e cielo di essere figlio ancora   di essere padre degno   segno vivo di sole   amico di vino   forte e aperto   morto in piedi e sangue buono a tutti   ossa e vento

*

(parole della volpe)

13.
la stolta gioia tua di vedere me scappare   e non capire   che ci lascio la fame   e la preda mia che scampi adesso   dove muore   che andare tutto il tempo a cercare di mangiare   che nebbia non mi copre   io assassina furba che in altro modo   non sa ammazzare

*

15.
corro   per le figlie tue   per le figlie mie   in pieno sole   la dura cuna che sarà di grano   domani   sarà di pane   domani mi nascondo meglio   e ti si spezza schiena e cuore   come a me si schianta   quando atroce l’allarme dalla tana   io madre   faccio guerra alla poiana   metto via legnetti e fili del mio odore   davanti a casa tua al tuo agnello tessitore   che mi guarda ignara   dal primo suo stupore   di cosa ridi allora   l’umano tuo è di stesso dolore   qui sta il dio che non sai chiamare   facile per me cacciare abituato a ricominciare giorno e notte ad ascoltare   la morte tutta   o solo una   che tanto è uguale   io che ho paura e che so amare   io madre   grande   madre terra   io come te   non so ammazzare

*

16.
sfilo dal tuo sguardo troppo lento   per vedere me   bellissima di muso   incapace di lamento   tu illuso che ritorno   e non uccido mai di giorno   che mistero arrivo a masticarti il sonno   attratta dalla luce che hai lasciato a sfidare il buio intorno e disumano   mai saprai mai quanto vero mondo è disumano   te che spio che ascolti nomi scendere e salire di lontano   mani battere   fallire   abbandonare   tutto invano   mi allontano che ora piove   non sono qui per il tuo sogno   cerco da mangiare

*

17.
muoio come la volpe nel suo sangue   cercavo di arrivarti al collo terrorizzato dal tuo addio o dal fuoco intorno   sorgenti le città lasciate abbandonate per vendetta   ora ti chiedo un gesto calmo che mi aiuti il sonno   il canto che piovendo fa in casa nostra il legno   il bambino nascerà in fretta   sano come questo vento   spargerà la luce intorno   e io che sento il mondo   perché urlo quando sto da solo sempre non mi piego un po’ a pregare   un po’ al perdono   consento l’odio invece   accendo il forno per mangiare   mia madre maledico   i segretari della guerra e i ciarlatani a piombo   ho paura se farà caldo troppo   che mio fratello non respiri bene   e chieda aiuto nel deserto   costruito addosso a quelli che hanno mani capaci con le pietre   e piene d’ali   libereremo le nostre figlie dal recinto ? giulia si dipinge i denti col rossetto   ameranno il loro padre estinto ?

*

sono io a sparire in te   animale sorella   sono io   la maledetta maceria d’erba   sotto la torre del tuo seno   la lingua cannibale che ti urla tra le cosce   la casa di carne che ti stringe e ti costringe   sono io   a sperare di morire del tuo male   per liberarti il pane   l’acqua   il sole   e il folle volo diagonale   dei vivi in coro coi sepolti   le terre di nessuno   l’umano idiota iddio   chiamato amore

*

(della pelle del dio)

32.
sei tu il sole o il mezzofumo   stamattina   che la città parla una lingua senza morte   ai crani in fila   quelli della mezzasorte   quelli con lo stesso buco   nel basso esatto della fronte   governati a ombre e chiodi   inginocchiati sempre   a mani giunte   sotto le più giuste porte

*

33.
sei tu il sole   o il chiaro resto del calore   sulla guancia della madreguardia che non cede il passo   e bacia nell’intero figlio la sua distesa fede   cancro quasi senza pietre   stamattina che la città tiene ferma luce e in piedi la continua morte

34.
sei tu il sole dentro il figlio   duro stamattina   che i verticali hanno cadenza regolare e senza appiglio   facce a est e cuori allineati al pane oscuro   quello che la città non sconta   ma lo mastica e lo regge   quello che i protetti sputano ogni giorno   senza appello   spunta su ogni nostra pelle la loro serpente legge   la terra ha fame

*

35.
sei tu il sole sui denti dei feriti   stamattina di un silenzio secolare   che stringe in lento meccanico dovere ogni gesto della città bestiale   e si fermano a contarti lo schifo sopra il viso   a te che hai resistito   a te che hai figliato   a te che hai riso   che il buio che vedi salire piano ora è solo inizio   per quelli che non hanno scordato   l’anno dell’aborto è quasi pronto

*

36.
il male di non restare innocente e disobbedire   costruire una casa con questa pelle di padre   e tenere vivo il sangue e sempre oltre i muri   le città   le stragi   le terre in rovina   i terrificanti mari

*

37.
sei tu questa pena ogni giorno   di avere ancora fede nel corpo   nel gesto di bere assieme mani e memoria   e dire paura ogni volta che viene   senza mentire   sentire i morti tossire   le braccia amiche mancare   la terra intera respirare   sei tu che lo chiami bene   lo chiami seme   dimmi   che odore fai dopo il male

*

[(*) Il file allegato contiene l’impaginazione originaria dei testi del Libro dei vivi qui antologizzati. Stante l’attuale configurazione del blog, era impossibile riprodurli allo stesso modo. Spero di aver fatto cosa gradita, nel rispetto dei diritti dei lettori e dell’autore.)]

***

Stefano guglielmin – Recensione al Libro dei vivi

Il Libro dei vivi di Stefano Massari mette in scena una voce narrante sorella dei beckettiani Estragone e Vladimiro, una voce-calice offerta in sacrificio per tutti a testimoniare l’inautenticità del tempo corrente, fiume in perpetua guerra senza creazione: solo nel ‹‹primo / feroce legamento›› la vita splende infatti nella purezza dell’annuncio, poi declina in ‹‹obbedienza e […] fallimento››, mentre ‹‹l’acqua delle madri è ferma››, sterile grembo soffocato da ‹‹guerra ovunque e […] ferro››. Come i due sottouomini – pascolando in margine alla Storia – aspettano Godot, che liberi il tempo dalle catene della ripetizione, così Massari chiama in terra l’‹‹iddio del giorno sordo›› affinché battezzi il nuovo cammino dell’umanità, ma questi, a tutta risposta, manda il suo ‹‹maiale svelto››, quel servitore che, in Godot, altro non sa se non giustificare miseramente il ritardo del suo padrone. Ma al padrone, a tutti i padroni di tutte le sante guerre le sante fabbriche, ‹‹penzola dall’ano un dio feticcio disumano››; per questo la salvezza va cercata altrove, là dove ogni cosa comincia. È la Terra, infatti – ‹‹la perfetta›› grande madre, la generatrice che, con giustizia universale, toglie e assegna un posto a ciascun essere – a venire invocata dal poeta, quale emblema della resistenza all’inciviltà delle umane sorti e progressive, sulle quali già Leopardi (qui profondamente metabolizzato sin nel respiro franto dei versi) aveva ironizzato nella Ginestra. Figlio di Hölderlin, di Hiroshima e degli angoli randagi di Piazza Maggiore, Massari prega, bestemmiando, che Dio ritorni, che finalmente la vita cominci (viviamo, scrive ‹‹come [se] fossimo nati››) e intanto moriamo ‹‹stanchi e calmi vicini chini a sperare a combattere››. Invero, per quasi tutto il libro, pare che il poeta abbia rinunciato alla lotta, ossessionato dalla morte, dalla bella Morte, pietosa tanto invocata dal recanatese, di cui Stefano lascia tracce continue: ‹‹dio assassino mio››; ‹‹le nostre figlie [… ] ameranno / il loro padre estinto?››; ‹‹chi muore qui senza alcuna croce››; alla madre terra: ‹‹vengo a chiederti il morire››; ‹‹il mio assassino anziano››. Invocazioni spesso attraversate dalla biografia dell’io narrante, dove famiglia e vino si coagulano nella metafora doppia della casa-corpo e del corpo-casa opprimenti: ‹‹la casa di carne che ti stringe e ti costringe›› dice a proposito del sesso dell’amata e, qualche pagina dopo, per parallelismo: ‹‹la casa ha vene calme ma respiro caldo›› (31). Ancora il respiro, che pare quello dell’animale in usta, tutto esposto e vulnerabile, simile alla volpe, ‹‹assassina e furba›› ma che non conosce altro modo per ‹‹ammazzare››.

La caduta a precipizio, seguita con tragica trepidazione dal lettore, trova infine sorprendente epilogo nella promessa di resistenza al male, in nome della vita che viene: ‹‹perché mio figlio nasceva e io non morivo questa la fede più dura››: un ultimo guizzo generato dalla terra, dal caduco, dal sentimento politico che prende l’umano quando dona la vita e di questa decide d’esser responsabile, preparandosi a tenere ‹‹ancora aperte / le braccia››, malgrado intorno regnino maceria e fame.

***

9 pensieri riguardo “Le mie mani pregano incendio – Stefano MASSARI”

  1. “..una spietata chiarezza, quasi epigrammatica, e più spesso fotografica”, è una definizione di questi testi assolutamente pertinente. Aggiungerei che vi ribolle l’autnticità dello sguardo, e la lotta cruda e cruenta con una realtà espressionisticamente vissuta e interpretata. Un libro coerente, e bello, almeno per quel che qui si legge, ciao Francesco, Viola

  2. Ciao Francesco, quanto tempo!!!

    Davvero belle queste poesie di Massari, secche, taglienti, ma di un umanesimo disarmante, necessario. Inutile dirti che le sento particolarmente affini al mio modo di intendere la poesia.

    Grazie d’averle proposte e complimenti all’autore.

    N.P.

  3. Sono due libri di grande valore, il secondo sicuramente più profondo e maturo, per molti versi, ma io amo in modo particolare il Diario del pane, che mi ha fatto conoscere un poeta autentico. Al quale mando, da qui, un forte abbraccio di vicinanza e affetto.

    Grazie Viola per i commenti.

    E grazie a Nicola, che saluto con piacere dopo tanto tempo, sperando di rileggerlo presto.

    Un caro saluto ad entrambi.

    fm

  4. Entrambi, ” Diario del pane ” e *Libro dei vivi* mi hanno riportato alla mente il ritorno di Dioniso tra gli uomini,un mito traboccante di colore, di passione, di romanticismo, di erotismo, ricco di stupore e venerazione. Nel contempo di ansia distruttiva. Metà animale e metà dio, fa impazzire il mondo con una nuova estasi di vita, muore trucidato e poi risorge dalle ceneri dis-incantato. *..sono io a sparire in te animale sorella sono io la maledetta macerie d’ erba sotto la torre del tuo seno la lingua cannibale che ti urla tra le cosce la casa di carne che ti stringe e ti costringe… per liberarti…l’umano idiota iddio chiamato amore.* / “..la guerra che non finiva il dolore che non ti apparteneva…dio malato infame corpo..chiedo a terra e cielo di essere figlio ancora..” e, nel contempo, fragile nella speranza e nell’ attesa.
    Che poeta Stefano Massari. E che corredo di immagini! Sieger Koder è perfettamente in sintonia.Grazie. Marlene

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.