Nello specchio impassibile dei giorni – Antonio SABINO


(Carmelo Bene, Hamlet suite, 1994)

               Antonio Sabino – Tre poemetti

AMLETO (UN DEFICIENTE)

Sono bello, sono biondo, ho un regno,
sono alla moda,
ma quanto immensamente soffro e mi annoio
lo so solo io,
e che conta essere i primi qui in Danimarca?!
M’annoio, non trovo occupazione che m’aggrada
Non so come gli altri passare il mio tempo,
il re si diverte con mia madre e trama inganni
sale e scende dalle torri del suo reame
Ofelia fa le vasche ma non col vestito nuovo
Altrimenti Millais ne ha a male
Polonio gioca ai cruciverba e alle sciarade
E tutti ci asfissia e avvelena con la sua voce
Ed io son qui al sommo del mio strazio,
ah, avessi almeno la tua filosofia ciarliera, mio buon Orazio

Le guardie sorvegliano i nostri confini
E scrutano le mosse dei blandi nemici.
Minor tedio di me han perfino i nostri becchini!
Scavan fosse e si schiaccian nel palmo le cimici.
Potrei dedicarmi alla botanica,
importare cardo e il cina-mômo
ma già a sufficienza ho fatto io il matto
in questa terra di pescatori e rane
e d’altri folli d’importazione non c’è bisogno
ah…la vita…la vita è un sogno

Essere o non essere
Questo è il problema, è risaputo,
peccato che pur con somma pena
non riesco neppure per un minuto
a riprendere il discorso, a finire il principiato.
Vai in convento, dolce Ofelia, o il bastardo nato
Ci sarà di tormento quando acquisirà favella
(sarà come tuo padre, lo sento)
Vai in convento, oh sei così bella
Tutto d’un tratto ho deciso, ti sposo,
ah già…mio padre giace senza riposo
e così addio alle nozze,
alla luna di miele lontano da Elsinore
destino crudele!

Perfino il genitore assente è in miglior stato
Non si annoia, non sbadiglia ti dico
Con un verme che si è fatto da tempo amico
Gioca a tormentare lui morto me rintronato
E al rintocco della campana
Sale in cima al castello, mi chiama
E seco per i bastioni mi conduce
Là, nel punto dove non v’è più luce
Come a tentarmi con l’abisso
Oh padre, padre quello sguardo fisso
Sembri quasi un mostro, un demonio,
no, aspetta, sembri proprio Polonio,
lo stesso sguardo, lo stesso pallore,
“forse è meglio chiamare un dottore”
dicevo alla regina, la mia madre austera
“non possiamo Amleto, è tardi, è sera”
In fondo era inutile, anche se l’avessi chiamato
Sempre quel tordo sullo spiedo era infilzato
E gran poco restava da fare
“Chiamiamo il becchino, oh madre leggera?”
“non possiamo Amleto, è tardì, è sera”
Nella fossa da me non lo volevo porre
(son sempre un principe!)
e così lo infilai in un buco, nella torre,
dove ora in silenzio, fermo giace
per le nostre orecchie eterna pace
men per i nasi, ma è giusto,
“andate a prender un fusto
di profumo, quello di Parigi
lo spargeremo per il castello,
ci faremo dei suffumigi
ma il perché non chiedetelo, non è bello”

Ma guarda che giunge la dolce Ofelia
S’avanza mormorando, come smarrita,
privata d’ogni suo ben, fuorchè della vita,
guardala come tortura una margarita,
spetala una viola, strazia una rosa
s’avvicina, si ferma e su di me posa
lo sguardo, ah quello sguardo
ma dove l’ho già visto, in quali contrade,
ora ricordo, lo stesso sguardo fisso del padre
il suo e il mio, riuniti nei suoi occhi spenti
e dalla bocca un miscuglio di lamenti
spiacevoli, non voluti,
“M’ami Amleto?”
Talvolta, dico guardingo
“Mi sposi Amleto?”
Questo mai
“Hai ammazzato il mio babbo”
Capita bella Ofelia, capita spesso
Che si vuol colpir un aquila e s’ammazza un fesso,
ma tu non ti tediare con questi pensieri
pensa a qualcosa di bello e non più al tormento,
vai dolce Ofelia, vai presto in convento
ad espiare le mie colpe, io non posso
“perché?” chiede la bambina
ma perché come un cane che non molla l’osso
io che son principe di Danimarca non rinuncio allo scettro
né a vendicare quel povero, macilento spettro
di mio padre che grida vendetta
“Amleto, guarda una civetta”
è un passerotto, mio amore
rasserena la bianca fronte
“Un rinoceronte”
E’ un levriero, mio tesoro,
smettila di darti pena
“Una balena”
è la fantesca, mio bene,
non ti curare più di lei
“ma tu m’ami è vero, mio re?”
non sono ancora re, aspetto la promozione…
certo che t’amo, non vedi come m’avvicino,
come il mio respiro t’è appresso
come ti tocco il biondo capo con il regale mento,
ma tu, bianco fiore, fammi un piacere, vai in convento
vai a riposare, là, tra le nere suore
“non posso, m’hai svergognato”
ma se neppure c’ho provato
cara Ofelia
“m’hai svergognato ed esige riparazione”
ma chi la esige, tuo padre dalla fossa?
“No Laerte, non c’è altra soluzione”
Laerte, il tuo fratello caro
Deboluccio e malato
E sia pure, certo non lo temo
“un tempo era malato
e di scarso valore la sua destra
ma poi è stato consigliato
e se ne andato per mesi in palestra
ed ora giunge tutto armato,
sì sì, vedrai che bello”
O capperi, c’ho ripensato
Non voglio più uccidere tuo fratello,
già t’ho privato del padre
mi sembra abbastanza
“vedrai appena gli dirò cosa hai combinato,
appena saprà del mio stato
appena udrà la mia lagnanza”
Ancora non l’hai detto?
“giunge domani, all’aurora”
Dolce Ofelia, ma io t’amo ancora
E il nostro amore cresce, non è più implume,
andiamo dolce Ofelia, andiamo assieme,
andiamo a passeggiare soli lungo il fiume…

 

***

 

L’IN-FINITO

Prendi questi versi
sono sale sulle tue ferite di marmo
e chi le ha inferte?
Gli scultori del tuo corpo?
No, esse erano già nella vena della pietra
fin dalla sua creazione
nessuno le ha provocate
si sono aperte perché già erano in te.
E se leggi di esse in questi versi è perché veniamo dalla stessa cava]
è perché solo un filo elicoidale ci ha separati alla nascita,
siamo scivolati per i medesimi cammini
tra i canti e le funi,
e se tasti la tua schiena sentirai ancora
la traccia dei tronchi sui quali poggiavamo
mentre si scendeva a valle.

Come ogni uomo
Io sono nato dall’ombra,
anche se non so se la mia generazione
fu per uno sguardo fugace tra la luce e la notte,
quando vivevano strette anche se sconosciute,
e non so se l’oscurità davvero
ha trattenuto un ricordo di quello
sguardo fugace e sdegnoso
generandomi.
Ma tu non badare a queste cose,
alle cause prime
che si susseguono infinite nell’universo
senza dunque mai essere davvero prime,
prendi i miei versi
come una manciata di sabbia
come una manciata di polvere.

Già ti vedo,
nella tua stanza
o su un treno, un aereo,
in viaggio per il mondo o immobile,
in un periodo di riposo o di malattia,
per solo svago, perché costretto,
perché non lo volevi, perché lo volevi,
già ti vedo che leggi questi versi
e pensi, forse distrattamente, a me
e ti chiedi cosa ha provato quest’uomo
quando ha scritto di questo,
ma non andare a scorrere qualche biografia,
lascia le voci delle enciclopedie al loro destino,
sono voci silenti, non ti dicono nulla di me,
pensa solo a questo:
come ogni uomo
Io sono nato dall’ombra,
ed ho gettato ombra per le strade di giorno,
e la notte ne ha gettata su di me a sua volta,
la bocca non può più dare suoni,
le mani non toccano più persona o cosa.

Prendi questi versi
perché sono stati scritti per te,
quando? Come preferisci,
li senti notturni, saranno scritti di notte,
li senti mattutini, l’Aurora ha rischiarato le prime parole,
li senti eterni? Non ho mai finito di scriverli, lo faccio anche adesso,]
ovunque io sia adesso sappi che la mia mente elabora all’infinito
ed è terribile come è terribile l’inferno solo perché è infinito
solo perché con la sua esistenza nega il tuo dio (se credi in dio)
perché se esiste questo infinito allora il male è infinito e trionfa sul tuo dio]
se invece non esiste allora perché deve esistere il resto della storia?]
Così pensa a me, torturato all’infinito dalla mia stessa mente,
ma non credermi triste, addolorato, disperato,
pensa a me con il volto sereno,
non importa se non trovi una mia foto, inventati il mio volto
inventati il mio viso, lo completerai leggendomi,
pensa a me con il volto dolce e calmo di chi sorride.

 

***

 

IL RITORNO DI ULISSE IN PATRIA

T’ho detto mille volte che saresti morta
Un giorno, nella mia mente
Che la tua immagine improvvisamente
Sarebbe finita dietro, con la ruota di scorta
Obbligatoria per quando mi fermano per strada
Quando mi scruta e indaga, chiacchierando, la gente
E tu non mi credevi, eri la sola,
“ma sì, ma sì, ma sì vedrai” dicevi
“sognerai ancora il nostro bimbo a scuola,
le lunghe nottate abbracciati
i baci dati, i baci negati,
le eterne camminate lungo gli eterni sentieri;
o vuoi ridurti a far l’eremita
lassù, solo, diritto sulla tua colonna da stilita?”
I miei sospetti erano veri

Passano gli anni, passano le ore,
i tempi cambiano, diminuiscono le suore

Potresti agghindarti con le tue parole
Mentre ti destreggi affettando del crudo,
io se mi vestissi con la mia voce sarei invece nudo,
non ho più nulla di che parlare,
appoggiato al tavolo, in silenzio,
ascolto il tuo continuo secare
l’aria con la voce, il prosciutto col coltello
tutto per te è carino, grazioso, bello,
la primavera è primaverile, l’autunno è autunnale,
la stanza si allunga, mi alzo e ti lascio nel tuo banale
affogare vicino al tagliere
e chiaro a onde e vasi di diamante,
parli ancora e il suono della tua voce distante
suona al mio orecchio e spinge
forza l’ingresso e scansa i pensieri.
I miei sospetti erano veri

Cambiano gli usi, cambiano i ceti
I tempi mutano, diminuiscono i preti

Usciamo per la strada e siamo in piena sera
La luna là in cielo si inchina, dispera
Di scansare le nubi che occupano il labirinto,
un filo di stelle sottile disegna una via
e lo sguardo è attirato; avvinto
dal colore che d’un tratto muta,
s’affatica l’occhio, tenta e scruta
come se riuscisse a vedere, al di là della nebbiolina
che lievemente sale dal lago
un guscio d’un biancastro vago
dove, a tratti, s’intravede un luogo nuovo,
come quando poni davanti ad una luce un uovo
per scoprire il futuro, come dalle stelle
che in cielo, accoppiate e gemelle, gemino nascituro,
tratteggiano indecifrabili i sentieri.
I miei sospetti erano veri.

Non ci sono più vie, non ci son più viatici,
tutto scompare, tranne i politici

Sei bella, lo sei ancora, perfino al mio sguardo,
sei la sola al cui indugio anche il mio passo attardo,
ma lo faccio senza pensiero, senza azione,
un bimbetto che ripete la lezione
del giorno passato.
Se mai io fossi nato
In un altro luogo avrei voluto svanire
Ma dato che non ci è concesso che il morire
(anche al mai nato)
nell’angolo predestinato dai millenni
alla fine anche io mi accascio
e addosso, inerme, mi lascio
scorrere le ore e i pensieri
per questi eterni luoghi, eterni sentieri
I miei sospetti erano veri.

Suore e preti sempre meno ne vedo
E nei politici è tanto che non credo

Son vecchio, ripeto, son vecchio,
ripeto, ebete, innanzi allo specchio
della mattina e anche davanti a quello della sera
son vecchio, ed ogni lamento è leggera
voce davanti al tuo fuoco
ogni voce è come un gioco
ed ogni tua parola è un suono privo di significato
(eppure un tempo, credo, io stesso glielo avrei dato)
ed anche tu, tu che credi e t’illudi d’essere viva,
anche tu giaci inerme e morta
come un tronco abbandonato su una riva
un tronco che richiama alla mia mente un ricordo
un Crasso cencioso crocifisso a Carre
strano rimasuglio dell’usanza degli Argei
gettati nel Tevere alle Idi di Maggio

Per far diminuire i politici serve un azione.
Bisognerebbe forse rinvigorire la vocazione?

Ed eccoti, ti rivedo, ritorni ancora sul tema
“ma sì, ma sì, ma sì vedrai” dici
“sognerai ancora il nostro bimbo a scuola”
io t’osservo, non posso più parlare,
guardo l’andirivieni della spola
tentando di sopportare,
poi, d’un tratto sorrido e ti guardo
“Bimbo? Telemaco è già quasi un vegliardo
e passato è il nostro tempo di generare”
Lo so che quando lo dico ne hai a male
E quasi quasi ne godo un poco,
voglio infastidirti un’altra volta
voglio vedere il tuo volto incupirsi,
voglio che tu trattenga il respiro
voglio vederti diventare viola
tutto, tutto purchè finisca per un attimo solo
l’andirivieni di quella dannatissima spola
(ma chi attendi ancora?)

***

10 pensieri riguardo “Nello specchio impassibile dei giorni – Antonio SABINO”

  1. La lingua di Antonio è un tributo amoroso e ironico alla letteratura nel senso tecnico e pieno del termine, un tuffarsi nella “storia” rielaborandola con una perizia incredibile e così Godot si mischia a Ulisse (“ma che attendi ancora”) Leopardi a Shakespeare con una scrittura che ignora, felice, tutto lil ‘900 e ci riconsegna una scrittura rosa dal tempo ma ancora incredibilmente intatta e soprattutto viva, Viola

  2. Prendi questi versi
    sono sale sulle tue ferite di marmo
    e chi le ha inferte?
    Gli scultori del tuo corpo?
    No, esse erano già nella vena della pietra

    immagine originaria nonchè originale – per tornare a un linguaggio pseudotecnico ma l’ unico che possiedo (e mi scuso se non saprò essere molto esaustiva). mi ha colpito davvero molto il testo de l’ in-finito, ci sono dei passi alti, potenti come questo:

    importa se non trovi una mia foto, inventati il mio volto
    splendido. a tratti Borgesiano. un testo di una liquidità e trasparenza
    che fluiscono, parlando anche tra le loro stesse righe.

    sugli altri due componimenti non so dire molto: dei due mi è piaciuta la lettura de:l ritorno di Ulisse in patria – un arguto gioco di scambio delle parti dove i fili intimamente dialoganti di ciascun personaggio /situazione /scena sono evidentissimamente stretti stretta diapasonica oserei (oso anche troppo) tra miti leggende passato presente e sono resi e arresi al lettore con amore ironia
    a tratti anche con sarcasmo – quel sarcasmo che nasconde la paura di non sostenere il profondo innamoramento per la Vita e la sua Bellezza.

    un bell’ autore.
    saluto Antonio Sabino e Francesco.
    paola

  3. Gran bei commenti, care Viola e Paola, li sottoscrivo in toto. Aggiungo che la dimensione naturalmente “teatrale” della scrittura di Antonio è un bel biglietto da visita in fatto di autenticità e bravura dell’autore. Testi di assoluto valore.

    Un grazie e un saluto a voi tre.

    fm

  4. Sono rimasta molto colpita soprattutto da Il ritorno di Ulisse in patria.
    Scanzonato, elegante, colto,efficace. Proprio da acoltare a teatro.

    …tutto,tutto purchè finisca per un attimo solo/l’andirivieni di quella dannatissima spola/ ( ma chi attendi ancora? )

    Forse mi sento di parte avendo,qualche volta,verseggiato anch’io sull’argomento, ma continuo a rileggere il testo di Sabino e non mi annoio, fra poco lo saprò a memoria.

    un caro saluto all’autore e un abbraccio al Grande Francesco
    jolanda

  5. Dà corpo alle ombre il Poeta Antonio Sabino:_
    conta la vita più che la dottrina e ogni parola ha un valore musicale oltre che intellettuale,ed esprime le emozioni. A volte le parole si affollano come in un vortice selvaggio, altre, si dipanano, come in un ritornello, con singolare abilità. Non ho trovato alcuna nota falsa,
    nè un’ intonazione sbagliata nel suo canto
    La forza realistica, quella drammatica, come pure la sarcastica hanno sempre la stessa efficacia!
    Ho incontrato A.Sabino nella dimora di F.Marotta e ne sono rimasta rapita. Grazie ad entrambi! Marlene

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