Il libro dei doni – Capitolo II, 2

Poesie sono anche doni.
Doni per le creature attente.
Doni carichi di destino.

(fm)

Charles REZNIKOFF   Vladimir VYSOTSKY   Mariella MEHR  
Alfred KOLLERITSCH   Isidro CONDORI   Hugo MUJICA  
Manfred STREUBEL   Ingeborg BACHMANN   Max LOREAU

 

Il libro dei doni – Capitolo II, 2

 

Charles REZNIKOFF
[da: Holocaust, 1975 ]

 

GHETTOS
(GHETTI)

1

At first there were two ghettos in Warsaw;
one small and the other large,
and between them a bridge.
The Poles had to go under the bridge and the Jews over it;
and nearby were German guards to see that the Jews did not mix with the Poles.]
Because of the German guards,
any Jew who did not take off his hat by way of respect while crossing the bridge]
was shot –
and many were –
and some were shot for no reason at all.

 

1

All’inizio c’erano due ghetti a Varsavia:
uno piccolo e uno grande,
e tra di essi un ponte.
I polacchi dovevano passare sotto il ponte e gli ebrei sopra;
e accanto c’erano guardie tedesche a sorvegliare che gli ebrei non si mischiassero con i polacchi.]
A causa delle guardie tedesche,
a qualunque ebreo non si togliesse il cappello in segno di rispetto quando attraversava il ponte]
si sparava –
e a molti si sparò –
e a alcuni senza motivo.

 

*

 

2

An old man carrying pieces of wood to burn
from a house that had been torn down:
there had been no order against this –
and it was cold.
An S.S. commander saw him
and asked where he had taken the wood,
and the old man answered from a house that had been torn down.
But the commander drew his pistol,
put it against the old man’s throat
and shot him.

 

2

Un vecchio trasportava pezzi di legna da ardere
da una casa che era stata abbattuta –
non era stato emanato alcun ordine che lo vietasse –
e faceva freddo.
Un comandante delle SS lo vide
e gli chiese dove aveva preso la legna,
e il vecchio rispose che l’aveva presa da una casa che era stata abbattuta.]
Ma il comandante estrasse la pistola,
la puntò alla gola del vecchio
e gli sparò.

 

*

 

3

One morning German soldiers and their officers
broke into the houses of the quarter where the Jews had been gathered,]
shouting that all the men were to come out;
and the Germans took everything in cupboards and closets.
Among the men was an old man in the robe – and wearing the hat – of the pious sect of Jews called]Hasidim.
The Germans gave him a hen to hold
and he was told to dance and sing;
then he had to make believe that he was choking a German soldier
and this was photographed.

 

3

Un mattino dei soldati tedeschi e i loro ufficiali
irruppero nelle case del quartiere dove erano stati ammassati gli ebrei,]
gridando che tutti gli uomini dovevano uscire;
e i tedeschi presero tutto dai cassetti e dalle credenze.
Tra gli uomini c’era un vecchio con l’abito – e con il copricapo – della pia setta ebraica chiamata]
//Hasidim.
I tedeschi gli misero in mano una gallina
e gli dissero di ballare e cantare;
poi dovette fingere di stare strangolando un soldato tedesco
e di questo fu scattata una fotografia.

(Traduzione di Andrea Raos)

 

**********

 

Vladimir VYSOTSKY
[Vladimir Vysotsky, 1938 – 1980]

 

Canto della terra

Chi ha detto: “Tutto è arso totalmente,
Non ritornerà più il tempo della semina?”
Chi ha detto che la Terra è morta?
No, si è nascosta per un po’…

Non possiamo impadronirci della fertilità della Terra,
Non possiamo appropriarcene, come non si può svuotare il mare.
Chi ha creduto che la Terra bruciasse?
No, s’è annerita di dolore…

Come crepe giacevano le trincee
E le buche s’aprivano come ferite.
I nervi della Terra messi a nudo
Conoscono il profondo dolore.

Sopporterà tutto, aspetterà.
Tra gli storpi non mettere la Terra!
Chi ha detto che la Terra non canta,
Che ha perduto la parola per sempre?!

No, echeggia di gemiti soffocati,
Da tutte le sue ferite, da tutte le sue fessure,
La Terra è l’anima?
Non calpestarla con gli stivali!

Chi ha creduto che la Terra bruciasse?
No, si è nascosta per un po’…

(1969)

 

Il silenzio bianco

Gli anni, i secoli e le epoche che si susseguono,
tutto si precipita verso il caldo, lontano dai geli e dalle tormente.
Perché gli uccelli volano verso il nord
Se a loro è destinato solo il Sud?

Non hanno bisogno né di gloria né di grandezza.
Ecco, sotto le ali finirà il ghiaccio
E troveranno la felicità di uccelli,
ricompensa del volo audace.

Non siamo riusciti né a vivere, né a dormire?
Cosa ci ha spinto verso la cresta dell’onda?
Non abbiamo potuto ancora contemplare la luce.
La luce non ha prezzo!

Silenzio. Solo i gabbiani sono come bagliori.
Le nostre mani li nutrono di vuoto.
Ma la nostra ricompensa per il silenzio
Sarà necessariamente il suono.

Da tempo abbiamo solo sogni bianchi,
Tutte le altre sfumature le hanno spazzate via le nevi.
Siamo rimasti accecati – è buio da tanto biancore.
La linea nera della terra ci restituisce la vista.

Dalla nostra gola scaturisce il silenzio,
La nostra debolezza cresce come un’ombra.
E la ricompensa per le notti di disperazione
Sarà l’eternità di un giorno polare.

Il Nord, la volontà, la speranza – paesi senza frontiere,
Neve senza fango, come una lunga vita senza menzogna.
I corvi non ci caveranno gli occhi dalle orbite,
Perché qui non ci sono corvi.

Chi non ha creduto alle profezie cattive,
Non si è disteso sulla neve neanche per riposare un attimo,
Come ricompensa per la solitudine
Avrà l’incontro.

(1972)

 

La fucilazione dell’eco

Nel silenzio del valico, dove le rocce non sono da ostacolo ai venti,
In questi anfratti, dove nessuno è mai penetrato,
Viveva una gioiosa eco dei monti.
Lei rispondeva alle grida, alle grida degli uomini.

Quando la solitudine salirà alla gola come un nodo
E un gemito soffocato, quasi senza rumore, scivolerà nell’abisso,
Agile, l’eco afferrerà il grido d’aiuto,
Lo rafforzerà e lo porterà via con cura nelle sue mani.

Non dovevano essere uomini, gonfi di veleni e di oppio,
Quelli che giunsero per uccidere e ammutolire la gola viva,
Se nessuno ne sentì il calpestio e il grugnito.
Legarono l’eco e sulla sua bocca misero un bavaglio.

Per tutta la notte continuò la farsa sanguinosa e crudele,
L’eco venne calpestata, ma nessuno sentì alcun suono.
All’alba l’eco dei monti, ammutolita, venne fucilata,
E pietre sprizzarono, come lacrime dalle rocce ferite.

(1974)

(Traduzione di Silvana Aversa)

 

**********

 

Mariella MEHR
[da: Nachrichten aus dem Exil, 1998]

 

Ancora ti prospera il fogliame intorno al cuore
e una fresca presa di sale
impregna il tuo sguardo.

Di me nessuno vuol sapere,
di chi io sia la spezia
e di quale amore la durata.

Spesso canta il lupo nel mio sangue
e allora l’anima mia si apre
in una lingua straniera.

Luce, dico allora, luce di lupo,
dico, e che non venga nessuno
a tagliarmi i capelli.

Mi annido in briciole straniere
e sono a me parola sufficiente.
Effimero, mi dico,
perché presto cesserà ogni annidare,

e scorre via il resto di ogni ora.

 

*

 

A mezzo volto, non velata,
la carne di monaca
in fuga da
mani ermafrodite.

L’altra, la pietra di luna
o gemma di giglio di campo
infuria nel mio cervello
alla ricerca di una traccia
di felicità breve

o con le dita di cannella
– semmai –
la parola trasceglie
attingendo da sogni nero-pece.

Sono andata con piedi di luce.
Impregnata di sonno
a un lancio di stella appena
sono andata con piedi di luce

davanti alla tua porta
sono diventata cenere.

 

*

 

L’erba sfiora il sangue
marcescente del fagiano.
Un carico di detriti ha offeso la fronte,
ha bruciacchiato il cuore
e smerciato il suo nervo vitale
alla morte.

Derubato per un intero decennio dei suoi uccelli.
Cosa fare senza di loro, noi sciocchi senz’ali,
che ancora versiamo
il sangue del fratello
e l’uno avvolge l’altro
in brandelli rossi?

Uno sguardo modesto
pieno di magia rumorosa, più terribile di qualunque ira
colpisce colui che uccide, il suo occhio
intasato di immondizia e di buio.

Piange ciò che si trasforma, e ciò che
finisce, ripulito dalla parola,
diventa la via per
la cella delle stelle (o delle monache?),
che fu costruita ai piedi della storia.

(Traduzione di Anna Ruchat)

 

**********

 

Alfred KOLLERITSCH
[da: Die Summe der Tage, 2001]

 

Verweigerung der Nacht

Erwachen mit ihr,
auf der Haut
das Morgenlicht zählen,
mit Sonnenblumen bedecke ich sie,
schmücke ich
die Kunst des Gekränktseins,
ich entführe den Verlust
in den aufsteigenden Nebel.

 

Rifiuto della notte

Al risveglio insieme a lei,
sulla pelle
contare la luce del mattino,
di girasoli la ricopro,
adorno
l’arte dell’esser feriti,
io rapisco la perdita
nella nebbia che s’innalza.

 

*

 

Nähe

Sie sind zurückgekehrt,
unbeschützter als zuvor,
ihr schatten
folgte dem Uferlauf,
sie warfen ihn
als Spende des Lichts.

Dem Fernsein verantwortlich,
dachten sie ihre Geduld voraus,
daß sie verharren,
wo Haut an Haut nahe war.

 

Vicinanza

Sono ritornati,
più indifesi di prima,
la loro ombra
seguì il corso della sponda,
la gettavano
come elargizione della luce.

Responsabili per l’essere lontani,
pensavano in anticipo la loro pazienza,
che perseverano,
là dove erano vicini pelle a pelle.

 

*

 

Zwiesprache

Er gießt mit der gelben Kanne
Gartenfrüchte,
gibt der Erde Wasser,
sie schenkt es weiter,
Unkraut genießt es mit.
Hände greifen nach Früchten,
nach längst gedachten,
dem Entflohenen,
nach der Stunde des Verstummens,
keiner entkommt ihr.
Er vertraut der Kanne,
dem Wasser,
sucht den Trost des Feuchten,
die alte Erinnerung.

 

Dialogo

Con l’annaffiatoio giallo lui bagna
i frutti del giardino
dà acqua alla terra,
lei trasmette quel dono,
anche la malerba ne gode.
Mani si tendono ad afferrare frutti,
da lungo tempo pensati,
quanto è sfuggito,
l’ora dell’ammutolire,
nessuno le sfugge.
Lui si fida dell’annaffiatoio,
dell’acqua,
cerca il conforto dell’umido,
l’antico ricordo.

(Traduzione di Riccarda Novello)

 

**********

 

Isidro CONDORI
[da: Cuzco. Cronica de una pasión, 1980]

 

Saqsawma Pukara

Noqanchis,
pachat’iqraq apukunata churiaq,
illa teqse wiraqochakunaq churin
yuyaysapa mana ch’apuyuq,
mana ruida reseqseq
karu karu chipchikunata
reqsispa,
noqanchis
urpiq malqon hina chhalla,
ancha hatun koyllurkunaq wayqen
chepaqap wayqen sisikunaq nanninpi purispa
[…]

 

Fortezza di Sacsayhuaman

Noi,
che generammo gli dei trasformatori del mondo,
figli dei signori dell’universo
pieni di sapienza senza barba,
che la ruota non conoscemmo
ma splendori molto più lontani
intuimmo,
noi
simili alle colombe tenere e leggere,
fratelli delle stelle immense
veramente fratelli camminando sui sentieri delle formiche,
veramente uomini, in mezzo agli uomini camminando,
in anni che ancora non si oscurano
senza riposare,
in silenzio,
con mani innumerevoli
pietre colossali
portammo sulle nostre spalle,
parlandogli dolcemente
amandole,
come i nostri animali allevandole,
così fu,
questa casa di guerra,
il tronco di questa collina,
con pietre instancabili
innalzammo
costruimmo,
con queste mani innumerevoli,
senza riposare,
in silenzio
in migliaia e migliaia di anni.

Perciò adesso uomini a quattro zampe con la lana sul didietro,
trenta soles ci chiedono,
biglietti, biglietti, dicendo,
a noi, che innalzammo la fortezza,
per guardarla,
con lingue di fuoco
il nostro lavoro ci chiedono,
perché in silenzio il nostro cuore antico
la ami
il suo nome dicendo dentro alla nostra bocca.

Noi
figli e padri dei signori del mondo,
circondati,
con il divieto di sfiorare la grandezza fiorita
della fortezza di Sacsayhuaman,
da lontano soltanto la guardiamo,
la ricordiamo,
senza ragione,
maltrattati, spogliati, stracci della nostra terra
come i vecchi condor, i condor dimenticati,
trasformandoci in lontananza, ancora più lontano della morte,
nel grande mare, ancora più lontano del grande mare.

 

*

 

T’oqo

Mana kuyuspa
sikillampi,
llanthupi
paqarimuq llanthupi,
sacha sachakunapi,
qonqaylla
noqapi winanki,
yawarniypi kawasanki,
sumaq wayra.
Imay yakuni t’ika hina
huno t’ika yanan hina,
ancha hatun samaynikitataq
samani.
[…]

 

Finestra

Immobile
nello stesso posto,
nell’ombra
nell’ombra che si schiarisce,
in mezzo ai cespugli,
all’improvviso
in me cresci,
nel mio sangue esisti,
vento dolce.
Come fiore di migliaia di anni fa
come fiore a lutto,
il tuo immenso respiro
respiro.

Cenere, in questo istante, è la rugiada
sull’erba
dura, gelata
di Tre Croci
cenere bianca, cenere è il vento.

Le vecchie stelle
come occhi che annunciano frettolosi
la morte
come occhi di mosca azzurra
innumerevoli.

(Traduzione di Antonio Melis)

 

**********

 

Hugo MUJICA
[da: Noche abierta, 1999]

 

Noche de arena

noche de arena,
todo es igual, y sobre tanta
desnudez
cada paso es huella.

noche de arena, todo es igual
                        y nunca me sentí tan extranjero.

noche de arena, huellas de paso.

 

Notte di sabbia

notte di sabbia,
tutto è uguale, e su tanta
nudità
ogni passo è orma.

notte di sabbia, tutto è uguale
                       e mai mi sono sentito così straniero.

notte di sabbia, orme di passo.

 

*

 

Sin sombras ni huella

hay que caminar descalzo,
huir desnudo
como un fugitivo sin meta
                                  para no estar nunca perdido.

hundirse como una brasa
en la nieve,
o caer

como cae la lluvia para ser lluvia,
caer sin más huella
                         que esa misma caída.

hundirse, caer
o volar como vuela de desnudez el viento
huyendo del espejo
                        que nos atrapa en cada llegada.

 

Senza ombre né orma

bisogna camminare scalzi,
scappare nudi
come un fuggitivo senza meta
                                        per non essere mai perduti.

sprofondare come una brace
nella neve,
o cadere

come cade la pioggia per essere pioggia,

cadere senza altra orma
                             che quella stessa caduta.

sprofondare, cadere

o volare come vola di nudità il vento
scappando dello specchio
                                 che ci intrappola in ogni arrivo.

 

*

 

Una cicatriz de agua

es lo de siempre y
es nunca,

llueve
y la vida se refleja
en cada gota
que cae
sobre la mano que espera.

después no queda nada, o queda
el caer:

la nervadura de una gota
errando
sobre un vidrio
como una cicatriz de agua,

como una transparencia haciendo señas
hacia un bosque perdido
                         en la niñez de la memoria.

 

Una cicatrice d’acqua

è sempre lo stesso e
è mai,

piove
e la vita si riflette
in ogni goccia
che cade
sulla mano che attende.

poi non rimane niente, o rimane
il cadere:

la nervatura di una goccia
errando
su un vetro
come una cicatrice d’acqua,

come una trasparenza facendo segni
verso un bosco perduto
                       nell’infanzia della memoria.

(Traduzione di Alessandro Ghignoli)

 

**********

 

Manfred STREUBEL
[Manfred Streubel, 1932 – 1992 ]

 

Fragment Bonhoeffer

Das stemmt sich: stürzend: gegen seine Grenzen.
So sehr bewirkt von widriger Gewalt
weist es hinein in kühnste Konsequenzen:
in eine ganz gelungene Gestalt –
die noch nicht möglich war – in dieser Eile! –
jedoch erkennbar ist als großer Plan:
als letzter Wille des Entwurfs, der Teile.
Und alles Tu-bare ist so getan –
daß es uns zwingt zu stärkerer Bestrebung:
so umzugehen mit dem Material,
das uns gegeben ist zu treuer Hand:

die Gabe zu gebrauchen in Ergebung:
daß noch das Bruchstück zeugt von Wurf und Wahl.
Denn alle Gegenwart heißt: Widerstand.

 

Frammento Bonhoeffer

Contro i suoi stessi limiti si scaglia,
così ispirato da una forza avversa
rimanda alle più ardite conseguenze,
ad una forma che – mai prima d’ora –
è così ben riuscita – in tale fretta! –
si riconosce però un gran bel progetto,
l’estrema volontà delle parti e del piano.
E ciò che era fattibile è sì fatto
che ci costringe ad un maggiore sforzo,
a maneggiare con estrema cura
quel materiale che ci è stato dato:
usare il dono con grande dedizione
che il frammento sia insieme sorte e scelta.
Perchè ogni presente dice: resistenza.

 

*

 

Allez Hiob

Der hat sich wund geschrien.
Flehen und Fluchen.
Aber nun finden ihn
nicht, die ihn suchen.
Der war zu tief verschneit,
Frostiger Wandrer.
In solche Einsamkeit
reicht gar kein andrer.
Nun geht er selbst hervor
der eine Welt verlor.
In eine neue Frist.
Nun ist er endlich hart.
Gültige Gegenwart.
Ist.

 

Allez Giobbe

Sino allo stremo ha gridato
suppliche e imprecazioni,
ma chi ora lo cerca
non lo trova.
Sepolto da troppa neve,
viandante ghiacciato,
a questa solitudine
nessun altro è arrivato.
Ora da sè riemerge
colui che perse un mondo.
In una scadenza nuova.
Finalmente egli è consistente.
Valido presente.
E’.

 

*

 

Familienspaziergang

Sie gingen am Eissee entlang.
Mit knirschenden Schritten.
Der muntere Knabe umsprang
die Eltern. Die stritten.
Die waren gefangen im Streit.
Vergaßen den Rufer.
Der trollte sich traurig zum Ufer.
Und sah einen Vogel: zu weit –
um ihn zu erreichen, ganz leis.
Der flatterte hilflos im Eis.
Da war so viel Mitleid vonnöten.
Erst wollte der Knabe laut schrein.
Dann suchte er stumm einen Stein.
Sein Abbild zu töten. Zu töten.

 

Passeggiata di famiglia

Costeggiavano il lago ghiacciato,
che sotto i loro passi scricchiolava.
Il ragazzetto vispo saltellava
tra i genitori ch’ avevan altercato.
Erano così presi dalla lite
che non fecero caso al suo richiamo
e lui trotterellando triste a riva
vide un uccello lontano – troppo –
per poterci arrivare pian piano.
Nel ghiaccio invano batteva le ali
e di tanta pietà c’era bisogno.
Il ragazzo voleva gridar forte.
Ma zitto zitto cercò allora un sasso
per uccidere il suo ritratto. Per uccidere.

(Traduzione di Adelmina Albini)

 

**********

 

Ingeborg BACHMANN
[da: Gedichte, 1964-1967]

 

WAHRLICH
(Für Anna Achmatova)

Wem es ein Wort nie verschlagen hat,
und ich sage es euch,
wer bloß sich zu helfen weiß
und mit den Worten –

dem ist nicht zu helfen
Über den kurzen Weg nicht
und nicht über den langen.

Einen einzigen Satz haltbar zu machen,
auszuhalten in dem Bimbam von Worten.

Es schreibt diesen Satz keiner,
der nicht unterschreibt.

 

IN VERITA’

A chi mai una parola ha tolto,
e lo dico a voi,
mi raccomando – chi sa aiutarsi
con le parole

non è da aiutare.
Non su brevi cammini
non sui lunghi.

Un’unica resistente frase è da fare,
da sopportare nel bimbam delle parole.

Nessuno la scrive questa frase,
che non sottoscrive.

 

*

 

KEINE DELIKATESSEN

Nichts mehr gefällt mir.

Soll ich
eine Metapher ausstaffieren
mit einer Mandelblüte?
Die Syntax kreuzigen
auf einen Lichteffekt?
Wer wird sich den Schädel zerbrechen
über so überflüssige Dinge –

Ich habe ein Einsehen gelernt
mit den Worten,
die da sind
(für die unterste Klasse)
Hunger
         Schande
                    Tränen
und
                              Finsternis

Mit dem ungereinigten Schluchzen,
mit der Verzweiflung
(und ich verzweifle noch vor Verzweiflung)
über das viele Elend,
den Krankenstand, die Lebenskosten,
werde ich auskommen.

Ich vernachlässige nicht die Schrift,
sondern mich.
Die anderen wissen sich
weißgott
mit den Worten zu helfen.
Ich bin nicht mein Assistent.

Soll ich
einen Gedanken gefangennehmen,
abführen in eine erleuchtete Satzzelle?
Aug und Ohr verköstigen
mit Worthappen erster Güte?
erforschen die Libido eines Vokals,
ermitteln die Liebhaberwerte unserer Konsonanten?

Muß ich
mit dem verhagelten Kopf,
mit dem Schreibkrampf in dieser Hand,
unter dreihundertnächtigem Druck
einreißen das Papier,
wegfegen die angezettelten Wortopern,
vernichtend so: ich du und er sie es

wir ihr?

(Soll doch. Sollen die andern.)

Mein Teil, es soll verloren gehen.

 

ALCUNA DELICATEZZA

Niente mi piace più.

Dovrei
munirmi di una metafora
con fiori di mandorlo?
crocifiggere la sintassi
ad un effetto-luce?
chi si romperà il cranio
su cose così inutili –

La comprensione l’ ho appresa
con le parole
che ci sono
(per le infime classi)

Fame
       Infamia
                 Lacrime
e
                           Tenebre.

Con malrimati singhiozzi,
con la disperazione
(e mi dispero ancora per la disperazione)
su queste ampie miserie,
sulla malattia, il carovita,
arriverò.

Io non trascuro la scrittura,
ma me.
Gli altri sanno
saiddio
aiutarsi con le parole
Io non sono il mio assistente.

Dovrei
acciuffare un pensiero,
tradurlo in una cella di frase illuminata?
dar da mangiare occhio e orecchio
con un boccone, il più prelibato?
indagare la libido di una vocale,
rilevare il valore di amante delle nostre consonanti?

Devo
con la testa grandinata,
un crampo di scrittura in questa mano,
sotto trecento notti di pressione
lacerare questo foglio,
spazzare via le opere di parole accampate,
mai finite: io tu e lui lei esso

noi voi?

(Dovrei – ma. Dovrebbero gli altri)

La mia parte, dovrebbe perdersi.

(Traduzione di Davide Racca)

 

**********

 

Max LOREAU
[Max Loreau, 1928 – 1990]

 

Dans l’Éclat du Moment
(Nell’erompere del momento)

VII

J’allais ce matin-là
épris de très vaste et de mer fuyante,
songeant, sans le savoir, au sol,
à ses distances de jour en jour si courtes,
à ses galleries ensevelies
s’enforçant vers les regions basses d’avant-éclore
où les ombres de presumption, revenants,
se mêlent à l’ombre,
le silence aux rumeurs futures,
et l’oeil s’étreint
d’une noirceur qui prélude
à l’Orient battant son plein.
J’allais ce matin-là
me souvenant d’aubes à naître
et la voix comme anéantie.
Le long du ravage se hâtaient
d’interminables foules migrantes
nourrissant l’écoulement du jour
égal à ce qu’il est.
Le monde avançait désoeuvré
dans l’attente de ce qui n’est pas
aspirant à voire se lever
tournoyer en haut
la magnifique courbure du monde
qui donne regain aux choses.
Sous chaque pas résonnait inouï
l’antre qu’Orphée le musician
hante
et, d’une volte-face, peut abolir
de sa voix d’éblouissement noir qui monte
jusq’aux nuits les plus reculées.
Sous chaque pas veillait, noyau d’éclat au fond de l’ombre,
Orphée l’illuminant
qui chante
en sa voix d’aubes à naître,
ce matin-là
aux abords d’un monde
comme inhabité
au milieu de sa lumière ronde
suspendue à un soufflé, rien
– abîme à peine tremblant
du temps
plein de brusqueries neuves

 

VII

Andavo quel mattino
invaghito d’infinito spazio e fuggevole mare,
pensando, ignaro, al suolo,
alle sue distanze di giorno in giorno così brevi,
alle sue gallerie sepolte
sprofondate verso le regioni basse del pre-nascere
in cui le ombre di presunzione, spettri,
si mescolano all’ombra,
il silenzio ai futuri rumori,
e l’occhio nelle prese
di un’oscurità che prelude
all’Oriente nella sua pienezza.
Andavo quel mattino
rammentando albe a venire
e la voce come annientata.
Lungo la riva incalzavano
interminabili folle migranti
nutrendo lo scorrere del giorno
sempre a se stesso eguale.
Il mondo procedeva inoperoso
nell’attesa di ciò che non è,
aspirando a veder levarsi
e in alto vorticare
la curva magnifica del mondo
che dà rinascita alle cose.
A ogni passo risuonava inaudito
l’antro dove il musico Orfeo
appare
e, con un voltafaccia, può abolire
con la sua voce d’abbagliante nero che sale
fino alle più remote notti.
Ad ogni passo vegliava, fulgido nucleo in fondo all’ombra,
l’Orfeo illuminante
che canta nella sua voce albe a venire,
quel mattino
ai bordi di un mondo
come inabitato
al centro della sua rotonda luce
sospesa a un soffio, nulla
– abisso appena tremulo
del tempo
colmo di rudezze nuove

 

*

 

XV

Anarchie d’aube,
voix des douceurs subtiles
imprévoyante
éclose,
rose du matin aux doigts legers
pleins de dactyls latins
se répandant avant l’emphase au ciel,
voix d’éther
d’alcools
brumes.

Anarchie d’aube
sans nombre
et pourtant belle
comme une brutalité mystique
saccageant toutes les proportions.

Le plus que nombre
s’est accaparé la lumière,
le large
qu’il rend plus large,
faisant claquer la profondeur comme un ressac
qui s’étendrait
aux plus nerveuses, irritables terminaisons
de l’être.

 

XV

Anarchia d’alba,
voce delle sottili dolcezze
imprevidente
dischiusa,
rosa del mattino dalle dita leggere
colme di dattili latini
sparsi prima dell’enfasi nel cielo,
voce d’etere
d’alcol
brume.

Anarchia d’alba
senza numero
eppure bella
come mistica atrocità
che devasta ogni proporzione.

Qualcosa di più del numero
si è accaparrato la luce,
il largo
che rende più largo,
agitando la profondità come risacca
che si estenda
alle più nervose, irritabili estremità
dell’essere.

(Traduzione di Adriano Marchetti)

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6 pensieri riguardo “Il libro dei doni – Capitolo II, 2”

  1. Francesco, bisogna che te ne faccia una ragione una volta per tutte.
    Tu continui a offrire doni e dici che sono per noi, e dunque grazie, ma senza la tua dimora e la tua generosità tutto questo non avrebbe visto la luce. E ti posso assicurare che è una luce splendida, calda, palpitante.

    ti abbraccio
    jolanda

  2. Caro Francesco, non vorrei sembrare ingrata ma… questa volta niente Pdf? :-) Peccato, sto collezionando i tuoi doni e con il copia e incolla, non so perché mi salta tutta la formattazione dei versi… Regalo splendido, generoso come sempre, un caro saluto, Bianca

  3. Bianca, non preoccuparti, tutti i capitoli del “Libro” (e non sono pochi) avranno la loro versione in pdf. Questione di tempo, ma usciranno.

    Un caro saluto a te.

    fm

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