Nella pupilla immaginale del mondo: “Chiusure” di Gianluca D’ANDREA


(Monreale, Chiostro dei Benedettini)

[fm-chiusure]

“Poesia come abbandono o distanza. Posizionarsi al margine in continua osmosi, percettività come condizione, apertura del mondo nel mondo. Alla base di un’etica che va costituendosi – mentre il mondo economico-politico arretra verso posizioni standardizzate, dicotomiche, cercando di strumentalizzare gli eventi per giustificarne le conseguenze ed esercitare un potere oppressivo, cinico – persistono la varietà, la diversità libera del mischiarsi, il contatto di distanze e curiosità sperimentali, il gioco semplice dell’origine ormai sgravato da incombenze metafisiche.
L’etica responsabile libera nell’immaginazione che diventa presupposto di trasformazioni ancor più libere, casuali. La poesia può immaginare e produrre un mondo di-verso; nella distrazione è rappresentato il solido ancoraggio di una libertà infantile. Ogni riflessione sulla poesia parla di una creazione, di un’immagine che si sviluppa da lacerti analogici (astratti?) o metaforici, in una parola: da uno slancio d’amore. In tale direzione, ogni accusa d’ingenuità manifesta le sue crepe e non riesce a mascherare la convinzione di un’idea come unica possibilità di cambiare gli eventi. Fisicità non è cinismo, né descrittivismo, fisicità è un magma di interazioni che porta con sé il desiderio di sussistenza, la ricerca di un abbraccio. La poesia è questo abbraccio tra due forme di materia che, entrando in contatto, modificano il conforme e provocano una trasformazione del reale. La poesia è libertà di essere il mondo.”
[Chiusure, VI Parte (Adorazione), II]

 

Da: Gianluca D’Andrea, Chiusure, Lecce, Manni Editore, 2008.

 

              I. Svista d’origine

 

La chiusura dell’abbraccio
è i grumi di flusso abbarbicati
al cacume,
attraversando lo screzio,
il suono divelto.

Come uscire dalla pratica parziale?
nel cuore del bambino
il raggio sfibrato
del contatto perenne,
l’illusione d’ascesi.

Come vibri la terra sotto la pelle
la fusione nell’assenza di punti,
un’esigenza dividua l’espropriazione.

*

Ancora i tuoi zigomi elastici
improvvisano l’obiettivo
e strisciano trascinando
la pelle cosmetica
l’estasi bisturi.

Nella valle del seno
un respiro violento
estirpa il contatto
lo scotto si sciampia ed infuoca
l’erba residuo,
i ciottoli della deflagrazione
sostituendo i frantumi.

Le pietre sospendono
il paesaggio del volto.

*

Strizzate le palpebre
nel gesto del rifiuto
che trascina alla mancanza.
La vetta inaccessibile
sospesa tra le maglie della pelle.
Resto estraneo,
per quanto il desiderio stritoli il nodo,
la fibra magnetica manipoli il trapasso
e il salto si riduca,
lo scarto è un polo di luce,
un globo d’acqua che scivola
dalla scarpata impassibile.

 

              II. Religio

 

Come sostare in origine
se mille grumi assorbono
la fatica condensata
in scarti minimi
a bruciare le pagine, le piaghe
del sole trancio, brandello
di un organo scardinato
rappreso e slanciato
su una trama di equilibri instabili.

*

Mio fare non credere
alle parole di queste immagini
il succo è spessore di mani
noi distanti
noi tendini
legami esterni
ben oltre l’occhio di terra
pure immersi nei golfi di carne
a maciullarne i residui plateali
o a dormire esposti.

*

Non è la scelta dovuta
annullare le parole
cardare il senso
fino a inventare sul vuoto presunto
forza accorta
disintegrata la pelle modella
l’immagine del percorso
e la giuntura che scava la carne.

 

              III. Rivoluzione

 

Un pensiero a incrinare la scelta
la vittoria violenta,
il paradigma di resistere
e dare una preghiera
a sbilanciare gli atomi
di un risveglio estraneo,
qualcuno voleva adattare
le pieghe paziente
attendere un risultato
senza inventare l’obiettivo
ma il salto è forma del tragitto
l’inclusione tragica
l’espansione rivolutiva della carne.

*

Tra due soglie e la pasta rimestata
del corpo corre un’ora del pensiero
miracolo d’una lucidità
sbilenca.
L’idillio
della febbre, un abbraccio
di brividi interni.
Questa carne ama farsi del male
sono piccoli spazi
dentro colmi d’aria
dico giù
un pensiero resta uno
ascoltare la propria invenzione
come un panorama.

*

Chiusure

Nella stanza conclusa dell’amplesso
nella pelle del bimbo che si estende,
trovare le tue mani
che slanciano particole di luce.

Distanziati in continue mutazioni
movimenti indefiniti
per restare incollati
nell’abbraccio siderale.

 

              IV. Diversi cerchi

 

La tua terra è bianca
minerale il tuo riflesso
come schioccassero perle
ad ogni flusso del sangue,
un cielo prezioso si adagiasse
su un minuto sereno del mondo
e il mio corpo
fosse la costellazione del tuo viso
la più intima cellula del cosmo.

*

Poter seguire il tracciato del viso
sviluppare l’arco di luce
che accende la polpa delle labbra,
come una collina e la sua valle
il filo che conduce al globo d’acqua
oltre l’immagine raccolta.
Ogni fibra è un tassello, un abbraccio
che la carne non trattiene
come un disegno e l’ingranaggio
che ne plasma la tecnica.

*

Costellazione

Ora invento la linea
il tragitto che unisce i tuoi tratti
ora disegno l’immagine
legando la trama,
amando la tecnica che ti tiene
esposta più di un fuscello di ossa
ma colla per la retina;

seguo i punti ed i fili
ma non c’è nome che io possa dare
allo scorcio inatteso della pelle
le tue labbra carne e pieghe
dilatate si gonfiano
costruendo la mia volta attuale.

 

              V. Migrazioni

 

(A)

È nel battito degli occhi
nei passi illimitati,
in questa frazione di luce
come un abbraccio morbido nei sensi
che si sfrangia il contatto
la tua mano è l’elemento
disposto ad arginare il taglio
la distanza magnetica nei passi
e il bambino è un filo
una tecnica rilasciata
elusiva fino allo scontro
il rigetto delle tue partizioni
l’innesco di punti, scardinati.

*

I segni nella terra, le tue linee
sono la mutazione serena
che lava i residui,
la pelle appare liscia come un foglio
che si sbrecci la carne
una filiazione del mito
la nostra è religione di contatto
lo scorcio che intravede l’apertura
gli astri nella radura una cascata
di corpi, un abbraccio della distanza
che ti scuote.
La pupilla è l’argano
il meccanismo di un’altra costruzione.

*

Ascolto

Oltre questa parola è un suono esterno
tasti che sfiorano tasti filtrando
un trapasso lieve come i tuoi gesti
ogni azione è un’immagine di luce
pensa alla scrittura della tua bocca
alla voce di ogni tuo atteggiamento.
Niente è banale come un segno
o come il meccanismo che ne informa
la tecnica. Ascoltare la carne
che rimpolpa per la scossa di uno stimolo
e schiuderne il senso in una gabbia di luce.
Non occorre una risposta è l’esigenza
d’incontrarle le tue mani,
i polpastrelli che disegnano il tuo ritmo
tanto diverso da subirne l’attrazione.

 

              VI. Adorazione

 

V

Ho ascoltato il rumore delle voci tra le mura
e la tua grazia distesa ha il sapore del primo bacio,
non è il mio corpo
è la voce che sfiora una superficie per divenire
un circuito di rimbalzi e posizioni.

La stanza vive il proprio ritmo e detta il respiro
voglio toccarti per lasciare che pulsi e s’inceppi la carne
e sentire l’eco del nostro contatto.

Noi è la traccia per un riconoscimento
svegliarsi contagiati dall’aria,
forme come onde vaganti,
un frutto che rotola via
e non si cura di essere accolto.

*

In attesa che l’autunno ci sorprenda
coniughi i suoi raggi inclinati
illuminando le nostre colline
e i castagni e i noccioli
e che la luce sgravata e morbida
sia l’aurora infinita dei nostri figli
come il giglio appena nato
o il vento nelle cave e sugli steli
l’eco di campanule che si espande
nelle grotte di ogni fibra
e le spighe crescano spontanee
nello slancio di violenza
che sempre profuma le foglie.

*

Spingersi a negare la carne,
l’esplosione di un rifiuto che incendia
le parole, il tuo viso è di rami
che accecano, come il profumo
sulla strada di casa, il gelsomino
nell’orto, qui, accanto, forse noi
nel risveglio imprevisto o il gatto che stride
le sue effusioni in caviglie e pareti,
noi che svolgiamo compiti inattesi
come allacciare canestri,
formare le frasi di nubi e bambini
abbracciandone il grembo.

 

***

 

Mimmo Cangiano – Recensione a Chiusure di Gianluca D’Andrea.

Chiusure” di D’Andrea è un libro di movimento, di distanze che improvvisamente si riempiono perché trasfigurate nell’invenzione poetica, di movimento perché continuamente alla ricerca del contatto, dell’abbraccio, di un qualcosa di materico con cui fondersi, con cui realizzarsi. I costanti riferimenti alla sfera del corpo e a quella della terra non possono far pensare ad una poesia semplicemente rivolta verso l’interno, tutt’altro, il tentativo è piuttosto quello di colmare i vuoti, mancanza e distanza sono altri due termini chiave, fra il sé e l’altro da sé, non però come formazione di un assoluto indistinto, ma come rinsaldamento di relazioni perdute o sul punto di rompersi: “ancora una tensione illusoria/ forse il disastro di fibre/ l’espansione assidua dello sguardo”, o ancora “le fibre assorbono gli scambi/ scartano una luce che percorre/ adagia raggiunge gli occhi/ che altri vetri decompongono”. In questo senso si può comprendere anche l’oscurità che spesso caratterizza “Chiusure”, il poeta non mira infatti ad una concretizzazione dell’astratto, ma, conforme con la sua visione, si limita a rendere concrete le relazioni che intercorrono nel mondo, e nel far ciò crea una poesia di terra, visualizza una camera-mondo percorsa da fili e vibrazioni tutt’altro che invisibili, ma fatti di sangue, di ammassi di carne. Ogni cosa si estende, e da quelle estensioni altre ne nascono, ogni cosa si contorce alla ricerca dell’unione: “Distanziati in continue mutazioni/ movimenti indefiniti/ per restare incollati/ nell’abbraccio siderale”.

Volendo anche solo soffermarci sulla prima parte dell’opera, quella intitolata “Svista d’origine”, potremmo trovare ben trentuno passaggi che hanno come riferimento lo sfibrarsi, il dilatarsi, l’esplodere, la trama: il raggio sfibrato, le sfere si dilatano in pelle, smottamenti, flussi rossi ampliano il legame di fibre, elastici, sostituendo i frantumi e via dicendo.
Devo confessare che ad una prima lettura il libro non mi era piaciuto affatto, l’andamento eccessivamente prosastico e anti-musicale che si registra anche quando il verso è estremamente ridotto aveva fatto scivolare il mio giudizio verso il negativo, probabilmente è stata la citazione dal poeta cinese Yang Lian con cui il libro si apre a mettermi almeno in parte sulla strada giusta, comprendere è inevitabilmente giustificare. Lo stile del san wen è per quella letteratura proprio di una scrittura individuale in cui lo scrittore mette in atto la propria visione del mondo e della letteratura, e in questo senso si muove D’Andrea nella creazione di un universo che si vorrebbe anti-dialettico: “Ora invento la linea/ il tragitto che unisce i tuoi tratti/ ora disegno l’immagine/ legando la trama, intreccio le fibre/ …/ le tue labbra carne e pieghe/ dilatate si gonfiano/ costruendo la mia volta attuale”. La fisicità ha sostituito la metafisica, il poeta non ci dà un libro sociale, ci dà un libro etico, sofferente perché mira all’Uno, ma in questo caso un’unità ricca di arterie, di venature, di relazioni, e in ciò raggiunge forse uno dei traguardi più importanti, suggerire una via diversa ad un’ormai logoratissima poesia “corporea”, una via in cui l’istintualità, pur presente, soggiace ad una ben precisa visione del mondo, tutt’altro che irrazionale.

***

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23 pensieri riguardo “Nella pupilla immaginale del mondo: “Chiusure” di Gianluca D’ANDREA”

  1. Una poesia davvero interessante, densa.
    Ci sono immagini e metafore molto belle e una tensione quasi “palpabile”.
    Complimenti.

    Ho apprezzato anche le note di Mimmo Cangiano e Francesco Marotta.

    Ciao
    liliana

  2. E’ un gran libro, Liliana, fìdati. Mi auguro solo che, come spesso succede, purtroppo, per le opere di valore, non passi inosservato.

    Ciao, buona giornata.

    fm

  3. Da quel che leggo qui non ho dubbi che sia un gran libro.
    Credo anch’io ci sia buona poesia che passa inosservata, anche nell’ambiente letterario purtroppo spesso conta più “l’apparenza e l’appartenenza” che la sostanza.

    Ciao ciao
    liliana

  4. L’apparenza e l’appartenenza, cara Liliana, non “fanno” poesia. “Fanno” il sodalizio, destinato tra l’altro a sciogliersi al primo screzio, per ricostruirsi altrove; fanno il passaggino nella tale o nella tal’altra rivista e antologia; fanno lo scambiuccio di favori (ma quali?); fanno l’invito al festival, al reading, al cantagiro dei poeti (dal Tevere alle Alpi sono sempre gli stessi, ogni anno: basta leggere il nome della località, e sai già chi sono gli invitati…); fanno la speranza, che accomuna, di fare il gran salto (nel nulla, tra l’altro) come l’amichetto più fortunato, estratto a sorte; fanno il supermercato, la sagra dello gnocco fritto in olio di distici e trochei; fanno il dilettantismo e l’ignoranza, che stanno trasformando la rete in una fogna.

    Mi sa che i D’Andrea, tutti, hanno veramente poche speranze, li vedo tagliati fuori da tutto questo…

    E meno male!!! (per loro e per la “poesia”).

    Un caro saluto.

    fm

  5. “Niente è banale come un segno
    o come il meccanismo che ne informa
    la tecnica.”

    (gianluca d’andrea)

    mi riprometto di leggere il libro per intero, ma a giudicare dai soli testi qui proposti, mi trovo d’accordo con cangiano quando scrive: “Devo confessare che ad una prima lettura il libro non mi era piaciuto affatto, l’andamento eccessivamente prosastico e anti-musicale che si registra anche quando il verso è estremamente ridotto aveva fatto scivolare il mio giudizio verso il negativo”. altri elementi che ad una prima lettura hanno determinato in me – come in cangiano – un giudizio negativo, sono la costante opacità del referente, una ricorrenza di lemmi ricercati o filosofici, ma sopratutto un certo senso di monotonia di forma argomento ritmo lunghezza tema e lessico.
    dopo una seconda lettura, mi sono convinto di questo: marotta e cangiano nelle loro note individuano con esattezza ciò che la poesia di d’andrea vorrebbe essere. è vero, d’andrea sembra davvero voler sostituire la fisicità alla metafisica, costruire “un universo che si vorrebbe anti-dialettico”, come scrive cangiano, e infine sì, una delle scommesse più alte sembra qui il desiderio di “suggerire una via diversa ad un’ormai logoratissima poesia ‘corporea’, una via in cui l’istintualità, pur presente,
    soggiace ad una ben precisa visione del mondo, tutt’altro che irrazionale”.
    una poesia della fenomenologia, una poesia in cui il poeta, come individuo, offre una traccia immediata del proprio processo di esperienza e conoscenza. una poetica che potremmo avvicinare – in Italia – a quella di jacopo ricciardi (del quale d’andrea ha recensito due libri e che – forse non a caso – è stato il primo a pubblicare yang lian in italia).
    l’analisi di cangiano può per altro completarsi con una dichiarazione di poetica dello stesso d’andrea. lo scopo ultimo della creazione poetica dovrebbe essere – potremmo dire – metapoetico. l’esito della creazione, dell’adesione completa ai propri processi conoscitivi dovrebbe condurci a quel confine – categorico – tra individuale e universale, tra uno fisico e intellettuale dell’individuo e Uno metafisico del mondo, fino all’oggettivazione in mondo del processo conoscitivo, o meglio
    dell’attenzione cosciente ad esso:

    “ascoltare la propria invenzione
    come un panorama.”

    ciò detto, mi sembra che il testo di d’andrea non raggiunga questo traguardo. se la scommessa è quella di una poesia – diciamo così – fenomenologica, di totale adesione all’orizzonte della conoscenza (sensoriale e intellettuale) dell’individuo, di immediatezza gnoseologica, allora il testo di d’andrea è carente nella forma. perché tentare una poetica di questo tipo significa rischiare di più. la resa poetica dell’immediatezza gnoseologica dell’individuo ci sembra richiedere una freschezza di linguaggio che non può guadagnarsi senza un abbandono (necessariamente parziale) della “lingua” e la formazione di un linguaggio che porti il marchio della assoluta trasparenza, che sia scevro da eco enciclopediche, che riposi il meno possibile sulle stampelle delle forme condivise, degli automatismi linguistici, della polisemica indeterminazione. il verso dovrebbe stare in piedi da solo, come un getto d’acqua. una tensione – e questa tensione non può essere qui altro che linguistica, perché parliamo di poesia – è necessaria per raggiungere i connotati generici dell’individualità. giacometti raccontava come, mentre faceva lo schizzo per un ritratto, arrivava un punto in cui il viso che disegnava diventava il viso di chiunque, era proprio il punto in cui aveva raggiunto il quid dell’individuo che gli stava davanti come modello. lo stesso per il poeta, qui l’individuo è l’artista stesso. e, in potenza, il lettore.
    la lingua e la sintassi di d’andrea mi sembrano invece, per molti versi, peccare di pigrizia. la conseguenza è che la trasparenza gnoseologica che ci si aspetta è sostituita dalla contemplazione (per speculum), ed è significativo che marotta insista su questa prospettiva esegetica. un segno per me decisivo di questo poco coraggio della lingua, di questo mancato slancio, è la presenza eccessiva, ingombrante, nei versi, di due forme d’espressione ad alto rischio di “poesismo”: le aggettivazioni (in forma sostantivo + aggettivo) e gli ‘accostamenti preposizionali’ (ossia dei ‘complementi di specificazione’, in forma “l’X di Y”, “l’X dell’Y”, etc). su componimenti che in media avranno undici versi, di versi composti in media di sei o sette parole, troviamo tre o quattro aggettivazioni E tre o quattro accostamenti preposizionali. forme, dicevo sopra, ad alto rischio di “poesismo”, ossia quelle forme che – se l’uso non ne è vendicato da una radicale originalità e
    freschezza (nella scelta lessicale, etc.), rischiano di arrivarci al cervello prima in forma di eco che non direttamente.
    da una parte, l’eccesso di aggettivazione è un marchio ben noto pure della poesia dilettantesca. d’altra parte, se è vero che gli ‘accostamenti preposizionali’ “l’X di Y” hanno avuto grande fortuna nella poesia degli ultimi due secoli (nelle loro istanze ossimoriche, alogiche, surrealiste etc. etc.), è pur vero che la pratica è ormai talmente abusata da rendere assai difficile un uso efficace di tali forme. sembra insomma che siano forme da usare con moderazione, anche perché sono a rischio di essere informativamente povere: l’uso di complementi di specificazioni è comune in italiano, ed esistono finanche numerose espressioni idiomatiche della nostra lingua di forma “l’X di Y”. l’uso comune del complemento di specificazione (“il cuore del bambino”, “il sapore del primo bacio”) e di espressioni semi-idiomatiche di forma “l’X di Y” (e.g., “slancio di violenza”) accanto all’uso poetico e creativo delle stesse forme (e.g. “frasi di nubi”), contribuisce all’effetto di “monotonia” e sottodeterminazione del testo di d’andrea.

    l’abuso di queste forme espressive nei testi di d’andrea è per me un segno di una posizione succube nei confronti della sintassi, laddove la poetica di d’andrea (quale enucleata dai suoi esegeti e suggerita nei versi del poeta) richiederebbe – per stare in piedi – una maggiore virulenza poetica.
    mi permetto qui sotto di fornire – a documentare parzialmente le opinioni qui sopra proposte – una lista delle aggettivazioni, prelevate direttamente dai testi qui proposti, nell’ordine in cui appaiono, e raggruppate per strofa. l’effetto “terzina (o quartina) di sandro bondi” è devastante, ma non è detto che non accada lo stesso facendo una analoga estrapolazione dai testi di un grande poeta. questi però sono di d’andrea. segue una lista degli ‘accostamenti preposizionali”.

    aggettivazioni (in ordine di occorrenza e raggruppate per strofe).

    contatto perenne
    pratica parziale
    raggio sfibrato

    zigomi elastici
    pelle cosmetica
    respiro violento

    vetta inaccessibile
    fibra magnetica
    scarpata impassibile

    fatica condensata
    scarti minimi
    organo scardinato
    equilibri instabili

    residui plateali

    scelta dovuta
    vuoto presunto
    forza accorta

    vittoria violenta
    risveglio estraneo
    inclusione tragica
    espansione rivolutiva

    pasta rimestata
    lucidità sbilenca
    brividi interni
    piccoli spazi

    stanza conclusa
    continue mutazioni
    movimenti indefiniti
    abbraccio siderale

    cielo prezioso
    minuto sereno
    intima cellula

    scorcio inatteso
    pieghe dilatate
    volta attuale

    passi illimitati
    abbraccio morbido
    distanza magnetica
    tecnica rilasciata

    suono esterno
    trapasso lieve

    grazia distesa
    onde vaganti

    raggi inclinati
    luce sgravata e morbida
    aurora infinita

    – forme “l’X di Y”, “l’X dell’Y” etc.

    la chiusura dell’abbraccio, i grumi di flusso, il cuore del bambino, l’illusione d’ascesi, assenza di punti, ciottoli della deflagrazione, il paesaggio del volto, nel gesto del rifiuto, le maglie della pelle, un polo di luce, un globo d’acqua, una trama di equilibri, spessore di mani, l’occhio di terra, nei golfi di carne, l’immagine di percorso, il paradigma di resistere, gli atomi di un risveglio, forma del tragitto, l’espansione […] della carne, un’ora del pensiero, miracolo d’una lucidità, l’idillio della febbre, un abbraccio di brividi, nella stanza […] dell’amplesso, particole di luce, flusso del sangue, minuto […] del mondo, la costellazione del tuo viso, cellula del cosmo, il tracciato del viso, l’arco di luce, la polpa delle labbra, globo d’acqua, fuscello di ossa, scroscio […] della pelle, battito degli occhi, frazione di luce, rigetto delle tue partizioni, innesco di punti, filiazione del mito,
    religione di contatto, cascata di corpi, abbraccio della distanza, immagine
    di luce, scrittura della tua bocca, voce di ogni tuo atteggiamento, scossa di uno stimolo, gabbia di luce, rumore delle voci, sapore del primo bacio, eco del nostro commiato, aurora […] dei nostri figli, eco di campanule, grotte di ogni fibra, slancio di violenza, esplosione di un rifiuto, frasi di nubi.

  6. Lorenzo, grazie del tuo prezioso contributo. Non essere d’accordo su alcuni punti, o sull’assunto di partenza, non ne scalfisce minimamente il valore, così come attesta anche l’intervento/richiesta di Gianluca, che lo accoglie, come è giusto che sia, per riflettere sugli snodi critici che contiene, o ai quali accenna. E’ solo dal confronto, aprendo al massimo il ventaglio delle possibili opzioni e letture, che l’orizzonte di senso del testo si ridefinisce, anche e soprattutto agli occhi di chi l’ha scritto.

    Aspetto una tua lettura, che so essere sempre attenta, dell’opera complessiva. Intanto, l’analisi del tuo scritto e di quello di Cangiano, mi suggerisce una serie di domande che vi rilancio.

    – Se l’andamento dei testi è “anti-musicale”, a quale idea di musicalità del verso si fa riferimento?

    – Perché il ricorso a “lemmi ricercati e filosofici” dovrebbe sfociare in un giudizio negativo, a prescindere? Non ci si vieta, in questo modo, la possibilità di vedere in quale accezione/esperienza/luce concettuale i “lemmi” sono utilizzati? Che cosa di nuovo hanno da dirci, una volta inseriti in un contesto referenziale “altro” rispetto alle “normali” coordinate di pensiero in cui siamo soliti accoglierli?

    – La “monotonia di forma argomento ritmo lunghezza tema e lessico” non può dar vita a una interrogazione sul “perché” dell’insistenza su tale scelta all’interno dell’opera complessiva, e non essere semplicemente bypassata?

    – “Fisicità” e “metafisica” sono due “poli dialettici”. Bene: perché escludere a priori l’esistenza di un territorio intermedio che è-già-altro rispetto alle due polarità? E se “Chiusure”, cioè “Aperture”, fosse uno sguardo “in ascolto” inoltrato in questo territorio?

    – Perché andare alla ricerca di parole e di una sintassi nuove, quando parole e sintassi usuali, al fuoco di determinate intuizioni, mantengono dei vecchi contenuti niente più che il puro suono del loro significante?

    – Perché la coppia sostantivo-aggettivo dovrebbe essere una spia evidente dell’uso del “poetese” e non rappresentare un corpo segnico inscindibile, una volta posto in essere in “quel” contesto e in “quei” termini, nei suoi componenti di base?

    Perché l’utilizzo del “complemento di specificazione”, del suo nesso di identificazione, non potrebbe (come in D’andrea secondo me avviene) rappresentare una soglia, un’arcatura del dettato convenzionale, una crepa di senso che spezza irrimediabilmente il rapporto di dipendenza dei due termini?

    – Ogni esempio, estrapolato dal disegno complessivo dell’opera, all’interno della quale ha una funzione ben precisa (che non è mai di statica riproposizione del detto, ma oltranza rispetto all’uso e divaricazione delle sue sponde dicotomiche), non rischia di essere fine a se stesso?

    – Perché la metapoesia sarebbe un problema? E quale problema?

    – Perché filosofia e poesia sono orizzonti inconciliabili?

    – Perché l’intento gnoseologico dovrebbe sfociare per forza in una fenomenologia dei processi esperienziali? Se tale esperienza, poi, fa affiorare una ricchezza irriducibile ai processi della pura concettualizzazione e rappresentazione segnica, perché volercela costringere a forza? Perché la rappresentazione di quel processo può avvenire solo entro strutture date una volta per sempre?

    fm

  7. caro d’andrea, puoi certo usare il mio testo come vuoi. grazie per la tua attenzione.

    caro francesco, rispondo brevemente alle tue domande.

    – Perché il ricorso a “lemmi ricercati e filosofici” dovrebbe sfociare in un giudizio negativo, a prescindere?

    il ricorso a tali lemmi non implica per me un giudizio negativo. lo implica insieme ad altri aspetti, che ho cercato di indicare. il contesto in questo caso non mi sembra così nuovo e così spiazzante.

    – La “monotonia di forma argomento ritmo lunghezza tema e lessico” non può dar vita a una interrogazione sul “perché” dell’insistenza su tale scelta all’interno dell’opera complessiva, e non essere semplicemente bypassata?

    sì. ma qui non vedo un uso volontario della monotonia, ma accidentale.

    – “Fisicità” e “metafisica” sono due “poli dialettici”. Bene: perché escludere a priori l’esistenza di un territorio intermedio che è-già-altro rispetto alle due polarità?

    non ne escludo l’esistenza. anzi credo che le coordinate che avete dato tu e cangiano individuano bene quel luogo. solo non mi pare che i testi di d’andrea lo abitino.

    – Perché andare alla ricerca di parole e di una sintassi nuove, quando parole e sintassi usuali, al fuoco di determinate intuizioni, mantengono dei vecchi contenuti niente più che il puro suono del loro significante?
    – Perché la coppia sostantivo-aggettivo dovrebbe essere una spia evidente dell’uso del “poetese” e non rappresentare un corpo segnico inscindibile, una volta posto in essere in “quel” contesto e in “quei” termini, nei suoi componenti di base?
    – Perché l’utilizzo del “complemento di specificazione”, del suo nesso di identificazione, non potrebbe (come in D’andrea secondo me avviene) rappresentare una soglia, un’arcatura del dettato convenzionale, una crepa di senso che spezza irrimediabilmente il rapporto di dipendenza dei due termini?

    non trovo in questi testi qualcosa che liberi le “parole e la sintassi usuali” dal loro essere usuali e poco informative. trovo una terra di mezzo di chi non osa quanto “dovrebbe”. le strutture formali non precludono niente, ciò non ostante ci sono forme ovviamente abusate (tanto dalla poesia dilettantesca quanto dalla grande poesia) da richiedere una certa cautela. non è un caso credo se le poesie di sandro bondi sono fatte quasi soltanto di aggettivazioni e complementi di specificazioni. sono così essenziali. nelle scelte lessicali di d’andrea non trovo ciò che servirebbe a “perdonare” l’uso ingente e ricorrente di queste forme. gli ossimori di d’andrea non sono esattamente inediti. non trovo nei suoi complementi di specificazione la forza che dovrebbe permettere di spezzare i nessi secolari di senso, i riflessi condizionati, i rapporti di dipendenza dei due termini nella semiosfera.

    – Perché la metapoesia sarebbe un problema? E quale problema?

    la metapoesia non è un problema. a me interessa parecchio. ho cominciato a pensarci da quando ho letto per la prima volta i lavori di ricciardi (ormai dieci anni fa almeno). ho anche cominciato a delineare
    una ipotesi di “arte trascendentale”, proprio partendo da ricciardi. il problema è come sopra: non mi pare che questi testi ne siano un esempio.

    – Perché l’intento gnoseologico dovrebbe sfociare per forza in una fenomenologia dei processi esperienziali?

    non dovrebbe. io son partito dall’ipotesi (che mi sembrava implicita nel passo citato dell’analisi di cangiano, e da molti spunti testuali), di una premessa fenomenologica, non genericamente gnoseologica.

    ciao a tutti!
    lorenzo

  8. Grazie, Lorenzo, avremo modo di riparlarne, anche in riferimento a Ricciardi.

    Ti chiedo solo un favore (molto personale: ne va della mia già instabile salute): di non associare il nome di Bondi alla poesia. Mi provoca, nell’ordine: un’orticaria irrefrenabile, con toccamenti vari anche in quei punti lì…, uno stato ansiogeno con apnee più o meno prolungate, crisi di pianto senza lacrime e di risa isteriche senza suono, uno stato di debilitazione generale che mi fa temere sulla funzionalità dell’apparato riproduttivo…

    (metti un e/m/r/oticon sorridente al tutto…)

    Ciao, e ancora grazie per i tuoi contributi.

    fm

  9. Desidero fare i miei complimenti a Gianluca, i suoi testi sono entrati in sintonia con il mio essere, ne cito uno per tutti : Ascolto.

    Francesco, cos’è Poesia?
    un forte abbraccio
    jolanda

  10. purtroppo leggendo e rileggendo l’analisi di carlucci, sarà un mio limite, scorgo solo il giochino di un enigmista logorato dal nozionismo. mi ero sbagliato, le sue critiche non aggiungono e non tolgono niente carlucci, sono tremendamente sterili, non indicano sentieri. forse leggendo qualcosa di suo potrei farmi un’idea di dove lei voglia andare a parare, così niente, non capisco. Già mi era apparsa sterile la sua incursione su altri miei testi (liberinversi 2006), sterile è la sua lenzuolata atelierana su poesia e conoscenza. un giorno forse leggendola potrei ricredermi, ad oggi però si tenga stretta la sua sterilità. io ovviamente mi tengo la mia monotona ripetitività.
    senza rancore,
    un caro saluto

  11. Non lo so, Jolanda, ma provo a buttare lì un po’ di termini in ordine sparso:

    sangue, sudore, lacrime (era anche un grandissimo gruppo, eccellenti musicisti), rispetto, etica, lavoro, studio, sguardo all’altro e all’altrove, silenzio, ascolto e, soprattutto, ombra…

    Ciao, carissima.

    *

    Gianluca, nel pieno rispetto del parere di tutti, di Carlucci o di chiunque altro, confermo quello che ho ampiamente scritto, pronto a ribadirlo anche con altri argomenti, in ogni momento e in ogni luogo: “Chiusure” è un grande libro.

    Un caro saluto.

    fm

  12. Francesco, ti ringrazio per la risposta che mi rincuora moltissimo.

    Credo che certe autopsie poetiche allontanino piuttosto che avvicinare il lettore a un testo poetico. Ma è solo una mia opinione da lettrice.

    un abbraccio a te, Francesco e ancora un saluto a Gianluca
    jolanda

  13. prendo mero spunto da questo post per osservare che le critiche motivate, penso, fanno bene a tutti ma soprattutto agli autori..servono a riflettere e acquistare consapevoleza…poi ognuno può, giustamente, restare dentro le linee del proprio discorso ma almeno il dis/corso diventa dia/logo…oltretutto aver critiche – quando non siano attribuibili a ragioni di “apparenza e appartenenza” – implica che i propri testi hanno mosso qualcuno, sono arrivati a provocare una reazione, il che per un autore è comunque un “successo”..personalmente sono sempre molto lieta di avere critiche rispetto a commenti genericamente improntati a “belli”, “intensi” o similari.. un caro saluto a Lorenzo, a D’Andrea che leggo qui per la prima volta e a Francesco che ospita sempre magnificamente questi dibattitit, Viola

  14. Concordo, Viola.

    Credo, comunque, che la critica debba, alla luce della complessità, oggi, del “fatto poetico”, ridefinire le sue categorie e i suoi strumenti e pensare anche ad altri approcci. Non sarà, forse, questa “lacuna”, tutta da colmare, ciò che impedisce l’emersione di un discorso critico meno rigido e autoreferenziale?

    I pochi che cercano, anche con contributi teorici di rilievo, di smuovere le acque in questo senso, sono praticamente ignorati.

    Un caro saluto.

    fm

  15. ciao francesco. per comprendere meglio il tuo auspicio di una ‘ridefinizione’ delle categorie e degli strumenti della critica vorrei chiederti qualche indicazione (di lettura) riguardo ai “pochi che cercano, anche con contributi teorici di rilievo, di smuovere le acque”. penso che sarà di giovamento per tutti.

    saluti,
    lorenzo

  16. Caro Lorenzo, era una riflessione di ordine generale, non certo un appunto personale (che sarebbe stato assolutamente fuori luogo, oltre a non essere minimamente contemplato nel mio commento).

    Penso al lavoro portato avanti da anni da riviste come “Testuale” e “Anterem”, insieme agli scrittori, critici e poeti che vi fanno riferimento; penso agli studi di Emilio Garroni, Tiziano Salari, Aldo Tagliaferri, Adriano Marchetti e Giampiero Marano; al lavoro teorico di Biagio Cepollaro; alle intuizioni e all’approccio all’opera poetica di Stefano Guglielmin; al lavoro (serio) di alcuni poeti/performer su oralità, scrittura e teatro…

    Sono soltanto i primissimi nomi che mi sono venuti in mente, in una piccola pausa dell’odierno mordi e fuggi dal/sul computer.

    Ciao, a presto.

    fm

  17. Dimenticavo: “ridefinizione” / “ripensamento” non significa affatto ridimensionamento o eliminazione degli apparati esistenti.

    fm

  18. stavo chiedendoti anch’io indicazioni, qualcuno dei citati li conosco, forse però quando hai tempo/spazio un post dedicato all’attuale stato della critica non sarebbe male, per avere un quadro generale della situazione (lo so, siamo dei lettori incontentabili, ma sei tu che solleciti), un abbraccio, Viola

  19. Ci avevo già pensato, Viola. Ho solo bisogno di un po’ di tempo per sistemare alcune cose che, in questo momento, assorbono tutto lo spazio disponibile.

    Grazie per la fiducia.

    fm

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