La Congiura dei Pazzi – di Ivano MUGNAINI

Ivano Mugnaini – La Congiura dei Pazzi

                                Anche il caso non è imperscrutabile,
ha le sue regole.

                                        Novalis, Frammenti

     Non avrebbe mai pensato, Federico da Montefeltro, duca di Urbino, che, scrivendo una lettera in codice il 14 febbraio del 1478, avrebbe fatto la fortuna di un ricercatore italiano della Wesleyan University del Connecticut all’inizio del ventunesimo secolo. Erano anni che Marcello Simonetta studiava quel documento: la chiave segreta per comprendere i retroscena della sanguinosa e famigerata Congiura dei Pazzi. Ben pochi suoi colleghi avevano avuto modo di vedere quel foglio di carta pieno di simboli arcani. Solo un attento biografo di Federico, il quale, tuttavia, colmo di affetto ed ammirazione per il duca, non avuto saputo né soprattutto voluto guardare dentro i fatti. Quei quadratini e quei circoletti sembravano così in grado di poter irridere beateamente i secoli mantenendo intatto il loro segreto. Ma Simonetta ebbe un colpo di genio, o, a sentire i suoi colleghi, una fortuna sfacciata: osò affrontare quella carta trattandola con distacco. Con l’aiuto di un manuale inventato da un suo antenato, Cicco Simonetta, cancelliere presso gli Sforza, iniziò l’opera di decrittazione. L’altra arma vincente per espugnare le mura robuste di quel castello di antiche verità, fu la calma, una lucidità attenta e sorniona, metodicamente ironica. Ragionò, non si lasciò ipnotizzare dal fascino della sfida che la missiva lanciava ai secoli. La guardò come se avesse contenuto un giochino architettato da un gruppo di bambini delle elementari.

     Nella lingua italiana le lettere che ricorrono con maggiore frequenza sono le vocali – si disse. Quindi i simboli che compaiono più spesso devono corrispondere a vocali. Cominciò con la A. Isolò una sequenza che si ripeteva con regolarità nella lettera. Inserendo al posto dei simboli mancanti le consonanti adeguate ottenne tre parole di senso compiuto: “la sua santità”. Sorrise, Simonetta. La missiva faceva riferimento al Pontefice dell’epoca, Sisto IV, vero promotore della Congiura. La lettera inviata da Federico ai suoi ambasciatori a Roma mostrava il desiderio del Montefeltro di eliminare Giuliano e Lorenzo dei Medici, e il suo impegno a contribuire militarmente alla causa con seicento dei suoi soldati migliori. L’intervento armato del suo esercito a Firenze avrebbe dovuto far pendere l’ago della bilancia a favore dei Congiurati. Avrebbero preso il controllo della ricca ed ambita città, Federico ed il Papa, utilizzando i Pazzi come strumenti per strappare Firenze alla famiglia dei Medici. Le cose non andarono secondo i piani. Lorenzo sopravvisse all’attacco brutale, e, dopo due anni di combattimenti, ritornò trionfante al potere. Lo scontro fu perduto.

     Ma il fuoco della bruciante sconfitta di quel sodalizio di uomini risplendette a cinque secoli di distanza nel sorriso smagliante di Simonetta. La lettera era stata decifrata, e una pagina significativa del passato assumeva finalmente un volto nitido.
Il ricercatore pubblicò nel 2003 un articolo sull’Archivio Storico Italiano, il più antico giornale della Penisola, e si apprestò, come un fiducioso pescatore piazzato nel punto strategico di un fiume fattosi finalmente fluido e chiaro, a raccogliere copiosi i frutti della sua abilità e della sua pazienza. Ebbe molto da attendere. Di pesci, dorati, argentei, o anche minimamente bronzei, non ne comparvero alcuni. Silenzio assoluto da parte dei suoi colleghi. Forse non si erano accorti di nulla. O forse erano impegnati a mangiare carne piuttosto che pesce. Nello specifico, a causa dell’invidia, fegato, il loro, alla veneziana. Una dote comunque va loro riconosciuta, la coerenza. Trattandosi di congiure, ne ordirono, con un accordo tacito, privo perfino della necessità di stilare missive, una anche loro: quella del silenzio. Meno cruenta, in apparenza, ma non meno letale.

     Il destino tuttavia, autentico protagonista e signore, perfino delle lande infide e oscure del tempo, ristabilì il controllo della situazione, e con esso, l’equità. Per vie traverse, ovviamente, attraverso sentieri impervi e contorti. A fine gennaio del 2004, un conoscente di Simonetta, un pazzo regista americano ossessionato dai Medici, inviò al ricercatore un articolo uscito sull’edizione inglese della “Pravda”. Giornale meno atteso non poteva esserci, ma anche, in fondo, nemmeno giornale più adeguato. A sfidare il mutismo del tempo e dell’invidia, interveniva a sorpresa una testata il cui nome significa “Verità”, e che, nel corso degli anni, soprattutto durante la Guerra Fredda, si era mossa con burocratica, sgusciante abilità, sullo stretto confine che separa ed unisce il falso ed il vero, il detto e l’alluso, l’eluso, l’omesso. In quel momento, durante l’anno 2004, non più freddo e non più di guerra, per fortuna, un anonimo giornalista della “Pravda” veniva in soccorso della verità bendata e ammutolita pubblicando un articolo in cui tesseva le lodi dell’incredibile scoperta del ricercatore italiano.

     Simonetta ebbe un sussulto. Quasi autoironico, in un primo momento, quasi a dirsi, con un sorriso amaro, che di tutte risposte questa era la più lontana che si attendesse. Ma la tenacia restava la sua arma migliore. Assieme ad un notevole senso dell’umorismo. Il “sentimento del contrario” di pirandelliana memoria, volle comunicarlo anche a chi gli era vicino. Inviò l’articolo russo sulla sua scoperta ad alcuni amici, tra cui Alberto Flores, corrispondente de “La Repubblica” da New York. Fece notare, senza sperare in nulla di più che una controbattuta, che in tal modo i giornalisti italiani si facevano rubare gli scoop dai “sovietici”. Flores non rise. Si limitò a replicare a Simonetta che sarebbe apparso sulla prima pagina di Repubblica. Per l’incredulità del ricercatore, dal sapore decisamente più dolce stavolta, qualche tempo dopo l’intervista riguardante la sua decrittazione fu effettivamente pubblicata. Da lì le onde mediatiche la diffusero trasportandola sui lidi più vari ed ampi dell’informazione. L’History Channel dedicò un documentario a Simonetta. Per un’ulteriore forma di ironia, sempre legata alle arcane alchimie del linguaggio, nella versione italiana del documentario il ricercatore fu doppiato come una star del cinema.  Ulteriore gioco tra realtà e finzione.

     Ma la mossa ulteriore della partita di scacchi l’ha giocata di nuovo il tempo. Nonostante l’importante apparizione televisiva, ci sono voluti altri anni prima che Simonetta potesse finalmente tenere una conferenza stampa per poter parlare, adeguatamente, della sua scoperta.
Oggi, sette giugno 2007, presso la Morgan Library di New York, in occasione dell’apertura della mostra sulla Biblioteca di Federico da Montefeltro, Marcello Simonetta, con sempre divertita ma intensa emozione, capisce che è davvero e finalmente arrivato, nel luogo giusto, il tempo di dare forma di parole al suo lavoro, alla sua passione per la Storia, per la Verità, per il loro genialmente imperscrutabile intrecciarsi.
Sorseggia un bicchiere di acqua minerale non gassata, schiarisce la voce, sorride, ed inizia a parlare:
“La Storia sovente è un quadro nascosto sotto i colori raggrumati di un altro quadro. Necessita tenacia e coraggio. Si tratta di cancellare l’immagine in superficie per arrivare a vedere i veri volti, le figure, i gesti autentici. E’ questo che ho fatto. Ho cancellato il falso e il superfluo per arrivare all’essenza. Scoprire la verità è come entrare in una piramide egizia. Molti vi penetrano per depredare ori e monili. Io ero in cerca di uno sguardo, un dettaglio, un oggetto che potesse richiamare, anche per un solo istante, il tempo andato. Lo so, molti dicono che violare le tombe dei Faraoni è il modo ideale per attirare su di sé le loro maledizioni.  Un’identica minaccia proviene da qualunque identità rimasta protetta, per secoli, nel buio dell’oblio. Anche i miei Congiurati mi malediranno, è sicuro. Ma io sono uno strumento della verità. Ho solo additato al mondo il gioco del tempo, un serpente che scivola all’interno della sua tana e si diverte a riapparire in superficie, con occhietti gialli e penetranti, nel punto più distante. Là dove meno te lo aspetti”.

     Mario Frantisek, ovviamente, appoggiato ad un muro, quasi mimetizzato con il bianco e l’ocra delle pareti, è presente, oggi, alla Morgan Library. E’ amico di Marcello Simonetta dall’infanzia. Hanno studiato insieme, dall’età di cinque anni fino a quella Facoltà Universitaria. Frantisek è convinto di valere di più dell’uomo che declama le sue gesta dal tavolo di legno pregiato. Sa altrettanto bene però che il suo collega ora più che mai sarà consacrato come cattedratico di fama. E lui, Mario Frantisek, rimarrà ricercatore a vita.  Né carne né pesce, né studente né professore. C’è una sola soluzione per lui: emulare Simonetta. Batterlo sul suo stesso terreno, scoprendo qualcosa di ben più strabiliante, arrivando a decifrare una verità nascosta di rilievo così ampio e decisivo da ridimensionare il lavoro del collega facendolo apparire del tutto insulso. Si tratta, in sostanza, di ordire una Controcongiura. O, più esattamente, una Congiura nuova, aggiornata e agguerrita. Frantisek, con lo sguardo perso, apparentemente sereno e pacioso, vede se stesso con un abito di velluto scuro addosso e un cappellaccio di panno schiacciato di tre quarti sulla fronte. Si vede e si sente, in questo preciso momento, come un membro onorario della famiglia dei Pazzi. Gonfia il petto, respira a fondo, e si prepara ad una strenua battaglia.

     Simonetta ha scoperto un segmento del filo ininterrotto che unisce il presente al passato, d’accordo. Ma lui, il dottor Frantisek, farà di più: evidenzierà la vera consistenza, la natura reale di quel legame, rendendolo visibile al mondo nella sua totalità. E, una volta mostrato, lo esorcizzerà, percorrendolo avanti e indietro come un acrobata. Di un particolare è già a conoscenza: il colore del filo. Rosso, non può essere altrimenti. Ha il colore del sangue, della passione, della follia.
Cerca per mesi, Frantisek, una scintilla, uno spunto, l’attimo di intuizione che fa risultare chiari i dati conferendo un valore univoco a tutte le incognite. Si sposta da luogo a luogo, da città in città, da stato a stato. Sa che tempo e spazio sono legati indissolubilmente. Si tratta solo di trovarsi nel luogo giusto al momento giusto. Là dove un sasso che cade, un muro che si sgretola, una foglia che si posa al suolo, gli indicheranno la via per la comprensione del più grande dei misteri. Corre, Frantisek, brucia galloni di benzina. Non trova nulla. Comincia a convincersi di essere destinato al ruolo di eterno comprimario.

    Finché un giorno, mentre siede nel suo ufficio, le gambe sul tavolo e le dita intrecciate dietro la schiena, vede comparire sul vetro della finestra una mano scura. Percorre cerchi concentrici, come in una specie di interminabile saluto. E’ Rajiv, il ragazzo pakistano che ha iniziato gli studi universitari con lui, ma poi, per mancanza di soldi, è stato costretto a mollare tutto. Fa il lavavetri, ora. Si è specializzato nella pulitura a specchio di palazzi e grattacieli. Mario Frantisek lo guarda e sorride. Forse, nel profondo del profondo, là dove non arriva nemmeno il sentimento della vergogna, si rallegra, tra sé e sé. Si dice che ci sono sconfitte peggiori della sua, fallimenti più umilianti. Anche Rajiv lo riconosce. Lo guarda a lungo, con uno sguardo radioso, due occhi grandi e puliti come i suoi vetri. Mario si alza e si avvicina alla finestra. Si stringono la mani, i due compagni di un tempo, e prendono a parlare degli anni andati.
Quasi senza rendersene conto, Mario si trova ad illustrare all’amico la sua attività di ricercatore. Con orgoglio, sì, con evidente compiacimento. Dopotutto è un modo per far sentire Rajiv parte del gruppo, ancora presente, lì, tra quelle cattedre e quegli scaffali zeppi di libri. Con divertita onestà Mario tira in ballo anche il suo progetto più ambizioso, quello che non gli è riuscito di realizzare. Parla a Rajiv del filo del tempo, senza sperare, per altro, che l’uomo che ha di fronte sia in grado di comprendere appieno. Gli occhi di Rajiv si fanno ancora più luminosi. Non solo dimostra di avere capito benissimo, ma individua l’errore di Mario, la scelta inadeguata.

   “Non sei riuscito a trovarlo, il filo, perché lo hai cercato nel modo e nel luogo sbagliato. Hai fatto la spola tra città e città, percorrendo inutilmente miglia di strada. Avresti dovuto rimanere fermo, invece. Guardando in una prospettiva diversa. Faccio il lavavetri da anni, ormai, e io lo so: il segreto è nella verticalità. Salire, scendere, e salire di nuovo. Per scoprire in un identico punto tutto e nulla, l’identico e l’infinitamente vario. Vite uguali e diverse sospese in un unico luogo geografico, le stesse coordinate spaziali. Vieni con me, un giorno, su questo trabiccolo oscillante che mi permette di passare da piano a piano, da stanza a stanza.  Vieni, e capirai qualcosa, finalmente!”.
Mario rimane a bocca aperta. Poi esplode in una risata fragorosa. Congeda il lavavetri con una pacca sulla spalla, abbastanza robusta da farlo ciondolare per un po’ sulla corda sospesa nel vuoto. Lo saluta con un gesto rapido e richiude la finestra.
Ci riflette, in seguito. Contro la sua stessa volontà si trova a ripensare alle parole di Rajiv. Assurde, certo. Farneticanti fantasie di un profano, un ignorante. Ma racchiudono anche la sola possibilità che ha per uscire dallo stallo, dalle sabbie mobili che lo strangolano. In fondo l’attività di ricercatore si basa sugli esperimenti, sull’arte del tentativo. Galileo docet, “provando e riprovando”. Un tentativo in più, giusto o sbagliato che sia, non mi ucciderà – si ripete.

     Rajiv conduce l’ex compagno davanti ad un grattacielo enorme, lucente di vetrine di negozi e alberghi. Gli spiega con cura il funzionamento della pedana che serve per salire e scendere. Gli dà consigli e raccomandazioni, poi lo invita a prendere posto. “Devi andare da solo” – gli sussurra. “La comprensione di certi misteri deve essere assolutamente individuale”.
Piano dopo piano Mario osserva le persone e le cose. Di fronte ad un identico programma televisivo, un monaco zen e quattro tipi con facce da mafiosi che giocano a carte. Una bellissima cameriera sdraiata a sognare per qualche istante sul letto di una suite, e una vecchia con la faccia tetra e le mani ingioiellate che sfogliano le pagine di una rivista come se fossero anni sciupati da strappare con le unghie. Ogni ambiente un suono, un’atmosfera. I fotogrammi di un film, una pellicola gigantesca che continua a girare. Mario si concentra con tutte le forze, ma non riesce ad andare più in là di una sensazione: lui stesso è parte di quel film. Estraneo e inesorabilmente affine. Decide di salire ancora. Per il gusto di rafforzare l’orrore, la vertigine dell’inafferrabile. Un uomo e una donna sono stretti sopra un lenzuolo candido, in un abbraccio di passione così tenera e feroce da far pensare all’essenza stessa, al nocciolo duro e autentico dell’amore. Sorride, Mario, e decide di allontanarsi subito. Qualcosa lo trattiene, però. Vuole vedere, per un attimo, i volti dei due amanti. La donna ha capelli sciolti, corvini, resi ancora più sinuosi da un velo di sudore. Attende con pazienza che si giri. Deve ancorarsi con entrambe le mani alla corda, Mario. Le sue gambe hanno perso peso e forza, cedendoli all’aria che grava sulle spalle come un macigno. Janet non lo vede. E’ distante, lontanissima, perduta nei sentieri del piacere. Lui invece la riconosce benissimo. Sente scorrere dentro di sé in un solo attimo dieci anni di fidanzamento, il mattino in cui l’ha conosciuta e il giorno, ormai prossimo, in cui avrebbe dovuto sposarla. Tutto era già pronto e programmato, gli invitati, la lista di nozze, il ristorante alla moda, la spiaggia esotica per la luna di miele.

     Comprende, Mario. Ha chiaro il disegno completo, i punti, le linee, le sfumature. Ieri, oggi, sempre; il vetro, l’immagine, il riflesso. Nella sua mente scorre fluido il concetto, il senso articolato dell’insieme. Rabbia, quiete, urlo sfrenato. Pensa al Professor Marcello Simonetta. Contro la sua stessa volontà si trova a rivolgere la memoria e le sensazioni di quell’attimo all’uomo che più odia in assoluto. Ma anche, in fondo, all’uomo che lo ha condotto, sospeso a quel filo, a quello snodo aereo e ferreo del suo tempo e del suo destino. Rivede se stesso e Simonetta nel giardino di una scuola. Soli, distanti dagli altri ragazzi intenti a vociare e a scorrazzare. Loro, fin da allora, correvano con la mente invece, discendevano e risalivano i pendii del comprendere. Si rivede, Mario, mentre descrive se stesso agli occhi di Marcello, facendo risaltare le differenze e le analogie dei loro ritratti fisici e psicologici.
“Sai, Marcello, io e te non dovremmo essere rivali. Non ne avremmo motivo in fondo. A te, in questo vecchio liceo, piacciono le materie che io non sopporto, e viceversa. Lo stesso vale per le ragazze, i libri, i film. A te piace camminare, a me correre. Ma io, allo stesso tempo, sogno di fare lo speleologo, di inoltrami nel buio delle grotte per cogliere sprazzi, bagliori. Tu invece ti muovi meglio nella luce, un passo dopo l’altro, sereno, quasi, contento dello spazio che lega la foga di andare alla nostalgia del lembo di prato già attraversato.”
“Sì, hai ragione, Mario. Non dovremmo essere nemici. C’è spazio per tutti e due in questo mondo, spazio e tempo. In fondo cerchiamo le stesse cose. E possiamo trovarle entrambi, ognuno a suo modo. Ci muoviamo tra il vuoto e il tutto, tra la certezza di aver intuito e il riso che ti fa comprendere che c’è sempre qualcosa di nuovo, di inatteso, sconvolgente nella sua semplice, ineluttabile realtà. Sì, è questa la mia corsa, il mio volo. La comprensione di essere io, nell’attimo imperfetto e irripetibile del presente, l’anello che lega il passato al futuro, il vuoto con il cielo, la terra con il volo”.

     Rise, Mario. Si disse che, se Marcello fosse stato lì, assieme a lui, su quel trabicollo che danzava a fianco al grattacielo, avrebbe potuto dirgli, con una stretta di mano quasi amichevole, che, quel giorno lontano, aveva ragione. Non sapeva quanto.
Ma in fondo, neppure in quel momento, neppure al sorriso di un ricordo, Mario si sentiva di darla vinta.  Avrebbe potuto sostenere, tra non molto, di fronte al mondo, di aver decifrato un segreto ben più arcano e significativo di quello svelato da Marcello.
Fu a quel punto che gli apparve cristallina e viva nella mente, anche l’immagine di Rajiv, il suo sorriso spietatamente serafico. No, non lo avrebbero capito. Lo avrebbero guardato, Marcello e Rajiv, con identica commiserazione. Non bastavano più le parole, ormai. C’era una sola via di uscita. Marcello aveva le sue teorie, ma niente vale di più, ogni scienziato lo sa benissimo, di una dimostrazione pratica. Per completare l’opera non restava che dare attuazione concreta alla sua intuizione. Divenire egli stesso parte integrante della scoperta. Il filo rosso del tempo c’è, esiste. Ma il suo segreto, l’essenza, è qualcosa di più della leggerezza. E’ convivenza di totalità e niente, presenza e assenza. La pienezza infinita del vuoto. Ecco, sì: l’essenza vera, assoluta, è il vuoto. Sorrise Mario, trionfante, nell’attimo in cui si liberava dalla corda di sicurezza e dava consistenza empirica, sperimentale, al suo studio sulle coordinate spazio-temporali.  Rintracciate, e perdute, nell’atto infinito del volo.

***

(Qui è possibile leggere un altro racconto di Ivano Mugnaini.)

7 pensieri riguardo “La Congiura dei Pazzi – di Ivano MUGNAINI”

  1. Nei tuoi ci sono anche i miei, Nadia: è veramente uno scrittore di grande valore, splendidamente appartato e coerente, lontano da ogni forma di presenzialismo.

    fm

  2. Complimenti sinceri, caro Ivano, il tuo racconto così intenso ha la perfezione di un meccanismo in cui niente va tolto o aggiunto.E, malgrado l’intensità-o forse proprio per questo- scorre via che è un piacere.
    Grazie per questi bei minuti di lettura
    lucetta

  3. Della scoperta di Simonetta si è giovata una scrittrice (e storica) spagnola, Susana Fortes, che ha scritto per la casa editrice NORD il romanzo “Quattrocento”: un successo editoriale, sembra. Io amo il Barocco in arte ma lo detesto in letteratura; tuttavia il libro ricostruisce, in sovrabbondanza di stile, la congiura dei Pazzi, indicando alla fine nel Duca di Urbino il supremo artefice. Devo dire che la Fortes cita Simonetta. Ivano Mugnaini è molto bravo. B. di G.

  4. Racconto bellissimo, vertiginosamente in bilico, come uno dei protagonisti, tra cielo e terra, realta’ e invenzione, cronaca e creazione, spazio e tempo.
    L’ironia, attribuita nel racconto allo studioso Simonetta, percorre tutta la scrittura, ed e’ un’ironia sottile e garbata, ma getta raggelanti lame di luce su sentimenti, impulsi ed ambizioni riposti nelle pieghe piu’ fonde dell’animo umano.
    I personaggi, e le loro vicende personali, inoltre, si svolgono secondo orditi sottili, quasi invisibili, ma intrecciati con rigore geometrico secondo rapporti di simmetria (Simonetta viaggia nel tempo, Frantisek nello spazio; Simonetta ottiene una vita illustre approfondendo la conoscenza di un fatto di sangue, Frantisek va incontro alla morte dopo aver conosciuto una relazione di amore, l’uno e’ inseguito dalla gloria, l’altro la insegue, l’uno vede cio’ che gli altri non vedono, l’altro non vede cio’ che probabilmente tutti gli altri sannno). Mugnaini disegna due itinerari esistenziali che sono un po’ gli archetipi della vita umana, e le due facce inseparabili della sua essenza tragica. Grazie davvero per questi minuti di buona lettura.

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