Tecniche di spaesamento – Inediti di Roberto CECCARINI


(Francesco Casorati, Controluce, 1988)

               Da: tecniche di spaesamento.

 

come camaleonti mutare pelle – trasformarsi.

ci vestiamo con i panni degli altri. perduti nelle strade
degli altri. tra case anonime e bianche. a cercare un vincolo.
“un luogo della terra”. un qualcosa da assomigliare, non per
qualche muta libertà, per qualche piazza Tienanmen…

*

all’inizio ci concentrammo sulle case:
il danno del tempo scivolato sopra.
poi l’insegna d’ un bar lampeggiò come un abbaglio.

*

siamo entrati nelle pieghe dei viali
con la precisione delle mattine
leggeri come raggi di sole, annusando
tutti gli angoli, disinvolti come cani
senza guinzaglio, senza padrone.

*

stavamo in un posto che non si conosceva
catapultati dal flusso d’ una migrazione.
                                      migravamo,
stretti l’uno all’altro, affiatati e nomadi:
il bianco col bianco, il nero col nero.
mediamente riconoscibili. si galleggiava,
                                      allontanandoci
nel deficit d’una tecnica di spaesamento.

*

una luce gialla. una luce viola. nuca. poi, fronte.
le donne rimasero sull’orlo d’ un orgasmo.
rosse come carni sudate in un metro di stanza.
sembravamo stare dentro un tubo di scappamento,
lo scolo d’ una grondaia. in pancia all’ inferno.
si rideva qualche volta. non ci si faceva caso,
sprofondavamo liquidi nel buio,
acquattati come eravamo nella sciagura.

di colpo eravamo tutti impiastrati
dalle luci del porto di Stavanger
tanto da sottrarre alla memoria
i passi cadenzati e ingombranti
di pomeriggi meridionali.
per un attimo ci sentimmo nordici,
nel pieno silenzio boreale,
in una contemporaneità
apparente, un sonno franto,
                          profano.

*

come in mezzo ad un turbine
barcollavamo tra la V° e la VI° strada
con uno squarcio nella testa,
un’infilzata di sole che scappava
fuori dal saliscendi dei grattacieli.

poi un’avaria nel motore,
una fuga di memorie
e te che tra tutti, miracolata,
pronunciasti un nome, una visione,
mentre ci trascinavano via dalla metropoli.

*

si va per scomparire
finché una strada ci riporta in superficie
e ci accorgiamo che tutto è rimasto
pettinato uguale:
i palazzi nel nervo di un sistema,
gli alberi annegati in qualche gorgo,
il movimento di anime chiamate pedoni
e l’inquietudine, quella sana inquietudine
d’ una città invernale che non ha fretta.

 

               Da: “parole per un altro giorno

 

dimmi se tutto questo ha un senso,
raccogliere memorie ridargli luce…

ho preso appunti per non dimenticare.
in questi anni ho appuntato tutto,
la luce dei tuoi occhi in ogni
passaggio del tempo, in ogni sua illusione.
ho scritto anche di quella volta che ci siamo
baciati e siamo rimasti appiccicati,
docili come due chewingum, sotto
un poltroncina del cinema, millesimali.

è come se non sapesse che sono malato,
come chiedere tregua, spandere un’idea
proteggermi ancora.

ma come ci tieni a questa testa:
mi pettini come si fa con un bimbo
inquieto che cerca riparo.
nessuno ci viene più a trovare,
pensano che siamo diventati matti:
la vecchiaia appare come un errore,
una stagione guasta,
una sillaba stringata.
così prima del viaggio ci siamo guardati
nella polpa della luce dove tutto taceva…
un altro spettacolo, il volo
imprudente dell’abbandono

*

ogni vecchio oggetto, ogni segno del tempo
nella casa (nascita – morte – resurrezione)
è pregno dei nostri sguardi sbrandellati.

noi non sappiamo se fuori stanno
bombardando,
quale direzione prendere,
                                quale riparo.

tutto s’aspetta come un quadro da compiere
nonostante una parte di noi parta.

(e se dormissimo ancora non saremmo più felici?).

fissare là fuori fissarsi che le macchine
sono ferme in sosta sotto casa.
non terminano oggi la loro corsa,
attendono qualcuno da prendere e
portare altrove, fuori ogni destino,
ogni casa che non custodisce.

*

se vengono le parole
lasciale
cadere nelle mani
purché tutto appare
dopo il volo,
il lampo generato,
dopo il calvario,
i suoni delle cornamusa.

non faremo altro che ascoltare
lo sfregarsi delle divise.
i buchi da dove guarderemo
saranno i nostri occhi
qui, dove si cerca un battesimo,
e ritrovarsi è un domani
che volevamo.

***

 

Da: Roberto Ceccarini, Giorni Manomessi, Prefazione di Giacomo Cerrai, Forlì, Editrice L’arcolaio, 2008.

 

venne l’ora delle scelte difficili:
quelle dei denti addentati alle giacche,
di giorni fucilati dall’oppressione dei vivi.
che le gambe diventarono zampe,
i baci sputi, i cazzotti pugnalate
tignose all’andatura delle cose;
e le cose, che molte volte hanno
un nome, restarono sommerse
nella storia, smarrite nei bauli
epocali di silenzi da dopoguerra,
nelle fiamme alte degli stenti,
nelle albe approssimative
di giorni spauriti
finiti dritti dentro l’acquaio.

(Dalla sezione: La guerra sparita)

*

mi chiedo:
in quale fermata ti sarai fermata,
in quale sezione del giorno sarai sparita.
se sono ancora appeso al tuo fazzoletto
spiegato,
a sventolare.
accade allora di vederti sul divano,
oggetto tra gli oggetti della casa.
proiettata verso spazi interni
a grattare solitudini interiori.
poi, ti mordi un labbro, silenziosa
strappi la crosta del pane come se fosse
pelle e non vedi carrellare le nostre figure,
addestrate ad andare lontano, a segnare
tutto il confine.

(Dalla sezione: Collezione privata)

*

è di questo che ti volevo parlare:
di come il tempo serri le fila,
cataloghi i tempi morti,
li metta ad essiccare sul davanzale
materno, mentre tu stendi memorie
ad asciugare e bambini
lievitano come soli estivi,
allargati sul bagnasciuga. e sentire
gli anni, sentirli tutti:
il fruscio, il salto più in basso,
la voce rauca che scèma,
chi trema dietro la porta
e che importa se tutto tace,
quando viene sera
e il sole affoga
e nessuno accorre.

(Dalla sezione: Consuntivazioni /Interni)

 

 

Di seguito, la prefazione di Giacomo Cerrai, la nota critica di Antonella Pizzo, di Francesco Tomada e quella di Viola Amarelli, con ampie selezioni di testi tratti dall’opera.

***

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24 pensieri riguardo “Tecniche di spaesamento – Inediti di Roberto CECCARINI”

  1. ho letto giorni manomessi von grandissimo interesse, un libro che cresce passaggio dopo passaggio, svelando una densità importante al suo interno.
    adesso trovo qui alcuni inediti che ho letto troppo poco per comprendere, mi ci vorrà più tempo. ma mi pare che la scrittura di roberto abbia acquistato una sua riconoscibilità che non deriva dal ripetersi, anzi, ma dall’avere scavato una strada come conseguenza del proprio percorso.

    non si fanno classifiche. allora dico solo che per tensione etica e umana roberto è una delle voci più significative che ho scoperto negli ultimi tempi.
    un caro saluto a lui, ed al padrone di casa.

    francesco t.

  2. ritrovo negli inediti le peculiarità della poesia di Roberto: la vena civile che si intreccia a uno “spaesamento” dell’alienazione (risalendo , per li rami all’ermetismo da un lato e alla fenomenologia esistenzialista dall’altro), peculiarità che acquistano sempre maggior consapevolezza stilistica ed esiti più maturi. Di “Giorni manomessi” non posso non rimarcare la bellissima sezione iniziale su “la guerra sparita”, un caro saluto a Roberto e ai due Francesco, V.

  3. Leggerò a breve “Giorni manomessi”, ma intanto questi inediti mi piacciono, a cominciare dai primi versi:

    “ci vestiamo con i panni degli altri. perduti nelle strade
    degli altri. tra case anonime e bianche. a cercare un vincolo.
    “un luogo della terra”. un qualcosa da assomigliare, non per
    qualche muta libertà, per qualche piazza Tienanmen…”

    Tra il profetico e il visionario diremmo queste immagini forti di regressione ordalica dell’umanità, al capolinea di un processo di spersonalizzazione, prima, e omologazione poi; in realtà siamo già dentro questo scenario, almeno in parte; le grandi città si somigliano un po’ tutte, ormai (qualcuno lo lamentava di recente a proposito di Praga), e così i comportamenti dei singoli, che sappiamo da tempo.
    Lo sguardo, da una dimensione più intima e raccolta, va spesso alla ricerca dei fili sottili della storia collettiva, e delle ragioni, dei presupposti, delle sue ricadute nei destini dei singoli, e viceversa.
    Molti auguri a Roberto, un saluto a lui e a Francesco.

    Giovanni

  4. Ci sarà sicuramente, come dice Giovanni Nuscis, un discorso sulla spersonalizzazione e globalizzazione. Camaleonti comunque lo siamo sempre stati, è il modo con cui ci adattiamo, sederci a guardare un film e decidere chi siamo. Versi molto belli.
    Abele

  5. innanzitutto va un grande grazie a Francesco, per lo spazio concessomi e i rimandi di altri su “giorni manomessi”. grazie di cuore.
    poi saluto con affetto Viola, Francesco per le ulteriori parole…
    e Giovanni che coglie il “processo di spersonalizzazioe e omologazione” il fulcro di “tecniche di spaesamento”.
    vostro,
    roberto

  6. E’ sempre un piacere leggere e rileggere le poesie di Roberto Ceccarini. Io poi ho sempre un debole per la poesia “civile” ma Roberto sa anche ben dosare anche il lirismo, fondamentale nel suo percorso credo.

    Un caro saluto

  7. Ringrazio anch’io tutti per i commenti che avete lasciato e Roberto per essere qui su queste pagine.

    Una piccola nota sui links, visto che Roberto mi fornisce un aggancio in questo senso.

    Sono una caratteristica di questo blog, e vogliono continuare ad esserlo: il modo che trovo, stando in rete, per manifestare apprezzamento, e soprattutto “rispetto”, verso il lavoro degli altri. Lo fanno in pochissimi, la maggioranza è tutta intenta a rimirarsi l’ombelico e a guardarsi bene dal pagare i “debiti” (furti e plagi compresi). Ma io vado per la mia strada, e non me può fregare di meno: se trovo “qualcosa” che, secondo me, ha valore, la rilancio, dando la possibilità, a chi magari non la conosce, di fare la mia stessa “scoperta”.

    E’ un atteggiamento che una volta si sarebbe definito “etico”, un modo per far circolare la “buona” poesia (almeno me lo auguro), argomento di cui ultimamente si parla, e si blatera, tanto, solo per scoprire che la poesia a cui si fa riferimento è la propria e quella degli amici del quartierino.

    Un saluto a tutti, e un grazie ancora a Roberto, con l’augurio che il “corsaro rosso” continui a correre e a esplorare sempre nuovi mari con la sua scrittura.

    fm

  8. sottoscrivo anch’io, abbasso i quartierini :-) e le confraternite e le feste in cui non sei mai invitato o se lo sei ti lasciano in un angolo a fare tappezzeria o a cambiare i dischi nel giradischi. ma ora che i giradischi non ci sono più quelli che fanno tappezzeria cosa fanno? quelli che cambiano i dischi ora hanno fatto di necessità virtù e si chiamano dj
    ma poi perchè corsaro rosso? sai che non l’ho mai capito?
    Mi fa piacere leggerti qui e leggere i tuoi inediti. è vero ciò che dice luca, che sia dosare il civile e anche il lirismo, perfetto equilibrio di sapori. un caro saluto a tutti e in modo speciale a te e al padrone di casa. buona poesia! antonella

  9. con vivo interesse ho letto questi inediti
    … una dimensione che riconosco a pelle
    dato che le terre dello spaesamento
    ci accomunano.
    trovo la scrittura di roberto
    estremamente convincente ed attuale
    .un tratto che si lascia prendere e ci prende

    un saluto .toninovaan

  10. su consiglio di toninovaan ho letto con vivo interesse le poesie di roberto ceccarini…le terre dello spaesamento, così ben percepibili, ci vedono nella ricerca comune di un …sentiero di verso…e questo ci aiuta ci fa ben sperare in… scritture altre…e ci fa sentire meno soli

    un saluto
    enzabbate

  11. red le comparsate le avresti fatte comunque perchè le hai nel sangue
    :-)))) a parte gli scherzi, è vero che ci conosciamo da tempo immemorabile. prima ancora che nascesse il blog letterario collettivo poetienon su splinder. allora i blog collettivi letterari erano una rarità. baci a te

  12. stanze, strade, muri, case anonime, migrazioni, scoli di grondaia..roberto continua a esplorare, con uno stile che ormai ha identificato, un paesaggio urbano che non è nemmeno metafora del mondo perchè “è” il mondo, un mondo che lui contribuisce poeticamente a spopolare degli altri, forse perchè per lui non offre molte speranze ed è già abbastanza apocalittico così (le “anime chiamate pedoni” mi ricordano le ombre stampate sui muri di Hiroshima), o nella migliore delle ipotesi, come dice Nuscis, è un enorme “non luogo” in cui la lotta è recuperare la propria identità.
    Anche qui Roberto lavora su un doppio binario, come in “Giorni manomessi”, uno pubblico, esterno e uno domestico, in cui forse si esprime con più cuore: “ma come ci tieni a questa testa”, ad esempio, è proprio un bel testo, lirico e affettuoso.
    Due parole a Francesco: questa tua sensibilità “etica” o il rispetto che hai per gli altri e il loro lavoro si vede e si sente ed è una delle componenti essenziali della stima che ti meriti
    un abbraccio a tutti
    G.

  13. ringrazio Tonino che definisce la mia scrittura attuale, lo percepisco come un complimento ed Enza Abbate: fa sempre piascere ricevere complinmenti da qualcuno che non conosci.
    e ovviamente ringrazio Giacomo, amico e prefatore di “giornimanomessi”, che non perde il “vizio” di leggermi. mi è piaciuta molto la similitudine tra pedoni e “ombre stampate sui muri di Hiroschima” e il richiamo alle parele di Giovanni dove parla di ” non luogo a recuperare la propria identità, dopo averne cercate delle altre, aggiungo io.
    e capita, ma succede raramente, che il cercare ci fa incontrare qualche pulzione umana:

    a volte succede,
    che negli occhi della gente ci vedi un lampo
    un tentativo di connessione,
    forse anche un’ispirazione.

    roberto

  14. …e che importa se tutto tace,
    quando viene sera
    e il sole affoga
    e nessuno accorre.

    Desidero fare i miei complimenti a un autore che, purtroppo, non conoscevo, e un grazie a Francesco per avermi dato la possibilità di leggere testi notevoli.

    un caro saluto a tutti
    jolanda

  15. Naturalmente l’editore è contentissimo e confortato, nelle sue felici scelte, dal consenso di molte altre persone. Buoni inediti, Robi. Vuol dire che tra un anno e mezzo tornerai tra le mie grinfie.
    Un abbraccio a te, uno al caro Francesco e un terzo ai presenti commentatori.
    Tuo/Vostro Gianfry

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