Per sopravvivere in punta di penna – Lucetta FRISA

Da: L’ALTRA, Introduzione di Attilio Lolini, Lecce, Manni Editore, 2001

Chi nasconde il folle che ha in sé, muore senza voce.
(Henri Michaux)

               Quale lingua, quale paese

Battere lingua in tutti i punti del palato labbra
contro labbra dente impastato a sale risuonare
vocali in alta e bassa estensione accogliere nello stomaco
il suono e masticarlo in parole morderlo
inghiottirlo per schizzargli fuori la vita
suono che riporta parole perdute per anni
dette ridette scritte riscritte
nell’aria che oggi è qui
– con quali parole posso ricomprarmela? –
Nessuno cammina sulla mia aria facendo miracoli
finché la testa dirà alt
alle parole
non si passa più
alle mie parole frullate alle altre
bla bla bla
in un’unica lingua di morto o folle.

*

Impazzisci, impazzisci –
è una questione di millimetri.
I pensieri sotto il respiro
l’occhio sottoterra
non resistono più di tanto
– se ne vanno.
Che aria tira nella mia nicchia
nel pianto
tra le parole terapeutiche
che aria c’è?
Voglio un luogo di pace nella mia pelle.
Nessun luogo è beato – mi dici –
si tratta solo di scegliere tra inferni.

*

Scrivere è un assassinio,
quando non ci restano
che gesti silenziosi
gentili
gentilissimi
     per sopravvivere in punta di penna.

 

               Le mie poesie non sono animali

Portatemi via conducetemi disse alle parole
che la attendevano scalpitando davanti alle porte spalancate
e chiuse gli occhi
e partirono verso un’altra lingua che non si poteva raccontare
o raggiungere,
forse solo dentro il sogno di un cane.

*

Se fosse in fondo alla sua pupilla, potesse entrarci
come entrano i morti nell’aldilà
chiedendo perdono o inchinandosi
al mistero di essere ammessi,
come la luna in volo sottoterra
lei con le frasi vola e con la spiga
in bocca si volta e sente
nei gesti stranezza sente
minerale e linfa tremare;
se veramente
entrasse in fondo a quella pupilla,

     sarebbe brivido e sapienza.

*

Febbre spavento nei passi degli animali
quelli sottili che sanno fuggire e hanno l’aria
con loro e si portano dietro l’ombra come
un guizzo un fruscìo
e sono già via.
Conosce
un punto del tallone che preme sull’angoscia
nell’alfabeto una fitta
che storce incrina un bell’osso dritto
nato per reggere un corpo elastico in corsa
lei ringrazia
per averle detto che non poteva
non poteva più credersi eterna e solare
sarebbe come scrivere poesie classiche
con rime baciate e endecasillabi di marmo e
continuare a prendere sul serio un travesti
ora invece
ha febbre e paura la sua ombra incespica
la parola in gola la strozza e scaccia
dagli occhi il senso moscone fiacco e lei
è vecchia carcassa o gazzella ?
ditelo voi
a quale specie appartengono i suoi versi.

*

Se avesse un dono
per strisciare biscia a terra
amore avesse come a piedi nudi si va
verso un tempio o gli uomini
Dio avesse
follia avesse
voragine nello stomaco affamato di esistere
esistere anche nel buio con le labbra morsicate
(ricorda solo scene d’infanzia come sogni)
avesse il dono della realtà
e volesse incendiarla
non lasciarla mai illesa, mai in pace
quando era viva con la sua prima parola
la sua prima poesia la sua prima morte
e non così lontana
fatta insensibile dalla malinconia
in una stanza riscaldata.

 

               Otto movimenti

3

Siamo qui e ho messo il dito su qualche puntino bianco
che segnava la galassia nel blu della pagina e dimmi
questa forza unica che si scinde continuamente e
l’idrogeno e l’elio in quale punto del corpo i nessi
delle cose e in questa poesia
vorrei che fossero parole sempre più aperte lo sai
che per me scrivere non è solo scrivere
ma suoni freddi e caldi e la percezione dei colori
un intontimento
e quello che c’è o ci potrebbe essere
cercando di dirlo.

7

In quel biancore di luce giravo gli occhi e
nell’orlo inferiore dell’orbita mentre appoggiavo la testa
sulla tua spalla, c’è un punto esatto tra sguardo e materia
c’è come una deriva ti chiedo se la schiuma
è essenza o nulla se la schiuma
è la nostra grandezza quella che resta
dopo lunghi sguardi stanchissimi, quel capriccio
della natura che siamo noi nel buio
di una stanza o nel chiaro inebriante di una spiaggia quando
qualcosa ci traversa.

8

Se al culmine del giorno o della notte
ci cogliesse una preghiera se il corpo, a certe ore,
si allontana,
se è vero questo, se scrivere è
rovesciare l’occhio indietro allora
          visioni
esploderebbero nello stomaco nell’orecchio
forse ci sarebbe letizia
vigilando il mondo nel punto del suo letargo
vigilando in preghiera
          nel vuoto
forse
grandezza ci sarebbe.

 

***

 

Da: SE FOSSIMO IMMORTALI, Postfazione di Mauro Ferrari, Novi Ligure, Joker Editore, 2006

 

scissura

in quella abbazia nella conca del prato
i mistici
hanno coperto il vuoto
di pietre canti altari colonne
alzato luce con uomini buio con pietre:
tutte hanno un compito diverso di preghiera.
Dimmi in quale tastiera si può trovare
in quale parte del cervello
trovare una nota lucente
pietra di tempio voce di morto.
Cosa c’è in mezzo al cranio?
Una scissura – hai risposto –
dove le fibre si intersecano:
fibre con note vuoto con fiato
muovono
lampi nella notte.
Tutto prega la tenebra

Se qui non ricade
il canto dove va?

 

               se un animale

se un animale soffre
è nell’inferno dei bambini
che non parlano a nessuno
non sanno farsi domande
hanno corpo e lingua intorpiditi.
Se un animale soffre
sta nella parte assorta dell’ignoto
le sue afasie
somigliano al nostro modo di morire.
Il dolore del bambino è il primo strappo
lui deve crescere
verso il dicibile e il suo malinteso
bussare ai muri
truccati da cielo.

 

Autoritratti diurni e notturni

 

Prologo

sono sdraiata di fianco su un’urna etrusca
sotto di me le imprese la mia cenere
a bassorilievo sul materasso
ditemi cosa raffigurano
in questo risveglio non c’è differenza tra le mie e le vostre
tutti abbiamo avuto capelli naturali un padre
dispiaceri amoretti qualcosa da fare ansie e certezze
tutto si addensa in questo groviglio di chiodi
che accoglie il mio corpo ritornato
dai viaggi soffici della notturna sapienza
io ogni mattina me li dimentico
mi guardo in giro con i miei occhi di terracotta
mi alzo sono verticale e respiro.

 

Terzo autoritratto notturno

mi vedo camminare nel mio lungo corridoio
senza scarpe a testa bassa congedandomi
dal giorno schiacciandolo coi piedi e in pochi passi
saluto tutti i bei luoghi non visitati
creature e cose amate non amate poi mi siedo
sulla poltrona di mia madre a sentire il suo odore.
Mentre cammino cammina anche il mondo
sento intorno il suo fremito
storie intrecciarsi con il loro fracasso
e un punto esatto di quella strada diventa un fosso, si spacca
il bel pavimento a cera ma io non volo giù, resto lì in piedi.
So che in fondo al corridoio lo specchio al buio continua
a raddoppiarmi sdoppiarmi e fa di me ciò che vuole ma
io non lo guardo mi vedo mentre non lo guardo guardandomi
muovere i piedi.

 

quinto autoritratto diurno

ogni mattina ho il compito di rifare il mondo.
Ripeto ciò che gli dèi fanno con gli uomini
dopo la notte, li rigirano al rovescio
li sbattono nell’aria fredda li scrollano
dei sogni per prepararli all’altra vita.
Rifaccio il letto lentamente la lentezza
rallenta il laccio allunga l’aria della ricreazione
le nostre lenzuola sono azzurre le stiro con le mani
per una pelle giovane bisogna stare attenti
a non venarla raccontando fiabe
fino a stanotte quando torneremo
a disfare il letto la verità la sua stanchezza
a cullarci in quel mare terrestre a dirci
tutte le altre storie
fare pieghe su pieghe.

 

quinto autoritratto notturno

se scrivo è per trovare un angolo notturno
mi ci accomodo
chiudo le stanze affollate accendo luci
nella più antica e verde
come nel film di Truffaut.
I morti mi ascoltano pensare spiandomi
in bilico tra nuca e pagina: poi rimescolano
i miei pensieri al loro vuoto come le streghe
di Macbeth e frasi virgole sospiri afasìe
cadono dentro il borbottìo qua e là
e ci spartiamo – da complici – l’intruglio.

 

ottavo autoritratto diurno

qualcuno bussa alla porta mi ucciderà
chi diceva che conoscere è morire chi diceva
che non sapremo mai chi siamo e specchiarsi
attendendo nomi dagli altri occhi è attesa
di cancellazione. Ma di giorno
apro la porta a tutti poi li lascio a parlarmi sulla soglia
ci sono ancora le soglie del mattino le ringhiere
l’io e il tu e il noi – quando sto bene e il cielo è chiaro –
la mia casa addormentata e quella ansiosa e
questa terra e il mare non seguono segnaletiche
ma nuvole che diverse l’una dall’altra nascono
e i becchi degli uccelli il pelo dei gatti i tetti e i vari dolori
sebbene sia notte e sebbene sia giorno
tutte le sfumature di ogni umana voce.

 

nono autoritratto notturno

l’aria del buio
ipnotizza rimorso e nostalgia
una forza tranquilla emana da un centro
fermo o che credo lo sia
forse è un pensiero vertebrale
che mi fa stare
sveglia e diritta in me.
Battito di stelle contro il cielo:
se è figura di un sogno sparito
che ha sognato se stesso
tutto riporta a un padre illusorio
e al mio respiro orfano.
Ti prego, fammi credere di esserci
– senza lacrime lo dico –
credere che tutto è vivo
scorre si muove domanda non dà pace
credere che anche le cose morte
di notte si vestano di un corpo.

 

***

 

Due inediti

 

Meeres stille

la meditazione è una luce bianca
in un punto della tenda di questa camera
la stessa che c’è al mare quando
mi costringe ad abbassare gli occhi.

Il bianco non è la verità ma invita
a perdersi e ritrovarsi in un solo punto
infanzia e vecchiaia parola e foglio
naturali come una goccia di pioggia.

Ma tenere la misura è difficile:
dopo iniziamo a dissiparci
e invochiamo Dio per un mal di testa.

Hai il cuore pigro – mi dici.
Sono sempre stata così?
e metti su un vecchio disco
di Fischer-Dieskau che canta

Tiefe Stille herrscht im Wasser
Ohne Regung ruht das Meer
Und bekummert sicht der Schiffer
Glatte Flache ringsumher.
Keine Luft von keine Seite
Todesstille fürchterlich!
In der ungeheuern Weite
Reger keine Welle sich.

Una melodia sotterrata
una tenda appena mossa
la calda vita non c’è mai stata ma domani
mi vestirò di rosso
balleremo il flamenco
urleremo alla luna insieme ai cani.

 

la mer

stanotte il mare
dilaga schiuma urla per essere ascoltato.
Da questo insicuro sgabello mi dimostri
che il mare sta qui con noi non si sa
se a sfidarci o proteggerci.
Chi veglia questa casa l’universo i morti e noi
qui rifugiati,all’asciutto ?
Crescono le onde
la schiuma lascia doni ai piedi che subito riprende.
Sento la casa fredda dappertutto.
Libeccio o maestrale non importa: il mare
di fine estate è quello di Debussy.
Verrà il grecale del nord-est
a trapassare l’osso con spilli mortali
quante cose ci sono a nord est – pianure secche
la mia tempia che duole Trieste il radiatore
tutte le finestre sfiorite la tramontana
che limpida mette la fronte contro il gelido azzurro
ci serra il labbro -tutto è metallo-
nessuno ha voglia di parlare ma è bello
il puro severo Nord che spoglia
come l’ebbrezza penitenziale dei monasteri.
Gli scontri umani avvengono in alto dice Lucrezio
tutto si genera tra masse potenti di nuvole
fame e desiderio principio e fine di storie e stelle.
La tramontana sull’acqua è fremito ma sulla pelle
è ruga, dico, e tu sulla minitastiera simuli
la furia marina in questa notte ancora estiva ma perdonami
se penso solo alla tramontana buia.
Mai mettersi in mare dicono i pescatori le barche
si rovesciano i pesci affondano la caligine si conficca
i piedi perdono i passi nessun vecchio marinaio
ritorna a raccontare neppure si riesce a dormire
tra le coperte neppure in sogno si fugge e il cane
invecchia di colpo.
E’ questo il vento chiuso nella casa ?
Che bravo sei- ti dico-e applaudo alla tua bravura.

 

***

 

Nota biobibliografica

Lucetta Frisa è nata e risiede a Genova. E’ poeta e traduttrice.
Tra i suoi più recenti libri di poesia: La follia dei morti (Campanotto,1993), Notte alta (Book,1997), L’altra (Manni,2001), Disarmare la tristezza (Dialogolibri, 2003), Siamo appena figure (GED,2003) e Se fossimo immortali (Joker,2006).
Ha tradotto Emily Dickinson, Henri Michaux e due libri di Bernard Noêl (Artaud e Paule, 2005 e L’ombra del doppio, 2007), entrambi per la collana “I libri dell’Arca” delle edizioni Joker, di cui è curatrice insieme a Marco Ercolani.
Collabora a diverse riviste come “La mosca di Milano” e “La clessidra” ed è presente in antologie, tra cui Il pensiero dominante (a cura di Davide Rondoni e Franco Loi, Garzanti, 2001), Trent’anni di novecento di Alberto Bertoni (Book,2005), Altramarea a cura di Angelo Tonelli (Campanotto, 2006), La poesia erotica contemporanea (Atì, 2006) e Voci di Liguria, a cura di Roberto Bertoni, (Manni 2007). In coppia con Ercolani, scrive libri di storie immaginarie e non, come Anime strane (Greco&Greco 2006).

***

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28 pensieri riguardo “Per sopravvivere in punta di penna – Lucetta FRISA”

  1. Si legge il dolore e l’impotenza della scrittura che chiede di venire alla luce.
    La creazione si distende in gesti semplici e intimi.
    Una lettura parziale, un rilievo minimo in testi completi e complessi.
    Complimenti.

  2. “ogni mattina ho il compito di rifare il mondo.”
    A volte penso proprio che scrivere sia questo e va bene che somigli a rifare il mondo con il lavoro di ogni giorno, con l’attenzione alle cose minime e agli affetti.

    Vorrei commentare più estesamente questi bellissimi testi, ma il tempo e gli impegni urgono. Posso dire che vi sento una tensione etica che impegna i versi a un compito non facile, ma riuscito, tra forma e contenuti.
    Complimenti di cuore.

    E mi riservo una ri-lettura con la dovuta calma, stampandoli.

  3. conosco poco la poesia dell’Amica Lucetta frisa anche se ho letto con interesse suo testo raffinatissimo scritto in buona compagnia del Compagno Marco Ercolani ma direi che le trovo dense di femminile_sentire e scritte con rara intelligenza.. con la stima sincera che nutro per Lucetta mi sento di dire, semplicemente, che sono orgoglioso che questa Coppia altamente creativa abbia aderito partecipato alla iniziativa estravagante di ex libris..
    roberto matarazzo

  4. è come se Lucetta si rivolgesse al lettore, all’interlocutore chiedendo se ha ancora senso, nell’oggi, la funzione della Poesia; nel tempo della straniazione, del distacco violento e vile, nel colpevole disinteresse a tutto ciò che è espressione artistica che non contempli gli aspetti mondani in luogo di quelli intrinsechi. E lo fa esaltando, della poesia, ogni sua manifestazione ed ogni suo senso. Ci parla, quasi extra-testo, perfino dell’aspetto fisiologico della scrittura; ne mette in luce le tortuose percorribilità mostrando le molteplici varianti tematiche intorno al tema prioritario, la cogenza che si fa domanda e tensione salvifica. Il tutto, in una tensione linguistica che non conosce cadute o tentennamenti.
    Grazie a Lucetta per questa sua ulteriore, alta prova. Grazie all’amico Francesco per le sue sempre felici intuizioni.

    mirko servetti

  5. comincio a ringraziare i visitatori dei miei testi così gentilmente ospitati da Francesco Marotta che ho sempre letto con piacere ma mai avuto occasione di conoscere personalmente. Ma accadrà, destino volendo.
    Quindi ringrazio lui, per primo e successivamente:
    Liliana – che sottolinea la tensione dei miei versi. Un apprezzamento che gradisco molto dato che per me la tensione nel testo è simile alla colonna vertebrale che, se vacilla, tutto si affloscia…

  6. Ringrazio Michele Marinelli che si esprime con una preferenza. Significa che ha letto tutti i miei versi qui postati . In poche parole, gli ha letti veramente! E’ una realtà che qui sembra lapalissiana, ma non è così.

  7. Ringrazio Paola Renzetti che ha rilevato,nelle mie poesie- forse in particolare ne L’altra- il dramma della parola e lo spirito metapoetico che pervade tutto il libro. Il testo è l’autore e l’autore è il suo testo insieme alla propria biografia…

  8. Grazie anche a te, Alberto
    E a te, cara Nadia Agustoni.Mi fa molto piacere tu sia intervenuta a leggere i miei versi.Sai quanto mi hanno sempre interessato i tuoi. Stima reciproca.
    a presto rileggerci
    lucetta

  9. Viola cara, grazie 1000 anche a te in nome del nostro amore comune per il grande Henri Michaux…Graditissima la tua visita, a presto re-incontrarci , spero
    lucetta

  10. Apprezzo molto il tuo commento, caro Mirko, come tutti i tuoi commenti, in genere, sulla mia ( e non solo mia) poesia.
    Per me ha estrema importanza anche il bàttito del ritmo, dei ritmi , che variano come quelli di una partitura musicale.
    Si, l’aspetto fisiologico,dici, e quel volere andare sempre “oltre” ma anche…”prima”, prima della parola, solo al suono, insomma, all’origine o alla stessa sua illusione.
    Confesso che mi è molto difficile parlare della mia poesia, mi limito a ringraziare chi la legge sperando di avergli comunicato qualcosa di nuovo, una piccola emozione ( ma non solo viscerale) in più. Per il resto, so di dire cose scontate.

  11. Ringrazio tutti per i commenti e Lucetta per essere qui con i suoi testi e la sua presenza. Ne acquista in ricchezza, in tutti i sensi, la dimora.

    Un caro saluto a tutti.

    fm

  12. Lusita tesoro, ma che belle le tue poesie! Da totale profana ho letto e riletto ritrovandomi molto, ulteriore conferma che le nostre sensibilità coincidono, siam della stessa razza, via. T’abbraccio con tanto affetto. Ciao stregona

  13. GRAZIE, Blumy per la tua costante attenzione( e affezione) ai miei versi. Se lo desideri, ti invierò “Se fossimo immortali”.
    un abbraccio
    lucetta

  14. Grazie, Lucetta, per la tua preziosa presenza qui. A presto.

    Un caro saluto a te e a tutti gli intervenuti, soprattutto quelli che leggo qui per la prima volta.

    fm

  15. Liliana ha commentato alludendo giustamente (tanto più che Frisa ha apprezzato il commento) alla tensione che c’è nella poesia di Lucetta, ecco questa tensione la trovo quasi “insostenibile” negli Otto Movimenti. Per me le poesie più belle della bellissima raccolta presentata da Francesco. Qui c’è il poeta e la sua materia nel tentativo, così mi appare, di staccarsi in modo quasi rotatorio l’uno dall’altro, cè insomma un movimento, appunto, tondo di forze, una elasticità di immagini che fanno dire “ecco, è così!” Lucetta, come sai, vorrei conoscere altre cose tue.
    Complimenti! Cristina

  16. Cara Lucetta, sai che sono niente, nel mio modo avverto che la tua poesia è viva e mi emoziona. Nel mare di parole in versi c’è un’anima che palpita. Tornerò qui a rileggerti e a leggere i post di questo interessante blog.
    Sandra

  17. Grazie, Cristina, del bellissimo commento , ci tenevo tu leggessi qualche verso mio, e Grazie a Sandra(sempre modesta e sempre tesa al cuore delle cose). Credo che chi vive per la scrittura e la parola , riversandosi disperatamente in essa, abbia trovato il proprio modo di sopravvivenza, la propria precaria autoillusione da alimentare quotidianamente…In fondo, per noi, -almeno per me- non esiste qualche altro fantasma amoroso altrettanto assoluto e onnivoro.
    lux

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