Il libro dei doni – Capitolo III, 1

Poesie sono anche doni.
Doni per le creature attente.
Doni carichi di destino.

(fm)

Luca PACI   Ivano FERRARI
Gianfranco FABBRI   Luigi NACCI   Ranieri TETI
Patrizia VICINELLI   Gabriele PEPE

 

Il libro dei doni – Capitolo III, 1

 

Luca PACI
[da: Visioni dalla gabbia, inedito, 2007]

 

I

Ritorna alla cappa e alla durindarda,
al mantello smangiato dalle tarme della lana.
Ritorna al catino da barbiere che usò per elmo
o coppa o usbergo nelle circostanze estreme.

Tutto è utile nel pericolo estremo.
Dalle prese di posizione, dall’assurda
istigazione d’un argomento
per vincerlo non importa se
si perde l’anima nel processo.

 

II

A rebour nella storia della memoria,
anch’essa copia della memoria
d’un altro cavaliere letto di sfuggita
durante lo sfogliar del tempo
nella biblioteca di fronte
all’Hotel “Notte dei cristallli”.

Un grido, anch’esso prestato
dall’originale copia del grido
campionato per l’occasione
in cui s’attesta con certificato
stampato e autenticato che qui
si tratta appunto dell’originale
Copia, mentre l’esemplare
copiato è stato perduto.

 

III

Questo il pensiero di Alonso
Chisciano, prima che il barlume
della coscienza gli sconsigliasse
l’assurda mossa del rinsavimento
ma era tardi ormai. Il lettore, mio
ipocrita lettore aveva già ipotecato
la fama assurda del cavaliere
dalla trista figura.

 

IV

Eppur si muove, eppure.
Il ritorno dell’uguale,
l’eterno ritorno del presente.
Riproporsi degli eventi
in una gabbia costante
d’immedesimazioni.
Liquefarsi del medesimo,
perdersi dell’uguale.

 

V

Riproporsi a guise diverse
ma in sostanza sempre identiche.
Questo è il segreto mistico,
semplice ed orrendo del cosmo:
una sola ineccepibile, ineguagliabile,
suprema, superna legge. Il Medesimo.

E tutto questo affaticarsi degli elementi,
dal mitocondrio all’uomo passando
le disparate variazioni d’esistenza,
tutto questo un alibi grossolano,
tentativo fallito in partenza
di contraddire la regola aurea
col suo corollario necessario:
il fatalismo. Non leggere,
non pensare questo pensiero
inospitale che contraddice
la natura libera dell’umano.

 

**********

 

Ivano FERRARI
[da: Macello, 2004]

 

E’ fuggito un toro nero
erra sul cavalcavia
impaurendo il traffico,
lo ricorriamo
impugnando coltelli
bastoni elettrici e birre
corre si ferma torna
arrivano i carabinieri coi mitra,
ora è steso su un velo d’erba
e sussurra qualcosa alle mosche.

 

*

 

Oggi la morte è materna
vitellini impestati dall’afta
le corrono incontro affettuosi.

 

*

 

Tra il fecaio
e l’inceneritore
crescono dei fiori
margherite evacuate dalla terra
soffioni che sembrano sputi
papaveri notevolmente pallidi.

 

*

 

Sventrate intere famiglie
oggi
lunedì di intensa macellazione.
Una vacca ha partorito un vitello
negli occhi la paura di nascere
il foro in mezzo il nostro contributo
a tranquillizzarlo.

 

*

 

Nuvole che scoppiano
come tane malscavate
borchiano la città
con gocce nere
cremato un agnello da esperimento
fetore di cielo.

 

*

 

A qualche centinaio di metri
passata la forma fresca del prato
e dopo case dagli occhi spenti
si trova il cimitero degli umani
dove c’è carne che non sfama.

 

*

 

Niente addobbi viola
le croci coperte dalle tute sporche
l’incenso deodora altre chiese,
non bruciano candele
solo grasso di cavalli col carbonchio
eppure la santità del sacrificio
avvolge ogni spazio del carnaio
muscoli domati, nervi di scarto
certamente troppo per un dio
con la puzza al naso.

 

**********

 

Gianfranco FABBRI
[da: Stato di vigilanza, 2006]

 

The end

Hai venduto il sistema tuo nervoso.
L’hai dato
via per poco, come se fosse
qualcosa di funesto da tenere.

Ed ora?

Perfetti sconosciuti
ti hanno raggiunto
con chiavi inglesi in mano;

svitata ti hanno
la tua calotta bella:

te l’hanno aperta.
Messe dentro le mani;
tirati su
fili di sangue, melma.

Staccata poi la spina;
spenti i neuroni.

 

*

 

Ti aspettano i tuoi cani,
all’ora stabilita, come se presentissero,
molle d’arrivo, il tuo demonio.
Poi gli assalti nel cono
d’ombra ricoprono l’amore a fior di pelle.

 

*

 

E pensare che ovunque, qui attorno,
si avvolgono gli umori dell’inverno;
e già tu forse avrai, di nuovo,
un altro uomo a cui dar baci
dopo la sigaretta del pranzo.

Ho comprato una gomma
per cancellarti
dal foglio che bene
sta fra le pagine del diario
della nostra esistenza, giù nelle catacombe
di quella memoria che mi pigia la febbre.

 

*

 

L’acqua si riaggiusta,
gocciando lenta dal rubinetto,
come il tocco e il controcanto
di un coro a cappella.

Sei tu che gemi
nelle ossa di una tale
morte apparente?

Tu che ritorni
ad ogni vagito di luna
– ad ogni allarme
sull’alba, ancora lontana? -.

 

*

 

Benedetto tu sia,
giorno che monti sopra l’orizzonte,
e che conduci
l’abominevole colpa del vissuto;
ti ascoltano i piccoli animali
che lasci vivere in te
nel grumo di stagioni, come frutti.

 

*

 

Da quanti punti
mi osservi stasera; e come intendi
incamerarmi nel tuo fondo,
ora che il tempo
mi si riavvolge attorno.
Talvolta,
le voci di coloro
che sono via volati danno
dell’esistenza un quadro,
dolcissimo di fuoco.

 

**********

 

Luigi NACCI
[da: Scarti disumani, 2004]

 

Le nostre madri non ci partorirono
tra le coltri, né tra i drappi, ma in brutte
gualdrappe in groppa ai puledri predati
ai padroni. Poltrimmo per anni e anni
sopra ai pubi dei padri, pudibondi
per le polluzioni puerili. Baldi
non fummo, né belli, né sopraffini.
Blandi sì, blasfemi, mangiabambini.

 

 

Si va in gabbia per boiate, robina.
I bagherozzi sgambettano sguinci.
I guinzagli s’alternano ai bavagli.
I berlingozzi sgargiano sui ganci.
In gabbia guazzabugliano gli abbagli.
Per bazzecole si tengono i bronci.
Gli sbagli si rinnegano a bisbigli.
A ciaccole si va alla ghigliottina.

 

 

Di vitto si vive, non di diritti
civili. Di liquidi, di glucidi,
non ditirambi, odi, brindisi, epodi.
Di viavai, viaggi, vïatici, viottoli,
non di villette, villini, villotte.
Di vecchi vitigni, vini, vigneti,
non di diamanti, diademi, digiambi.
Di indovinazioni, non di dïagnosi.

 

 

A pletore d’applausi diplomatici
predilegiamo i pleniluni. A plichi
pletorici le plumule. A importuni
pluralis maiestatis i plumcàke.
Le plurimplicazioni dei plutocrati
nel plusvalore le sappiamo, eppure –
plateale errore? – quaggù già scalpita
il plumbeo plotone d’esecuzione.

 

 

Il nostro è un clan incline alla clausura
clandestina, una combricola clastica,
una classe di inconcludenti cronici
scevri di disciplina, casi clinici
inclassificabili alla cladistica,
clauneschi, clamorosi, iconoclastici
anticlientelari, anticliché,
un’inclonabile clan demodé.

 

 

Ho trovato una terra trovando i compagni,
una terracuccagna in cui regnano grugni
tragicomici, pugni, sanguigni trastulli.
Qui non c’è terzanella né rogna.
Noi sappiamo schiantarci ma il sogno più grande
è di farla per finta la guerra, in campagna,
a chi spacca più legna senz’ascia e non frigna.
Qui non c’è tremerella né gogna.

 

**********

 

Ranieri TETI
[da: Il senso scritto, 2001]

 

Pneuma

dimora nel lineamento dell’ombra

idolo della veglia in opera
ha per titolo aperti e chiavi
iniziali a darsi incipit d’incognita

mobile dedalo del movimento

uno spazio che sia varianza

aprire strofe trarne resistenze

itinerari e cascami dove distare

 

*

 

ali in metafora di strato e quali aria silenzio
degli oggetti conserti al freddo e non colore
altrove in uso d’olfatto a resti e quanto manca
a lacune nel divario del doppio esito dagli arresti
del calore all’usura di cosa in parola al fondo
bocca e sboccando parole sotto parole in ombra

 

*

 

a luogo e moto sovrapposti intorno scartamenti
declinare che oscilla da distanze vuote demarcato

in evidenza lascia trovano la scia calco o scarto
il gesso di un’orbita tra combustioni trasparire
un fermarsi movimento di foto al dileguarsi voci

cori dalle attese nella selezione tra notturno
e farmaco e luci da un colore a partire sospese

 

*

 

tra materie dette all’afasia un bestiario
per voce femminile in ampex e pause di stanze
questo tempo intorno la parola il suo emisfero
in ombra in continuità di cerchio e orbitale
di scorie questo tempo intorno la parola verso
altro variante per tema uguale nominativo
tra dire e disfarsi in ripetizione a margine
crome nello spostamento di arie e viceversa

 

*

 

sono colpi nell’acqua corpi in affondo e astanti

e singolare un verbo tra non esito e declino
per un tempo da scrivere che macchina usuale
riporti e resti uguali a verbi fermi di transito

eccipienti di tempo per altre ore e un fare

all’inizio di un fratto inchiodare figure linee

la prima volta di una soglia nello scartamento

inaugurando moti parole senza parole edili

 

**********

 

Patrizia VICINELLI
[da: Non sempre ricordano, 1985]

 

Il cavaliere di Graal

Da un altro punto furono viste le stagioni
fino lì sconosciute
solo allora poté sedersi ad ammirare
il senso dell’alternanza.
Dalla sua radice gassosa ne muta
la base visibile
e lo cimenta la traiettoria
di notte e giorno la luce,
il cielo.
E’ fusa la donna alla sua ombra
eppure trema al fuoco dell’inizio
così se li sposta i suoi passi
Iside all’orizzonte meta
ora essa fugge la sua lontananza.
Perché non cola l’attesa profumata
ossia fermarsi
la sua ansia volta avrà la fine
di profilo porre cosa la tiene unita
quella che stacca la radice, un alito.
Batte allora come sul ferro la materia di sé
e lo plasma ogni angolo continuo
della vista
una distanza del suo centro esatta
la definisce.
I piani diversi del linguaggio
ne è avvolto
così genera le forme della sua ricerca
egli ha imparato come lasciarsi solcare
ad essere cinto dalle tracce.
Con un colpo d’occhio sentiva
la presenza simultanea di tutto ciò
che nella terra cresce
e questa coscienza della condizione attuale
lo aiutava come una disciplina.
Ciò che non è compiuto spinge
il modo del procedere,
meta, meta, arsi e riarsi,
durante la costa dei millenni.
Incessante se lo vide nascere e morire
il mondo fino a dove
non ci fu più tempo né abbastanza luce
per seguitare i paradossi demoniaci
sbalzato come dura pietra molle ora
nelle acque del fiume,
si agitava dentro pezzi di realtà dissimili.
Nel mentre cantano nel petto i volti
dei suoi sogni
muta al mattino in albe anche dorate,
quale certezza venga da mondi paralleli, attriti
posti sopra o sotto, vincolanti.
Scivolando lungamente sul fianco
della piramide atavica
lo blocca quando vuole come esercizio
e intanto la miseria dell’uomo
va consumata dentro di sé, nell’arca
del suo spazio interiore
intendeva infrangere ciò che da inadeguato
si ricompone ad ogni istante.
L’attrazione dinamica del fare mancò
a quel punto
e alla fine della danza più lunga,
l’abbandono e il silenzio
della grandiosa solitudine
lo rendeva eterno,
come collocato su di un punto raso
della terra, sotto le stelle.
Non era più chiamato in battaglia
da tanto tempo.
Il mio inizio è forse il solo inizio,
disse l’uomo assetato, e si sedette
a guardare l’evidenza del suo destino.
Il cavaliere che guarda la luna,
non cerca e non aspetta niente.
Beveva quel soffice vino d’agosto
e teneva la porta aperta
sulla laguna afosa della fine d’agosto,
musica in viole di quel tempo, vino di Graal.
Si chiedeva se non fosse una sua fantasia
mentre risa fendevano l’aria,
di giovani donne ubriache.
Arrossisce il suo silenzio il vino
e gli dà corpo
col respiro batte il ritmo della mente
nell’aria intatta
ora a cerchio lo sguardo la perdita lo svela,
un parallelepipedo di una battaglia navale
del settecento,
esatto d’ombre fatte di sfumature.
In settembre oltre la luce così bassa
e radente, c’è nebbia
e l’odore di funghi porcini annusati
a lungo, come nelle sere d’inverno.
La configurazione del male così conosciuta
era allora impalpabile, sembrava
non ci fosse traccia.
Intanto la luna al primo giorno calante
porge la notte in adagio,
la struttura tutto sommato
è tonda ora, poi cambierà.
Già pensa che il santo Graal è troppo lontano,
e il bicchiere si sta offuscando
di rosso, – qualsiasi cosa signore, ma
spingimi avanti – nuovamente il bicchiere
brilla rosso e la luna
fra gli alberi cade con la certa nebbia
fino ai pini, alle acacie, ma non i grilli
non i ragni, le libellule fino a ieri poi.
Non c’è arrivo non c’è sosta non
c’è partenza, ma il succedersi senza tregua.
Questo sì, che a ogni livello ne succeda
un altro, per generazione spontanea
l’aveva saputo della ruota che girava
mentre i mondi finivano, a volte.

 

**********

 

Gabriele PEPE
[da: Di corpi franti e scampoli d’amore, 2004]

 

I. Corpiloquio

Corpi di versi

Un corpo crotalo che al mondo crepita
L’algoritmo caudato del suo nulla
Trillo strisciante di una morte acuta
Retrattile tossina che s’inerpica

E sotto i ciottoli ripone pelvica
Abbondanza di quel che sempre muta
Scagliogramma di scienza biforcuta
Per sistole e diastole d’estetica

Segnato sulle dune della mente
Papiro sensoriale di un dio scriba
Stellato codice di astro rasente

Nei cieli della carne mi trascina
Come una ritorsione delle vene
dal calcagno s’abbatte sulla spira

 

Serpigini

Strisciare in cielo con ali maligne
Di serpe sperando poi che l’alluce
Celeste non s’accorga delle spire
Velenose e accolga l’irte scaglie

Come nembi di lacrime tra l’alte
Nuvole che di pioggia sul paesaggio
Ambiguo delle vette e dei dirupi
Serpeggiando dilavi i miei viluppi

Eppure tra l’origine e il peccato
Del corpo dazio e forma condivido
Con un morso m’azzanno per la coda
E di serpe mi fingo l’infinito

 

Novembrina

Il verso novembrino della pioggia
Che per lagune e ragnatele
Di svaporati e immateriali suoni
Infine tra gli anfratti della mente sgocciola
L’umido cicaleggio del pensiero
Sfrangiato in mille rivi e cascatelle
Che zuppo langue tra le faglie della scienza

E verità sconfessa
E rosso s’accalora
Se viene rivelato

(Dell’ingegno) mio acquangelo battente
Ribelle al ciclo del carbonio
Al grezzo precipizio di materia
Crudele susseguirsi delle forme solide
Ricalco della melma e dell’argilla
Che nel rintocco della morte scioglie
Spiovuta recita dell’ultima preghiera

E libertà rigetta
E corvo mi s’invola
Se viene rinnegato

 

Del mio guasto amore

1.

Eppur mi bagno
Amor di nembo
Stracarico di pioggia
Febbre d’acqua che sulla pelle scroscia
Goccia dopo goccia t’aspetto nella pozza
Ardore sovvertito alla caloscia
Che viscido diguazza e non si lorda

2.

Eppur ti guado
Amor di fiume
Scalpello di frangente
Furore sciabordante che riluce
Di sguardi divelti e labbra alluvionate
Convertite all’utero del gorgo
Travaglio d’acqua doglia di sorgente

3.

Eppur mi volto
Amor di grotta
Passione di caverna
Che gli anfratti oscuri della roccia
E della terra, esplorando, mi trascino
Come un sogno crinito di cometa
Che nel buio precede l’innocenza

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10 pensieri riguardo “Il libro dei doni – Capitolo III, 1”

  1. Questi libri dei doni Francesco li trovo di pregevole gusto e piccole antologie davvero interessanti. Altro che tutte quelle antologie create con la logica del “do ut des”… Grazie!

    Un caro saluto

  2. Sono d’accordo con Luca Ariano.
    La poesia di Ivano Ferrari ricorda quella di Salvatore Toma, grande “macellaio” (mageiros era il metricista greco) di cui riporto questa:

    Il maiale

    Il maiale
    era lí che mi guardava.
    Il macellaio
    faceva finta di niente
    e gli girava intorno indeciso
    col coltello allucinato.
    Voltai l’angolo
    il maiale pareva
    implorarmi a restare
    posando alla catena
    come un lupo in olfatto.
    Cosí rimasto incantato
    non sentí il coltello
    forargli la gola
    e non vide il sangue
    colargli a dirotto.
    Era tutto concentrato
    a rivedermi apparire.

  3. le ho lette a partire da sotto, senza aver letto prima il nome dell’autore. molto meglio così per me. vabbè, un paio li ho riconosciuti subito. mi chiedo se l’opera e il suo autore debbano per forza essere culo e camicia e se l’arte possa/debba essere decontestualizzata. non mi rispondete, lo so che la mia è una domanda da ignorante e che voi già sapete la risposta. ma non me la dite, voglio scoprirla da sola. salutoni a tutti antonella

  4. Un dono prezioso questo libro. Il capitolo qui presente e’ il mio preferito: Nacci il funambolo, l’asciutto e ruvido Ferrari, il contorsionista Pepe…
    E’ bene rileggerli. Grazie

  5. “Ritorna al catino da barbiere che usò per elmo
    o coppa o usbergo nelle circostanze estreme.”

    L’elmo di Mambrino del Don Chisciotte

    […] Come posso sbagliarmi in ciò che dico, maledetto pignolo! – disse don Chisciotte – Dimmi, non lo vedi tu quel cavaliere che avanza verso di noi, su un cavallo grigio pomellato, e porta in testa un elmo d’oro?
    – Quello che io vedo e distinguo – rispose Sancio – non è che un uomo su di un asino, grigio come il mio, che porta sulla testa una cosa che luccica. […]

    “Il lettore, mio
    ipocrita lettore aveva già ipotecato
    la fama assurda del cavaliere
    dalla trista figura.”

    Torno alla mia lettura…
    A presto

  6. ma che bello, me ne accorgo dopo un anno! Grazie Francesco della tua infaticabile opera di diffusione. Pensa che questo poesia la presento all’Istituto di cultura a Londra il febbraio prossimo..
    un caro saluto
    luca

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