Domani riempirai di lividi l’acqua (II) – di Paola LOVISOLO

(Tutte le immagini contenute in questo post sono opera di Paola Lovisolo, che ringrazio per aver gentilmente concesso di riprodurle.)

(Qui la prima parte dell’opera)

estasi del sottofondo (teatrale)
ho bevuto tutto quello ch’era da bere
le ossa hanno altro impatto sul letto
un cementarsi più debole, più dolce.

Paola Lovisolo, Inediti, 2008

 

centro

il cuoio si mastica

centro spostato

                                        alzando le labbra – co- incidenza –

anche: ornamentale incidenza.

[…]

 

tra lo sfaticcio di foglie maturissimo
attenzioni quasi sottoterra di forbicine e insettini stanchi
di cui s’ immagina poco guaio.
dall’ addome in meno di dieci secondi, scostami.
l’ occhio? attachment standard
                                                estemporaneità molle
mo-bile
allo sbando..

[..]

 

c’ era una volta…/ e vissero tutti felici e contenti

metamorfosi incomplete –      cupo lordo (e lordura)

[…]

 

si ferma sotto il residentzmuseum. a diciannove ha gli occhi

viola quasi verdi, le bugie d’avitaminosi sulle unghie.

lui le ha fatto mettere sul clitoride e sul ano una punta

di peperoncino
                     … così ti ricorderai di scrivermi una cartolina…

[…]

 

 

sclessidramenti      [dal sottofondo – la fine che fanno]
fanno paura—> le saint O-vertoures
per il momento sospese

tritoni/blu si riparano
tra i miei capelli fiocco d’arpe,
il fermaglio bighellona riflesso.
ruoti nel mio grembo ultrasuoni,
mi chiami cane – è il tuo posto,
dici che mi conviene così, amore […] … nella lente che beve tutto…]
(tempo che passa)
– 01
– 02
– 03 […]
la testa nella burrasca, le fontane […]

 

fuochino…
fuoco… acqua… acqua…
il fazzoletto s’è bagnato
il piccolo molo è annegato
di foglie – ovunque s’in’ s’in – g –   (-ing)
ovunque s’incammini il vento
ovunque s’incamminino loro

[…]

 

estasi del sottofondo (teatrale)
ho bevuto tutto quello ch’era da bere
le ossa hanno altro impatto sul letto
un cementarsi più debole, più dolce.
oh,lo so, lo so il mio fiato dispiace
ma se scivolo da altri lati di te
lasciami fare.
il fiato non ha più importanza,
è una via secondaria

[…]

 

io nel tuo ritorno – io che ti monto munto, abbacino.
che frughi l’esposto modesto del mio specchio duro
intero quando so che mi pensi so che mi annaffi
so cose che parli, scolpisci di me anche se taci, e taci […]

 

 

è notte primavera acida.
serbatoi d’ossigeno chiuso

 

distratte lucide bottiglie sui parapetti,
i nostri fianchi accellerati tra i fuochi appartati e sbagliati
bigiotteria per un’alba che scarica orme sottomesse
teste rotte di lettori incoscienti –
squarti accellerati tra i fuochi che passano da qui
avvisi di cene a base di cervella dove vengono
le lacrime prima degli occhi-a-cero/ stazze di miele
cervella ammorbidite da aceto e lance

 

(campionamento di fredde nervature mascherate male: male).

 

capelli verdemare di primavera – di alberi per dire: sono qui:
acide primavere acidi sbiancamenti
e l’acqua delle esche vive che ci accompagna per tutto il ponte.

 

cancer-movie
della lei antica, si raccoglie a chiocciola
in un paio di scarpe in salita –
odore di respiro – accertato sia quello della lumaca
che mangia la foglia,
sia quello della chiocciola/lumaca – om erotico, pietroso
del tuo passo appena appena certo che il tappeto voli via
con la lumaca/chiocciola

 

Shift+Invio (ovvero tieni premuto il tasto maiuscolo insieme all’Invio).]

– sempre sulla disposizione dove incontrarsi e incontrare gli oggetti fedeli -]

 

[…]

di fatto il pensiero è l’anteprima di un cibo virtuale
intrecci d’acqua senza sale se di fatto il pensiero
non trova la forma – l’equivalenza nella forma
un neonato mai formato che adocchia dalla trattoria
dei trambusti umani: il pensiero di fioriture
di carillons leggermente deserti – di polveri
messe in musica e soffiate.

noi siamo solo un pensiero di papaveri stretti e rossi.
oggi questi sono i fiori che mi pungono a te. questi.

 

 

tra il cucito e l’esagerazione
attinente al cucito quando si cuce soprattutto la notte salutandoci
quando salutandoci abbassando la fronte ci si scambia il cucito
così come allora – bastasse – metto una carezza nel portacucito
bastasse come bastò quella carezza che tu possa uscirne fuori
come un aliante da un attracco nebbiosissimo
o la statua di solforica che schiacci in fuga contro il vetro di vapori
bastasse sotto questa carezza a conservare le tua frutta – sarebbe uno spettacolo]
magnifico, una natura
e un posto per sentirsi male.
e un amore per sentirsi male
fuori dai denti[…]

 


m’incompleto e scendo nel finale che la parola
sconfina dall’opera

 

fare delle mani l’apparizione crudele
che avesse la chiave la prima divina
o animalità prostituita – scivolata in guardina – adoriamoci al cancello]
tu da lì io da qui. che importa dove?
le grate lasciano strascichi sulle nostre guance
grandi ferite a richiesta – illuminate e attirate dal tumido dell’ombra
che raschia zampetti di maiale
godiamoci al cancello l’eclissemare unta
quest’anno sarà di sale nero
(ci sarà molto sale nero e nebbia e tetti da riconoscere)

 


“… il mio verso, che guaisce paraboliche per diventare
idiota leggerezza da infilare nel bel quaderno ad anelli…”

piantando chiodi di varie lunghezze, passando lettere da sotto la porta]
sopra di me sotto di me comprendendomi nell’esorcismo di spasmi regolati]
alla sola aria che respiro.
l’amore in tutto questo è una , confusa con il tepore di corteccia
a volte con la pelle di un morto che mi sta morendo ancora
ancora con la testa di un orologio che mi ha dato scacco matto
piantando chiodi di varie lunghezze
e riflessi a telaio nel suo esofago rettangolare
non potendolo frantumare tra le mani – pianto chiodi tutto intorno
tutte le pagine pianto e cerco d’andarmene, e l’amore?
tra poco, mi dico, tanto il tempo mi fa uno strano effetto
come d’acqua ch’ evapora lasciando sale nero e tagliente
tra poco mi dico, quando questo nero smetterà di tagliare
smetterà di essere nero.

[…]piantando chiodi di varie lunghezze in faccia a quelli che bussano:]
toc toc, toc toc —> poi i tronchi caldissimi dei ricordi
marzo/aprile – l’ingresso ancora – le fotografie che galleggiano
tra le lampade per tutta la casa inappetente
e i fogli mai più sacri – mai più – solo superbe reminiscenze di ex-votogiradito]
muffi – malpagati – estorti con vangate dal fegato non troppo lucido del cuore.]
smetteranno di essere neri anche i gradini che scendono tra le spezie]
erano fiori poi il rosmarino che si mischia alla lavanda poi sarà solo lavanda]
e la castità del varo sarà meno casta e la chiglia sfonderà nell’onda farfalla]
e dalla tua mano cadranno le due parti di pavimento cadute: un romanzo breve]
un inedito sospeso da scrivere soltanto al riparo degli ombrelli
in quella luce grigia da passeggio alla quale non puoi rinunciare benchè[…]]
piantando chiodi – recinti di stoppa a cui dare in fuoco l’ultimo profumo]
in porfido altissimo in lunare rogo senza scafo/il – uomoafa

 

 


[medesimi antefatti e cambiali – rifacimento ]

tra due con-correnti del corpo contro lo specchio
sopra la vasca, aspettando schiarite
dove cammina, prima con un piede poi con una mano
invernale indovina sulla mia schiena

poi con le acque che si richiudono senz’altro
pare che il fiore sia morto: signorine mature
gli stanno dando un’occhiata e l’amo buttato
parla della palla del viso di mia madre […]

vomitatur

 

bon voyage.
bonne nuit.

normalmente scrivere.
normalmente didascalia povera.
normalmente fronzoli comuni infiorate chimicazioni
infrottolata pubblica sviolinate su

ma – letteratura vasiforme tendente alla fioritura epilettica
d’estate mandarino
venti a nodi che s’auspicano in movimenti nullafacenti

stanchi delle luci affacciate
ma così così è
meteore metafore needle’s eyes confusi con il basso
la tenerezza dimenticata di una cupola sacra
e di un viaggio dell’odore di mio padre per posta
ogni tanto che me la ricorda

tutto intorno sale nero e tagliente […].

brucia il libro e non pagare l’entrata.
io sarò il bellissimo culo di quell’asina minore che cerca le stelle
con tutta calma, yes?

 

[…]
lunghe passeggiate linea 10 colonna 50
fru fru fru
il portoncino dei pacchettini su cui si bussa
ci si dimena pacchettini liquidi dei pancini fiotto frutta
toc toc
basta appoggiarsi e muoversi – specchio informativo
(l’oro) la fonte antibiotica d’una distanza accorciata
nel distendersi dell’intonazione accordata della ferita
e poi così provenire da essa la trasgressione a pelo di zucchero
decimato il corpo delle cose già scritte a mazzolini campagnoli
dare credito dare credito all’uso
agli astri ai tram in ritardo che tarderanno ancora.
numeri senza gambe.
sorridere al collo lussuoso di un cadavere tra le mani
che ti gode tra le mani è bellissimo
e lasciarlo cadere come una foglia dai capelli
è bellissimo e metterselo in tasca come una foglia
caduta dai capelli di un cadavere è bellissimo.
pesta il tuo pepe, la tua durezza, il tuo scialacquare
sinonimi.
perdita temporanea dalle narici sarà questo stuzzicare
i giorni

e le tue belle gengive bianche, scandaglio della voce
quando è poca.
parleranno le gengive stuzzicate. parleranno.

[…]

 

il collo che sorride alla spalla
il gomito alle dita
davvero carezza cento volte
tenerezza che irrompe senza odio
con estrema cortesia perchè chi ama
sa dove stare e sa espettorare
senza rimbombi
una tenerezza dicevo – dico molte volte tra me e me
quando il pavimento di legno cigola se mi metto
in punta dei piedi o semplicemente ” a orrore” cioè posizione n.4y:
cioè: abbandonata come una piuma: da “il kamasutra della disperazione”]
davvero sorrido quando ammiro i ritardi dei passi
o gli anticipi delle braccia su quello che si fa la sera
mentre si scrive l’area di una coscia
i brividi di un orrore dolcissimo che potrbbe essere
lento sgorgare da un disco, una gonna che dura la devozione
inginocchiandosi con tutta la donna dentro
succhiando uno spicchio confortevole di tempo
anche brevissimo di anelli ospitali-
dunque farsi cronaca grave e prospiciente cià che si immagina
non disturba e fa bene al colore degli ireos che sono tutti
oggi d’inusuale poetricità pendolare clonata conquista-ta-ta- ta, tutta.]

 

cerco la campana che suoni a grandine come nei paesi
non so quanto valida e figurata scena la mia o sfigurata
quanto preghiera la mia e non invece spudorata ecolalia

 

 

***

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21 pensieri riguardo “Domani riempirai di lividi l’acqua (II) – di Paola LOVISOLO”

  1. acid jazz, acid poetry, acid colours on canvas, acid feelings, acid everywhere… mi piace “di fatto il pensiero è l’anteprima di un cibo virtuale” e molto altro ancora. Bisognerebbe farci un libro, se l’anarchia di Paola sopportasse di rinchiudere in una copertina le sue poesie che viceversa sono smembrabili a piacere, senza però perdere niente del suo senso profondo, e questo dà un notevole senso di potenza al lettore, cosa non da poco…
    ciao

  2. Ciao, Giacomo, grazie del commento.

    Mi trovi perfettamente d’accordo su quello che scrivi. Aggiungo che, leggendo i testi di Paola, da quando la conosco, mi succede sempre, invariabilmente, di avvertire la “profondità” di cui parli, e di vederla dispiegarsi, tangibilmente, nei suoni, nei colori e nei profumi che (e)voca. Per non parlare del lavoro sul linguaggio che porta avanti con silenziosa tenacia, e della “sintassi carnale” che inventa per dare “ordine” al caos, nel rispetto totale dei flussi in cui si dispiega e da cui straripa inondando la pagina.

    fm

  3. vi ringrazio.
    Giacomo, il tempo passa… e si forse dovrei azzardare almeno la chiusura di un periodo. ma non saprei nemmeno da che parte cominciare… o da quale finire… e poi posso permettermi di dire che qualunque libro ha sempre troppe poche pagine per la poesia? non so spiegarmi… sembrerà un moto il mio pure un pò snob… ma no… sono sicura che mi intendi… ma se capiterà l’ occasione di un libro, perchè non valutarla, si.
    grazie, Giacomo, lo considero un grande complimento il tuo, insieme alle parole.

    Francesco anche per l’ inserimento nel Libro dei Doni, grazie.
    per le parole che mi rendono i miei testi sotto altra luce altra prospettiva
    mi piace che non si possano inseguire quasi, e nello stesso tempo si lascino
    travasare. e che dicano. e che vivano la loro lingua morta in chi legge- non c’ altro che potrei – desiderare – per quanto riguarda ciò che scrivo.
    un carissimo saluto a Voi.
    buonanotte
    paola

  4. “Non ci sono notti, c’è solo un mattino, per lo scritto”

    (perché)

    “Le cose che tu immagini sono come delle lampade
    fin qui spente
    che cominci ad accendere”.

    (Edmond Jabès, Le Livre de l’Hospitalité, Paris, 1991)

    Grazie a te.

    fm

  5. Io sottoscrivo tutto quanto, sia giacomo cerrai che francesco, hanno detto della poesia di Paola. Sono molte le mancanze dell’editoria così come tante sono le comode scelte a cui la stessa editoria cede. Sarebbe ora invece che la poesia di paola abbia il posto che merita, che anche gli editori come chi in questi anni ha avuto modo di leggerla imparino a non-conoscerla e amarla, che imparino ad entravi dentro come si potrebbe fare in un ascensore al buio, senza sapere a quale piano si fermerà, e se si fermerà.
    grazie
    lisa

  6. sono d’accordo con quello che ha aggiunto Francesco. assolutamente. E tu, Paola, forse hai ragione a dire che un libro ha sempre troppo poche pagine, ma non è detto che rappresenti la chiusura di un periodo. Spesso rappresenta proprio il contrario, un punto di partenza o di snodo, come è sucesso per moltissimi autori, senza contare che un libro ha anche una sua vita propria, ogni volta che viene aperto da un lettore. E poi, come sappiamo, almeno una volta hai chiuso un periodo, con un libro molto bello, che spero tu non disconosca mai…
    un caro saluto
    G.

  7. non riesco a capirla tutta la poesia di paola. ma quello che afferro probabilmente è avanti 1000 anni luce ed è in continua metamorfosi nel senso di evoluzione, la leggo da anni. fa bene a non pubblicare, in un mondo dove tutti pubblicano tutto il non pubblicare fa la differenza. saluti cari antonella

  8. Un libro di poesie è sempre inconcluso. Non è un romanzo che inizia, ha una trama e poi finisce. Il pubblicare o no dipende dal valore che si attribuisce a questa azione, se si vuole considerare il libro un punto d’arrivo o un inizio o non più di un oggetto che trascende il suo essere materia.
    Forse fra le cose di cui la poesia non necessita è una paternità,o una maternità che la ingombri, così come forse fra le cose di cui ha bisogno la poesia, se siamo qui a leggerne, a farne leggere, a parlarne, ecco forse la poesia vuole un lettore che in qualche modo la porti con sé.
    Poi resta il fatto che ogni poesia ha il suo vero e perfetto essere lì dove inizia.

    grazie
    lisa

  9. Ripetersi è sicuramente noioso, forse impropria la “lode” e sicuramente asfittica una qualsivoglia forma di “critica” (cosa per me orrenda, probabilmente essendone incapace) dinanzi l’ordinato arrembaggio cui è posto il lettore dal dire di Paola Lovisolo, cui non resta che “arrendersi” e consegnarsi (ossa slegate) al mite imperio di una visione che ci riguarda, corpo da corpo, alchemia di prudenze e d’imprudenze, calda assenza di verità e fiati innanzitutto fiati, che stanno dentro, i fiati, attorno e sopra, che mancano di punti cardinali, di blasfemie etiche, di imbarazzanti genuflessioni e di improbabile rivolte, ché il fiato è fiato, copula ininterrotta ed imperfetta, sfondo e primo piano, bianco/nero e milioni di colori, e Paola Lovisolo (che il caso ha voluto un genio) di quel fiato ci grida, ci nenia e, facendocelo riscoprire, potrebbe dirsi (io dico) che ci dà (e non importa che le importi) una mano.

    Un saluto
    Mario Ardenti

  10. Lisa. grazie per aver trovato ancora una volta il tempo per leggermi e per lasciare le tue impressioni. splendido il paragone con quello che scrivo e con l’ ascensore buio in un palazzo d’ incommensurabili piani e magari fermo da sempre o forse no e certo. e poi
    Poi resta il fatto che ogni poesia ha il suo vero e perfetto essere lì dove inizia ecco, e poi scornicia e poi riveste organizzazioni in apparenza caotiche – disorganizzazioni in apparenza ordinate. non so il perchè no al libro. non saprei dire. finchè sono viva mi parrebbe un qualcosa di inerte… non so spiegarmi… antonella – che ringrazio molto di aver partecipato qui – ha spiegato meglio
    di me: nel senso di evoluzione, e anche di regressione…
    cioè ho per le mani come qualcosa che cambia continuamente: vuoi per le mie paranoie, vuoi per i vari fiati diversi che mi raggiungono e se ne vanno, vuoi per tante cose. non mi pare possa trovare nè inizio nè fine nè pace, nè appunto maternità o paternità – come dice Lisa. difficile questo mio rapportarmi alla carta.
    a Giacomo: grazie ancora anche a te dei tuoi interventi, non disconosco l’ e-book che mi fece Enrico Besso, se a quello ti riferisci. ma me ne fece anche un’ altro e-book, Enrico, per un regalo d’ amicizia dei testi che pubblicai da Fabrizio Centofanti sul blog La poesia e lo spirito, prima che diventasse collettivo. Non ricordo di avere sconosciuto mai nulla. ho tutto in rete nei vari blog da magazzino nn avendo nulla di scritto o di stampato.
    a Mario, grazie sempre… dinanzi l’ordinato arrembaggio per i commenti come questi e come tanti lasciatemi in questi anni (pure fin troppo troppo generosi) … dovrò imparare qualche nenia a memoria…

    a Francesco, grazie. anche per Edmond Jabès. non lo conoscevo.

    paola

  11. Paola, adesso sono io a chiederti scusa per l’intromissione in un discorso molto importante che è quello della pubblicazione o meno in forma cartacea dei propri lavori. Ho avuto più tempo ieri notte per rileggere i tuoi testi e poichè di mattina, mi riconosco un barlume di lucidità in più, pur rispettando le tue idee in proposito, desidero dirti che, per quanto mi riguarda, non è detto che un libro sia sempre ” chiusura”. Ho letto testi di una originalità sorprendente, ho ammirato la magia cromatica dei tuoi lavori, credo davvero che pubblicare, per te, possa diventare un gesto generoso e per i tuoi testi e per i lettori che, accarezzati dai tuoi fiati, continueranno a sfogliare le pagine di un tuo ipotetico libro per potersi immergere in qualunque momento e dovunque, dentro i tuoi testi mobili.

    In un mondo dove tutti pubblicano, dice Antonella, e va bene, ma ci sarà pure una differenza, una valenza diversa tra un libro e un altro.

    A me pare che i tuoi fiati, Paola, troveranno comunque sempre nuovi spazi.

    un caro saluto
    jolanda

  12. parlo di “quello che mi manca”, un libro – ripeto – molto bello e altrettanto distante stilisticamente da quello che stai facendo adesso. Dovrei parlarne, prima o poi, se riesco a trovare il tempo…
    ciao
    G:)

  13. @Jolanda
    grazie J, non scusarti. ogni parere, opinione in più, mi dà un orientamento in più, anzi. di conto terrò certo anche le tue considerazioni su quanto scrivo e su cosa ne pensi sul cartaceo.

    A me pare che i tuoi fiati, Paola, troveranno comunque sempre nuovi spazi.

    ci rileggo (io la intendo così) la scorniciatura, qui nella frase sopra. la schiodatura. e mi piace
    tanto. grazie

    @ Giacomo
    si Giacomo, proprio quello. e-book o libro elettronico.
    adesso dovrei essere io a parlare di quello che scrivi tu, di quello che scrive Francesco… di quello che scrivono coloro che mi hanno generosamente ospitata… altrochè… sorrido.
    grazie di cuore.

    a Voi
    paola

  14. Bellisssime le immagini grafiche di Paola, che hanno il fascino di microrganismi o muffe viste sotto vetrino. Così come la sua poesia lampeggiante, snodata, nastriforme direi, alla quale però la pubblicazione non toglierebbe affatto quei filamenti lucidi, fortunatamente invadenti.
    Molto originali, nuove di sicuro, fresche e dure, queste poesie! inchiodano l’attenzione di chi legge anche con quell’apparente volontà e capacità natatoria dell’ autore. Il non volersi fare ingabbiare nemmeno in un pensiero, ritenendolo “volgarmente” compiuto, ma sollecitare sempre, volando, scappando e tornando perché hanno generato comunque pensiri intelligentemente compiuti. Penso che ci vorrebbe proprio una pubblicazione cartacea, sarebbe necessaria.

  15. Cristina sono molto onorata della tua lettura verticale orizzontale profonda senza dimenticare la dimensione arcaica dello spazio bianco della parola non scritta tra le scritte. questo è ascolto, attenzione-
    terrò con molta cura queste tue riflessioni.
    grazie di cuore, anche per le tue impressioni sulle immagini… si, le muffe
    sotto vetrino…
    e come cose vive che sopravvivono scaldando le cose morte, muffe che però sono fragilissime.
    paola

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