La dislessia delle cose – Inediti di Lisa SAMMARCO

              Lisa Sammarco – Inediti dell’apparenza (2008)

Incontri al neon

Poi il sole cala e mi rassegno alla luce delle lampadine,
alla ruga che mi corrode la faccia, alla sensazione che presto
sarà un buio senza trucco.
Sono le cinque. Gli appuntamenti quando scadono
non lasciano sbavature di rossetto, sfumature di ombretto. È tempo adesso.]
E senza cuscini, senza nuvole di piume
fra noi l’aspetto del giorno è un tapis-roulant,
come di sabato le strade quando le distanze si sfilacciano
e per toccarsi basta rimanere immobili nella velocità.
Lo spazio è un filo di fumo che sale dalle tazze
che ora tocca le bocche, ora cerca gli occhi
fra un’intermittenza di parole
che muore in ogni attimo che viene dopo, e tutto quanto ci diciamo
è un torto a tutto quello che ignoriamo.
Come poeti in guerra inventiamo frammenti di carezze, innesti di mani]
bende di odori sulle frontiere di galassie fluorescenti
che cedono, quando chiudiamo gli occhi, ingoiate
da un buio fermo di passi, dallo scricchiolio del legno, dall’abbaiare di un cane]
e si spengono.
In mezzo noi, messi ognuno in un altro corpo, in un sarà che ci rincorre]
con una corrispondenza scritta a matita
che si cancella ad ogni suono
e si allontana in qualche tempo perso che non ci risponde
e che forse presto ci sorprenderà vuoti e stanchi, senza aver vinto niente.]
Ci mettiamo vicini e lontani- a fasi alterne- come una luce al neon
che singhiozza in una messinscena di silenzio
per non cedere alla tentazione di pensarci
oltre quel tempo minimo che ci mette a nudo
poi ci prende la fretta di tornare a casa
e immaginare quale suono avrà il sapersi nelle stanze.

(da: La dislessia delle cose)

 

***

 

Prima o poi

Oggi c’è una luce incompresa socchiusa fra le nubi. Si muove
in un cielo stropicciato che non promette niente di buono.
Gli uccelli sono gocce in un volo all’incontrario. Gabbiani in cerchi lenti.]
– Pioverà prima o poi – mi hai detto
– Prima o poi… – ti ho detto
Ed è già come se piovesse
mentre mi chiedo dove sia finito il tempo per vedere
se la pioggia arriverà veramente

 

***

 

Ci sono soli che passano

I luoghi mi lasciano. Le persone prima o poi svaniscono.
So di gente che scrive appunti di viaggio per non dimenticare. So che esistono]
minuziose miniature di soli che sorgono alle 5.32
fuori da una stanza al diciottesimo piano
quando il viaggio è appena iniziato in una città
che solleva lento il suo sipario,
soli che si alzano ancora incerti nei fondi del caffè,
ed esistono soli annotati mentre
scavalcano la pensilina di qualche piccola stazione: sono le 5.32,
e il primo raggio s’inarca sotto la panchina e la luce mi lecca le gambe.
Forse tu dormi
. Ci sono soli scritti con il dubbio
di non essere mai andati troppo lontani
per avere il desiderio di tornare. E ci sono soli
che nascono e muoiono senza una memoria,
non una pagina, non un rigo. Ci sono soli che passano. In un vuoto temporale]
dove tutto si è fermato nel buio
tranne il tempo. Non sono appartenuti a nessuna città,
a nessuna vita, a niente che è stato scritto – forse
mi sto innamorando
– a niente che si voleva scrivere
ti amo– Passano, sbiadendo nella tappezzeria azzurra dell’universo.

 

***

 

Scrivere

È mattino. Così, senza un’ora.
Scrivo -è mattino- guardando fuori. È mattino fuori,
e niente può cambiarlo.
Allora è facile scrivere è mattino,
con lo stesso inafferrabile senso del mattino e della sua trama larga
dove passa ogni cosa. Inizio a scrivere – è mattino
con la sua stessa imprecisione e riporto la storia ad un mattino
che sia ora. Non mi chiedo se era mattino prima che io lo scrivessi,
è mattino ora che lo scrivo. È mattino in questa storia.
È mattino nella luce che batte sui vetri del palazzo di fronte.
È mattino ed è presto.
È mattino ed è presto nella luce che batte sui vetri,
nel mio pigiama a righe,
nella prima bestemmia del muratore che sta passando sotto casa mia.]
È presto in questa ora di luce,
nel mio risveglio. È mattino nella bestemmia del muratore.
È mattino ora nella luce che gira.
È mattino senza sosta. È già mattino dentro l’alba dove io non c’ero.
E ti sto già mentendo quando scriverò ancora – è mattino– e via-via in questa storia.]

 

***

 

La nuvola

Volevo dire qualcosa. Ma me ne sto zitta.
Le cose non è che si devono sempre dire a voce alta,
basta dirsele nella testa.
Però bisogna dirsele proprio come se le stessi dicendo a qualcuno.
Se le dici per filo e per segno, allora fanno quasi lo stesso effetto di quando le dici ad alta voce.]
E poi tanto si sa, a chi interessa veramente sapere quello che vuoi dire? Chi ti ascolta?]
Parlare, dire, questo sì, questo interessa a tutti. –bla bla bla
Che cielo che c’è oggi. Azzurro.
Neanche l’ombra di una nuvola.
È pulito, lucido come se ci avessero passato ora ora la cera a specchio.
Quella volta che ero a Zurigo pensai lo stesso delle strade.
Dio, erano così pulite
che avevo quasi paura di sporcarle a camminarci sopra.
Anche le strisce pedonali erano bianche bianche come se le macchine le scansassero,]
e se proprio dovevi attraversare forse dovevi farlo come se giocassi alla settimana,]
saltando solo sull’asfalto Che strade, pensai.
A Zurigo non ci sono più tornata,
e allora continuo a pensarla con lo stesso aggettivo. Pulita.
Magari ora sarà diversa. A chi importa di Zurigo.
Ora di Zurigo non importa niente a nessuno. È un pensiero da buttare.]
È solo quando le pensi che le cose esistono, e nel modo in cui le pensi.
E magari anche il cielo fra un po’ si sporcherà di qualche nuvola
e nella mia testa sarà ancora dello stesso azzurro compatto.
Ora però è azzurro. Pulito. Ne sono certa.
Quando la finisco di pensare quella cosa vorrei che
anche dentro la mia testa rimanesse la stessa aria levigata.
Ora no, ho questa cosa che si allarga dentro.
Come quelle nuvole che spuntano all’improvviso
da dietro una collina e sembrano un batuffolo d’ovatta messo lì
per tamponare qualche buco.
Sembrano innocenti, e leggiadre, come le crocerossine finte di un film anni 30,]
con le loro cuffiettine inamidate e le ciglia lunghe lunghe. Finte.
E invece ad un tratto le nuvole le vedi
che si gonfiano, e si sfilacciano,
e da quelle prime soffici, ne nascono altre e altre ancora,
invasive come un cancro.
Come questa cosa che volevo dire, che se ne sta lì come una massa amorfa,]
e invece di sparire ne genera altre che arrivano da chissà dove
e neanche te ne accorgi. Come questa storia qui del cielo e delle nuvole]
che non c’entra niente con quello che volevo dire.
A chi interessa poi sapere se il cielo è azzurro o meno. Neanche a me interessa.]
Era solo per dire che mentre pensavo a quella cosa
che avrei voluto dire è successo che ho guardato in alto.
Cazzo che cielo azzurro, ho pensato.
E anche che non esisteva niente al mondo di così vasto e limpido.
E che non poteva essere pensata,
e neanche detta.
No, non c’era niente di così irraggiungibile e giusto e pulito.
Questo l’ho pensato subito dopo e anche che qualsiasi altra cosa sembrava finta.]
Anche quello che mi batteva dentro.
Ma poi che il cielo è azzurro me lo hanno insegnato, ho pensato.
E mi hanno insegnato milioni di altre cose.
Ho dovuto crederci. Cos’altro avrei potuto fare.
E così forse ora nella testa ci sono milioni di pensieri che non sono miei.]
E forse anche quello che avrei voluto dire è qualcosa
che non mi appartiene veramente. Che è tutta una finzione. E se la dico sono fregata.]
Allora è deciso, adesso chiudo gli occhi e il cielo non lo guardo più.
Faccio come se non esistesse. È azzurro, penso.
Ogni altra cosa da dire è superflua.
È inutile cercare altri aggettivi. In fondo il cielo non ne ha mai pretesi.
Lui se ne sta zitto. Esiste solo quando lo guardo. E se lo guardo è azzurro.]
E noi invece sempre ad aggiungere parole.
Come me, con questa cosa che volevo dire in una poesia. Bla bla bla.
Ma ora è deciso.
Me ne sto zitta e non penso neanche più. Chiudo gli occhi. Così stavolta li frego tutti.]

 

***

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13 pensieri riguardo “La dislessia delle cose – Inediti di Lisa SAMMARCO”

  1. non conoscevo questa scrittrice.
    di una bravura che è valore assoluto.
    pochi scritti hanno saputo colpirmi così.
    ecco, volevo dirlo.

    francesco però t.

  2. Sono pienamente d’accordo con te, Francesco, una gran bella scoperta: una scrittura che costringe il respiro in movimenti lenti e uniformi, proprio mentre fa franare il terreno sotto i piedi e saltare ogni sostegno e ogni copertura all’universo dell’apparenza e al linguaggio che lo veicola. Una “calma”, senza concessioni e senza misericordia, che apre baratri, corrode.

    Ti ringrazio. Un caro saluto.

    fm

  3. Testi molto belli, di una calma inquietante. Prose sull’abisso dell’essere prosa. Di una lentezza intensa, dolorosa. Di una giusta tensione. Grazie.
    Marco Ercolani

  4. prese sull’ abisso dell’ essere, prese. mi permetto.
    e cercano calma, e usano la loro calma inquietante per cercarla – mi rifaccio alle parole di Ercolani –
    calma inquietante e inquieta. leggo Lisa da tempo e non solo. abbiamo collaborato insieme. un po’ ci conosciamo e da questa condizione di conoscenza, che per me è un onore, ho potuto imparare un po’ a leggerla. a intuirla.
    Lisa è un polinomio di desideri di terra smossa di vertebre di fisicità ma tutto filtrato – quasi anestetizzato da una grande timidezza rispettosa verso la vita verso gli altri anche quando gli altri feriscono a morte.
    la poesia di Lisa è un divenire in chiusura – non sto dicendo avvitata su se stessa – ma è come se dicesse con i suoi versi: ecco, io esisto e adesso dite pure che – sono esistita – mi basterà. questo il suo fascino
    perchè è questo abbandono delle – cose toccate fino a farle diventare dislessiche o ancora delle cose che ci toccano fino a farci diventare dislessici – ad essere lo spazio bianco da interpretare. là si cela – in quei distacchi bianchi – in quelle parole (cose, le cose, adam, il corpo, la terra) che si dicono forse sommatoria, sta l averità.
    ovviamente interpreto osando a modo mio.
    mi scuso anzi, per il disordine della interpretazione.
    un caro saluto
    paola

  5. Io veramente non so trovare altro modo se non riingraziare tutti. Dal primo all’ultimo, chi come Paola mi conosce già da tempo e m’incoraggia generosamente, e Francesco, Marco, Nadia che mi hanno onorata della loro lettura.
    Mi sono arresa alla mia “lentezza” che prima consideravo anacronistica, quasi un madornale difetto. Quindi i vostri commenti non possono che farmi piacere.
    Vi ringrazio ancora, ovviamtente in primis il mio ospite che mi ha offerto questo spazio
    lisa

  6. Grazie a tutti per gli interventi, e grazie alla nostra ospite, che lo sarà ogni volta che le piacerà farci dono di altri scritti.

    fm

  7. Ma quanto sono brave le donne poete!
    Condivido in pieno tutto quanto già espresso nei commenti, aggiungendo che vi sento molto il vuoto del passare, l’inafferrabile.

    “Esiste solo quando lo guardo” , qui sono in perfetta sintonia con Lisa :)

    Complimenti.
    Un saluto a tutti
    liliana

  8. dopo mesi ho ritrovato fra le pagine friabili e inconsistenti di internet le parole vere e di sostanza di una vera poetessa.
    rileggo tutto con grande piacere.
    Giuliano – Pesaro

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