L’insurrezione di Napoli – di Mario DAL PRA’

Il testo è tratto da Mario Dal Pra’ – Storia della guerra partigiana, a cura di Dario Borso, di prossima pubblicazione per le Edizioni Giunti in collaborazione con l’Insmli.
Ringrazio il curatore e gli editori per la gentile concessione.

I. Le origini della guerra partigiana

6. L’insurrezione di Napoli.

     Iniziatosi con la difesa di Roma, contrassegnato nelle settimane centrali da un vivo fermento nell’organizzazione delle prime bande partigiane, il settembre ‘43 si chiuse per l’Italia con l’insurrezione di Napoli. Un movimento popolare armato fu quello che portò all’insurrezione, la quale come alcuni aspetti della difesa di Roma rappresenta, in rapporto a particolari contingenze dello sviluppo delle operazioni alleate, l’espressione più vivace dello spirito che animava il popolo nei confronti dei Tedeschi e dei fascisti immediatamente dopo l’armistizio.
     Subito dopo l’armistizio, la popolazione napoletana era in attesa di avvenimenti sensazionali; già da alcuni giorni gli Alleati avanzavano in Calabria, e la proclamazione dello stato d’emergenza si riteneva molto prossima. Intanto “né la sera dell’8 settembre, né nei due giorni successivi, le superiori autorità militari di Napoli presero alcuna iniziativa, e restarono mute, sorde, impenetrabili alle sollecitazioni dei comandi dei reparti minori … Così soldati italiani senz’armi continuarono a circolare per le vie; corpi di guardia, sparsi in più luoghi, restarono isolati; i depositi di viveri furono lasciati incustoditi; gli ufficiali in servizio non vennero sollecitamente richiamati nelle caserme, e tanto meno si pensò a dare istruzioni per trattenervi in armi i semplici gregari” (1). Nella sola città di Napoli, il comando territoriale poteva disporre di circa 8.000 uomini e di circa 1.000 la difesa del porto; nell’intero territorio campano sarebbe stato possibile al comando di corpo d’armata radunarne una sessantina di migliaia” (2). I Tedeschi per contro avevano disponibili nella Campania circa 20.000 uomini, potentemente armati, bene organizzati e saldamente comandati.

     Il comitato dei partiti antifascisti, costituitosi rapidamente, propose alle autorità militari di organizzare delle forze volontarie cittadine, fornendole di armi; ma la proposta, come altrove, fu respinta e furono prese precauzioni severissime contro qualsiasi dimostrazione popolare. Pure “nello stesso pomeriggio del 9, donne e ragazzi del popolo reagivano apostrofando i Tedeschi con qualche imprecazione, o lanciando sui loro veicoli dei rifiuti. A piazza Spirito Santo fu dalle finestre sparato contro di essi qualche colpo di rivoltella. Alla litoranea vennero tolti loro, da borghesi, da marinai e da due ufficiali dei bersaglieri, degli automezzi con armi e bombe a mano … furono anche presi dei prigionieri, ma subito dopo uomini e macchine vennero resi ai Tedeschi per ordine, pare, dell’autorità militare” (3).
     I Tedeschi profittarono rapidamente del disorientamento e del collasso dei comandi militari italiani; si ebbe il disarmo delle truppe, con fiere resistenze da parte di alcuni gruppi e conseguenti violenti combattimenti; scaramucce e attacchi si ebbero in quasi tutti i punti della città dove erano presidi militari; ma senza alcuna coordinazione, la resistenza armata non poteva aversi; ad essa mancava soprattutto un chiaro orientamento di lotta e il conseguente ardimento per realizzarlo. In breve, ogni resistenza cessò e scomparve ogni organismo militare regolare. Caduta completamente in mano ai Tedeschi, la città fu abbandonata alla rapina e al terrore: “dal 12 al 27 settembre si riversò sulla metropoli una ridda di violenze e di soprusi: fucilazioni in massa, deportazioni, saccheggi, incendi, distruzioni di impianti” (4). “Intanto uno stillicidio di ordinanze draconiane pioveva ogni giorno sulla testa della popolazione stupefatta, e l’unico giornale quotidiano, il ‘Roma’, divenuto il foglio degli ukase tedeschi, veniva acquistato dai cittadini con la febbrile preoccupazione di leggervi l’elenco di nuove minacce. Il proclama del 12, pubblicato il 13, aveva ordinato, pena la fucilazione, la consegna entro 24 ore di tutte le armi e munizioni; un avviso, pubblicato il 15 successivo, specificava tutti gli altri numerosi casi, per cui i cittadini sarebbero ‘passati per le armi’. Con rara liberalità non si faceva parola dell’ascoltazione di radio ‘nemiche’; ma a tale lacuna si provvedeva due giorni dopo, comminando, per tale orrendo reato, l’applicazione delle leggi dello stato di guerra” (5).

     Gli episodi di ferocia furono frequenti: l’incendio dell’università, la fucilazione di marinai, carabinieri e cittadini; si aggiunse la crisi alimentare: “la fame, i soprusi, la disperazione – scrive Longo – formarono una base possente alla rivolta”. A mettere il colmo all’esasperazione degli animi venne il 22 settembre l’ordinanza del comando tedesco per il servizio del lavoro obbligatorio; contro gli inadempienti sarebbero state applicate le sanzioni di guerra; pochissimi furono coloro che si presentarono, mentre intanto gli Alleati andavano avvicinandosi alla città. “Prima di ritirarsi, i Tedeschi avrebbero cercato di trascinare via con sé i renitenti e di sottoporre la città alla distruzione totale. Se si voleva vivere, se si voleva salvare Napoli, non c’era che una via aperta: quella della ribellione”.
     Tale ribellione non fu preparata e organizzata preventivamente; né prima dell’8 settembre, né nel periodo dall’8 al 27 settembre si ebbe a Napoli l’attività organizzata di partiti politici; nessuno di essi, pertanto, fu in grado di preparare l’insurrezione. Lo stesso comitato dei partiti antifascisti, che aveva coraggiosamente agito nei primissimi giorni dopo l’armistizio, si eclissò più tardi. Gli aderenti ai singoli partiti si trovarono inseriti non già in un movimento promosso e guidato dagli stessi partiti, bensì in un movimento popolare, sorto e ispirato da altre forze; queste furono principalmente quelle schiere di giovani, che, chiamati al servizio obbligatorio, non si erano presentati, si erano per contro nascosti, “e avevano curato di procurarsi qualche arma, decisi a vendere cara la loro libertà”. Anche questi però erano “nuclei isolati, di cui generalmente l’uno ignorava l’esistenza dell’altro”. Coloro stessi che avevano, fin dai primi giorni dopo l’armistizio, nascosto armi, non l’avevano fatto col proposito preciso di servirsene per una rivolta che si profilasse all’orizzonte.
     Barbagallo afferma che “qualche animoso ufficiale dell’esercito ormai in dissoluzione, qualche ardente patriota borghese aveva cercato di mettersi in rapporto con altri volonterosi, di dissotterrare le armi che incominciavano ad arrugginire”; ma si trattava di “tentativi sporadici, incompiuti, senza un centro d’organizzazione, senza un piano definito, senza una data fissata in anticipo: spunti di preparazione, anziché preparazione vera e propria” (6).
     In due località della città si ebbero tuttavia dei preparativi metodici per una resistenza armata: nel settore detto “Vincenzo Cuoco” per opera del magg. Amicarelli, e nel settore del Vasto per opera del sig. Murolo; nelle due zone si fece raccolta di armi e munizioni; si disposero posti di blocco e sentinelle, si postarono delle mitragliatrici.
     La mancanza di un’organizzazione preventiva fu controbilanciata tuttavia da una straordinaria tensione degli spiriti; fu questa a muovere i gruppi dei giovani sfuggiti al servizio del lavoro e decisi a resistere.
     Episodi isolati di rivolta ai Tedeschi si ebbero anche nei giorni 25 e 26 settembre; ma il fenomeno divenne più ampio e generale soltanto il 27. L’insurrezione non scoppiò simultaneamente in tutta la città; le prime manifestazioni si ebbero nella zona del Vomero vecchio, dove le scaramucce ebbero inizio al mattino del 27 e terminarono soltanto nel tardo pomeriggio del 30 (7). Le armi distribuite ai giovani della zona del Vomero vecchio erano state ricuperate audacemente dai depositi dell’esercito, particolarmente da quello esistente al castello S. Elmo; in particolare nella notte tra il 26 ed il 27 gruppi di popolani si portarono al castello dove, “mentre donne che erano accorse anch’esse sul posto raccoglievano ansiosamente viveri e indumenti, gli uomini s’impossessavano delle armi e munizioni rimaste ancora intatte; fu così che la mattina del 27, poco dopo l’alba, si videro in giro per il Vomero giovani e perfino ragazzi armati di moschetti e di bombe a mano”; furono raccolti in tutto 150 moschetti, intorno ai quali si riunirono, in gruppi staccati, circa 180 giovani.
     A un gruppo di giovani renitenti al servizio del lavoro, raccoltisi nella masseria in contrada Pagliarone al Vomero giunse la notizia, verso mezzogiorno del 27, che la battaglia per Napoli era vicina alla conclusione, e che gli Americani e gli Inglesi stavano per entrare in città; usciti dal loro nascondiglio e direttisi lungo via Belvedere, s’imbatterono in alcuni motociclisti tedeschi, contro i quali aprirono il fuoco; qualcuno di essi, sfuggito alla sparatoria, fece presto affluire sul posto un gruppo di armati tedeschi che incominciò a perlustrare il rione popolare, “sventagliando raffiche di mitra un po’ dappertutto”; s’iniziò allora la razzia dei giovani, alcuni dei quali furono fucilati; alle 15.30 dello stesso giorno “un silenzio di morte regnava in tutto il Vomero vecchio”. La mattina del 28 si formarono molte pattuglie armate di patrioti che iniziarono la perlustrazione delle strade che conducevano al centro del Vomero, a piazza Vanvitelli; s’imbatterono presto in un’autovettura tedesca; i due Tedeschi che la pilotavano venivano uccisi all’istante; saliti sull’autovettura, i patrioti v’inalberarono una bandiera italiana e cominciarono a “girare per il Vomero, incitando i cittadini alla rivolta”; veniva poi dato l’assalto alla sede del fascio di via Cimarosa, mentre uno scontro violento si verificava all’angolo di via Kerbaker con via Cimarosa; alcuni Tedeschi vennero fatti prigionieri; verso mezzogiorno tutto il quartiere era in movimento: i Tedeschi si erano trincerati in via Luca Giordano e tendevano a “localizzare l’insurrezione sviluppatasi al centro e alla parte alta del Vomero, onde cercare d’impedire che rinforzi di uomini armati potessero affluire verso piazza Vanvitelli, divenuta il centro di dislocamento delle forze rivoluzionarie” (8). Il pomeriggio, il combattimento continuò al centro del Vomero, mentre il gruppo dei giovani che volevano prendere parte alla lotta andava crescendo e comprendeva operai, studenti, contadini, soldati e ufficiali. “Avanziamo lentamente verso il nemico – narra Tarsia – che è sempre fermo tra via Scarlatti e Luca Giordano e non smette di far fuoco colle mitragliatrici … mi accorgo però che per noi si presenta un pericolo dal lato sinistro, poiché i Tedeschi, uscendo dal bosco della Floridiana, potrebbero attaccarci di fianco, da via Cimarosa; decido di provvedere senz’altro e distacco un gruppo di patrioti che si apposta dietro il muretto di un ricovero antiaereo in costruzione … Dopo pochi minuti i Tedeschi aprirono un violentissimo fuoco di mitragliatrici dalla piazzetta antistante il cancello della Floridiana; i patrioti risposero subito energicamente … Intanto sento i primi scoppi di bombe a mano; la distanza fra noi e il nemico dev’essere diminuita di molto sulla nostra destra; ritorno in via Scarlatti e trovo impegnati anche gli uomini di Vasaturo; i giovani sprezzanti della morte danno altissima prova di coraggio e sangue freddo”. Dopo un furioso temporale e la scorribanda di alcune autoblinde tedesche, per le strade del quartiere scende la sera, mentre i patrioti vanno disponendo le forze per la ripresa dell’attacco.

     Lo stesso giorno 28 si svolsero in città altri combattimenti. Nella zona fra Porta Grande e la strada del Moiariello era stata messa in efficienza un’intera batteria controaerea da parte dei patrioti ed era stato minato un tratto della discesa di Capodimonte, per impedire l’entrata in città da quella parte di forze tedesche. “Autoblinde tedesche – narra Barbagallo – e ben 8 carri armati comparvero la mattina del 28 sulla strada di Capodichino”; la batteria fu messa in azione e “buona parte dei carri vennero distrutti o immobilizzati”; altri 5 carri armati tedeschi che tentavano di discendere per la via di Capodimonte furono arrestati dal brillamento delle mine. Anche nella zona del Museo Nazionale e della Galleria Principe si ebbero scontri accaniti fra forze tedesche corazzate e giovani patrioti appiedati. Nel rione del Vasto, continuamente percorso dagli automezzi tedeschi, ebbe luogo un’altra rilevante azione: le strade che conducono a questo quartiere erano state occupate dai patrioti nella notte del 28; i Tedeschi insistettero durante l’intera giornata per liberarle, ma furono sempre ributtati; a sera essi sgombrarono piazza Umberto e piazza Nazionale, recando seco alcuni morti e feriti. Intorno alla caserma Vincenzo Cuoco si combatté altrettanto accanitamente; contro gli automezzi tedeschi che andavano e venivano i patrioti, dal teatro Partenope e dalla chiesa di S. Maria delle Grazie, lanciavano raffiche di proiettili, “tiravano coi moschetti e scagliavano bombe a mano e bottiglie di benzina”. In conclusione la giornata del 28 settembre s’era chiusa con bilancio favorevole: “i Tedeschi – riassume Barbagallo – erano rimasti sorpresi dal fulmineo insorgere della reazione popolare; avevano perduto parecchi uomini, parecchie autoblinde; i fascisti, che avevano cooperato con loro, erano stati costretti a tenersi nascosti, invisibili, nella loro case; anche gli occupanti della caserma Cuoco, dopo la tenace resistenza, si erano arresi. Al Vomero la maggior parte dei soldati nemici aveva finito col dover riparare in piazza Campo Sportivo”.
     Il 29 mattina la lotta riprese vivace al Vomero, ormai completamente isolato dal resto della città; il prof. Antonino Tarsia, che il giorno prima si era messo a capo di alcune decine di giovani patrioti, assunse la direzione militare e politica del movimento. Intorno alla zona del campo sportivo si verificano molti urti “con fuoco intermittente da ambo le parti”. Verso sera, narra lo stesso Tarsia, “la lotta assunse un carattere di considerevole violenza: i patrioti affrontavano alcune autoblinde nemiche e, servendosi delle poche mitragliatrici che avevano a loro disposizione, ne misero una fuori combattimento; i Tedeschi ebbero un morto e molti feriti. Il nemico che occupava le due palazzine rosse situate lateralmente al fabbricato del campo sportivo, vista la crescente offensiva dei patrioti in quel rione, abbandonò quella di destra e riunì tutti i suoi uomini in quella di sinistra”. Sul mezzogiorno del 29 un nuovo scontro si verifica anche al centro del Vomero, in piazza Vanvitelli; dopo azioni con alterno risultato nelle vicinanze, i Tedeschi si ritirano nuovamente sulla piazza, montano sull’autocarro con cui erano venuti e si allontanano a gran velocità; l’esito felice dello scontro fa nascere l’idea di costituire un comando unico e di trovare una sede per i patrioti, la scelta cade sul liceo Sannazzaro. Era necessario sloggiare il nemico dalla palazzina a lato del campo sportivo; in seguito a un violento assedio, i Tedeschi sono costretti alla resa; i cittadini da essi presi in ostaggio furono liberati e i Tedeschi lasciarono il campo coi loro automezzi. Al liceo Sannazzaro intanto si provvede alla prima organizzazione dei servizi per i patrioti. A sera “il Vomero può dirsi completamente abbandonato … vengono stabiliti i posti di blocco che durante la notte dovranno provvedere alle opportune segnalazioni e alla difesa del comando”.
     Un altro comando locale si era costituito, lo stesso giorno, al parco Cis agli ordini del ten. col. Bonomi, direttore delle carceri per minorenni di S. Eframo; un terzo comando sorse fra i gruppi di giovani combattenti in via dei Tribunali. L’Associazione Nazionale Combattenti cerca di aiutare il coordinamento dei gruppi dislocati nelle varie zone della città. Scontri e combattimenti si svolgono un po’ dappertutto, in via S. Rosa, a piazza Mazzini, in via Roma, al palazzo delle Finanze, presso la sede della Banca del Lavoro. Un’azione rilevante si ebbe nella zona del Museo Nazionale, dove i Tedeschi, intervenuti con carri armati, riuscirono ad aprirsi la strada che il giorno precedente era stata loro sbarrata. I risultati ottenuti complessivamente nella giornata del 29 da tutti i raggruppamenti di patrioti “erano ancora una volta soddisfacenti – attesta Barbagallo –; l’irruzione, minacciata e temuta, di carri armati in città era fallita; l’unico carro, disceso per via S. Teresa, era scomparso durante la notte, né più se ne seppe nulla. La città bassa era interamente nelle mani dei patrioti e, se nella zona alta, nella reggia di Capodimonte, rimaneva ancora un nucleo di Tedeschi armati di cannoni, se alla Pigna i nemici erano stati contenuti ma non eliminati, il fortunato epilogo delle operazioni al campo sportivo liberava il Vomero da ogni pericolo e alleggeriva di parecchio la situazione”.
     Nella notte fra il 29 ed il 30 il col. Scholl, comandante militare della città, unitamente agli ufficiali e agli uomini addetti al comando, lasciò la sua residenza e si avviò fuori città; in tal modo il comando tedesco rinunciava a un’azione organica contro i patrioti, mentre si contava su un rapido avvicinarsi delle truppe alleate. Intanto il ministro del gabinetto Badoglio Piccardi, giunto a Napoli, aveva preso contatto col C.L.N. e si preparava ad assumere il comando generale della città, non appena i Tedeschi l’avessero abbandonata. Al mattino del 30 si riunisce al Vomero il comando dei patrioti in consiglio di guerra; viene nominato comandante il prof. Tarsia e il gruppo prende il nome di “fronte unico rivoluzionario”. Un proclama viene subito emanato e affisso; esso diceva: “Ognuno faccia scrupolosamente il suo dovere. La disciplina dev’essere assoluta. Sono vietate tutte le manifestazioni che turbano l’ordine pubblico. I negozi debbono rimanere aperti. Squadre d’azione rivoluzionaria sorveglieranno la disciplina e la vendita nei pubblici esercizi”.
     La zona di combattimento si spostava intanto verso la periferia, al ponte della Pigna; presso la masseria Pezzalunga s’iniziò verso mezzogiorno una serie di scontri fra gruppi di Tedeschi e pattuglie di patrioti circondate; verso sera i Tedeschi abbandonarono la zona, mentre il combattimento durato quasi tutta la giornata era costato le maggiori perdite delle quattro giornate del Vomero. Alla sede del comando del fronte unico rivoluzionario si ebbe in quel giorno un attacco di fascisti, guidati da un console della milizia; ma la pronta reazione dei patrioti li costrinse a disperdersi. Nel pomeriggio dello stesso 30 “si presentò al comando dei patrioti un colonnello di fanteria, dichiarando di assumere il comando militare nella zona del Vomero, per incarico avuto dal sig. Piccardi, emissario di un governo Badoglio, di cui alla data dell’armistizio in città s’ignorava l’esistenza. I patrioti lo accolsero con diffidenza” (9). Attacchi proditori di gruppi fascisti si ebbero il 30 anche in altre zone della città, alla caserma Paisiello, a Porta Capuana.
     Ma coll’abbandono della zona della Pigna da parte dei Tedeschi, si poteva ormai considerare giunta a termine la resistenza tedesca al Vomero e a Napoli. “In via Foria – narra Barbagallo – non si combatteva più, e al Vasto, donde per altro non giungeva alcuna notizia, due carri armati discesi da piazza Carlo III s’erano affrettati a ritirarsi. Anche il tentativo di riscossa fascista, abbozzato nella mattinata, era fallito”. Rimaneva tuttavia acceso il focolaio di Capodimonte, dove erano parecchi carri armati tedeschi e dove fu fatto tuonare il cannone durante tutta la notte del 30; nella mattinata del primo ottobre, il tiro tedesco fu rivolto su tutta la zona che va da piazza Mazzini fino a Port’Alba, mietendo vittime fra la popolazione. Verso le 11 le avanguardie anglo-americane entravano nella città. “Vi entravano, giungendo dall’autostrada di Pompei, montate su automezzi carichi di polvere, precedute da una minuscola camionetta che faceva loro da battistrada, nella quale avevano preso posto due dei nostri patrioti, che la stessa mattina, sfidando ogni ostacolo e ogni pericolo, li avevano raggiunti per via”.

     Il pomeriggio del 30 alcuni generali e militari di alto grado tentarono di sostituire le autorità straordinarie espresse dal popolo durante l’insurrezione con militari balzati fuori d’improvviso a liberazione ultimata; era loro proposito condurre una sorta di azione controrivoluzionaria; il tentativo veniva tuttavia travolto dalla resistenza dei gruppi di patrioti, nonché dal sopraggiungere degli Alleati.
     Vista nel suo insieme, l’insurrezione di Napoli si presenta non già “preordinata da uomini e da partiti”, ma come risultato dell'”impeto inarrestabile di una città giunta alla disperazione e di colpo, senza alcun calcolo preventivo, gettatasi nel combattimento” (10). Quanto alle sue proporzioni e alla sua natura, ci pare opportuno richiamare i dati e le osservazioni di Barbagallo: “Il numero totale dei patrioti, che apparvero improvvisamente in questi rioni della città, non fu grandissimo; si può, sia pure con molta incertezza, calcolare a qualche centinaio … Nei giorni successivi esso si sarebbe raddoppiato, forse quadruplicato. I combattenti sarebbero saliti, per esempio, a circa 80 nel rione di Montecalvario, nel cuore della città, ad altrettanti ai Cristallini, a oltre 60 in via Foria, a circa 50 nel rione Vasto. Altrove il loro numero fu anche maggiore. Nella zona del Museo, secondo le annotazioni dei capi-gruppo, dovettero toccare i 300, come prova anche la cifra rilevante dei morti (13) e dei feriti (34). Al Vomero … i combattenti raggiunsero di fatto i 300, cifra, del resto, proporzionale agli abitanti di questo popolatissimo rione. Altrove invece furono in numero sensibilmente minore: 40, 30, anche solo 10-15 per gruppo. Tuttavia i giovani disposti a battersi si offersero in assai maggior copia, ma fecero difetto le armi, le munizioni … Tra questi animosi, gli ufficiali superiori mancarono quasi del tutto: non un generale, non un colonnello – ne sarebbero comparsi un paio alla ‘sesta giornata’ – un solo tenente colonnello … due o tre maggiori. I militari, invece, che si mescolarono in gran numero ai combattimenti, e cercarono di mettere un po’ d’ordine nelle azioni dei patrioti, furono quasi tutti degli ufficiali inferiori, dei sottufficiali, dei semplici soldati, dei marinai, dei carabinieri, (ufficiali e graduati), dei vigili del fuoco, dei metropolitani. Gli altri combattenti, nelle proporzioni, in qualche luogo, di dieci a uno, furono borghesi, appartenenti senza distinzione a tutte le classi sociali, sia pure in misura diversa a seconda dei rioni. Nei quartieri più popolari la grande maggioranza furono artigiani, operai, rivenditori al minuto; in quelli in prevalenza abitati da famiglie della borghesia, impiegati, studenti, professionisti; ingegneri, medici, avvocati, professori, ragionieri”.
     L’animosa ribellione di Napoli, coronata dalla liberazione, era d’auspicio per tutte quelle bande che, nelle varie regioni d’Italia, si organizzavano per una dura battaglia.

Note

1) C. Barbagallo, Napoli contro il terrore nazista, Napoli, s. d., pp. 14-15.
2) N. Aversa, Napoli sotto il terrore tedesco, Napoli 1943, p. 20.
3) N. Aversa, Op. cit., p. 18.
4) L. Longo, Un popolo alla macchia, Milano, 1947, p. 89.
5) C. Barbagallo, Op. cit., pp. 33-34.
6) Ivi, pp. 57-59.
7) A. Tarsia, I moti insurrezionali al Vomero, Pozzuoli, s. d., p. 5.
8) Ivi, p. 14.
9) Ivi, p. 31.
10) L. Longo, Op. cit., p. 99.

***

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11 pensieri riguardo “L’insurrezione di Napoli – di Mario DAL PRA’”

  1. Ci toccherà anche rimpiangere quei tempi, quella voglia di lottare per un mondo migliore? Oppure ci racconteranno magari che erano 4 facinorosi che in fondo il fascismo a Napoli mica aveva goverano male…

    Grazie per aver proposto questo bellissimo saggio che leggerò con piacere!

    Un caro saluto

  2. Un saggio che merita una lettura attenta (e va stampato).
    Lo segnalo con il link a persone che si interessano della storia della resistenza.

    Vi ringrazio per questa segnalazione Francesco e Dario.
    Il libro penso proprio di non perderlo.

  3. @Nadia. Scusa, il mio sbottare voleva essere ironico. Intendevo dire che il libro non è un saggio, ma una ricostruzione storica. Anzi, è una sorta di cronaca dettagliatissima degli atti (rastrellamenti, incursioni, furti di armi, munizioni e pure biciclette, ecc) della guerra di liberazione partigiana, cronaca che la ricostruisce purtroppo solo fino al maggio del 1944.

  4. @ Aditus

    Ma guarda avevo capito.
    Mi è uscito saggio perchè al solito andavo di corsa (dispiace non lasciare due parole di ringraziamento per le segnalazioni) , ma scorrendo il testo era chiaro che si tratta di una ricostruzione storica.
    Proprio questo è il dato che mi ha fatto segnalare l’estratto, perchè i fatti di allora, gli eventi di quegli anni interessano a sempre più persone.
    Forse un sintomo dei tempi che tornano bui.
    E che un pò ci spaventano.

    Un caro saluto

  5. Secondo me la questione “saggio/non saggio” nemmeno si pone, è inesistente.

    Mi spiego.

    Se anche questo non fosse un “saggio”, il “saggio” ci sarebbe lo stesso: colui che ha scritto il testo: i.e. un “saggio”.

    Almeno così dice il “saggio”…

    fm

    p.s.

    db, vedi di non dimenticare la “lista della spesa”: qui abbiamo fame.

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