Dalle ceneri (III) – di Tahar Ben Jelloun


(Francesco ZizolaIraq, 27.03.2003. Profughi iracheni)

“… Una volta che si è stesa una coperta di sabbia e di cenere su migliaia di corpi anonimi, si coltiva l’oblio.
E’ allora che la poesia si solleva. Per necessità. Diventa parola urgente nel disordine in cui la dignità dell’essere viene calpestata.”

 

Tahar Ben Jelloun, Dalle ceneri, traduzione di Egi Volterrani, Genova, Il Melangolo, 1991 (La remontée des cendres, 1991)

                   [Il testo riprende da qui…]

 

D’une autre fosse, une autre voix:

Je me suis endormi. Nu.
Mes pieds dans les brodequins du mort.
J’ai attendu la gloire
et c’est le verbe qui nous recouvrit la peau.
Le verbe
moisissure de temps immobile.
Je me suis endormi dans d’autres corps
vidés de leurs entrailles
ils étaient encore tièdes
cela qui bouge n’est pas un bras
c’est un chat affamé frappé par la foudre.

Nos parole sont tombées dans la fosse
ce ne sont plus des mots
mais sève gluante dans la boue et la honte.

On me dit: le deuil de nous-mêmes
est dans le regard des enfants.
Qui leur dira l’histoire de nos défaites?
Nous croiront-ils?
Je les vois cracher sur les visages défunts
tant de verbes inutiles.
Ah le verbe, les mots, la litanie des affamés
pain amer enfoui dans la terre basse
je les vois courir ramasser nos savates
ils font un feu avec des poèmes
écrits par des généraux
et incendient notre mémoire.
Ils ne crachent plus.
Ils ne parlent plus.
Ils oublient.

Image sur image
voix dans la rivière
sommeil éternel dans le lit des blessures
des papillons noirs escortent notre silence.
J’ai revu le rêve
c’est l’essentiel du temps qui nous déchire:
une maison en bois cernée de lierre
aux feuilles luisantes.
Cette maison n’est pas de ce pays.
Depuis la guerre
elle flotte sur le fleuve
en décrépitude.
Le lierre a jauni
deuil des origines
exil des racines.
L’image est rendue à l’âme éteinte
rêve fuyant
où est-ce moi qui me poursuis
du fond de la glaise?
Je n’ai plus de pieds pour courir
et mes bras sont dans la fosse voisine.
Mes yeux sont introuvables
et mon sexe a été mangé par les oiseaux.
Qui viendra ramasser mon corps?
Qui en collera les membres et ira les déposer
offrande légère au seuil de ma maison?

Qui redonnera un nom à ma femme
et un visage à notre passé?
Qui se souviendra des matins masqués
où un bras métallique raflait les enfants?
«C’est pour le front»
«Pour la Patrie» disait-on.
C’est une image qui tombe
foulée par les pieds nus des adolescents.
«C’est pour la Victoire », le ventre ouvert,
d’où s’échappent des moineaux meurtris.
La Mère des Victoires est un immense cimetière
sans stèles et sans prières
sans arbres et sans chats
un grand territoire où le sang
des mots et des hommes
s’est mêlé aux sables.

[…]

***

Da un’altra fossa, un’altra voce:

Mi sono addormentato. Nudo.
Con i piedi negli stivaletti del morto.
Ho atteso la gloria
ed è stato il verbo a ricoprirci la pelle.
Il verbo
muffa di tempo immobile.
Mi sono addormentato in altri corpi
svuotati delle interiora
erano ancora tiepidi
quello che laggiù si muove non è un braccio
è un gatto affamato colpito dal fulmine.

Le nostre parole sono cadute nella fossa
non sono più parole
ma viscida linfa nel fango e nella vergogna.

Mi dicono: il lutto per noi
è nello sguardo dei figli.
Chi dirà loro la storia delle nostre disfatte?
Ci crederanno?
Li vedo già sputare sui volti defunti.
Quante parole inutili…
Ah, il verbo, le parole, la litania degli affamati
pane amaro sepolto nella terra bassa
li vedo correre e raccattare le nostre ciabatte
fanno un fuoco con i poemi
scritti dai generali
e incendiano la nostra memoria.
Non sputano più.
Non parlano più.
Dimenticano.

Immagine su immagine
voci nel fiume
sonno eterno sul letto delle ferite
nere farfalle fanno scorta al nostro silenzio.
Ho rivisto il sogno
è l’essenza stessa del tempo che ci strazia:
una casa di legno avvolta di edera
dalle foglie lucenti.
E’ una casa che non è del paese.
Dopo la guerra
galleggia sul fiume
in rovina.
L’edera è ingiallita
lutto delle origini
esilio delle radici.
L’immagine è resa all’anima estinta
sogno fuggevole
dove sono io che mi sto inseguendo
dal fondo melmoso?
Non ho più gambe per correre
e le braccia sono nella fossa accanto.
Gli occhi miei sono introvabili
e il sesso me l’hanno mangiato gli uccelli.
Chi verrà a portare via il mio corpo?
Chi ne ricomporrà le membra per deporle
offerta leggera sulla porta di casa mia?

Chi ridarà un nome a mia moglie
e un volto al nostro passato?
Chi ricorderà le mattine in maschera
in cui un braccio metallico rastrellava i ragazzi?
«E’ per il fronte»
«Per la Patria» si diceva.
E’ un’immagine che cade
calpestata dai piedi scalzi degli adolescenti.
«E’ per la Vittoria»: il ventre squarciato,
di dove scappano passeri tramortiti.
La Madre delle vittorie è un immenso cimitero
senza lapidi e senza preghiere
senza alberi e senza gatti
un grande territorio dove il sangue
delle parole e degli uomini
si è mescolato con la sabbia.

[…]

***

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2 pensieri riguardo “Dalle ceneri (III) – di Tahar Ben Jelloun”

  1. Condivido. E ciò che “urge di ascolto” è il rimosso che la storia dei vincitori consegna all’oblio. Ma è in quel “rimosso” che palpita l’umano che la poesia incessantemente strappa alle sabbie e riconsegna alla vita.

    Un caro saluto.

    fm

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