Un racconto inedito di Antão SACAROLHAS


(Neural Stem Cells)

               Antão Sacarolhas – Il signore dà e il signore toglie

– Ancora pieno di pensieri, colmo, saturo. Come sempre quando si tratta di comunicare qualcosa, mi scanso, ma non è questo il problema, te l’ho detto più volte. –
– Non è vero. È sempre la solita storia, credi di avermelo detto, ma in realtà l’hai scansato. –
– Ho bisogno di passeggiare un po’.
– Fuori piove! –
– Non è un male. –

Uscì di casa. Non piove molto, pensò fra sé. Non saranno queste poche gocce a rovinarmi la giornata. Non mi dispiacciono affatto. Sembra quasi che i pensieri cadano a terra con la pioggia. Nubi passeggere, anche se da tempo a questa parte il colore del cielo non fa ben sperare. C’è sempre quella strana luce opaca, non c’è mai un azzurro che tranquillizza. Manca di profondità e il contorno delle nubi ci rimette solo. Che sarà mai? Bella domanda, sorrise fra sé, incamminandosi per uno stretto vicolo.
Le imposte di quella casa dove abita quella vecchia signora sono chiuse da un bel pezzo. Che fine avrà fatto? Escludo che sia in vacanza. Aveva già i suoi bei problemi, doveva avere qualcosa alla testa. Quando si ha qualcosa alla testa si finisce sempre per combinare le più assurde bizzarrie. Ho ancora nelle narici il puzzo di cadavere. Ma chi me l’ha fatto fare? Quello strano signore me lo aveva chiesto gentilmente e visto che era appena stato dimesso dall’ospedale dopo un’ernia, non potevo di certo rifiutare. Doveva proprio gettare quei maledetti avanzi di carne e ossa in mezzo al pollaio? Che cosa gli era saltato in mente? La pioggia e il sole avrebbero fatto poi il resto. Certo, le galline e le oche sarebbero state contente, avrebbero mangiato gli avanzi e poi i vermi negli avanzi. Sono delle discariche, mangiano di tutto le puttane, s’ingozzano, s’ingrassano, si muovono goffamente, gridano come se le sgozzassero e scagazzano qua e là certi grossi stronzi da far invidia a chiunque.
Due buche ho scavato! Una non andava bene, poco profonda. Credo bene, non si riusciva ad andare oltre, dovevo proprio incontrare lo strato argilloso? Ho cambiato posto e lì la terra era morbida, un terriccio nerastro, l’altro era grigio-rossastro. Le ho provate tutte, avrei dovuto usare il piccone, l’ho cercato in lungo e in largo, ma di quello nessuna traccia. Ho provato con una piccola mazza e una lunga sbarra di ferro, forse, meglio corta, ma gli schizzi di fango mi sarebbero finiti tutti in piena faccia. Meglio scavare da un’altra parte. Mai intestardirsi! Dovrò ricordarmene quando mi capiterà di scavare altre buche. Comunque quella signora che fine avrà fatto? Non la si vede in giro da molto, le imposte sono da tempo chiuse. Se fosse schiattata l’avrei saputo, non poteva di certo passare inosservato a quelle comari, mie vicine di casa. Sanno tutto di tutti, quando le incontri iniziano a raccontarti vita, morte e miracoli di chiunque. Oh mio dio! Coincidenza surreale, una di loro è in giro con l’ombrello. Se mi vedesse, sarei spacciato, meglio dileguarsi, cambiare strada.

Scampata per un soffio, non avrei retto. Ora piove come solo dio la manda, meglio mettersi il cappuccio. Sono uscito senza una méta e questo mi rallegra, dovrei farlo più spesso. Potrei incontrare qualcuno di interessante, ma forse non oggi. Eppure, se una sperduta fanciulla fradicia senza ombrello incrociasse il mio cammino…

– Salve, posso esserle utile? –
– Non credo, neppure lei ha l’ombrello. –
– Non ha tutti i torti, ma ci sono tante altre cose dopo l’ombrello o anche prima. –
– Sentiamo, e quali sarebbero queste altre cose? –
– Un impermeabile, una mantella, un k-way, degli stivali, delle calosce. –
– Chi è lei? –
Bella domanda. Ma chi saprebbe rispondervi. Divertente, un ottimo modo per troncare qualsiasi conversazione.
– Chi è lei? –
– Arrivederci –
Alzi i tacchi e te ne vai.

Cosa diceva quella comare? Mi sfugge…
Mi aveva fermato sull’uscio due giorni fa, mi aveva raccontato tutto. Due giorni fa la signora che abita in fondo alla strada è andata dalla signora che abita all’inizio della strada. Ha suonato il campanello e ha rivolto le condoglianze alla figlia della signora. Lei stupita, la guarda e fa: ma cosa sta dicendo?
Sono disgrazie, cose che capitano, del resto il Signore dà e il Signore toglie. Infarto, vero?
Ma guardi che mia madre è viva e vegeta, risponde la figlia. Vuole che gliela chiami?
E il prete è già stato qui per recitare il rosario? Sono venuta qui per dare l’ultimo saluto alla mia cara amica.
Aspetti che gliela chiamo. MAMMA, MAMMA! SCENDI.
Come può chiamarla se è morta?
No, non lo è. Le dico che sta benissimo, l’ho vista dieci minuti fa in cucina.
E dove è ora?
MAMMA! MAMMA!
Visto? Non c’è. È morta, bisogna rassegnarsi. Sarà senz’altro in un posto migliore.

Non finiscono più di parlare, non ti lasciano tranquillo un attimo, che non appena tenti di andartene, hanno già attaccato discorso saltando da palo in frasca. Un’altra volta, mi racconta, mentre stavamo andando a messa mi aveva detto: dove stiamo andando? La guardavo stupita mentre mi rispondeva: Non crederai a tutte quelle sciocchezze!
Una donna timorata di Dio, se ne rende conto? Deve essere proprio partita con la testa. O le si dice la verità o si inventa qualche scusa. Pensa!
– Devo scappare. Devo un favore a quel signore che abita qui accanto, quello appena operato di ernia. –
– Già, come sta? –
– Sta bene, si è ripreso, ma ora deve riposare, non può fare sforzi.
– Lasci che l’accompagni, così approfitterò dell’occasione per salutarlo. –
– Non credo sia in casa, in questi giorni se ne sta dal figlio. Alla prossima! –

Era ora! Me ne sono liberato. Che strana sindrome deve essere. Chissà cosa succede nel cervello in quei casi. Ci si immagina la morte, si crede fermamente che qualcuno in quel giorno sia morto, poi il cervello collega il tutto a una persona.

Pollaio. Casa dei polli. Carne e ossa. Vermi.

La sindrome di Cotard, credi di esser morto o credi che quelli accanto siano morti o che i tuoi organi siano scomparsi, Delirio di negazione, l’hanno anche chiamata. Mademoiselle X negava sia l’esistenza di dio che del demonio.
Non ho più cuore.
Cervello
Fegato
Milza
Reni
Polmoni
Pancreas
Intestina
Non ho più la lingua.

C’e anche chi è convinto che parenti, amici e conoscenti siano stati sostituiti da impostori. La misidentification syndrom o la sindrome di Capgras.

– Chi è?
– Sono io.
– No, chi sei?
– Ma come chi sono? Non mi conosci?
– Sei un impostore. Non ti è mai piaciuto camminare sotto la pioggia.
– Inizia a piacermi. Se vuoi, puoi venire anche tu domani.
– Vedremo.

***

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8 pensieri su “Un racconto inedito di Antão SACAROLHAS”

  1. Caro Francesco, questo racconto di Antao mi sembra molto,molto interessante. Se è vero che la pioggia può far cadera a terra i pensieri, può restituirli in termini di visioni liberatorie, o almeno questo mi è parso di intravedere nella descrizione delle galline e oche fameliche di un cadavere fatto a pezzi. Introiettare il marcio e beneficiare di una pioggia rigeneratrice. Scandagliare tra le gocce che bagnano situazioni, luoghi e persone che hanno del surreale. E la parola scava, quante buche non è dato saperlo, esplora e dispiega il suo dire fino a non sentirsi più la lingua, fin quasi a non riconoscersi. Ma chi è l’impostore? forse la parola quando rinnega il suo flusso, forse chi non sa riconoscerla?
    “Vedremo”

    So che rileggendolo mi verranno in mente altre chiavi di lettura, per ora puoi fare i miei complimenti ad Antao e consigliarli di uscire più spesso sotto la pioggia.

    abbracci

    jolanda

  2. Grazie Jolanda. Seguirò il tuo consiglio non appena questa febbre passeggera se ne sarà andata. Naturalmente uscirò in un giorno di pioggia, o forse è meglio di notte? Si hanno maggiori possibilità di incontrare individui surreali ma i luoghi sarebbero bui. Per lo scavare buche, prima o poi capiterà di nuovo.

    Naturalmente grazie a Francesco per aver ospitato un mio scritto nella dimora del tempo sospeso.
    Ci si trova davvero bene da queste parti.
    A presto

    Antão

  3. Mi piacciono le passeggiate, mi piace questa passeggiata, un viaggio rapido e stralunato… Anch’io mi unisco a Jolanda: a quando le altre?

  4. Straordinario racconto, questo di Antao, di cui non conoscevo la scrittura, a cui stringo volentieri la mano. Bello l’entrare dentro le sindromi e viverle dall’interno, con assillo dostoewskiano. Da psichiatra e scrittore, è spesso questo il mio lavoro e quindi non posso che associarmi alla splendida ricerca di Antao e ringraziare Francesco di questa “dimora” di alta qualità che sempre più spesso ho voglia di frequentare.
    A presto.
    Se Antao volesse scrivermi, sarei lieto che Francesco gli comunicasse la mia email
    Marco Ercolani

  5. Ringrazio Marco per aver apprezzato il mio scritto e ricambio calorosamente la stretta di mano. Dostoevskij è uno dei miei autori preferiti. Ho amato le sue opere in un modo quasi patologico. Ho divorato i Karamazov senza potermene staccare, sia per quanto riguarda la lettura che il pensiero. Una volta chiuso quel libro, nelle pause che mi separavano dal riaprirlo, tornavo con la mente al racconto, alle vicende dei personaggi, alle riflessioni e ai destini dei protagonisti. Delitto e castigo fu il romanzo dell’innamoramento, i pensieri di Raskolnikov e i suoi sensi di colpa mi tenevano sveglio la notte in modo da continuare la lettura. I demoni, uno dei romanzi più cupi che abbia mai letto, Stavrogin e le sue follie, la pazzia razional-politica di Petr Stepanovic e l’ateismo di Kirillov…
    Che dire invece dell’Idiota, del Principe Miskin, di Rogozin e di quelle figure femminili, femme fatal come Aglaja e Nastaja Filipovna…

    In questa dimora si respira aria buona e per l’ennesima volta i contenuti di questo blog mi distoglieranno dallo studio. Francesco può benissimo girare a Marco la mia mail.

    Grazie ancora e a presto.

    Antão Sacarolhas

  6. Anto’ !! Cavaturaccioli !! Va a stödià, ché le Neural Stem Cells i se impara mia de per lùr !!
    Dialettismi a parte, complimenti per il pezzo, che risalterebbe ancor più con un contorno: alle frattaglie nel pollaio qualche cipolla sudata dalla stagione che passa, o un fico inacidito, “vero nella sua impermanenza”, come direbbe il poeta bambina.
    Un saluto a Francesco.

  7. Caro Aditus, ti risponderei volentieri nel dialetto delle nostre terre, ma preferirei evitare…
    Non vorrei dare adito a risse verbali!

    I fichi non sono ancora inaciditi, ancora è presto, ma verrà il tempo…
    Però nel frattempo potrei “sgranare” un melograno (che poi è l’arbusto e non il frutto, ma così è conosciuto) e tirarti un chicco alla volta, ci impiegherei un po’ di tempo, ma forse ne varrebbe la pena.

    Grazie anche a te.

    P.s: niente neural stem cells per oggi, ma CLN1, CLN2, CLN3, p34cdc28, MPF, SBF, Swi4, Swi6 e così via…

  8. Antao è bravo, e il “pungolator cortese” Aditus non è da meno. Che dire? alla scuola di Mister Baghetta si cresce in fretta (giuro che la rima non l’ho cercata).

    Grazie a Jolanda, Giorgio e Marco per la lettura e i commenti.

    fm

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