Corpo e paesaggio – di Franco ARMINIO


(Comunità provvisoria)

Tratto da: Franco Arminio, Circo dell’ipocondria, postfazione di Valerio Magrelli, con il dvd La terra dei paesi, Firenze, Casa Editrice Le Lettere, 2007.

… una ipocondria elevata a regime psico-politico. E’ il luogo di un piccolo Golgota profano, dove la crocifissione al proprio corpo, ormai senza più chiodi, appare “come un post it”, vale a dire un “post tutto” […]. Più che a un laboratorio, questo continuo rovello assomiglia, per esplicita ammissione, a un’astanteria, un’infermeria del pensare e ripensare. E sui colori dell’eventuale emblema, pochi dubbi. Milza, spleen, melancolia: ergo, Nero su Nero […]. Quanto alla gloria, poi, inutile farsi illusioni: “L’eternità esiste, ma solo in forma di minaccia”.
(Valerio Magrelli)

Corpo e paesaggio

La bella luce di febbraio.
Quest’anno è mancata anche quella.
Febbraio è stato avvolto e avvilito
da questa luce vecchia, dicembrina.
Prima della fugace primavera
bisogna aggirare il muro di marzo
e le montagne russe dell’aprile.
Il paese non è più la belva
di un tempo ,
la bocca sdentata, l’umore spento,
sembra che più nulla ormai lo scuota.
Io qui sono un fantasma
dentro la testa e dentro la mia casa,
mi sento come una madre
che guarda in una culla vuota.

Sono le cinque del mattino, ancora non si capisce che cielo avrà la giornata. Oggi il cielo ci sarà sicuramente, noi non lo sappiamo in quale luogo saremo, nel luogo della vita timorosi di morire o morti come sempre in cerca della vita.

In principio c’era un luogo in cui dovunque ti trovavi eri sempre allo stesso punto, questo luogo era il paradiso e dunque il luogo era Dio. Poi è comparso un albero e un albero è già una cosa sola, una cosa divisa, se stai sotto la sua ombra sei in un luogo preciso, nessun albero dà la stessa ombra di un altro.
Dal momento che siamo usciti dal paradiso abbiamo cominciato a costruire un nostro luogo, esiliati in cerca di casa. I poeti sono esiliati come gli altri, semplicemente non riescono a vedere riparo in alcuna casa. Il poeta più che la casa cerca il giardino. Ogni giardino, dal più umile al più sontuoso, forse dice di questo tentativo di rifare sulla terra il paradiso, cioè il luogo felice, cioè Dio. Una rosa non è un fiore ma una prova di forza teologica, una prova sempre fallita perché, come dice Caproni, non riusciremo mai a dire cos’è nella sua essenza una rosa. La questione non è il paradiso che c’era, ma quello che non c’è mai, quello a cui tendiamo indefinitamente senza mai raggiungerlo. Fare un giardino significa fare un luogo buono, un luogo etico prima ancora che estetico, un luogo che sta da una parte e non da un’altra e quindi fuori dal divino. Fare un giardino significa lavorare la terra, questo grembo fecondo e irrimediabilmente chiuso, terra come recinto in cui moriremo col nostro corpo che è il luogo più drammatico della terra, il luogo in cui la forza della vita e quella della morte si danno quotidiana battaglia.

E questa battaglia coinvolge anche il paesaggio, perché pure il paesaggio è un corpo. E il mio paesaggio è un corpo martoriato: penso alla lunga emorragia dell’emigrazione e poi agli improvvisi ribollimenti del cratere, alle faglie che lo attraversano. Dal giardino al paesaggio, dal paesaggio al paese, grembo che marcisce senza farmi uscire. Il paese come utero inverso, luogo da cui non si esce, né in forma umana, né come rivolo di sangue. Utero, ossario, recinto dell’apprensione dove una siepe spinosa di pensieri infelici ogni tanto vira e stringe verso l’imbuto dell’angoscia. Abitare il mio paese e abitare il mio corpo a un certo punto sono diventati una cosa sola, un solo abisso.
A un certo punto ho capito che scrivere è annusare la rosa che non c’è, che non ci sarà mai. Scrivere era tentare di fare sulla pagina il giardino, partendo da un costone d’argilla e cianuro. Al mio paese c’è sempre il vento, ma come se non bastasse questo movimento aereo, ce n’è un altro, viscido, sotterraneo. Il paese è appoggiato su una zolla di terra che scivola, si spacca e porta in superficie le sue fenditure. Come si fa a non temere la morte in un paesaggio così malato? Come si fa a non temere la morte quando il corpo del paese e il nostro corpo sono una cosa sola?
Quello che chiamiamo io è una prova, un tentativo di interrompere questa congiunzione mortale. Ho abitato il mio paese più di quanto abbia abitato il mio corpo. E qui il fegato è diventato un campo da semina. E’ stato ed è tutto un lavoro nell’amaro. Il fegato è vero, il fegato è nostro. L’io è una protesi, un arnese che appartiene a un’invenzione dei nostri primi giorni in questo mondo, un modo per accomodarsi nello sgomento o per uscirne. E la scrittura, in quanto strumentazione dell’io, è protesi di una protesi, artificio a oltranza e come tale esposta a logoramento. La scrittura non può essere una guaina che ti riveste completamente, che ti evita l’abrasione dall’interno e dall’esterno. Se la guaina funziona verso il nemico interno non può riparati da quello esterno e viceversa.

Forse anche per questo da un po’ di tempo scrivo meno e ho preso a usare un’altra protesi, la videocamera. Quando esco ho sempre qualcosa da filmare. Sono uscito anche stamattina, alle sei. Al paese nuovo i primi ambulanti si preparavano al mercato del sabato. Sono andato a vedere se si vedeva il Gargano, è quella la misura della luce. Se non si vede il Gargano non c’è la luce giusta per andare sull’altura e allora sono sceso in piazza. Il barista puliva davanti al marciapiede. Un manovale scapolo della mia età alzava la saracinesca di un bar che non è suo. Uno dei due Giuseppe che sta sempre in piazza prima fumava seduto poi si è messo a camminare per dare sfogo ai suoi nervi. A un certo punto è comparso il falegname che porta il mio stesso cognome e che pare avviato a una sobria vecchiaia dopo una giovinezza da alcolista. Ho filmato il loggiato del castello, la facciata di una casa, il rosso di un divieto di accesso, un uccello che passeggiava per strada e un cane che faceva uno strano lamento mentre suonavano le campane. L’ultima apparizione è stata Vito, quello che lavora alla forestale e che non smette di abbrutirsi e io non smetto di riprenderlo perché nelle sue espressioni trovo un sapore che tante facce non hanno.
C’era un vento fresco stamattina a ricordarmi che neppure a giugno qui c’è pace. Però tutte le cose erano ben presenti e il semplice arrivo di un pullman mi ha dato una sottile esultanza per il fatto di poter vedere le infinite scene del mondo. Dovunque sei, il paesaggio non manca mai, non manca di niente. Siamo noi l’unica cosa che manca al paesaggio, quella che non riusciremo mai a filmare.

(pag. 101 – 104)

***

13 pensieri riguardo “Corpo e paesaggio – di Franco ARMINIO”

  1. dalla penna di Franco ecco un inchiostro che è anche pellicola cinematografica, sceneggiatura, corpo segreto scrivente del linguaggio
    paesano e delle difficolta di certi paesi strozzati da una stasi e un’ ubriacatura che ricorda quelle a cui si abbandonarono giocoforza gli Indiani d’ America e non solo loro con la differenza che gli indiani d’ America non ebbero molta scelta.
    un inchiostro che denuncia le tradizioni spezzate e la loro abiura a vantaggio di un oblio apparentemente più leggero da sopportare che la vita dura che inizia e finisce con le pietre di quei monti ma soprattutto la volontà di connessione tra passato e presente.
    inchiostro che celebra il funerale dei padri e lo sparimento della volontà di perseguirne gli insegnamenti, dei figli.
    Poesia pura, da tempo ascolto come tali i testi di Franco.
    chiedo scusa per gli errori
    un caro saluto
    paola

  2. “La bella luce di febbraio.
    Quest’anno è mancata anche quella.
    Febbraio è stato avvolto e avvilito
    da questa luce vecchia, dicembrina.”

    Ricordo che in passato le stagioni erano più colorate, il cielo non era così opaco. Sarà forse stato l’anno bisesto, anno funesto, ma quest’anno mi è parso che qualche colore mancasse…

    “Dovunque sei, il paesaggio non manca mai, non manca di niente. Siamo noi l’unica cosa che manca al paesaggio, quella che non riusciremo mai a filmare.”

    Antão.

  3. L’inizio, il passaggio e la fine che ci portiamo appresso in un paesaggio “malato” che ci è estraneo pur nella sua completezza di profili dove il nostro io sfuma , si smarrisce, non partecipa. La netta sensazione dell’esilio, dell’impossibilità di cogliere la vita nel suo pieno.

    “Dal giardino al paesaggio, dal paesaggio al paese, grembo che marcisce senza farmi uscire…” una spirale di morte.

    Piaciuto molto, bello.

    liliana

  4. Franco è un bravissimo scrittore.
    Questo suo libro e Viaggio nel cratere sono tra i più importanti apparsi in questi anni. Un saluto

  5. Mi associo alle parole di Nadia. Franco è uno dei rari scrittori in prosa di cui qui, in Italia, si avverte la necessità. Un vero scrittore tragico che parla del suo corpo e del suo paesaggio come di due rovine parallele che non si salvano attraverso la parola ma con quella si plasmano. I manierismi della prosa contemporanea e le sue semplificazioni da readers digest non lo interessano. Lui procede, secco e duro, in una dimensione di ebbrezza lucida che a volte me lo fa sembrare, con le opportune differenze, il Bernhard italiano.
    Vorrei scriverti, Franco. Un caro saluto anche dal comune amico Luigi Grazioli.
    Marco Ercolani

  6. Grazie a tutti.

    L’ho detto più volte e lo ripeto, non vedo perché negarsi l’espressione del proprio sentire e delle proprie convinzioni profonde: per me Franco è uno dei pochi grandi scrittori che abbiamo oggi in Italia. Punto.

    Un caro saluto.

    fm

  7. da sempre Franco indaga la “morte”, è il suo tema fisso, e tutti i suoi libri sono come per ogni vero scrittore solo leggere variazioni di rotta sullo stesso orizzonte..spleen e senso di fine e comunque la lotta, nella scrittura e nella vita..una concezione “omerica”, prometeica dell’esserci..per quanto si pianga stoicamente in anticipo la sconfitta. E’ quindi questa coerenza e resistenza austera, tipica della sua terra, che caratterizza nettamente tutte le sue pagine, in prosa e in versi, una sorta di urlo e sussurro continuo, V.

  8. Grazie a Viola e a Valter, che so lettori sempre attentissimi e giustamente poco (o nulla) inclini alle lodi “così per dire”.

    Rinnovo la stima e l’affetto per Franco.

    fm

    p.s.

    Valter, devo dire che, almeno in questo campo, sono fortunato, perché mi capita di conoscere scrittori di assoluto valore.

    Alla prima occasione te ne presento un altro: un amico e collega che, per quel che mi riguarda, non è secondo a nessuno. Sono sicuro che sarai felice di conoscerlo, e magari mi aiuti a convincerlo “del tutto” di quello che ho appena detto.

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